La Voce 83 - luglio 2026
Per la rinascita del movimento comunista cosciente e
organizzato
Le condizioni, le forme e i risultati della lotta
di classe
Dalla “cassetta degli attrezzi” del marxismo-leninismo-maoismo
Comprendere il corso delle cose per trasformare la realtà secondo le sue leggi di sviluppo via via sintetizzate nella scienza comunista
L’inquinamento, la devastazione e il saccheggio dell’ambiente prodotti dal capitalismo - che per sua natura deve espandere all’infinito produzione e consumo - sono giunti a un livello tale da mettere in pericolo la sopravvivenza del pianeta e con esso della specie umana, la crisi generale del capitalismo è nuovamente sfociata nella guerra, lo scontro tra allargamento della Terza guerra mondiale e sviluppo della rivoluzione proletaria - socialista e di nuova democrazia - diventa più aperto, la lotta tra la mobilitazione reazionaria e la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari entra più nel vivo. In questa situazione, come spiegava bene Lenin nel Che fare?, le masse non hanno bisogno che i comunisti vadano tra le masse ad allargarne le file, a fare quello che già esse fanno, quand’anche con più energia, entusiasmo e dedizione. Le masse popolari vinceranno la guerra che le oppone alla borghesia imperialista perché i comunisti comprendono sempre più a fondo le condizioni della lotta di classe, correggono i loro errori, superano i loro limiti e applicano le lezioni dell’esperienza nel promuovere e dirigere la rivoluzione socialista. È grazie alla comprensione del corso delle cose che il partito comunista orienta la lotta delle masse popolari, fa confluire ogni lotta come un rivolo nel grande fiume della rivoluzione socialista (trattando con cognizione di causa, giustamente, la contraddizione tra l’immediato e lo strategico, il particolare e il generale, il nostro paese e il mondo, l’economia nazionale e l’economia mondiale), fa crescere fra le masse popolari il numero degli elementi avanzati e via via fa progredire la loro organizzazione e la loro coscienza.
La comprensione più profonda delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe è la base perché i comunisti assolvano al proprio compito di “spingere sempre in avanti la lotta di classe”. È anche il campo in cui nel movimento comunista del nostro paese, anche in quella parte di esso che ha ricominciato a parlare di lotta per il socialismo e a propagandarlo, ci sono oscillazioni importanti, ci sono posizioni avanzate che convivono con posizioni arretrate, ci sono incoerenze tra teoria e pratica, tra obiettivi e parole d’ordine dichiarate e linea d’azione seguita, ci sono passi avanti e passi indietro. L’affermazione che “non si attende l’ora x, la si prepara” convive con la tesi che “non siamo in una situazione rivoluzionaria” e approda nella linea di “intensificare la lotta contro le politiche antipopolari del governo, denunciando al contempo il carattere di classe di ciascuna delle false alternative del bipolarismo, (...) la lotta contro la guerra imperialista, contro la NATO e l’UE (…)” e di elaborare “un quadro complessivo di lotte e intervento per i salari, contro il carovita, per le pensioni, per le condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori, per l’abolizione delle leggi antioperaie e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per una sanità, un’istruzione e un sistema assistenziale e di sicurezza sociale esclusivamente pubblici e gratuiti” (Fronte della Gioventù Comunista - Fronte Comunista). Alla dichiarazione di “percepirsi e agire come parte di un movimento per e verso il socialismo” fa da contraltare le tesi che “socialismo e mercato possono convivere” e che “siamo in un periodo di trasformazioni sociali che dobbiamo cogliere e farci trovare pronti, ma non è ancora un periodo di rivoluzione sociale” per cui il riconoscimento, importante e fecondo di sviluppi, che “uno sciopero chiaramente ‘politico’ come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali” rischia di partorire il topolino della formazione di una lista per le elezioni politiche del 2027; di contro all’aspirazione a “non fermarsi a descrivere la ferocia del nemico ma individuare le contraddizioni che aprono la via ai processi rivoluzionari”, rimane forte l’abitudine ad attestarsi a indagare le intenzioni dei caporioni della borghesia imperialista e le manifestazioni fenomeniche - capitalismo predatorio, capitalismo della sorveglianza, capitalismo digitale, capitalismo estrattivo, ecc. - della putrefazione del sistema imperialista erette a “forme con cui il capitalismo, nella sua dimensione imperialista, sta cercando di uscire dalla crisi sistemica che lo attanaglia” (Potere al Popolo/Rete dei Comunisti).
Siamo o meno in una situazione rivoluzionaria, da dove ha origine lo sconvolgimento generale in cui siamo immersi e quale ne è lo sbocco? Sono questioni generali su cui i comunisti nel nostro paese (e nel resto del mondo) devono farsi idee precise, scientificamente fondate, perché da esse discendono la linea e gli obiettivi che perseguono nella lotta di classe e l’organizzazione che si danno. Abbiamo iniziato ad affrontarle nel numero scorso di La Voce (Il compito dei comunisti). Qui ci torniamo attingendo alla “cassetta degli attrezzi” del marxismo-leninismo-maoismo, alla scienza della costruzione del nuovo mondo del comunismo. Essa contiene non le istruzioni su “che fare” qui e ora, ma la chiave per comprendere il corso delle cose e gli sviluppi possibili in esso insiti, quindi per decidere con cognizione di causa “che fare” qui e ora.
Siamo in una situazione rivoluzionaria
Lenin e le condizioni oggettive e soggettive della rivoluzione (1)
[da Il fallimento della II Internazionale (1915), in Opere vol. 21 Editori Riuniti, reperibile anche nel sito www.nuovopci.it]
“Ma non può darsi [Lenin sta esaminando il tradimento consumato a fronte dello scoppio della Prima Guerra Mondiale dai capi della II Internazionale che nel 1912, nella risoluzione del Congresso internazionale socialista di Basilea, avevano concretamente analizzato la natura della guerra imperialista che si profilava all’orizzonte - ndr] che i socialisti sinceri fossero a favore della risoluzione di Basilea nella previsione che la guerra avrebbe creato una situazione rivoluzionaria, e che i fatti li abbiano smentiti e che la rivoluzione si sia dimostrata impossibile?
1. Marx ed Engels
combatterono la politica di setta, di piccolo gruppo e la strategia
da colpo di mano praticata da alcuni dei primi gruppi socialisti e
misero in luce che essa mutuava concezione del movimento politico
della società e forme di lotta dalla rivoluzione borghese, che non
corrispondevano però alle condizioni specifiche della nuova società
creata dalla stessa borghesia e quindi alle condizioni specifiche
della rivoluzione proletaria. Essi misero in luce che la rivoluzione
socialista doveva essere, e non poteva che essere, opera della classe
operaia stessa che dirigeva le altre classi oppresse della società
borghese.
Lenin ha sviluppato questa teoria di Marx ed Engels nella teoria della “situazione rivoluzionaria”. Egli ha mostrato che la rivoluzione non è possibile senza una situazione rivoluzionaria, una crisi che coinvolge “l’intera società” e che, quindi, il partito comunista doveva basare la sua direzione sulla comprensione dello svolgimento della situazione rivoluzionaria stessa.
Mao Tse-tung [Una scintilla può
dar fuoco a tutta la prateria (1930) e Perché in Cina può
esistere il potere rosso? (1928), in Opere di Mao
Tse-tung, vol. 2, Edizioni Rapporti Sociali] ha sviluppato la teoria
leninista della situazione rivoluzionaria nella teoria della
“situazione rivoluzionaria in sviluppo”, cioè di un periodo
relativamente lungo in cui il regime politico borghese, per precise
cause economiche proprie dell’epoca imperialista, non riesce ad
avere un assetto stabile. In periodi di questo genere le forze della
rivoluzione possono, se sfruttano le leggi proprie del periodo e
regolano su di esse la loro tattica, crescere fino a rovesciare il
rapporto di forza e prendere il potere. Da una parte ha tenuto ferma
la tesi che la “situazione oggettiva” regola l’attività
rivoluzionaria, che le forze rivoluzionarie devono regolare la loro
strategia e la loro tattica in base allo sviluppo concreto di quella
e dall’altra ha mostrato che questo non riguarda solo il “colpo
finale” portato al vecchio regime, ma riguarda anche il processo di
accumulazione delle forze rivoluzionarie.
Precisamente con tale sofisma Cunow (nell’opuscolo Fallimento del partito? e in una serie di articoli) tenta di giustificare il suo passaggio nel campo della borghesia; e, in forma allusiva, incontriamo “argomenti” simili in quasi tutti i socialsciovinisti, con a capo Kautsky. Le speranze nella rivoluzione si sono dimostrate illusorie e non è da marxisti difendere delle illusioni: ecco come ragiona Cunow. Ma questo struvista [seguace di Struve, un intellettuale russo travisatore del marxismo: lo interpretava come descrizione del percorso che l’umanità avrebbe seguito indipendentemente dalla lotta di classe a cui si opponeva con determinazione - ndr] non dice parola riguardo alle “illusioni” di tutti i firmatari del manifesto di Basilea e, da vero gentiluomo com’egli è, tenta di scaricarne la colpa sui rappresentanti dell’estrema sinistra, del genere di Pannekoek e Radek!
