La Voce del (nuovo)PCI

La Voce 83 - luglio 2026

Per la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato
Il partito comunista che serve


Bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria e inchiesta del 21 aprile contro il P.CARC

Per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista il partito comunista deve essere clandestino


Il 21 aprile 2026 la Digos ha perquisito le abitazioni di sei membri del Partito dei CARC e di Autonomia Studentesca e Culturale (ASC) tra Napoli e Firenze nell’ambito di un’inchiesta di cui è titolare il PM De Marco della Procura di Napoli, ma che si fonda su una informativa della Digos di Napoli e parte direttamente dal governo (dal Ministero degli Interni). Prendendo a pretesto pezzi di propaganda (soprattutto social) di ASC inneggianti alle Brigate Rosse, a suoi esponenti e alla lotta armata, la Procura di Napoli e i suoi mandanti hanno rispolverato l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (art. 270 bis del codice penale), la stessa con cui tra il 1981 e il 2012 le procure di Bergamo, Venezia, Milano, Roma, Napoli, Bologna hanno condotto otto inchieste contro la Carovana del (n)PCI - e in molti casi contro le stesse persone - conclusesi tutte con l’archiviazione o il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste.

Sul sito www.carc.it sono raccolte e visionabili le numerosissime prese di posizione in solidarietà con il P.CARC e i compagni perquisiti arrivate da organismi operai e popolari, da partiti e organizzazioni del movimento comunista italiano (e internazionale), da forze politiche, sindacali e sociali e da esponenti della società civile a un qualche livello schierati e mobilitati contro le misure antipopolari, reazionarie e repressive del governo Meloni, contro la Terza guerra mondiale, la corsa al riarmo e l’economia di guerra, contro il protettorato USA-NATO, la complicità con i sionisti dello Stato di Israele e i vincoli di austerità dell’UE. Sono importanti e da valorizzare per ritorcere contro il nemico i suoi attacchi repressivi che hanno come obiettivo principale non “punire reati”, ma seminare paura e rassegnazione, isolare, dividere e disgregare. Sono importanti e da valorizzare ai fini della lotta per costituire il Governo di Blocco Popolare, di quella parte cioè del nostro lavoro che consiste nell’estendere e rafforzare la mobilitazione delle masse popolari contro la borghesia, nell’allargare la loro organizzazione e nell’orientare organismi operai e popolari a formare un loro governo d’emergenza. Le numerose attestazioni di solidarietà, infatti, indicano 1. che il ricorso crescente alla repressione da parte del governo Meloni e il suo carattere sempre più di massa stanno rafforzando tra le masse popolari l’orientamento contro il governo e le sue misure antipopolari e 2. che il fronte anti Larghe Intese esiste già di fatto: si tratta di dargli una forma organizzata, di coordinamento che opera con continuità come centro promotore della lotta a oltranza per cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo d’emergenza popolare. Sono importanti e da valorizzare anche e soprattutto ai fini di un secondo aspetto del nostro lavoro, che consiste nell’elevare il ruolo del movimento comunista cosciente e organizzato e fare nuovamente dell’instaurazione del socialismo l’obiettivo della mobilitazione e delle aspirazioni delle masse popolari. Su questo secondo aspetto ci concentriamo, perché senza uno sviluppo adeguato di esso, ogni avanzamento nel primo aspetto è monco e aleatorio.

Dalle carte dell’indagine che il P.CARC ha giustamente reso pubbliche, emerge che magistrati e poliziotti manovrati dal governo Meloni accusano di terrorismo i compagni indagati adducendo come prova di ciò episodi e riferimenti alla loro attività politica pubblica: educare e formare alla concezione comunista del mondo, recarsi davanti ai cancelli delle aziende capitaliste per propagandare tra gli operai obiettivi rivoluzionari, indicazioni di organizzazione e mobilitazione e parole d’ordine di lotta, ecc. È la conferma di una lezione che il (nuovo)PCI ha tratto dal bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria: per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista il partito comunista deve essere clandestino. L’operazione del 21 aprile crea il terreno perché questa lezione venga compresa su scala più ampia e, come primo passo, perché su di essa si sviluppi il confronto e la discussione nel movimento comunista del nostro paese. Un segnale in tal senso è il comunicato di Noi Comunisti (organizzazione costituita nel 2025 da compagni fuoriusciti dal Partito Comunista di Marco Rizzo) dopo le perquisizioni, di cui riportiamo uno stralcio e che ha il merito di dire apertamente quello che in vari nel movimento comunista pensano ma non dicono o dicono dietro le quinte. “Manifestiamo la nostra sincera solidarietà e vicinanza ai compagni dirigenti dei CARC, vittime di questa stretta repressiva su base preventiva e di opinione, ma vogliamo dire una cosa agli stessi: siete un’organizzazione che parla di un partito “parallelo”, tale Nuovo Partito Comunista Italiano, che dovrebbe essere, secondo voi, clandestino, dunque, se è tale (dal latino “clam” ovvero “segretamente” o “all’insaputa di”) perché invece tutti sappiamo di questo partito clandestino? Noi reputiamo che questo svuoti di significato pratico, nel contesto storico e concreto, la pratica della lotta clandestina, ed attiri le attenzioni indesiderate di chi vi reputa comunque un fastidio, come un fastidio e un disturbo sono tutte le organizzazioni comuniste in Italia, per lo Stato e la politica borghese, a prescindere dalla giusta o meno linea praticata, e mette anche dei dubbi su questo atipico sistema che adottate. Non avete messo in conto che, ad un certo tipo di propaganda, sulla presunta clandestinità e anche di diffusione di simbolismi che evocano altre stagioni, corrispondono poi delle reazioni dello Stato, che si adopera poi per colpire?”.

In sostanza, Noi Comunisti ripropone la concezione secondo cui partito comunista clandestino vuol dire partito segreto, quindi se proprio si deve fare un lavoro clandestino, perché dirlo pubblicamente e non farlo in segreto e basta? Dopo la formazione nel 1999 della Commissione Preparatoria (CP) del congresso di fondazione del (nuovo)PCI, il primo nucleo clandestino del Partito, in vari numeri di La Voce abbiamo dato risposte argomentate a questa e altre domande e obiezioni relative alla clandestinità, che ripubblichiamo qui di seguito. Sicuramente la clandestinità resta difficile da accettare e da praticare stante il legalitarismo diffuso dai revisionisti moderni e dalla sinistra borghese, l’avversione alla clandestinità suscitata dalla sconfitta delle Brigate Rosse e la concezione che la clandestinità serve solo per fare la lotta armata. Ma ci sono vari segnali che concorrono a renderla oggi una questione più concreta e pratica. Gli operai e gli altri lavoratori che, anche solo per difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro, si organizzano segretamente nei contesti dove è forte la repressione padronale contro chi agisce pubblicamente e non ci sono rapporti di forza per agire pubblicamente, gli attacchi dei gruppi di hacker, i sabotaggi di linee ferroviarie contro le Olimpiadi invernali Milano-Cortina sono alcuni esempi di operazioni clandestine che si vanno diffondendo spontaneamente. D’altronde, l’eliminazione anche per legge di quanto resta delle libertà di propaganda, di manifestazione, di organizzazione conquistate con la vittoria della Resistenza antifascista e le lotte degli anni successivi, la censura, la repressione giudiziaria, poliziesca e padronale, l’estensione dei sistemi di sorveglianza e controllo che la Terza guerra mondiale porta con sé spingono in questa direzione. Certo, dobbiamo distinguere tra da una parte la clandestinità professionale del Partito e delle sue organizzazioni, che è funzionale - ne è la traduzione in termini organizzativi - alla strategia che esso segue e dall’altra la segretezza sporadica e a buon senso di singoli o di organismi operai e popolari (vedasi l’articolo Clandestinità del partito e operazioni clandestine di organismi e singoli esponenti delle masse popolari - A proposito di alcuni errori che serpeggiano nelle nostre file, in VO 64 - marzo 2020), e quanto più abbiamo chiara questa distinzione tanto più siamo in grado di estendere queste operazioni clandestine spontanee, di usarle per educare alla lotta contro il legalitarismo e di farne il terreno per reclutare i più avanzati e decisi. Ma l’aspetto centrale è che tutto questo crea un terreno più fertile perché nel movimento comunista le risposte del passato germoglino.