Esaminiamo la sostanza di quest’argomento, secondo il quale gli autori del manifesto di Basilea presupponevano sinceramente lo scoppio della rivoluzione e sono poi stati smentiti dai fatti. Il manifesto di Basilea dice: 1. che la guerra creerà una crisi economica e politica; 2. che i lavoratori considereranno la loro partecipazione alla guerra come un delitto e riterranno criminoso “sparare gli uni sugli altri per il profitto dei capitalisti, per l’orgoglio delle dinastie e per la stipulazione di trattati segreti’; e che la guerra provocherà tra gli operai “l’indignazione e la collera”; 3. che i socialisti hanno il dovere di utilizzare la crisi e lo stato d’animo degli operai sopra indicati per far leva sugli strati popolari e affrettare la caduta del dominio capitalista; 4. che “i governi”, nessuno escluso, non possono scatenare la guerra “senza pericolo per loro stessi”; 5. che i governi “hanno paura di una rivoluzione proletaria”; 6. che i governi “debbono ricordare” la Comune di Parigi (cioè la guerra civile), la rivoluzione del 1905 in Russia, ecc. Tutte queste sono idee assolutamente chiare, in esse non c’è la garanzia che la rivoluzione avverrà; ma in esse si mette l’accento su una precisa caratteristica di fatti e tendenze. Chi dice, a proposito di questi argomenti e di questi ragionamenti, che prevedere lo scoppio della rivoluzione significa illudersi, ha dimostrato di avere, verso la rivoluzione stessa, un atteggiamento non marxista, ma struvista poliziesco, da rinnegato.
Per il marxista non v’è dubbio che la rivoluzione non è possibile senza una situazione rivoluzionaria e che non tutte le situazioni rivoluzionarie sboccano nella rivoluzione.
Quali sono, in generale, i sintomi di una situazione rivoluzionaria? Certamente non sbagliamo indicando i tre sintomi principali seguenti: 1. l’impossibilità per le classi dominanti di conservare il loro dominio senza modificarne la forma; una qualche crisi negli “strati superiori”, una crisi nella politica della classe dominante che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che “gli strati inferiori non vogliano”, ma occorre anche che gli “strati superiori non possano” più vivere come per il passato; 2. un aggravamento, maggiore del solito, dell’angustia e della miseria delle classi oppresse; 3. in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali, in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in tempi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente.
Senza questi elementi oggettivi, indipendenti dalla volontà non soltanto di singoli gruppi e partiti, ma anche di singole classi, la rivoluzione - di regola - è impossibile. L’insieme di tutti questi cambiamenti obiettivi si chiama situazione rivoluzionaria.
Una tale situazione si presentò in Russia nel 1905 e in tutte le epoche in cui vi furono rivoluzioni in occidente; ma essa si presentò anche nel 1860 in Germania e in Russia nel 1859-1861 e nel 1879-1880, sebbene in questi casi non vi sia stata una rivoluzione. Perché? Perché la rivoluzione non nasce da tutte le situazioni rivoluzionarie, ma solo da quelle situazioni rivoluzionarie nelle quali, alle situazioni oggettive sopra indicate, si aggiunge una trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare (o almeno incrinare) il vecchio regime, il quale, anche in periodo di crisi, non “crollerà” mai da sé se non lo si “farà crollare”.
Queste le idee marxiste sulla rivoluzione, le quali, molte e molte volte, sono state esposte e accettate come indiscutibili da tutti i marxisti e hanno avuto, per noi russi, una conferma particolarmente evidente dall’esperienza del 1905. Domandiamo: che cosa presupponeva a questo riguardo il manifesto di Basilea del 1912 e che cosa è avvenuto nel 1914-1915? Il manifesto presupponeva una situazione rivoluzionaria brevemente definita con l’espressione “crisi economica e politica”. Si è determinata questa situazione? Sì, senza dubbio. Il socialsciovinista Lensch (che difende lo sciovinismo più apertamente, francamente, onestamente degli ipocriti Cunow, Kautsky, Plekhanov e soci) ha persino detto che “attraversiamo una rivoluzione originale” (pag. 6 del suo opuscolo La socialdemocrazia tedesca e la guerra, Berlino, 1915). La crisi politica è evidente: non v’è un governo sicuro del proprio domani, non un governo che sia libero dal pericolo di un fallimento finanziario, d’una perdita di territorio, di essere cacciato dal proprio paese (così come è stato cacciato il governo belga). Tutti i governi vivono sopra un vulcano e fanno appello essi stessi all’iniziativa e all’eroismo delle masse. Tutto il regime politico dell’Europa è scosso, e nessuno, certo, oserà negare che siamo entrati (e sprofondiamo sempre più: scrivo questo nel giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia [24 maggio 1915 - ndr]) in un periodo di grandissime convulsioni politiche. Se Kautsky, due mesi dopo lo scoppio della guerra, ha scritto (Neue Zeit del 2 ottobre 1914) che “mai il governo è stato così forte e mai i partiti così deboli come all’inizio della guerra”, questo è uno degli esempi della falsificazione della scienza storica, compiuta da Kautsky per servire i Südekum e gli altri opportunisti. Mai il governo ha tanto bisogno del consenso di tutti i partiti delle classi dominanti e della “pacifica” sottomissione delle classi oppresse a questo dominio, come in tempo di guerra. Questo in primo luogo. Secondariamente, se “all’inizio della guerra”, specialmente nei paesi in cui si attende una rapida vittoria, il governo sembra onnipotente, nessuno, mai, in nessun luogo, ha legato l’attesa della situazione rivoluzionaria esclusivamente al momento in cui la guerra incomincia e, ancora meno, identifica ciò “che sembra” con ciò che è in realtà.
Tutti sapevano, vedevano e riconoscevano che la guerra europea sarebbe stata ben più grave delle guerre precedenti. L’esperienza della guerra lo conferma sempre di più. La guerra si estende. Le basi dei sistemi politici dei paesi europei subiscono delle scosse sempre più profonde. Le calamità delle masse sono terribili e tutti gli sforzi dei governi, della borghesia e degli opportunisti per fare il silenzio su queste calamità, falliscono sempre più frequentemente. I profitti di guerra di certi gruppi di capitalisti sono inauditi, scandalosamente grandi. Enorme è l’aggravamento delle contraddizioni. La sorda indignazione delle masse, la confusa aspirazione degli strati oppressi e arretrati ad una pace accomodante (“democratica”), il brontolio che comincia a farsi sentire “negli strati più umili” delle masse, tutto questo è incontestabile. E quanto più la guerra si trascina e s’inasprisce, tanto più fortemente gli stessi governi sviluppano e sono costretti a sviluppare l’attività delle masse, spronandole ad una straordinaria tensione delle loro forze e al sacrificio di se stesse. L’esperienza della guerra, come l’esperienza di qualsiasi crisi nella storia, come qualsiasi grande disastro o qualsiasi svolta nella vita d’una persona, come istupidisce e abbatte gli uni, educa e tempra gli altri, di modo che, in complesso, nella storia di tutto il mondo, il numero e la forza di questi ultimi superano il numero e la forza dei primi, ad eccezione di singoli casi di decadenza e di sfacelo di qualche Stato.
La conclusione della pace non solo non può mettere fine “di colpo” a tutte queste calamità e a tutto questo aggravamento delle contraddizioni, ma, al contrario, per molti rispetti, li renderà più sensibili e particolarmente evidenti alle masse più arretrate della popolazione.
In una parola, per la maggioranza dei paesi più sviluppati e per le grandi potenze d’Europa, la situazione rivoluzionaria è evidente. E a questo riguardo la previsione del manifesto di Basilea è stata pienamente confermata. Negare direttamente o indirettamente questa verità, oppure tacerla, come fanno Cunow, Plekhanov, Kautsky e soci, significa proferire la più grande menzogna, ingannare la classe operaia e servire la borghesia. Nel Sotsial-Demokrat (nn. 34, 40, 41) abbiamo fornito i dati comprovanti che coloro i quali temono la rivoluzione - i preti piccolo-borghesi cristiani, gli stati maggiori, i giornali dei milionari - sono stati costretti a constatare che in Europa esistono i sintomi di una situazione rivoluzionaria.
Questa situazione si protrarrà ancora a lungo? E in quale misura si aggraverà? Condurrà essa alla rivoluzione? Non lo sappiamo e nessuno può saperlo. Questo potrà mostrarlo soltanto l’esperienza dello sviluppo dello stato d’animo rivoluzionario e del passaggio alle azioni rivoluzionarie della classe avanzata, del proletariato. Qui non si può neppure parlare di “illusioni” di nessun genere né della confutazione di esse, perché nessun socialista, mai e in nessun luogo, ha garantito che la rivoluzione sarà generata precisamente dall’attuale guerra (e non dalla prossima), precisamente dall’attuale situazione rivoluzionaria (e non da quella di domani). Qui si tratta del più indiscutibile e fondamentale obbligo di tutti i socialisti: dell’obbligo di svelare alle masse l’esistenza della situazione rivoluzionaria, di mostrarne l’ampiezza e la profondità, di svegliare la coscienza rivoluzionaria e la risolutezza rivoluzionaria del proletariato, di aiutarlo a passare alle azioni rivoluzionarie e di creare organizzazioni corrispondenti alla situazione rivoluzionaria, per lavorare in questa direzione.