La Redazione


Conquistare l’appoggio degli operai avanzati alla clandestinità del partito comunista

[da La Voce 13 e 14 - marzo e luglio 2003]


La settima discriminante (il nuovo partito comunista italiano deve essere costruito dalla clandestinità) [sulla settima discriminante vedasi anche La settima discriminante. Quale partito comunista? (VO 1 - marzo 1999), Ancora sulla settima discriminante (VO 5 - luglio 2000) e Sempre sulla settima discriminante (VO 9 - novembre 2001) - ndr] oggi costituisce ancora una questione che molti dei compagni che si dichiarano favorevoli alla ricostruzione del partito comunista (e probabilmente la maggior parte lo sono anche sinceramente) evitano di affrontare, non solo nella stampa pubblica, ma anche nei loro dibattiti riservati.

Noi che decisamente condividiamo la settima discriminante e la pratichiamo, constatiamo giorno dopo giorno che anche i compagni che hanno preso posizione a favore della settima discriminante (e nella maggior parte dei casi si tratta di una convinzione sincera), incontrano molte difficoltà a passare nella pratica al lavoro clandestino. Non si tratta principalmente delle difficoltà, diciamo così, tecniche che il lavoro clandestino comporta. In un certo senso queste difficoltà, una volta costituito un primo nucleo nella clandestinità (e questa è l’importante conquista realizzata nel ’99 e nei mesi successivi), per quelli che vengono a ingrossarlo sono relative. Si tratta delle difficoltà morali e psicologiche che incontrano i singoli compagni a portare nella pratica una decisione che pure ritengono giusta.

Queste due considerazioni ci convincono che oggi il reclutamento per il lavoro clandestino non va condotto principalmente come una lotta contro l’opportunismo dei singoli compagni che vogliamo reclutare, perché facciano una scelta coerente con le loro convinzioni rivoluzionarie. In altre parole oggi sarebbe sbagliato porre nel novero degli opportunisti tutti i compagni che si dichiarano favorevoli alla settima discriminante, ma non se la sentono di passare a lavorare nella clandestinità e quindi scartarli dal nostro lavoro come compagni inaffidabili. Si tratta piuttosto di creare nelle forze soggettive della rivoluzione socialista (FRSR) e tra i lavoratori avanzati (e in primo luogo tra gli operai avanzati) una opinione pubblica e una disposizione d’animo favorevoli a che il nuovo partito comunista venga costruito dalla clandestinità. Solo quando questo sarà in una certa misura ottenuto, allora per i singoli individui il passaggio o meno alla clandestinità sarà una scelta personale tra opportunismo e coerenza rivoluzionaria. Oggi per il singolo il passaggio alla pratica della clandestinità è ancora principalmente un problema di autonomia soggettiva, cioè di capacità di vivere e praticare con serenità e senza staccarsi dalle masse, senza acquisire una mentalità da 007 e da avventuriero, un’attività che la stragrande maggioranza della sua classe e dell’ambiente di compagni cui appartiene non solo non condivide ma neanche concepisce e capisce. Si tratta di una maturità ideologica e politica (di concezione del mondo e di orientamento politico) combinata con doti personali: una combinazione oggi abbastanza rara. Questo spiega la lentezza dello sviluppo del nucleo clandestino, che ha due aspetti. Uno è la difficoltà di reclutare nuovi compagni all’attività clandestina. L’altro sono le difficoltà da superare per ottenere che i compagni che svolgono attività clandestina non perdano la sensibilità e il senso di appartenenza alla classe e alle masse popolari, non acquisiscano una mentalità da 007 e da avventurieri e quindi non perdano di slancio rivoluzionario a favore di una specie di esaltazione della bravura individuale, di affermazione individuale e di spirito di avventura che prima o poi sfocia nell’abbandono delle nostre fila. Infatti un avventuriero e uno 007 oggi facilmente trovano altre collocazioni. Questa deviazione tra i compagni che svolgono lavoro clandestino è tanto più facile che prenda piede perché tra i pochi compagni che si dedicano a questa attività, oltre a quelli che hanno una buona “autonomia soggettiva”, non mancano quelli che aderiscono alla richiesta di passare a svolgere un lavoro clandestino perché non hanno difficoltà a staccarsi dal loro lavoro abituale, dal loro ambiente e dai loro compagni. Ma non hanno difficoltà a staccarsi perché già, pur vivendoci dentro, hanno pochi e deboli legami, sono dei solitari, sono sentimentalmente piuttosto aridi, in alcuni casi anche sentimentalmente frustrati: cosa che, beninteso, non è né un marchio indelebile né un vizio vergognoso, ma solo una disgrazia e una mutilazione tra le tante con cui la borghesia affligge le masse popolari. Queste caratteristiche facilitano lo sviluppo della deviazione di cui parlavo, se non se ne tiene adeguatamente conto.

La conclusione è che oggi l’aspetto principale del nostro lavoro per far valere la settima discriminante, reclutare compagni all’attività clandestina e quindi costruire il nuovo partito comunista a partire dalla clandestinità consiste nel “propagandare l’importanza e la necessità” del lavoro clandestino tra le FSRS e tra i lavoratori avanzati, chiarire i vari aspetti della questione, mostrare i legami tra questa linea e la loro esperienza pratica e quotidiana, convincere. Mentre “lottare contro l’opportunismo” dei singoli compagni che non accettano di svolgere lavoro clandestino, che recalcitrano a dare la loro opera o anche solo la loro collaborazione, è solo l’aspetto complementare.

Per questo in questa fase ha un ruolo importante anche l’opera di quei “vecchi comunisti” che spiegano e propagandano l’importanza e la necessità del lavoro clandestino e del carattere clandestino del partito comunista a partire dalla loro esperienza personale nel vecchio movimento comunista e nella prima ondata della rivoluzione proletaria o dalla storia del movimento comunista o dall’analisi della controrivoluzione preventiva che caratterizza le società imperialiste. Senza che questo implichi in generale una loro partecipazione personale all’attività clandestina.

Creare nelle FSRS e tra i lavoratori avanzati una “opinione pubblica” favorevole alla clandestinità, che riconosce la necessità che il nuovo partito comunista venga costruito a partire dalla clandestinità, non solo faciliterà il reclutamento di compagni per il lavoro clandestino, ma creerà anche mille possibilità di preziose collaborazioni al lavoro clandestino da parte di compagni e lavoratori che non si dedicano sistematicamente al lavoro clandestino. Inoltre questa opinione pubblica, man mano che si forma, ci aiuterà anche a prevenire e combattere la deviazione individualista dei compagni che svolgono già il lavoro clandestino.

Con quanto detto ho risposto, credo esaurientemente, a quei compagni che ci dicono: “Ma se proprio si deve fare un lavoro clandestino, perché dirlo pubblicamente e non farlo in segreto e basta?”. Il lavoro clandestino dei comunisti, come le altre loro forme di lotta e di attività, è una forma di lotta e di attività della classe operaia, anche se di fatto, come altre, è praticata solo da una sua parte d’avanguardia. Tutte queste forme di lotta e di attività possono svilupparsi e funzionare nel modo giusto solo se sono sostenute dalla classe operaia. La borghesia costruisce polizie segrete, logge clandestine, cricche e mafie segrete, ecc. di cui tiene segreta anche l’esistenza e le finalità. Solo gli affiliati e i mercenari ne conoscono l’esistenza, come per Gladio. Fa parte delle caratteristiche psicologiche e morali dei suoi membri e deriva dal modo specificamente suo (reclutamento mercenario) in cui la borghesia mobilita gli uomini e le donne al suo servizio. Corrisponde al ruolo sociale della classe a cui appartengono. Per questo ruolo le associazioni segrete, le sette, le società segrete sono utili. Noi comunisti non possiamo procedere così neanche se lo volessimo. Noi riusciamo a procedere solo se conquistiamo la solidarietà della classe operaia e delle masse popolari per il lavoro che facciamo. Solo così il nostro lavoro può svilupparsi e diventa una componente proficua della lotta della classe operaia e delle masse popolari per la loro emancipazione dalla tutela della borghesia, dalla condizione di inferiorità sociale in cui sono relegate nella società borghese. E la costituzione del partito comunista è infatti il primo passo sulla via di questa emancipazione, mentre l’instaurazione del socialismo sarà il secondo. È una questione di concezioni del mondo diverse e di nature diverse delle due classi.

La classe operaia può comprendere e accettare e anche volere che il suo partito sia costruito dalla clandestinità, la storia del movimento comunista lo ha dimostrato. Può aderire a un tale partito, sostenerlo e difenderlo con forza e inflessibilità da spie e traditori. Può riconoscere e accettare la sua direzione. Perché capisce dalla sua esperienza e dal lavoro di educazione svolto dal partito, che così è necessario per lottare con successo contro la borghesia imperialista. È in questo modo che la classe operaia “vota” per il suo partito clandestino. È invece incompatibile con la sua emancipazione la pretesa che essa si lasci manovrare da una forza oscura di cui non conosce neanche l’esistenza, di cui non conosce né concezioni, né programma, né obiettivi, né linea, né metodi. Insomma una potenza sociale imperscrutabile! I compagni fautori di un partito clandestino costruito segretamente hanno della lotta politica proletaria la stessa concezione che Lenin criticava nel suo scritto A proposito dell’opuscolo di Junius del luglio 1916, riferendosi alla sinistra rivoluzionaria dei socialdemocratici tedeschi e in particolare a Rosa Luxemburg. “Sembra che Junius (...) abbia voluto applicare qualche cosa di simile alla “teoria delle fasi” di triste memoria, sostenuta dai menscevichi. Ha voluto realizzare il programma rivoluzionario incominciando dalla parte “più accessibile”, più “popolare”, più accettabile dalla piccola borghesia. Una specie di piano per “giocare d’astuzia con la storia”, per giocare d’astuzia i conformisti. (...) Una volta accettato, questo programma condurrebbe di per sé, si dice, alla fase seguente, alla rivoluzione socialista. È certo che sono stati ragionamenti del genere a portare, più o meno consapevolmente, Junius alla linea che ha enunciato. È inutile dire che simili ragionamenti sono sbagliati. Nell’opuscolo di Junius si sente l’isolato, che non lavora gomito a gomito con compagni in seno a un’organizzazione illegale, abituata a elaborare fino in fondo le parole d’ordine rivoluzionarie e a educare sistematicamente le masse secondo il loro spirito. Ma questo difetto - sarebbe una profonda ingiustizia dimenticarlo - non è un difetto personale di Junius, ma è il risultato della debolezza di tutta la sinistra tedesca, circondata da ogni parte dall’ignobile rete delle concezioni kautskiane ipocrite, pedanti, in mille modi condiscendenti verso gli opportunisti”. Per quanto riguarda il presente del nostro paese, la linea sbagliata del partito comunista clandestino costruito in segreto nasce come una delle reazioni, nobile e onorevole anche se sbagliata, al pantano di disfattisti-liquidatori-dissociati-pentiti in cui la deviazione militarista aveva condotto negli anni ’80 il movimento rivoluzionario. Non c’è da dubitare che l’esperienza e il bilancio dell’esperienza porteranno sulla strada maestra del movimento comunista, al marxismo-leninismo-maoismo, quelli tra i suoi seguaci che persisteranno nella ricerca di una via alla rivoluzione socialista. Oppressi dalla sconfitta del militarismo e nauseati dal pantano di disfattisti-liquidatori-dissociati-pentiti, i fautori di questa linea hanno però dimenticato che l’Italia era il paese in cui il partito comunista aveva resistito vittoriosamente al fascismo, il paese della Resistenza, un paese in cui il comunismo era diventato talmente popolare che per battere il comunismo persino la borghesia aveva dovuto travestirsi un po’ da comunista. Nel nostro paese non occorre “giocare d’astuzia” per trovare partigiani del comunismo, non occorre camuffare la bandiera del comunismo per vincere radicati pregiudizi anticomunisti.

Ma se la borghesia sa che esiste un partito clandestino, lo eliminerà”. Questa è un’altra obiezione che ci viene fatta. Niente affatto. La possibilità di esistenza, di sviluppo e di azione di un partito comunista clandestino non dipende dalla tolleranza, dagli errori o dall’ignoranza della borghesia. Dipende dal suo legame con la classe operaia, dall’aderenza del suo programma e della sua linea agli interessi strategici della classe operaia e dal suo legame organizzativo con la classe operaia (dal fatto che esso fa parte della classe operaia ed è legato alle sue organizzazioni pubbliche). Anche se ci limitiamo a considerare i paesi imperialisti e non consideriamo quindi la lotta vittoriosa di partiti clandestini come il partito comunista cinese, vietnamita o coreano, partiti comunisti clandestini hanno continuato ad operare anche sotto il nazismo e sotto il fascismo benché, a causa di una analisi sbagliata della situazione, si fossero fatti sorprendere impreparati dalla mobilitazione reazionaria delle masse (in una sola notte, tra il 27 e il 28 febbraio 1933 in Germania furono arrestati o trucidati più di 10.000 membri del partito comunista e pochi giorni dopo venne arrestato anche il suo segretario nazionale, Ernst Thälmann). Il partito di Lenin era clandestino e il regime zarista sapeva bene che esisteva. Il partito propagandava la sua linea, il suo programma, le sue parole d’ordine e la sua esistenza. Lenin e i suoi dal 1906 al 1914 condussero una lotta aperta sulle riviste del partito, nei congressi e nelle riunioni e, nelle cento forme in cui fu possibile, anche su riviste legali e in riunioni legali contro i liquidatori del partito clandestino, contro i fautori di “coordinamenti operai” al posto del partito comunista, contro i fautori “sinceri” del partito comunista legale. I compagni che oggi in buona fede sostengono che non dovremmo propagandare con ogni mezzo, come cerchiamo di fare, tra le FSRS, tra i lavoratori avanzati e in generale tra le masse popolari la necessità di costruire il partito dalla clandestinità, se sono realmente in buona fede e se rivendicano continuità col movimento comunista, devono spiegare perché oggi non sarebbe necessario e addirittura sarebbe sbagliato fare quello che i partiti comunisti clandestini hanno sempre e dovunque fatto. Devono spiegare perché oggi i comunisti dovrebbero seguire quella “teoria delle fasi” di cui parla Lenin nell’articolo citato, propagandare tra le masse una concezione del mondo e della lotta politica e obiettivi eguali a quelli propagandati dai fautori “sinceri” di un partito comunista legale e riservare il comunismo e tutto quello che riguarda la strategia per la rivoluzione socialista solo alle loro ristrette riunioni segrete.

Ma c’è di più: noi sosteniamo senza paura di essere smentiti che se una società segreta lavora con una certa continuità per un po’ di tempo, la polizia politica (e quindi tutte le forze del regime interessate) conosce inevitabilmente la sua esistenza (e spesso non solo l’esistenza, ma questa è un’altra questione). Mentre gli operai avanzati e le FSRS continuano spesso a ignorare l’esistenza della società segreta e ancora più a ignorare programma, linea, ecc. Insomma cade nella situazione nefasta per un’organizzazione rivoluzionaria di “nota alla polizia e ignota alle masse”. A quel punto la polizia ha libertà d’azione per montare provocazioni e manovre a secondo dei suoi bisogni. Cioè le società segrete si trovano nella condizione peggiore possibile: esposte all’aggressione e alle manovre della polizia politica e non protette dalla solidarietà delle masse. Cosa ne sarebbe stato, ad esempio, di Georgi Dimitrov, militante clandestino dell’Internazionale Comunista, arrestato nel marzo 1933 con l’accusa di avere incendiato il Parlamento di Berlino, se fosse stato membro di un organismo ignoto alle masse?