Nessun socialista influente e responsabile si è mai permesso di dubitare che tale, appunto, è il dovere dei partiti socialisti, e il manifesto di Basilea senza diffondere né alimentare la benché minima “illusione”, parla proprio di questo dovere dei socialisti: incitare e “scuotere” il popolo (e non addormentarlo con lo sciovinismo, come fanno Plekhanov, Axelrod e Kautsky), “utilizzare” la crisi per “affrettare” il crollo del capitalismo, seguire l’esempio della Comune e dell’ottobre-dicembre 1905. Il fatto che i partiti attuali non adempiono questo dovere costituisce appunto il loro tradimento, la loro morte politica, il ripudio della loro funzione e il loro passaggio dalla parte della borghesia”.
Lenin fa quindi una netta distinzione tra “situazione rivoluzionaria” (che può anche non sboccare in una rivoluzione) e “rivoluzione”, cioè la battaglia decisiva e conclusiva lanciata per conquistare il potere, il “rapido rovesciamento” del regime della classe dominante, la conquista del potere e l’instaurazione del potere del proletariato. Indica come “rivoluzionaria” una situazione in cui esistono le condizioni oggettive della rivoluzione, indipendentemente dal fatto che si siano o non si siano già realizzate le condizioni soggettive della rivoluzione, quella “trasformazione soggettiva, cioè la capacità della classe rivoluzionaria di compiere azioni rivoluzionarie di massa sufficientemente forti da poter spezzare (o almeno incrinare) il vecchio regime”, indipendentemente quindi dal fatto che la situazione sbocchi o meno in una rivoluzione. Situazione rivoluzionaria non vuol dire che “la rivoluzione è sicura”, che “la rivoluzione è alle porte”, che si sta “facendo la rivoluzione”, che “le masse sono in rivolta”, che le masse “lottano per il socialismo”, che “le forze della rivoluzione sono al loro massimo sviluppo”. Ma che la società è entrata in una fase di trasformazione inevitabile e traumatica degli ordinamenti e degli assetti politici interni (almeno dei principali paesi) e internazionali, in cui la classe dominante è lacerata da contraddizioni che non può risolvere con i procedimenti normali, il suo potere sulla società vacilla e non può continuare nelle vecchie forme né ne ha ancora instaurate di nuove, in cui le masse popolari non possono più vivere come per il passato e la classe dominante non riesce più a regolare con le istituzioni e con le concezioni esistenti i rapporti tra i gruppi che la compongono né a governare le classi sottomesse. In questa situazione le condizioni oggettive della società sono favorevoli allo sviluppo delle forze organizzate della rivoluzione socialista, offrono gli elementi grazie ai quali le forze della rivoluzione che oggi sono deboli, se sapranno profittarne, potranno crescere fino a rovesciare a loro favore il rapporto di forza rispetto alle forze della reazione che oggi ancora prevalgono e quindi prendere il potere.
D’altronde, chi sostiene che la situazione rivoluzionaria si ha quando sono in corso rivolte e insurrezioni, quando cioè è in corso la rivoluzione, svuota di ogni utilità pratica la categoria “situazione rivoluzionaria” e finisce per trascinarsi alla coda degli avvenimenti anziché esserne alla testa e dirigerne il corso. È capace di vedere unicamente il fenomeno quando è già dispiegato, non vede la possibilità che esso si sviluppi, possibilità che è invece proprio ciò su cui l’avanguardia basa e deve basare la sua opera.
Da dove ha origine la situazione rivoluzionaria?
Marx, la diminuzione del saggio di profitto e la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale
[da Il capitale, Libro III (1894), cap. 13, 14, 15, Editori Riuniti ]
La sovrapproduzione assoluta di capitale è il limite del modo di produzione capitalista che Marx aveva previsto e tratteggiato nei suoi scritti del 1865 sul movimento economico della società borghese. Per quanto siano rimasti allo stadio di bozze e appunti, i suoi scritti sull’argomento forniscono gli strumenti per comprendere non solo il movimento economico delle società borghesi fino al 1865, ma soprattutto quello degli anni trascorsi da allora fino ai nostri giorni. In quegli scritti, che F. Engels successivamente riunì e pubblicò nel 1894 nel libro III di Il capitale, di cui costituiscono i capitoli 13, 14 e 15, Marx illustra la tendenza intrinseca del capitalismo alla sovrapproduzione assoluta (cioè non limitata ad alcuni settori, ma estesa all’intera economia) di capitale, dovuta alla caduta tendenziale del saggio del profitto connaturata al modo di produzione capitalista delle merci, che prima o poi sarebbe diventata un fattore determinante del corso delle cose.
In primo luogo Marx mostra che vi era un elemento intrinseco al modo di produzione capitalista, e quindi ineliminabile nell’ambito di esso, che spingeva e non poteva che spingere il saggio del profitto a diminuire man mano che la produttività del lavoro aumentava.
“Diminuzione del saggio del profitto e accumulazione del capitale sono semplicemente diverse manifestazioni di uno stesso processo: ambedue sono manifestazioni dell’aumento della produttività del lavoro”. (...)
“Rispetto alla società, l’aumento della produttività del lavoro si manifesta in due modi:
- anzitutto nella quantità delle forze produttive già prodotte, nel valore e nella quantità e qualità delle condizioni di produzione che sono impiegate nella nuova produzione e nella grandezza del capitale produttivo già accumulato (ossia nell’aumento del capitale complessivo dall’intera società anticipato nella produzione, sia come quantità e qualità delle forze produttive sia come valore di esse);
- in secondo luogo nella relativa esiguità della parte di capitale spesa in salario in rapporto al capitale complessivo, ossia nella quantità relativamente modesta di lavoro vivo che è richiesta per riprodurre e valorizzare un dato capitale, cioè per lo svolgimento del complesso delle attività produttive (ossia nella diminuzione del capitale variabile V complessivamente impiegato nella società in rapporto al capitale C complessivamente anticipato)”.
“Anche rispetto alla forza-lavoro impiegata, l’aumento della produttività del lavoro si manifesta in due modi:
- anzitutto nell’aumento del pluslavoro, ossia nella diminuzione del tempo di lavoro necessario, ossia del tempo di lavoro richiesto per la riproduzione della forza-lavoro;
- in secondo luogo nella riduzione della quantità di forza-lavoro (del numero di operai) impiegata per mettere in opera un dato capitale”.
[Quindi sia rispetto alla società sia rispetto alla forza-lavoro impiegata, l’aumento della produttività del lavoro si manifesta in due movimenti distinti - ndr].
“I due movimenti non solo si attuano simultaneamente, ma si determinano reciprocamente, sono manifestazioni di una medesima legge. Essi tuttavia agiscono in senso opposto sul saggio del profitto.
Se si considera nel suo assieme l’intero capitale della società, la somma del profitto che in prima istanza affluisce a tutti i capitalisti è eguale al plusvalore PV di cui l’intero capitale della società si è appropriato. Il saggio del profitto è quindi espresso dalla formula p = PV/C = (plusvalore di cui l’intero capitale della società si è appropriato)/(capitale complessivo anticipato). Ma il plusvalore PV di cui l’intero capitale della società si è appropriato è pari al prodotto del saggio del plusvalore s (s = (durata del pluslavoro)/(durata del lavoro necessario)) per il valore complessivo della forza-lavoro impiegata contemporaneamente nell’intera società a quel saggio (ossia per il capitale variabile complessivo V dell’intera società, che è la stessa cosa): PV = sV. A sua volta il valore complessivo V della forza-lavoro impiegata contemporaneamente nell’intera società è dato dal prodotto del numero N di lavoratori impiegati per il valore v della forza-lavoro di ognuno di essi: V = Nv.
Ora l’aumento della produttività del lavoro agisce in modo contrastante sui due fattori s e V che determinano il plusvalore PV di cui l’intero capitale della società si appropria:
- fa aumentare il primo fattore (il saggio s del plusvalore) perché fa diminuire la durata del lavoro necessario e quindi fa aumentare (a pari durata della giornata lavorativa) la durata del pluslavoro;
- fa diminuire il secondo fattore (la grandezza del capitale variabile complessivo V) perché fa diminuire sia il numero N di operai impiegati per mettere in opera un dato capitale, sia il valore v della forza-lavoro di ognuno di essi.
Quindi l’aumento della produttività del lavoro
- in quanto fa diminuire la parte del lavoro erogato dagli operai che corrisponde al valore della loro forza-lavoro, fa aumentare il plusvalore di cui l’intero capitale della società si appropria perché fa aumentare il saggio del plusvalore;
- in quanto fa diminuire il valore complessivo V della forza-lavoro impiegata contemporaneamente da un capitale dato, fa diminuire il plusvalore di cui l’intero capitale della società si appropria perché fa diminuire il coefficiente per cui il saggio del plusvalore è moltiplicato per determinare il plusvalore”.
[Ne risulta che ogni aumento della produttività del lavoro può dar luogo o ad un aumento o ad una diminuzione del plusvalore di cui l’intero capitale della società si appropria, a seconda delle proporzioni relative dei due movimenti contrastanti che esso determina(aumento del saggio s del plusvalore e diminuzione del valore complessivo V della forza-lavoro) - ndr].