Infine una società segreta lavora in condizioni in cui le deviazioni, se non sono già dominanti fin dall’inizio, è inevitabile che prima o poi prendano il sopravvento. Il legame tra i membri della società segreta è basato unicamente sulle relazioni organizzative proprie della società stessa. Inoltre esso non è subordinato al legame della società segreta con le masse, ma è proprio il contrario. Questo fa dipendere dagli individui tutta la costruzione organizzativa. Quando ad esempio Amadeo Bordiga (Partito Comunista d’Italia) nel 1930 o Jacques Doriot (Partito Comunista Francese) nel 1934 ruppero con l’Internazionale Comunista, l’impatto del loro tradimento sul partito dipese principalmente dai legami del partito con le masse, non dal ruolo eminente che essi avevano ricoperto nel partito. Invece per le caratteristiche proprie della società segreta, il legame tra essa e ogni organizzazione pubblica, di massa, che la società segreta crea o dirige è costituito non dalla linea della società segreta (che l’organizzazione pubblica non conosce) né dal sistema organizzativo (che non ha una sua unità), ma dal legame personale del leader dell’organizzazione pubblica con la società segreta. Questo di per se stesso, oltre a rendere fragile tutto il sistema, tende a perpetuare nelle organizzazioni pubbliche il sistema del circolo, gruppo raccolto attorno a un leader e la cui forza e coesione non sta nel funzionamento collettivo, ma nelle capacità e nelle doti del leader. Facilita i legami (basta convincere il leader), ma li mantiene fragili. Insomma anche da qui si conferma quello che Marx ed Engels dicevano delle società segrete (diffuse nella fase nascente del movimento comunista) e che è già illustrato nel n. 1 di La Voce (pag. 43-46): il loro sviluppo è inversamente proporzionale allo sviluppo dell’associazione operaia.

Questo non vuol dire che nella nostra situazione una società segreta non possa continuare a vivere per anni restando ignota alle masse. Basta che la polizia non abbia interesse a svelarne l’esistenza. Essa può certamente anche trovare modo di reclutare membri, come reclutano anche le Organizzazioni Comuniste Combattenti. Ma l’opera di educazione che essa svolge tra la classe operaia resta mutilata dal fatto che essa tra le masse agita solo quelle parole d’ordine che crede già “popolari” e “comprensibili” per le masse. Ciò è confermato dal fatto che, nella misura in cui i membri di simili organizzazioni segrete svolgono un lavoro tra le masse, sono costretti a scavalcare le direttive della loro organizzazione (ad esempio in questa fase lanciano la parola d’ordine della ricostruzione del partito comunista che è popolare e dà prospettiva, unità e continuità a tutto il lavoro immediato), ma nello stesso tempo a lasciarle sospese in aria (per stare all’esempio citato, non propongono un piano pratico e chiaro per la ricostruzione del partito comunista).

In conclusione una società segreta non svolge tra le masse un’opera efficace per imprimere alle loro forze, ai vari tipi di forze che esse oggi esprimono, una direzione di lavoro efficace ai fini dell’instaurazione del socialismo e promuovere la formazione della coscienza più elevata possibile e corrispondente a questo compito. Non le educa insomma nello spirito delle parole d’ordine dell’organizzazione clandestina.

Al contrario la propaganda del carattere clandestino del partito eleva la coscienza delle FSRS e dei lavoratori avanzati sulla natura del regime e sul modo di abbatterlo.


Cosa vuol dire “costruire il partito dalla clandestinità”?

In un suo libro di memorie (Tra reazione e rivoluzione, 1972) Luigi Longo ridicolizza la costruzione clandestina del partito comunista. Secondo lui costruire oggi un partito clandestino sarebbe “creare già nel periodo normale un embrione di struttura, di capisaldi, di organizzazioni del tutto clandestine, staccate dall’organizzazione e dal lavoro alla luce del sole. Ma è difficile mantenere in piedi un’organizzazione che non deve fare nulla fino al momento dell’illegalità”.

L. Longo pensa a una situazione “normale” in cui i comunisti lavorano completamente “alla luce del sole” e a una situazione d’illegalità in cui tutto il lavoro dei comunisti si svolge nella clandestinità. Nella situazione “normale” tutta l’attività è legale e l’organizzazione clandestina “non deve fare nulla”. Poi subentrerà una situazione in cui la borghesia e il suo Stato vieteranno alla classe operaia ogni attività politica e allora non vi sarà alcuna organizzazione legale e tutta l’attività politica della classe operaia ricadrà sull’organizzazione clandestina. Ma la realtà non è né l’una né l’altra. Anche la realtà del 1972 quando Longo faceva simili discorsi non era né l’una né l’altra cosa. Del resto Longo è palesemente un ipocrita: sapeva benissimo che né la borghesia in generale né il PCI in particolare nel 1972 facevano tutto “alla luce del sole”. L’attività politica condotta “alla luce del sole” (che già legalmente in un paese capitalista non copre le questioni decisive per la vita individuale e sociale che sono demandate all’iniziativa privata dei capitalisti) era anzi diventata in larga misura un “teatrino della politica” che nascondeva la parte più importante dell’attività politica. Certamente non è la nostra realtà attuale e non lo saranno le situazioni che dovremo affrontare nel futuro.


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Nel nostro paese sono due le principali concezioni errate sulla natura del partito comunista e sulla sua strategia con cui fare i conti.

1. La concezione elettoralista-riformista: secondo questa concezione sostanzialmente il partito comunista dovrebbe essere un organismo simile a quello che furono i partiti socialisti della II Internazionale (1889-1914) fino alla Prima Guerra Mondiale e i partiti comunisti sorti nei paesi imperialisti a democrazia borghese sull’onda suscitata dalla Rivoluzione d’Ottobre (PCI, PCF, ecc.): un partito che propaganda il comunismo e il socialismo, è solidale con i partiti comunisti e operai degli altri paesi, promuove lotte rivendicative e proteste, partecipa alle elezioni e alle altre attività della democrazia borghese e accumula per questa via forze in attesa che la situazione economica, politica e sociale precipiti, la rivolta delle masse si estenda e si trasformi in una ribellione generale della quale il partito assumerà la direzione guidando le masse alla presa del potere (è la concezione della “rivoluzione che scoppia”). Questa concezione era quella del PCI e anche dopo la svolta di Salerno (1943) e dopo il 1956 (XX Congresso del PCUS e VIII Congresso del PCI) rimase quella della sinistra del PCI (Secchia, Alberganti, Vaia, Noce, Vidali, Pesce, ecc.) e della sinistra di tutti i partiti comunisti dei paesi imperialisti. Oggi nel nostro paese è diffusa tra organismi e persone che sinceramente si professano marxiste-leniniste, danno una valutazione positiva della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (1917-1976) e aspirano al socialismo, ma non hanno fatto un bilancio e tirato insegnamenti dal fatto che

- nessuno di quei partiti ha instaurato il socialismo, benché in tutta la prima parte del secolo scorso la borghesia abbia imposto alle masse popolari dei loro paesi miseria, crisi e guerre; - quei partiti si sono dissolti (esemplare il caso del PCI) o ridotti a niente (esemplare il caso del PCF) quando (a partire dagli anni ’70) la borghesia ha incominciato a corrodere ed eliminare le conquiste che le masse popolari le avevano strappato nel periodo del “capitalismo dal volto umano” (1945-1975), quando il movimento comunista sorto nel mondo nell’ambito della prima Internazionale Comunista e il prestigio dell’Unione Sovietica erano ancora grandi e la borghesia imperialista aveva paura di perdere tutto.

2. La concezione militarista: i suoi fautori concepiscono il partito clandestino come una “organizzazione comunista combattente” (qualcosa come le Brigate Rosse e affini) che svolge azioni guerrigliere di propaganda armata o di “attacco al cuore dello Stato” (eliminazione di esponenti dello Stato e della classe dominante), contando di “dare l’esempio” e di convogliare la parte d’avanguardia del movimento di massa sul terreno della lotta armata (sul terreno militare, da qui la definizione di “concezione militarista”), che pensano sia l’aspetto principale della lotta politica rivoluzionaria.

Una delle principali innovazioni che il (nuovo)PCI ha portato alla concezione dei partiti comunisti dei paesi imperialisti riguarda la forma (la strategia) della rivoluzione socialista. Questa innovazione è basata sul bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e in particolare proprio sul bilancio dell’esperienza dei partiti comunisti dei paesi imperialisti.