Tuttavia “due lavoratori i quali lavorassero 12 ore al giorno non potrebbero produrre lo stesso plusvalore di 24 lavoratori i quali lavorassero anche solo due ore al giorno, neanche nel caso che quei due lavoratori potessero vivere semplicemente di aria e di conseguenza non dovessero produrre assolutamente nulla per se stessi. Sotto questo aspetto, la possibilità di compensare la diminuzione del numero di operai aumentando il grado di sfruttamento del lavoro ha dei limiti insuperabili: la caduta del saggio del profitto può essere ostacolata, ma non annullata”.
“L’accumulazione del capitale accelera la caduta del saggio del profitto, perché determina la concentrazione del lavoro su larga scala e di conseguenza una composizione organica superiore del capitale. D’altro lato la diminuzione del saggio del profitto accelera (...) la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione di piccoli capitalisti e dei produttori diretti ancora esistenti, presso i quali vi è ancora qualcosa da espropriare”.
“Non esiste un capitalista il quale applichi di buon grado un nuovo metodo di produzione quando questo, pur essendo assai più produttivo ed aumentando considerevolmente il saggio del plusvalore, provoca una diminuzione del saggio del profitto. Ma un tal metodo di produzione fa diminuire il prezzo di produzione delle merci” [ed è per questo che il capitalista lo fa suo ed è costretto a farlo suo dalla concorrenza della merce che un altro capitalista vende a prezzo minore - ndr].
“Tutti i fattori che hanno come effetto la riduzione del valore delle merci prodotte in seguito all’impiego delle macchine, si riducono sempre
- innanzitutto alla diminuzione della quantità di lavoro vivo che viene assorbita dalla singola merce;
- in secondo luogo alla riduzione della quota-parte del logorio del macchinario, il cui valore entra a determinare il valore della singola merce: meno rapido è il logorio della macchina, tanto maggiore è la quantità di merci sulle quali esso si ripartisce, e più considerevole è il lavoro vivo che la macchina sostituisce prima che arrivi il momento della sua sostituzione.
In ambedue i casi la quantità ed il valore del capitale costante fisso si accrescono rispetto al capitale variabile”.
“Il capitalista che riduce il valore delle sue merci, in un primo tempo le vende al di sopra del loro prezzo di produzione, e forse anche al di sopra del loro valore. Egli intasca la differenza fra il suo costo di produzione e il prezzo di mercato delle stesse merci che gli altri capitalisti producono a costi di produzione più elevati. Egli può fare questo perché il tempo mediamente necessario alla produzione di tali merci in base ai metodi comunemente impiegati nella società, è superiore al tempo di lavoro inerente al suo nuovo metodo di produzione. Il suo metodo di produzione è superiore alla media sociale: ma la concorrenza non tarda a generalizzarlo ed a sottometterlo alla legge comune. Solo allora ha inizio la diminuzione del saggio del profitto che può manifestarsi in un primo tempo solo nella sfera di produzione del capitalista, per poi livellarsi al saggio del profitto delle altre sfere - senza che tutto ciò dipenda minimamente dalla volontà del capitalista (...).
Non appena il nuovo metodo di produzione comincia a guadagnare terreno, fornendo così la prova tangibile che queste merci possono venir prodotte a costo minore, il capitalista che continua a lavorare secondo i vecchi sistemi di produzione deve vendere le sue merci al di sotto del loro pieno prezzo di produzione, perché il valore di queste merci è ora diminuito ed il tempo di lavoro che egli impiega per la loro produzione è ora superiore a quello corrispondente al metodo ora comunemente usato nella società. In una parola - e questo sembra essere un effetto della concorrenza - egli pure è costretto ad introdurre il nuovo metodo di produzione, che diminuisce il rapporto in cui il capitale variabile sta al capitale costante.
In sintesi, Marx mostra che la diminuzione del saggio del profitto è intrinseca al modo di produzione capitalista, è un effetto (ostacolabile ma non annullabile) del suo ruolo e merito storico: l’aumento della produttività del lavoro.
Il saggio del profitto diminuisce perché il plusvalore di cui si appropria l’intero capitale della società diminuisce, e non può non diminuire in proporzione al capitale impiegato, man mano che il modo di produzione capitalista stesso aumenta la produttività del lavoro, dato che aumento della produttività del lavoro vuol dire semplicemente aumento della quantità di materie prime, di semilavorati, di mezzi di produzione messi in moto da ogni singolo lavoratore impiegato, con conseguente aumento della quantità di beni da esso prodotti.
In secondo luogo Marx spiega come mai nei paesi già capitalisti negli anni trascorsi il saggio del profitto del capitale non era diminuito al di sotto del livello che ai suoi tempi si registrava e le società borghesi al suo tempo non erano entrate ancora in un periodo di stagnazione economica e di conseguenti convulsioni politiche, nonostante l’azione continua della causa intrinseca che spingeva in quella direzione. Mostra che la diminuzione stessa del saggio del profitto aveva spinto i capitalisti a mettere in opera una serie di contromisure che avevano “ostacolato e rallentato, ma non annullato” la diminuzione del saggio del profitto del capitale complessivo dei paesi già capitalisti e che ogni capitalista era stato costretto ad adottare tali contromisure per evitare di essere espulso dal novero dei capitalisti tramite fallimento: 1. l’intensificazione del lavoro, 2. il prolungamento della giornata lavorativa, 3. l’aumento del numero dei lavoratori, 4. la riduzione del salario al di sotto del valore della forza-lavoro, 5. la diminuzione del valore degli elementi che costituiscono il capitale costante, 6. la sovrappopolazione relativa, 7. il commercio estero, 8. l’investimento di capitali in paesi economicamente arretrati, 9. l’accrescimento del capitale azionario.(2)
2. Da notare, per inciso, che le contromisure alla diminuzione del saggio di profitto messe in opera dai capitalisti nel periodo precedente il 1865 e illustrate da Marx contengono le spinte alla creazione del mercato mondiale, all’internazionalizzazione delle attività economiche, all’esportazione dei capitali, alla conquista di tutto il mondo, alla creazione dei monopoli, alla formazione del capitale finanziario, ecc. la cui realizzazione costituirà i tratti distintivi della fase in cui capitalismo entrerà nell’ultimo quarto del secolo XIX, l’imperialismo.
Quelle contromisure mostrano l’origine economica dell’imperialismo (controtendenza alla caduta del saggio di profitto) e come esso nasca inevitabilmente dal normale, “sano” e “morale” capitalismo, quindi quanto sia inconsistente teoricamente (ma proprio per questo politicamente finalizzata) ogni proposta e programma di un capitalismo senza imperialismo, di un capitalismo nazionale, di un capitalismo pacifico, ecc.
Da ultimo Marx mostra gli sviluppi cui la diminuzione del saggio del profitto dava luogo e che da essa derivava che la durata del modo di produzione capitalista aveva un termine insuperabile che le società borghesi avrebbero necessariamente raggiunto in un tempo più o meno lungo.
“Il vero limite che la produzione incontra nell’ambito del modo di produzione capitalista è il capitale stesso. Il limite consiste in questo:
- che il capitale e la sua valorizzazione appaiono come punto di partenza e anche come punto d’arrivo, come causa determinante e anche come scopo della produzione;
- che la produzione è solo produzione per il capitale e i mezzi di produzione non sono, per la società dei produttori, dei semplici mezzi per una continua espansione del processo vitale della loro società.
La valorizzazione del capitale si fonda sull’espropriazione e sull’impoverimento della grande massa dei produttori.
La conservazione e la valorizzazione del valore capitale possono attuarsi solo nei limiti che da ciò derivano.
Questi limiti si trovano dunque continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo. Questi perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro. Il mezzo - lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro - viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto - la valorizzazione del capitale esistente. Se il modo di produzione capitalista è quindi un mezzo storico per lo sviluppo delle forze produttive del lavoro e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, esso è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti sociali di produzione che corrispondono questo compito”.
“Dato che il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto, è lo stimolo della produzione capitalista (come la valorizzazione del capitale ne costituisce l’unico scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti ed appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalista di produzione. Essa favorisce infatti la sovrapproduzione di merci, la speculazione, la crisi, un eccesso di capitale contemporaneamente ad un eccesso di popolazione. Gli economisti che (...) considerano il modo di produzione capitalista come assoluto (eterno, definitivo, l’unico corrispondente a ragione e giustizia, ecc.), si rendono conto a questo punto che tale modo di produzione si crea esso stesso dei limiti, ed attribuiscono questi limiti non ai rapporti di produzione ma alla natura (nella teoria della rendita). Il brivido di terrore che essi provano di fronte alla tendenza del saggio del profitto a diminuire, è ispirato soprattutto dal fatto che il modo di produzione capitalista trova nella crescita delle forze produttive un limite il quale non ha nulla a che vedere con la produzione della ricchezza come tale. Questo particolare limite attesta il carattere ristretto, semplicemente storico e transitorio, del modo di produzione capitalista; prova che il modo di produzione capitalista non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma che, al contrario, raggiunto un certo stadio di sviluppo della ricchezza, esso entra in conflitto con l’ulteriore sviluppo della stessa”.
“Sovrapproduzione di capitale, non sovrapproduzione di merci - quantunque la sovrapproduzione di capitale determini sempre sovrapproduzione di merci - significa semplicemente sovraccumulazione di capitale. In quali circostanze la sovrapproduzione di capitale si può considerare assoluta, e cioè tale da non estendersi a questo, a quello, o ad alcuni importanti rami della produzione, ma da essere assoluta nella sua estensione stessa e comprendere quindi tutti i rami della produzione? Si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale quando il capitale fosse accresciuto in una proporzione tale rispetto alla popolazione operaia, che né il tempo di lavoro assoluto fornito da questa popolazione potrebbe essere prolungato, né il tempo di pluslavoro relativo potrebbe essere esteso (questa ultima eventualità non sarebbe d’altro lato possibile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse così forte da determinare una tendenza al rialzo dei salari). Dunque si avrebbe sovrapproduzione assoluta di capitale quando il capitale accresciuto producesse complessivamente un plusvalore soltanto equivalente od anche inferiore a quello prodotto prima del suo accrescimento”.
“Le tre caratteristiche fondamentali della produzione capitalista sono:
1. La concentrazione in poche mani dei mezzi di produzione, che cessano perciò di comparire come proprietà dei lavoratori diretti e si trasformano in potenze sociali della produzione, anche se in un primo tempo nella forma di proprietà privata dei capitalisti. Questi ultimi sono dei mandatari della società borghese, ma intascano tutti gli utili di tale mandato.
2. L’organizzazione sociale del lavoro mediante la cooperazione, la divisione del lavoro e l’unione del lavoro con le scienze naturali.
In seguito alla concentrazione dei mezzi di produzione ed all’organizzazione sociale del lavoro, il modo di produzione capitalista sopprime, sia pure in forme contrastanti, sia la proprietà individuale sia il lavoro privato.
3. La creazione del mercato mondiale.
L’enorme forza produttiva in relazione alla popolazione, quale si sviluppa in seno al modo di produzione capitalista e l’aumento parallelo, quantunque non nella stessa misura, del capitale (inteso come grandezza di valore, quindi non solamente dei suoi elementi materiali), che si accresce molto più rapidamente della popolazione, si trovano in contrasto sia con la base per cui lavora questa enorme forza produttiva che, relativamente all’accrescimento della ricchezza, diventa sempre più angusta, sia con le condizioni di valorizzazione di questo capitale crescente. Da questo contrasto hanno origine le crisi”.(3)
3. I lettori di VO possono trovare una sintesi dei tre capitoli di Marx in Rapporti Sociali n. 8 (novembre 1990), Marx e la crisi per sovrapproduzione di capitale e un’illustrazione esauriente della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale nell'Avviso ai naviganti 8 - 21 marzo 2012.
Della sovrapproduzione assoluta di capitale in sostanza Marx dice che è una tendenza inevitabile del capitalismo, una situazione in cui il capitalismo si sarebbe prima o poi impantanato a causa della caduta tendenziale del saggio del profitto e che avrebbe creato così le condizioni della sua sostituzione ad opera del socialismo, tappa inferiore del comunismo. Marx individua, mediante l’analisi delle leggi che reggono il funzionamento del modo di produzione capitalista, che il capitalismo andava verso un limite e che lo sviluppo del capitalismo, allora ancora in corso (nonostante le crisi economiche cicliche decennali), sarebbe arrivato a un punto morto,(4) a una crisi dovuta ad un limite allo sviluppo per esso possibile, un limite che era nella natura stessa del capitalismo e che avrebbe determinato la sua crisi storica. Non semplicemente una crisi economica, un periodo di ristagno degli affari, di crollo degli investimenti, di chiusura di impianti, di licenziamento di operai, ecc. dopo la quale, una volta eliminate le scorte e le eccedenze di merci e messe fuori uso le unità produttive eccedenti, sopravviene un nuovo periodo di ripresa degli affari e dell’attività economica in generale, come erano state le crisi cicliche decennali della prima metà del secolo XIX (dal 1815 al 1867) studiate anche empiricamente da Marx. Ma una crisi generale di tutta la società, in tutti i suoi aspetti strutturali e sovrastrutturali, di lunga durata, nel corso della quale l’attività economica della società, pur procedendo sempre attraverso recessioni e riprese di breve periodo, complessivamente “va male”, mondiale e che trasforma qualitativamente tutta la società. La storia della prima metà del secolo scorso è caratterizzata dalla prima crisi di questo tipo, a cui pose fine la combinazione delle due guerre mondiali con la prima ondata della rivoluzione proletaria. La seconda di tali crisi è incominciata dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, è entrata nel 2008 nella sua fase acuta e terminale ed è sfociata nella Terza guerra mondiale.(5) Per porre fine alla seconda crisi generale in corso i comunisti devono valorizzare sia il movimento rivendicativo sia il movimento politico di massa e in generale tutte le lotte spontanee delle masse popolari non per condizionare le politiche delle autorità della classe dominante, ma ai fini dell’avanzamento della rivoluzione socialista. Devono farne il terreno in cui si sviluppa la rivoluzione socialista con cui la classe operaia prende il potere, instaura il socialismo e avvia il superamento del modo di produzione capitalista.
4. Marx non disponeva di dati empirici su questo tipo di crisi, visto che questo evento non si era ancora verificato, quindi indicò questa crisi come il punto d’arrivo teorico del capitale: nel 1865 il capitale non l’aveva ancora raggiunto, ma la teoria (cioè l’insieme delle leggi secondo cui il modo di produzione capitalista si svolge nel tempo, leggi scoperte ed esposte da Marx) indicava che l’avrebbe prima o poi raggiunto, se non fosse scomparso prima. Egli fece nel campo della scienza del movimento economico della società quello che altri fecero ad esempio nel campo dell’astronomia, in cui una giusta teoria dialettica (cioè del movimento) permise di prevedere l’esistenza di alcuni corpi celesti, il passaggio di alcune comete, ecc. prima che i fenomeni stessi potessero essere osservati.
5. Sul decorso della seconda crisi generale dagli anni ‘70 del secolo scorso a oggi, rimando alla descrizione sintetica ma esauriente contenuta nelle tesi 1, 2, 3 del III Congresso del P.CARC (2012), reperibili sul sito su www.carc.it.
Qual è lo sbocco della situazione rivoluzionaria?
Marx e le forme antitetiche dell’unità sociale
[da Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica o Grundrisse (1857-58), in Opere complete vol. XXIX e XXX Editori Riuniti]
Nel 1857-58 Marx analizza la tendenza del capitale a superare la produzione individuale, trapassando in produzione collettiva, come forma che esprimeva sul terreno del capitale il bisogno di superamento del capitale.
“Come la divisione del lavoro genera l’agglomerazione, la combinazione, la cooperazione, il contrasto tra gli interessi privati, gli interessi di classe, la concorrenza, la concentrazione del capitale, il monopolio e le società per azioni - tutte forme antitetiche dell’unità che genera l’antitesi stessa - così lo scambio privato genera il commercio mondiale, l’indipendenza privata (genera) un’assoluta dipendenza dal cosiddetto mercato mondiale e gli atti frammentati dello scambio generano un sistema bancario e creditizio, la cui contabilità constata almeno le compensazioni dello scambio privato”.
“All’interno della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti di traffico e di produzione che sono altrettante mine per farla saltare. Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può mai essere fatto esplodere mediante una quieta metamorfosi. D’altro canto, se nella società così come è non trovassimo già nascoste le condizioni materiali di produzione e i rapporti di traffico ad esse corrispondenti, adeguati ad una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi”.
“Poiché l’autonomizzazione del mercato mondiale... (nel quale è racchiusa l’attività di ogni singolo) cresce con lo sviluppo dei rapporti monetari (del valore di scambio) e, viceversa, la connessione generale e l’universale dipendenza nella produzione e nel consumo si sviluppano di pari passo con l’indipendenza e l’indifferenza reciproca dei consumatori e dei produttori; poiché questa contraddizione conduce a crisi, ecc., di pari passo con lo sviluppo di questa estraniazione si tenta, sul suo terreno, di superarla; listini dei prezzi correnti, corsi dei cambi, contatti epistolari, telegrafici, ecc. tra i commercianti (naturalmente i mezzi di comunicazione si sviluppano di pari passo) mediante i quali ogni singolo si procura informazioni sull’attività di tutti gli altri cercando di adeguarvi la propria. (Ciò significa che, sebbene la domanda e l’offerta di tutti procedano in modo indipendente, ognuno cerca di informarsi sullo stato della domanda e dell’offerta. Anche se nella situazione data tutto questo non sopprime l’estraneità, ciò crea però rapporti e collegamenti che implicano la possibilità di superare la vecchia situazione)”. “(...) il quadro del commercio globale e della produzione globale, nella misura in cui è dato realmente nei listini dei prezzi correnti, fornisce effettivamente la miglior prova di come ai singoli il loro stesso scambio e la loro stessa produzione si contrappongano come un rapporto oggettivo, da essi indipendente. Nel mercato mondiale la connessione del singolo con tutti, ma al tempo stesso anche l’indipendenza di questa connessione dai singoli stessi, si è sviluppata a un livello tale, e quindi la sua formazione contiene al tempo stesso la condizione del suo superamento”.