La rivoluzione socialista è il risultato del lavoro condotto dal partito comunista secondo un piano di costruzione per tappe del nuovo potere (costituito dal partito comunista e dalla rete più o meno fitta ma che il Partito mira a rendere capillare di organizzazioni operaie e popolari generate e non generate da esso, ma da esso in vario modo orientate). Giunto ad un certo grado del suo sviluppo, il nuovo potere sostituisce (abbatte) il vecchio potere borghese e instaura il socialismo. La rivoluzione socialista è un processo che inizia con la fondazione del partito comunista, la quale è anche l’inizio della costruzione del nuovo potere. Solo con la concezione del “dualismo di potere” (lotta tra vecchio potere della borghesia e nuovo potere dei proletari aggregati attorno al partito comunista) è possibile comprendere l’essenza della rivoluzione socialista, promuoverla e dirigerla.

La costruzione di un partito comunista con le caratteristiche da noi definite (partito clandestino che segue la strategia della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata) è una cosa inedita in un paese imperialista. Nella costruzione del partito attingiamo dall’esperienza del movimento comunista internazionale (il maoismo) e nazionale e dalla nostra sperimentazione, dall’esperienza che noi stessi accumuliamo (“aprendoci la strada mentre avanziamo verso la cima della montagna”), ricavando attraverso il bilancio insegnamenti e nuovi principi, criteri, metodi e strumenti.

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Anche nei paesi più evoluti e nei periodi più tranquilli, dove la borghesia interviene meno apertamente a regolare e reprimere la propaganda e le attività organizzative dei comunisti, la struttura clandestina del partito non è una struttura di organismi e compagni che non fa nulla, che si allena solo in vista del futuro. La struttura clandestina del partito deve comprendere la direzione del partito, l’essenziale del sistema di collegamento tra le organizzazioni di base e la direzione, l’essenziale delle organizzazioni di base e tutto quanto è indispensabile allo svolgimento della loro attività. In ogni fase deve affiorare alla luce del sole solo quella parte della struttura del partito che il partito stesso valuta giusto far affiorare per il migliore svolgimento della sua attività. Una parte dei compagni che compongono il partito vivono da clandestini; altri membri del partito vivono normalmente e svolgono solo attività clandestine, altri membri infine vivono normalmente e svolgono attività politiche “alla luce del sole”, ma la loro appartenenza al partito è tenuta nascosta. Ovviamente gli organi di polizia politica compileranno egualmente le loro liste di sospetti, cercheranno di ricostruire l’organigramma del partito nella misura più completa che è loro possibile. Ma se il partito concepisce e organizza la sua attività in maniera giusta, gli elenchi della polizia politica comprenderanno solo la parte che il partito decide esso stesso di esporre alla schedatura, assieme a una maggioranza di compagni di FSRS che in realtà non appartengono al partito. In ogni situazione, nella più tranquilla per un motivo e nella più agitata per un altro, in ogni paese imperialista è alto il numero di compagni che, senza appartenere al partito, svolgono attività affini a quelle del partito e utili agli obiettivi del partito. Questo numero sarà tanto maggiore quanto più efficace, capillare e assidua sarà l’opera di orientamento politico e ideologico del partito. È proprio questo che fa sì che alcuni compagni, in buona fede, pensino che non occorre che il partito sia già oggi clandestino. Ma in realtà è il partito clandestino che assicura l’orientamento e la “protezione” di questa massa di più o meno consapevoli “fiancheggiatori”.

Invece le organizzazioni comuniste che oggi, anche nella situazione più tranquilla che possiamo immaginare, svolgono tutta la loro attività davvero “alla luce del sole” (cioè sotto il controllo della borghesia ed esposti alle sue manovre)

1. non svolgono tutte le attività che già oggi devono svolgere. Seguendo i loro dibattiti e la loro stampa, si nota ad esempio che esse non discutono liberamente e fino in fondo di alcuni aspetti chiave e indispensabili di un programma realmente rivoluzionario e di un piano di attività realmente rivoluzionaria (ad esempio il ruolo della violenza) e tanto meno fanno propaganda di essi tra le masse. Come faceva già notare Lenin nel 1916 parlando delle difficoltà in cui si dibattevano i socialdemocratici di sinistra tedeschi (A proposito dell’opuscolo di Junius, luglio 1916), solo un’organizzazione illegale può “elaborare fino in fondo le parole d’ordine rivoluzionarie ed educare sistematicamente le masse secondo il loro spirito”. Già solo questo crea una frattura non dichiarata ma reale tra esse e gli strati più vasti e più oppressi delle masse popolari;

2. non svolgono abbastanza bene le attività che svolgono. Oltre che dover censurare una parte della loro propaganda, tutte le loro attività sono svolte in modo da evitare di offrire appigli alla polizia politica e sono inquinate da manovre e intrusioni della polizia politica e di altre forze borghesi. Le organizzazioni che si dichiarano comuniste quasi si confondono con organizzazioni borghesi e piccolo-borghesi e con le organizzazioni popolari permeate dalla cultura borghese di sinistra. Tutto ciò ancora a scapito del loro legame con le masse;

3. non saranno in grado di continuare a svolgere neanche quelle attività che oggi svolgono quando esse saranno più indispensabili, cioè quando diventeranno tanto efficaci nel promuovere l’attività rivoluzionaria delle masse popolari che la borghesia le vieterà e cercherà con ogni mezzo di impedirle. La capacità di risolvere i problemi della propria sopravvivenza e del proprio funzionamento, di avere un sistema di direzione abbastanza efficiente quanto necessario per assolvere i propri compiti e di mantenere e alimentare un rapporto efficace con le masse può formarsi solo sulla base di una lunga esperienza: è impossibile improvvisarla.

Costruire oggi il partito comunista a partire dalla clandestinità è questione di porre su basi solide e durature, inattaccabili dalla borghesia, la direzione e la struttura essenziale del movimento rivoluzionario che un po’ alla volta si svilupperà nel paese.

Tanto è necessaria la clandestinità del partito comunista che persino le FSRS che sono contrarie alla clandestinità di fatto, per forza di cose, se non sono realmente per la “via pacifica e democratica al socialismo”, cioè se non sono la succursale filantropica della parrocchia e della questura, una versione laica delle organizzazioni operaie e popolari parrocchiali, sono obbligate a svolgere attività clandestine, ma le svolgono in forma dilettantesca, occasionale, artigianale. Ogni lavoratore che resiste al padrone, nasconde le sue risorse e le sue mosse al padrone. Il partito comunista raccoglie questa esperienza, la elabora e la eleva a sistema di attività politica. La lotta che la classe operaia deve condurre per realizzare la sua emancipazione dalla borghesia non è una lotta tra opinioni diverse. È una guerra tra classi che hanno interessi antagonisti. La storia ha dimostrato e l’esperienza conferma che non c’è mezzo a cui la classe dominante e le vecchie classi sfruttatrici non ricorrono per difendere e perpetuare i loro privilegi. Il partito comunista deve essere in grado di guidare la classe operaia a essere all’altezza di questo scontro per uscirne vincente. Questo è “costruire il partito dalla clandestinità”.


A cosa serve un’organizzazione clandestina se non fate lotta armata?

Porre una domanda del genere vuol dire ignorare completamente gli aspetti decisivi della politica rivoluzionaria che consistono nell’elaborare una giusta analisi della situazione, elaborare giuste linee politiche che tengono contemporaneamente conto degli obiettivi che dobbiamo raggiungere, della situazione generale e dello stato d’animo e delle condizioni concrete delle masse, portare queste linee alle masse e tradurle in parole d’ordine in ogni situazione concreta, fare il bilancio delle esperienze, organizzare le forze del partito e delle masse (organizzazioni di massa) e dirigerle nella lotta contro la borghesia. Questa è la concezione marxista della lotta di classe e del ruolo dei comunisti in essa, indicata già nel Manifesto del partito comunista del 1848. Tutte queste funzioni essenziali del partito stanno a monte della lotta armata che è solo uno sviluppo e una manifestazione particolare di esse, che può svilupparsi vittoriosamente solo come emanazione e prolungamento di esse, esattamente come “continuazione della politica con altri mezzi” (per usare una espressione celebre). È tipico dei militaristi rovesciare le priorità e considerare la lotta armata come la vera attività rivoluzionaria e il resto come attività ausiliarie e secondarie. È questa mentalità che si riflette nella domanda. Chi la pone non ha una concezione marxista della società e della lotta di classe. Ha una concezione riduttiva, semplicistica, schematica della società e della lotta di classe. Siccome la borghesia usa la violenza per reprimere le masse quando rifiutano di essere sfruttate, allora ne conclude che la violenza è l’unico strumento con cui la borghesia tiene sottomesse le masse o che è sempre il principale strumento. Siccome in definitiva l’eliminazione del potere della borghesia avviene a mezzo di uno scontro armato con essa, allora se ne deduce che la lotta di classe si riduce allo scontro armato con la borghesia. Tutte semplificazioni che portano a una visione distorta della realtà e a una linea politica fallimentare. I comunisti sono il solo partito che ha diretto gli operai e le masse popolari a condurre delle guerre e delle guerre vittoriose contro la borghesia. Ma proprio perché hanno una concezione realistica (scientifica) della società, dell’oppressione di classe e della lotta di classe.