Anni dopo, nel 1891, Engels annota: “Che cosa significa dunque produzione capitalista individuale? Produzione da parte di un imprenditore singolo, isolato; e una tale produzione non diventa già sempre più un’eccezione? La produzione capitalista delle società per azioni non è più una produzione individuale ma una produzione per conto di un gran numero di soci. E se passiamo dalle società per azioni ai trusts che dirigono e monopolizzano dei settori interi dell’industria, allora vediamo sparire non solo la produzione individuale, ma anche la mancanza di pianificazione” (Engels, Critica al programma di Erfurt, paragrafo 4).
In sintesi: nella società borghese stessa, sul terreno dell’indifferenza e indipendenza reciproca dei produttori, si formano, come manifestazione necessaria dell’unità sociale (dell’universale dipendenza reciproca), le procedure e le istituzioni che cercano di porre rimedio e di prevenire le conseguenze dell’universale estraniazione. Cioè i capitalisti si associano, il capitale che esisteva in tanti singoli capitali individuali tenta di diventare collettivo, i capitalisti tentano di dominare i rapporti sociali, di farli diventare prodotto del loro conoscere e volere riflessi. Marx chiama “forme antitetiche dell’unità sociale” (FAUS) queste istituzioni e procedure con cui la borghesia gestisce l’unità della società nel contesto del modo di produzione capitalista che è in antitesi con essa, che mantiene la società divisa economicamente in tante frazioni contrapposte quanti sono gli individui che la compongono.
La teoria delle FAUS da una parte permette di comprendere la nascita e i limiti delle forme delle attuali società imperialiste, quindi lo sviluppo delle stesse. Dall’altra fornisce il materiale indispensabile per l’elaborazione del programma economico della rivoluzione socialista nel nostro paese.
Nell’epoca imperialista la contraddizione tra il carattere sociale delle forze produttive e dell’attività economica e la conservazione della proprietà individuale capitalista delle forze produttive e dell’iniziativa economica individuale si è sviluppata tanto che la borghesia imperialista stessa ha dovuto adottare misure e istituzioni che sono tentativi di dirigere il movimento economico della società. La borghesia imperialista mantiene nelle sue mani la direzione della società, ma è costretta dall'azione combinata 1. delle lotte della classe operaia e del resto delle masse popolari, 2. del carattere sempre più collettivo delle forze produttive e della complessiva attività economica, 3. del carattere sempre più organico della società costituita dalla popolazione dell'intero pianeta, a creare istituti e istituzioni che tengono conto delle nuove condizioni sociali in cui oggi vivono gli uomini e le donne conciliandole in qualche modo con la sopravvivenza della proprietà capitalista delle forze produttive, con la direzione della borghesia imperialista sulla società intera e con l'antagonismo di interessi proprio della società borghese.
1. Si tratta degli istituti e delle misure, con il connesso apparato istituzionale, che attenuano e in qualche modo regolano i contrasti tra i singoli capitalisti e tra le loro “private associazioni” (tra i gruppi capitalisti), impongono alle attività volte ad accumulare capitali di mantenersi entro determinate regole e cercano di renderle congruenti con interessi e obiettivi di interesse pubblico: con la sopravvivenza delle condizioni naturali e sociali dello stesso processo di accumulazione del capitale.
Appartengono a questo ambito la moneta fiduciaria internazionale e il sistema monetario internazionale, i regolamenti nazionali e internazionali del sistema monetario, finanziario, commerciale e produttivo (gli standard di qualità e i sistemi di uniformazione), le norme igienico-sanitarie sui prodotti e sulle lavorazioni, i limiti posti alla concorrenza, la protezione dei brevetti, le norme per la protezione dell'ambiente dal saccheggio a cui tende l'accumulazione illimitata di capitale, gli incentivi pubblici per la ricerca e a sostegno di determinati settori produttivi, le politiche statali anticongiunturali e di sviluppo, gli ordinamenti per i servizi pubblici, per l’uso del territorio e per le costruzioni, le licenze per l’esercizio di attività produttive, l’introduzione di politiche economiche e industriali, il ruolo economico e sociale degli Stati e delle loro associazioni, ecc.
2. Si tratta degli istituti e delle misure, con il connesso apparato istituzionale, che attenuano i contrasti tra l'insieme della borghesia e le masse popolari (in particolare la classe operaia) e in qualche misura tutelano le masse popolari dalle manifestazioni più estreme delle tendenze distruttive del modo di produzione capitalista sulla loro vita e favoriscono il loro sviluppo culturale e morale e la diffusione dell'esperienza a organizzarsi e dirigersi.
Appartengono a questo ambito i sistemi di contrattazione collettiva del salario e delle condizioni di lavoro, le norme relative alle prestazioni lavorative e a tutela della salute e in qualche misura anche dei diritti civili e politici dei lavoratori, sistemi nazionali che in qualche misura assicurano redditi minimi per i proletari privi di reddito (i disoccupati, gli emarginati, i malati, gli invalidi, i vecchi, gli orfani), i sistemi scolastici e sanitari più o meno gratuiti e pubblici, le norme di igiene e di ordine pubblico, le misure di protezione delle donne, dei bambini, delle minoranze, delle nazioni e dei popoli oppressi, le misure a protezione della maternità e della natalità, le politiche demografiche, le politiche di sicurezza sociale e di protezione sociale, ecc.
La massima espressione delle FAUS a livello internazionale è la creazione del sistema monetario internazionale (accordi di Bretton Woods, 1944) e di una moneta fiduciaria internazionale (rottura degli accordi di Bretton Woods, 1971). La massima espressione delle FAUS all’interno di un singolo Stato è il capitalismo monopolistico di Stato, che Lenin già nel 1917, tra la rivoluzione di febbraio e la Rivoluzione d’Ottobre, aveva indicato come “la preparazione materiale più completa del socialismo, la sua anticamera, quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo”. Questo sia detto anche a proposito di quanti, nel movimento comunista del nostro paese, sostengono che il capitalismo starebbe creando solo adesso le condizioni per il suo superamento…
Lenin sul capitalismo monopolistico di Stato
[da La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (settembre 1917) - paragrafo 11. “È possibile andare avanti se si rifiuta di marciare verso il socialismo?”, in Opere vol. 25 Editori Riuniti, reperibile anche nel sito www.nuovopci.it]
Questi marxisti mancati, servitori della borghesia, ai quali si sono uniti anche i socialisti-rivoluzionari che ragionano in questo modo [Lenin si riferisce ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari, che si opponevano con argomenti “di sinistra” al “passaggio dalla prima tappa della rivoluzione, quella che ha dato il potere alla borghesia (…), alla seconda tappa, che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini”: affermavano che in Russia i tempi non erano maturi per il socialismo, la rivoluzione che nel febbraio 1917 aveva portato alla deposizione dello zar era una rivoluzione democratico-borghese quindi bisognava lasciare mano libera alla borghesia e non pretendere l’adozione di misure “socialiste” - ndr], non comprendono (se si esaminano le basi teoriche delle loro concezioni) che cosa è l’imperialismo, che cosa sono i monopoli capitalisti, che cosa è lo Stato, che cosa è la democrazia rivoluzionaria. Poiché, una volta compreso ciò, si deve riconoscere che non si può andare avanti senza marciare verso il socialismo.
Tutti parlano dell’imperialismo. Ma l’imperialismo non è altro che il capitalismo monopolista.
Che anche in Russia il capitalismo sia diventato monopolista lo testimoniano con sufficiente evidenza il “Produgol”, il “Prodamet”, il cartello dello zucchero, ecc. Lo stesso cartello dello zucchero è una prova lampante della trasformazione del capitalismo monopolista in capitalismo monopolista di Stato.
Ma che cos’è lo Stato? È l’organizzazione della classe dominante; in Germania, per esempio, quella degli junker e dei capitalisti. Per questo, ciò che i Plekhanov tedeschi (Scheidemann, Lensch, ecc.) chiamano “socialismo di guerra”, in realtà non è altro che il capitalismo di guerra, il capitalismo monopolista di Stato, oppure, per parlare in modo più semplice e schietto, un ergastolo militare per gli operai, la protezione militare dei profitti dei capitalisti.
Ma provatevi un po’ a sostituire allo Stato degli junker e dei capitalisti, allo Stato dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, uno Stato democratico rivoluzionario, uno Stato, cioè, che distrugga in modo rivoluzionario tutti i privilegi e non tema di attuare in modo rivoluzionario la democrazia più completa! Vedrete che il capitalismo monopolista di Stato, in uno Stato veramente democratico rivoluzionario, significa inevitabilmente e immancabilmente un passo, e anche più d’un passo, verso il socialismo!
Infatti se una grandissima azienda capitalista diventa un monopolio, vuol dire che essa rifornisce tutto il popolo. Se è diventata un monopolio di Stato, vuol dire che lo Stato (cioè l’organizzazione armata della popolazione e in primo luogo - in regime democratico rivoluzionario - degli operai e dei contadini) dirige tutta questa impresa. Nell’interesse di chi?
O nell’interesse dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, e allora non avremo uno Stato democratico rivoluzionario, ma burocratico reazionario, una repubblica imperialista;
o nell’interesse della democrazia rivoluzionaria, e questo sarà allora un passo verso il socialismo.