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La concezione militarista della clandestinità

La concezione militarista della clandestinità (“la clandestinità serve per fare la lotta armata) è frutto del mancato bilancio o di errori nel bilancio degli anni ‘70. L’errore principale nel bilancio degli anni ‘70 consiste nel considerare come aspetto principale di quegli anni la lotta armata (errore che sopravvive oggi nei compagni che non fanno distinzione tra i vari gruppi che praticarono la lotta armata e in quelli che hanno una concezione militarista della clandestinità). La lotta armata era stata espressione diffusa del limite a cui era arrivato il “capitalismo dal volto umano” (la pratica della lotta armata è esplosa in vari paesi imperialisti al culmine dello sviluppo di esso) ed era stata la conferma che in realtà il movimento comunista non può procedere illimitatamente per aumento delle conquiste (di conquista in conquista): deve fare un salto di qualità, deve prendere il potere e instaurare il socialismo. Avanzando di conquista in conquista nell’ambito delle relazioni proprie di una società divisa in classi antagoniste, le masse popolari si scontrano con la repressione che la classe dominante esercita tramite le sue forze armate. Alle sue armi, istintivamente, spontaneamente le masse popolari sono portate a opporsi con le armi. Ma in realtà “il potere posa sulla canna del fucile” (Mao Tse-tung), non è il fucile. Le armi sono uno strumento (indispensabile) della borghesia, non sono la fonte del suo dominio. In realtà, per chi guarda alla storia degli anni ‘70 usando il materialismo dialettico per capire il corso logico degli eventi, l’aspetto principale di quegli anni era stata “la ricostruzione del partito comunista usando la lotta armata come strumento”. Solo le Brigate Rosse impersonavano questo aspetto e avevano “scoperto l’America”, ma non avevano e non riuscirono a darsi gli strumenti per “conquistarla”.

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Perché già oggi è indispensabile “costruire il partito dalla clandestinità”?

Costruire il partito comunista dalla clandestinità è un’impresa da incominciare e condurre avanti già oggi alacremente, approfittando il più possibile e il più a lungo possibile del fatto che la borghesia imperialista concentra nella repressione del partito comunista una parte relativamente debole delle sue forze. A noi comunisti, membri del partito clandestino, la legalità “non ci uccide” perché ne approfittiamo, “uccide” la borghesia. Man mano che le forze capaci di eliminare l’attuale ordinamento sociale e instaurarne uno superiore, il socialismo, cresceranno di forza al punto da diventare un pericolo in qualche misura significativo per la borghesia, non vi è dubbio che questa cercherà di schiacciarle. Non mancano già ora precisi segnali in questo senso e la storia al riguardo non lascia dubbi. Solo degli avventurieri o degli sprovveduti quindi costruiscono queste forze senza tener conto fin dall’inizio del futuro che le attende. Cose che oggi sembrano fuori luogo a chi non guarda oltre il proprio naso, cose che a volte sembrano persino rallentare il nostro lavoro, diventano del tutto ragionevoli e anzi necessarie se si considera la situazione con una certa lungimiranza e si tiene conto delle lezioni della storia del movimento comunista. Uno dei classici del comunismo, e non degli ultimi, in uno scritto del luglio 1916, riferendosi a Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Leo Jogisches (che poi nel 1919 saranno tutti trucidati dagli squadroni della morte sostenuti dai socialdemocratici), cioè ai migliori dirigenti rivoluzionari della classe operaia tedesca dell’epoca, scriveva: “Il maggior difetto di tutto il marxismo rivoluzionario in Germania è la mancanza di una salda organizzazione clandestina che propugni la sua linea in modo sistematico ed educhi le masse in conformità ai nuovi compiti” e un po’ oltre: “Nell’opuscolo di Junius (cioè di Rosa Luxemburg, pubblicato clandestinamente) si sente l’isolato, che non appartiene a un’organizzazione clandestina abituata a elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie e a educare sistematicamente le masse nel loro spirito” (Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, luglio 1916). È solo un passo tra i tanti di un classico del comunismo che i pedanti del marxismo del suo tempo accusarono più volte di anarchismo e di blanquismo. Ma la realtà dimostrò che era l’interprete più fedele dello spirito rivoluzionario del marxismo.


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Partito comunista clandestino e storia del movimento comunista

La storia del movimento comunista è ricca di esempi di partiti clandestini. Essa ci offre due tipi di insegnamenti in proposito.

Gli insegnamenti del primo tipo sono quelli in positivo: i comunisti che hanno condotto la loro lotta con successo fino alla conquista del potere erano organizzati in partiti clandestini, liberi dalle leggi e dal controllo delle classi reazionarie e conservatrici ed erano educati al lavoro clandestino ben prima del momento degli scontri decisivi.

L’esempio più glorioso e a noi più vicino è quello del POSDR (Partito operaio socialdemocratico di Russia) nel periodo tra il 1905 e il 1914. La rivoluzione del 1905 aveva allargato i margini di azione legale al punto che dal 1906 al 1914 il POSDR ebbe un suo gruppo parlamentare e una parte del partito lottò per la liquidazione del partito clandestino e per sostituirlo con un partito operaio legale. Contemporaneamente una parte del partito voleva che il partito non sviluppasse il lavoro aperto sfruttando tutte le possibilità che la situazione concreta (legale o di fatto) presentava. Lenin e i suoi compagni in quel periodo lottarono strenuamente contro le due deviazioni.

Non vi è nella storia del movimento comunista un solo esempio di partito comunista che sia riuscito a portare la classe operaia al potere operando principalmente come partito legale, cioè sottoposto alle leggi e al controllo delle classi reazionarie o conservatrici. I compagni che si oppongono a che il partito comunista venga costruito a partire dalla clandestinità, se si riconoscono come eredi e membri del movimento comunista dovrebbero spiegare come conciliano la loro opposizione al carattere clandestino del partito con l’esperienza del movimento comunista.

Gli insegnamenti del secondo tipo sono quelli in negativo: i comunisti che si sono trovati nel mezzo di un rivolgimento rivoluzionario senza aver previamente costruito un partito clandestino, si sono trovati nell’impossibilità di adempiere con successo al loro ruolo. Ogni volta che lo scontro si è fatto acuto, che la lotta rivoluzionaria è diventata di massa, è emerso chiaramente che l’esistenza solo “alla luce del sole” non bastava per assicurare l’autonomia organizzativa della classe operaia dalla borghesia, condizione necessaria (benché non sufficiente) della sua autonomia politica: anche quando lo Stato non vietava formalmente ogni forma di esistenza al partito.

L’esempio più chiaro e a noi vicino è quello del Partito socialdemocratico tedesco nel corso della Prima guerra mondiale. Questo partito aveva abbandonato ogni attività clandestina sistematica e centralizzata dopo che il Parlamento dell’Impero tedesco nel gennaio 1890 aveva posto fine alle leggi speciali antisocialiste. Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, la sua ala sinistra si ritrovò impotente a sviluppare l’attività rivoluzionaria necessaria e l’ala destra riuscì a imporre la sua linea a tutto il partito facendosi forte del fatto che se il partito avesse preso posizione contro la guerra, la borghesia avrebbe sciolto tutte le organizzazioni socialdemocratiche: cosa che forse le sarebbe effettivamente riuscita essendo queste tutte “alla luce del sole”.

Durante la Prima guerra mondiale Lenin, considerando l’attività rivoluzionaria svolta dalla sinistra del Partito socialdemocratico tedesco, osservava che "la debolezza maggiore dei comunisti tedeschi consiste nella mancanza di una esperienza consolidata di attività clandestina".

La mancanza di una consolidata esperienza di lotta clandestina fu anche la causa organizzativa del fallimento del neonato Partito comunista tedesco nel dirigere alla vittoria la rivoluzione in Germania alla fine della Prima guerra mondiale. La borghesia riuscì addirittura a decapitare il partito, uccidendo i suoi massimi dirigenti, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

I rivoluzionari avversari del partito clandestino dovrebbero dimostrare che esso non è necessario.

L’insegnamento che ci è dato dalla storia della Germania, ci è dato anche dalla storia di ogni paese in cui vi è stata una situazione rivoluzionaria e i comunisti dell’epoca non erano organizzati in un partito clandestino. Pensare che un partito non sperimentato possa passare alla clandestinità quando le masse sono già in fermento, nell’imminenza dello scontro decisivo, è un errore: chiunque ha vissuto o studiato a fondo situazioni del genere lo può dire. Al contrario: quando il fermento diventa di massa, un partito clandestino non ha difficoltà a emergere dalla clandestinità alla luce del sole nella misura necessaria per dirigere il movimento. E lo può fare nella misura necessaria e proficuamente tanto più quanto più ha imparato a esistere e operare come partito clandestino.

Il carattere clandestino del partito comunista è quindi un insegnamento della storia della prima ondata della rivoluzione proletaria. Qualcuno obietterà che il primo PCI aveva creato un apparato clandestino già prima del 31 ottobre 1926, quando il governo emanò le leggi eccezionali che mettevano fuori legge tutti i partiti di opposizione, compreso il partito comunista. Quando diciamo partito clandestino, non intendiamo un partito che ha anche un apparato clandestino, ma un partito che ha anche un lavoro aperto (pubblico, controllato dalla borghesia imperialista). Intendiamo un partito che è “a fianco della classe operaia” nel senso che crea le condizioni necessarie per continuare a svolgere verso la classe operaia il compito di direzione che gli è proprio e di cui la classe operaia ha bisogno. Proprio dall’esperienza del vecchio PCI impariamo che non basta avere un apparato clandestino (ora neanche più spalleggiato da una Internazionale Comunista) per essere all’altezza dei compiti che la nuova situazione rivoluzionaria pone. Occorre che la direzione sia clandestina e che dalla clandestinità diriga anche il lavoro aperto del partito e delle sue organizzazioni di massa, come ad esempio fece il PCI nelle zone occupate dai nazisti dopo il 1943. Collocare nella legalità la sua direzione, pur mantenendo un apparato clandestino, fu dopo il 1945 uno dei segnali della linea sbagliata seguita dal PCI nel dopoguerra.

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Per noi comunisti si tratta di prevenire la borghesia, di anticipare le sue mosse anziché subirle. I partiti comunisti europei della prima Internazionale Comunista (IC) divennero tutti clandestini quando la borghesia li mise fuori legge. La loro attività successiva confuta nella pratica la tesi che in un paese imperialista un partito comunista clandestino è “staccato dalle masse”, non può operare, svolgere il suo compito e rafforzarsi fino a condurre la classe operaia alla vittoria. Ma subirono gravi perdite (soprattutto in Italia e in Germania) per non avere anticipato l’iniziativa della borghesia. Essi però ebbero sempre l’aiuto della IC di cui erano sezioni nazionali. Il retroterra della IC, che operava liberamente, in qualche misura attenuava le conseguenze pratiche del fatto che le singole sezioni non erano clandestine. La loro esperienza conferma che avrebbero dovuto organizzarsi come partiti clandestini di loro iniziativa. Quanto successo ai partiti comunisti dell’Indonesia e del Sudan negli anni ’60 e del Cile negli anni ’70, che pure avevano il sostegno di un campo socialista ancora forte, mostra ancora più quanto sia necessario che noi costruiamo già oggi il partito dalla clandestinità. Non solo per essere preparati di fronte alle aggressioni della borghesia, ma soprattutto per poter educare fin da oggi le masse nello spirito degli obiettivi rivoluzionari e accumulare forze rivoluzionarie.


Ma un partito clandestino non è per forza di cose slegato dalle masse?

Il legame del partito con le masse è anzitutto il risultato della sua concezione marxista della lotta rivoluzionaria e della sua linea politica aderente alle leggi e alle contraddizioni reali del movimento delle masse popolari e della società. In secondo luogo è il risultato della sua composizione di classe, del fatto di essere l’organizzazione degli operai d’avanguardia, più avanzati. In terzo luogo è il risultato dell’applicazione nella pratica della linea di massa nell’attuazione della sua linea politica. Se il partito risolve in maniera abbastanza giusta queste tre questioni esso si lega alle masse sempre più strettamente. Se non risolve in modo giusto tutte queste tre questioni, il partito non sarà legato alle masse anche se i suoi membri sono tutto il giorno e ogni giorno in mezzo ai lavoratori e sono conosciuti “da tutti” come membri del partito. Ora il partito clandestino, proprio per la sua natura clandestina, può svolgere la sua attività regolandola sulle sue forze e sulle necessità della classe operaia e delle masse popolari. Mentre un partito legale deve anche, e in alcuni casi anzitutto, tener conto di quello che la borghesia tollera o vieta e regolare su questo la sua attività. Un partito legale ha quindi in linea di massima meno possibilità di legarsi alle masse di quante ne abbia un partito clandestino. Questa affermazione sembrerà paradossale a quelli il cui orizzonte della lotta politica è limitato alle elezioni e alle assemblee, ma non per questo è meno vera. Chi concepisce il legame con le masse come legame con il loro lato abitudinario, arretrato e reazionario, non capisce come le masse popolari russe potevano essere legate a uomini come Lenin o Stalin e alle organizzazioni bolsceviche che per anni erano state immerse nella illegalità più profonda o addirittura all’estero. Un partito clandestino è in condizioni sia di elaborare le sue parole d’ordine liberamente in conformità alle esigenze del movimento rivoluzionario delle masse sia di educare sistematicamente le masse secondo il loro spirito. Esso può parlare al cuore delle masse, dire loro quello che loro stesse non sanno dire e non osano sperare. Questo è ripetutamente confermato dalla storia del movimento comunista. Il partito bolscevico, il partito comunista cinese, altri partiti comunisti e in particolare anche il partito comunista italiano durante la lotta contro il fascismo e durante la Resistenza stabilirono forti legami con le masse operando dalla clandestinità, nonostante la persecuzione cui la borghesia li sottoponeva. Proprio perché essi aderivano con le loro parole d’ordine e le loro attività alle più profonde aspirazioni e necessità degli operai e del resto delle masse popolari.


Un partito comunista non crea con la sua sola esistenza un terreno favorevole perché la borghesia reprima i comunisti e i lavoratori avanzati?

La borghesia non reprime i comunisti perché sono clandestini. Li reprime perché mobilitano le masse contro lo sfruttamento e l’oppressione. Perché la loro attività e la loro direzione rendono le masse popolari invincibili, rendono impossibile alla borghesia continuare a sfruttarle e ad opprimerle, rendono impossibile la sopravvivenza del suo ordinamento sociale, del capitalismo. Certo, in determinate circostanze la borghesia proclamerà che essa perseguita i comunisti “solo perché sono clandestini”, che essa “non avrebbe nulla contro i comunisti se lavorassero alla luce del sole come gli altri partiti”. Essa cercherà di mettere contro i comunisti le masse dicendo che i comunisti sono la causa della repressione, come i nazifascisti dicevano che le loro barbare azioni erano causate dai partigiani. Ma il fatto è che se i comunisti fossero a portata delle sue mani, la borghesia eliminerebbe quelli che non si adattano a fare solo quello che per essa è compatibile.

“I comunisti sono la causa della repressione” è solo una tesi demagogica con cui la borghesia cerca di isolare i comunisti dalle masse, di mettere le masse contro i comunisti. Bisogna quindi aver cura di contrastare questa propaganda, mostrando che senza i comunisti la borghesia opprime e sfrutta più liberamente le masse. La crisi del movimento comunista ha lasciato molta libertà alla borghesia, ha lasciato assurgere agli onori individui come Margaret Thatcher, Reagan, Berlusconi, Bush e le masse ne subiscono le conseguenze. Questo è il punto. La borghesia non tollera gli ostacoli che i comunisti creano allo sfruttamento e all’oppressione delle masse. Un partito comunista clandestino è particolarmente efficace nell’ostacolare la borghesia e quindi la borghesia scatena la sua persecuzione contro di esso.