Perché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalista di Stato. O, in altre parole: il socialismo, non è altro che il monopolio capitalista di Stato messo al servizio di tutto il popolo e che, in quanto tale, ha cessato di essere monopolio capitalista. Non vi è via di mezzo. Il corso obiettivo dello sviluppo è tale che partendo dai monopoli (di cui la guerra ha decuplicato il numero, la funzione e l’importanza) non si può andare avanti senza marciare verso il socialismo.
O si è democratici rivoluzionari nei fatti, e allora non si deve temere di marciare verso il socialismo.
O si teme di marciare verso il socialismo, si condanna questa marcia, adducendo, come fanno Plekhanov, Dan e Cernov, che la nostra rivoluzione è borghese, che non si può “instaurare” il socialismo, ecc., e allora si scivolerà irresistibilmente verso Kerenski, Miliukov e Kornilov; si soffocheranno cioè in modo burocratico reazionario le aspirazioni democratiche rivoluzionarie delle masse operaie e contadine.
Non c’è via di mezzo.
E in ciò sta la contraddizione fondamentale della nostra rivoluzione.
Nella storia in generale, e durante la guerra in particolare, non si può segnare il passo. Bisogna avanzare o indietreggiare. Nella Russia del secolo XX, che ha conquistato la repubblica e la democrazia per via rivoluzionaria, è impossibile avanzare senza marciare verso il socialismo, senza muovere dei passi verso il socialismo (passi condizionati o determinati dal livello della tecnica e della cultura: non si può “introdurre” la grande azienda meccanizzata nell’agricoltura a piccola economia contadina, non la si può sopprimere nella produzione dello zucchero).
Ma aver paura di andare avanti vuol dire andare indietro; ed è appunto ciò che fanno i signori Kerenski, con gran giubilo dei Miliukov e dei Plekhanov, con la stolta complicità degli Tsereteli e dei Cernov.
La dialettica della storia vuole appunto che la guerra, che ha straordinariamente accelerato la trasformazione del capitalismo monopolista in capitalismo monopolista di Stato, abbia con ciò avvicinato in modo sorprendente l’umanità al socialismo.
La guerra imperialista è la vigilia della rivoluzione socialista. E non solo perché la guerra con i suoi orrori genera l’insurrezione proletaria - nessuna insurrezione creerà il socialismo se esso non è maturo economicamente - ma perché il capitalismo monopolista di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo.
I nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi affrontano il problema del socialismo in modo dottrinario. Lo affrontano dal punto di vista della dottrina che hanno imparato a memoria e mal compreso. Presentano il socialismo come un avvenire lontano, ignoto, oscuro.
Ma il socialismo oggi ci guarda da tutte le finestre del capitalismo moderno, e il socialismo si delinea direttamente e praticamente in ogni provvedimento importante che costituisce un passo avanti sulla base di questo stesso capitalismo moderno.
Che cos’è il servizio del lavoro obbligatorio per tutti?
È un passo avanti, sulla base del moderno capitalismo monopolista, è un passo verso la regolamentazione di tutta la vita economica secondo un determinato piano d’insieme, un passo verso il risparmio del lavoro del popolo, per prevenire lo sperpero insensato che ne fa il capitalismo.
In Germania gli junker (grandi proprietari fondiari) e i capitalisti istituiscono il servizio del lavoro obbligatorio per tutti, che diventa allora fatalmente un ergastolo militare per gli operai.
Ma prendete questa stessa istituzione e riflettete all’importanza che avrebbe in uno Stato democratico rivoluzionario. Il servizio del lavoro obbligatorio per tutti, istituito, regolato e diretto dai soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, non è ancora il socialismo, ma non è più il capitalismo. È un passo gigantesco verso il socialismo, un passo dopo il quale, se viene mantenuta una completa democrazia, non si può tornare indietro, verso il capitalismo. Per tornare indietro bisognerebbe ricorrere a inaudite violenze contro le masse.
Mao Tse-tung sempre sul capitalismo monopolistico di Stato
[da Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (febbraio 1963) - paragrafo “Il capitale monopolistico di Stato può diventare lo ‘strumento più efficace nel contrastare lo sviluppo monopolista’?”, in Opere vol. 19 Edizioni Rapporti Sociali, reperibile anche nel sito www.nuovopci.it]
In risposta a un editoriale del Quotidiano del popolo il compagno Luigi Longo, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista italiano, ha scritto, il 4 gennaio 1963: “Il nostro decimo Congresso ha pure riaffermato con forza che un punto fermo in quella che noi chiamiamo via italiana al socialismo è il riconoscimento che già oggi, nelle attuali condizioni internazionali e nazionali e anche perdurando il regime capitalista, è possibile e necessario arrivare alla liquidazione dei monopoli e del loro potere economico e politico”.
Questi compagni credono che sia possibile, adottando i metodi da essi elaborati, cambiare i rapporti di produzione capitalisti esistenti attualmente in Italia e “il regime di grande proprietà” della borghesia monopolista italiana.
Le misure economiche delle “riforme di struttura” elaborate da Togliatti e da altri compagni consistono nel realizzare, per usare le loro parole, “la richiesta di determinate nazionalizzazioni, richiesta di una programmazione, richiesta di un intervento dello Stato per garantire uno sviluppo economico democratico e così via” e nell’“ampliare l’intervento diretto dello Stato nella vita economica, attraverso la programmazione, attraverso la nazionalizzazione anche di interi settori produttivi, ecc.”. Togliatti e altri compagni escogiteranno probabilmente ancora altre misure.
Naturalmente Togliatti e alcuni altri compagni hanno il diritto di pensare e dire ciò che vogliono, nessuno ha il diritto di intervenire, né noi desideriamo farlo. Ma poiché essi vogliono che gli altri pensino e parlino come loro, noi non possiamo non continuare la discussione sulle questioni da essi sollevate.
Cominciamo dunque dalla questione dell’intervento dello Stato nella vita economica. Fin dall’apparizione dello Stato, che si tratti dello Stato dei proprietari di schiavi, dei signori feudali o dei borghesi, qual è che non è intervenuto nella vita economica? Quando queste classi si trovano nella fase ascendente, il loro Stato può intervenire nella vita economica sotto una certa forma; quando esse si trovano nella fase discendente, questo intervento può assumere un’altra forma. Per quanto riguarda gli Stati della stessa natura, l’intervento statale nella vita economica può assumere forme ben diverse a seconda dei differenti paesi. Per il momento, non parliamo qui del modo d’intervento nella vita economica dello Stato schiavista, né di quello dello Stato feudale, ma solo di quello dello Stato borghese.
Le politiche seguite dallo Stato borghese, come la politica di conquiste coloniali, la politica di conquista dell’egemonia mondiale, la politica del libero scambio e quella del protezionismo, ecc., sono tutte altrettanti interventi nella vita economica, che lo Stato borghese pratica da molto tempo per difendere gli interessi della borghesia. Questo genere di interventi ha esercitato un’importante funzione sullo sviluppo del capitalismo. Quindi l’intervento dello Stato nella vita economica non è assolutamente una novità apparsa ora in Italia. Forse, ciò che il compagno Togliatti e altri compagni intendono per “intervento dello Stato nella vita economica” non è la politica summenzionata, praticata da lungo tempo dalla borghesia, ma principalmente la “nazionalizzazione”, come essi dicono.