Ma proprio per questo l’esistenza del partito clandestino è in molte circostanze una protezione per le masse popolari. Grosso modo come l’esistenza di un campo socialista era un elemento di forza per le masse popolari perché la borghesia doveva dimostrare che “il capitalismo è meglio del socialismo”. Quando la borghesia non può direttamente eliminare il partito comunista clandestino che non è alla portata delle sue mani, essa cerca di dissuadere gli elementi avanzati delle masse popolari dall’aderire al partito. Siccome quando la borghesia cerca di colpirli, essi trovano sostegno e rifugio proprio nel partito comunista e quindi lo rafforzano, essa ha un motivo in più per andare cauta nella repressione di massa.

Per questo è molto importante denunciare pubblicamente nella misura più efficace possibile ogni atto di repressione. Quanto più numerosi sono gli individui e le organizzazioni che, anziché tacere e accodarsi alla borghesia aderendo al suo “fronte comune contro il terrorismo” e alla sua “guerra mondiale contro il terrorismo” (e quindi ridursi a combattere quelli che la borghesia dichiara terroristi), in qualche modo protestano contro ogni sua misura repressiva, tanto più difficile sarà per la borghesia reprimere e scatenare guerre e quindi tanto più ampio e semplice sarà il lavoro di raccolta e formazione delle forze rivoluzionarie. Non temiamo la repressione al punto da rassegnarci a quello che la borghesia vuole, ma cerchiamo con tutte le nostre forze di ostacolarla e ritardarla. Anche perché sappiamo che la borghesia non reprime perché ci sono i comunisti, ma perché deve ledere gli interessi immediati e diretti delle masse popolari e quindi deve prevenire e indebolire la loro ribellione su larga scala colpendo le avanguardie della loro resistenza, i suoi promotori e animatori, i comunisti.


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“Quella gente [Lenin parla dei dirigenti e funzionari sindacali del Partito socialdemocratico tedesco nel 1915, ma potrebbe parlare anche di gente di oggi - ndr] è talmente corrotta e istupidita dalla legalità borghese, che non può neppure comprendere l’idea della necessità di altre organizzazioni, cioè di organizzazioni illegali, per dirigere la lotta rivoluzionaria. Quella gente è giunta a immaginarsi che i sindacati legali, esistenti per autorizzazione della polizia, siano un limite oltre il quale non si può andare: che sia possibile che simili sindacati funzionino davvero come organismi dirigenti della classe operaia anche in un periodo di crisi. (...) Il sistema formato solo da organizzazioni legali, il sistema organizzativo completamente legale dei partiti “europei” ha fatto il suo tempo e, in seguito allo sviluppo del capitalismo oltre la fase preimperialista, si è trasformato nel fondamento della politica operaia borghese.

È necessario completarlo con la creazione di una struttura illegale, di un’organizzazione illegale, dell’attività socialdemocratica illegale, senza cedere però neppure una delle posizioni legali” (Lenin, Il fallimento della II Internazionale, maggio - giugno 1915).

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Quale è stata nel corso del movimento comunista la posizione dei comunisti sul carattere clandestino del partito comunista?

L’epoca delle rivoluzioni socialiste è incominciata con l’inizio della fase imperialista del capitalismo, alla fine del secolo XIX. Il partito bolscevico era clandestino non solo perché lo zarismo vietava la sua attività legale, ma perché riteneva che solo un partito clandestino era in grado di “elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie ed educare sistematicamente le masse nel loro spirito”. Lenin e i suoi sostennero in modo intransigente il carattere clandestino del partito contro quelli che volevano costituire un partito legale o, in mancanza di autorizzazione da parte delle autorità, un partito che lottasse per indurre le autorità ad accettare la sua esistenza e attività legale, come facevano i liberali borghesi dato che anche ai loro partiti lo zarismo vietava un’esistenza legale. Nello scritto Partito illegale e lavoro legale del novembre 1912 Lenin illustra chiaramente proprio questo concetto: il partito comunista svolge, promuove e dirige le attività legali (“alla luce del sole”) più ampie e più varie che la situazione consente, per educare tramite esse le masse agli obiettivi e alle parole d’ordine del partito illegale e legarle alla sua politica rivoluzionaria. Quando nel 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale e tutta l’Europa si trovò immersa in una situazione rivoluzionaria di lunga durata (che Lenin illustra nello scritto Il fallimento della II Internazionale del maggio - giugno 1915), egli sostenne che il limite più grave dei socialdemocratici di sinistra dei paesi europei, ciò che limitava la loro capacità di svolgere le attività di cui le masse avevano più bisogno e quindi limitava il loro legame con le masse, era la mancanza di una collaudata organizzazione clandestina, abituata ad elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie e ad educare nel loro spirito le masse.


La prima Internazionale Comunista pose ai partiti socialisti che volevano aderire come condizione per accettarne l’adesione (la terza delle 21 condizioni approvate dal 2° Congresso dell’IC nel 1920) la costituzione di un apparato clandestino che assicurasse la continuità dell’azione del partito anche nel caso in cui la borghesia ricorresse allo stato d’assedio e a misure di emergenza. La pratica dimostrò che questa condizione non era sufficiente perché nei paesi in cui lo ritenne necessario la borghesia fece ricorso a regimi terroristici di massa (fascismo, nazismo). In questi paesi fu la borghesia la maestra dei partiti comunisti e insegnò loro che per non rinunciare al loro ruolo dovevano diventare partiti clandestini. Essi lo divennero e condussero vittoriosamente la loro attività fino a concludere in condizioni di grande forza la lotta contro il fascismo e il nazismo in Italia, in Francia, in Belgio, in Olanda, in Cecoslovacchia, in altri paesi dell’Europa orientale e a suo modo anche in Germania. L’insegnamento universale che si ricava dall’esperienza dei partiti comunisti costruiti nell’ambito della prima Internazionale Comunista è che i partiti comunisti devono essere clandestini e svolgere la più ampia e varia attività legale che la situazione concreta consente. È importante rilevare che tutte le FSRS legali che non hanno convenuto sulla giustezza della tesi enunciata e messa in pratica dalla CP nel 1998 (la “settima discriminante”) non hanno mai osato discutere apertamente di questo insegnamento dell’esperienza del movimento comunista. Ogni compagno deve chiedersene e chiedere il perché.


A vostro parere la linea “costruire il partito dalla clandestinità” vale solo per il nostro paese o vale per tutti i paesi imperialisti?

A noi pare evidente che l’insegnamento del movimento comunista che ho prima indicato è un insegnamento che ha validità universale, valido per tutti i paesi imperialisti. Tutti quelli che sono impegnati a costruire nuovi partiti comunisti o che, avendoli costituiti, sono impegnati a rafforzarli, dovrebbero e per forza di cose prima o poi dovranno fare i conti con questo insegnamento. Il Partito Comunista di Spagna (ricostituito), fondato nel 1975, ha fin dalla sua costituzione rivendicato la clandestinità come un carattere indispensabile e ha continuato ad attenersi a questa anche quando la borghesia spagnola cercò di liquidare il movimento comunista con la Riforma (1978-1982) che diede alla Spagna un regime politico simile a quello degli altri paesi imperialisti. Sotto questo aspetto è stato all’avanguardia in Europa e certamente dispone di un ricco patrimonio di esperienze.

Detto questo, resta però da dire che le forme della ricostruzione e del rafforzamento del partito comunista, oltre che seguire leggi universali, devono anche tenere conto delle condizioni particolari di ogni paese. Quindi ci guardiamo bene dal sostenere che in tutti i paesi i comunisti debbano seguire una via analoga a quella che stiamo seguendo in Italia e dal pretendere di dire agli uni o agli altri come precisamente devono risolvere i problemi della loro ricostruzione. Solo sollecitiamo tutti ad affrontare essi stessi il problema. Fa parte del nostro dovere internazionalista. Vogliamo imparare dall’esperienza degli altri e siamo disposti a far conoscere la nostra, nello spirito dell’internazionalismo proletario.

Ernesto V.