Orbene, parliamo del problema della “nazionalizzazione”. In realtà, dalla società schiavista in poi, gli Stati delle diverse specie hanno avuto tutti la propria diversa “economia nazionalizzata”. Lo Stato dei proprietari di schiavi aveva una sua economia nazionalizzata e così lo Stato dei signori feudali. Lo Stato borghese ha avuto la sua economia nazionalizzata fin dal giorno della sua nascita. Si tratta dunque di conoscere la natura della nazionalizzazione e quale classe questa nazionalizzazione serve. Un veterano comunista come il compagno Togliatti non ignora certamente ciò che Engels disse in L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza: “In ogni caso, sia con i trusts che senza di essi, il rappresentante ufficiale della società capitalista, lo Stato, dovrà alla fine assumere la direzione della produzione. La necessità della trasformazione in proprietà di Stato appare prima di tutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi e ferrovie”. Engels ha dedicato una nota molto importante a questo passo: “Io dico ‘dovrà’, perché è solo nel caso in cui i mezzi di produzione e di comunicazione hanno realmente oltrepassato le forme di direzione delle società per azioni e in cui pertanto la statizzazione è diventata economicamente inevitabile, soltanto in questo caso essa significa un progresso economico, anche se è l’attuale Stato che la effettua; essa significa che si arriva a un nuovo stadio, preliminare alla presa di possesso di tutte le forze produttive da parte della società stessa. Ma si è visto recentemente, da quando Bismarck si è impegnato nella statalizzazione, apparire certo falso socialismo che persino, qua e là, è degenerato in una specie di servilismo e che proclama senz’altro socialiste tutte le statalizzazioni, anche quella di Bismarck. Evidentemente, se la statalizzazione del tabacco fosse socialista, Napoleone e Metternich sarebbero da annoverare fra i fondatori del socialismo. Se lo Stato belga, per ragioni politiche e finanziarie piuttosto ordinarie, ha costruito esso stesso le sue ferrovie principali; se Bismarck, senza alcuna necessità economica, ha statalizzato le principali linee ferroviarie della Prussia, semplicemente per poterle utilizzare meglio in caso di guerra, per fare degli impiegati ferroviari bestiame elettorale al servizio del governo e soprattutto per crearsi una nuova sorgente di rendita indipendente dalle decisioni del Parlamento: queste non sono affatto misure socialiste, dirette o indirette, coscienti o non coscienti. Altrimenti, sarebbero istituzioni socialiste la Regia società per il commercio marittimo, la Regia manifattura della porcellana e persino la sartoria di compagnia nell’esercito oppure la statalizzazione proposta, con la più grande serietà, verso gli anni ’30, sotto Federico Guglielmo III, da una gran canaglia: quella dei bordelli”. Poi Engels mise l’accento sulla natura della cosiddetta “proprietà di Stato” nei paesi capitalisti. Egli disse: “Ma la trasformazione in società per azioni e in trusts o la trasformazione in proprietà di Stato non sopprime la natura capitalista delle forze produttive. Per la società per azioni e i trusts, ciò è evidente. Lo Stato moderno, a sua volta, non è che l’organizzazione che la società borghese si dà per mantenere le condizioni esterne generali del modo di produzione capitalista contro le usurpazioni sia degli operai che dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalista: lo Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più s’impossessa delle forze produttive e diventa anche concretamente il capitalista collettivo, tanti più cittadini sfrutta. Gli operai rimangono salariati, proletari. Il rapporto capitalista non è soppresso, al contrario è portato al suo culmine. Ma, arrivato al culmine, esso si rovescia. La proprietà di Stato delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma essa rinchiude in sé il mezzo formale, il modo di avvicinarsi della soluzione”.
Engels scrisse tutto questo nell’epoca in cui il capitale monopolista cominciava ad apparire e in cui il capitalismo cominciava a passare dalla libera concorrenza al monopolio. Questi argomenti hanno perso la loro validità nel momento in cui il capitale monopolista ha assunto una posizione di completo predominio? È possibile dire che attualmente la nazionalizzazione nei paesi capitalisti ha trasformato e persino soppresso “la natura capitalista delle forze produttive”? È possibile dire che attualmente il capitalismo monopolistico di Stato creato con la nazionalizzazione capitalista o con altri mezzi, ha cessato di essere capitalismo? Forse non si può dire ciò di altri paesi, ma si può dire dell’Italia?
A questo punto non possiamo esimerci dal discutere la questione del capitalismo monopolistico di Stato in Italia.
La concentrazione del capitale genera il monopolio. Dall’inizio della Prima guerra mondiale, il capitalismo mondiale fece un passo avanti non solo in direzione del monopolio in generale, ma anche da quest’ultimo in direzione del monopolio di Stato. Dopo la Prima guerra mondiale, e in particolare dopo la crisi economica del mondo capitalista scoppiata nel 1929, il capitalismo monopolistico di Stato ebbe nuovi sviluppi in tutti i paesi imperialisti. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, la borghesia monopolista dei paesi imperialisti belligeranti di ambo le parti ha utilizzato al massimo il capitale monopolistico di Stato per trarre dalla guerra i maggiori profitti. Nel dopoguerra, il capitale monopolistico di Stato è diventato persino, in gradi differenti, la forza dominante nella vita economica di alcuni paesi imperialisti. Rispetto agli altri paesi imperialisti, le fondamenta del capitalismo in Italia sono relativamente deboli. Già da molto tempo l’Italia ha imboccato la via del capitalismo di Stato, ai fini di concentrare le forze del capitale per trarre i massimi profitti e concorrere con il capitale monopolista internazionale, ampliare i mercati, ripartire le colonie. Il governo italiano fondò nel 1914 il Consorzio per la sovvenzione su valore dell’industria, per fornire crediti e sovvenzioni alle grandi banche e imprese industriali. Durante la dominazione fascista di Mussolini, gli organismi di Stato e le organizzazioni del capitale monopolista si fusero ulteriormente. Particolarmente durante la grande crisi del 1929-1933, il governo italiano acquistò, a prezzo pre-crisi, grandi quantità di azioni delle banche e delle imprese in via di fallimento, pose numerose banche e imprese sotto il controllo dello Stato, creò l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), formando così una gigantesca organizzazione del capitale monopolistico di Stato. Dopo la Seconda guerra mondiale, il capitale monopolista italiano, incluso quello di Stato che era servito di base al regime fascista, non solo è rimasto intatto, ma si è sviluppato con ritmo più rapido. Attualmente in Italia, le imprese del capitale monopolistico di Stato e le imprese del capitale misto monopolista statale e privato costituiscono circa il 30 per cento dell’insieme dell’economia.
Quali conclusioni devono trarre i marxisti-leninisti dallo sviluppo del capitalismo monopolistico di Stato? È possibile dire che in Italia, come hanno affermato il compagno Togliatti e alcuni altri compagni del Partito comunista italiano, le imprese nazionalizzate, vale a dire il capitale monopolistico di Stato, potrebbero essere “contrastanti ai monopoli” ed “espressione delle masse popolari” e “uno strumento più efficace nel contrastare lo sviluppo monopolista”?
Nessun marxista-leninista potrà mai trarre tali conclusioni. Il capitalismo monopolistico di Stato è il capitalismo monopolista in cui sono fusi insieme il capitale monopolista e il potere dello Stato. Utilizzando appieno il potere dello Stato, esso accelera la concentrazione e l’accumulazione del capitale, intensifica lo sfruttamento dei lavoratori, accelera l’assorbimento delle piccole e medie imprese e l’annessione reciproca fra i vari gruppi monopolisti e per di più rafforza il capitale monopolista per la concorrenza e l’espansione sul piano internazionale. Sotto l’etichetta dell’“intervento dello Stato nella vita economica” e dell’“opposizione ai monopoli” e usando il nome dello “Stato” per ingannare, con abili metodi dissimulati, trasferisce enormi profitti nelle mani dei gruppi monopolisti.
Il capitale monopolistico di Stato serve la borghesia monopolista con i seguenti mezzi principali:
1. Il capitalismo monopolistico di Stato usa i fondi del tesoro e le tasse pagate dal popolo per proteggere i capitalisti contro i rischi nei loro investimenti, garantendo così grandi profitti ai gruppi monopolisti.
Ad esempio, lo Stato garantisce il capitale e paga gli interessi delle obbligazioni emesse per raccogliere fondi per l’IRI, la più grande organizzazione monopolista di Stato italiana. I portatori ricevono generalmente un alto interesse annuo che va dal 4.5 per cento all’8 per cento e per di più percepiscono dividendi quando le imprese fanno profitti.
2. Attraverso la legislazione e il bilancio preventivo dello Stato, una proporzione sostanziale del reddito nazionale viene ridistribuita in modo favorevole alle organizzazioni capitaliste monopoliste, assicurando ai vari gruppi monopolisti enormi profitti.
Ad esempio, nel 1955, le spese del governo italiano per acquisti e commesse presso i gruppi monopolisti costituiscono un terzo circa del bilancio dello Stato.
3. Attraverso forme alternate di acquisto e di vendita, lo Stato, in determinati momenti, rileva quelle imprese che sono in perdita o stanno fallendo o la cui nazionalizzazione gioverà particolarmente ai gruppi monopolisti e, in determinati momenti, vende ai gruppi monopolisti privati quelle che sono redditizie.
Ad esempio, secondo i dati forniti dall’economista italiano Gino Longo, dal 1920 al 1955, i governi italiani avvicendatisi, per acquistare le azioni delle banche e delle imprese in via di fallimento, hanno speso 1.647 miliardi di lire (valore del 1953), pari a più di metà del capitale nominale del 1955 di tutte le società per azioni italiane con capitale superiore ai 50 milioni di lire. D’altra parte, secondo dati incompleti, la sola IRI, dalla sua fondazione all’anno 1958, ha rivenduto alle organizzazioni monopoliste private azioni di imprese redditizie per un valore totale di 491 miliardi di lire (valore del 1953).
4. Usando l’autorità dello Stato il capitale monopolistico di Stato intensifica la concentrazione e l’accumulazione di capitale e accelera l’annessione di piccole e medie imprese da parte del capitale monopolista.
Ad esempio, dal 1948 al 1958 il totale del capitale nominale dei 10 gruppi monopolisti maggiori che controllavano i settori-chiave dell’economia nazionale italiana si è moltiplicato per 15. Il capitale nominale della Fiat è aumentato di 24 volte e quello dell’Italcementi di 39 volte. Le dieci società maggiori costituivano soltanto lo 0.04 per cento del numero totale delle società italiane per azioni, ma possedevano e controllavano direttamente il 64 per cento del totale del capitale azionario privato dell’Italia. Nello stesso tempo, il numero delle piccole e medie imprese fallite non cessava di aumentare.
5. Internazionalmente, il capitale monopolistico di Stato combatte furiosamente per conquistare mercati, facendo uso della forza dello Stato e dei suoi mezzi diplomatici e in questo modo serve alla borghesia monopolista italiana quale utile strumento per estendere la sua penetrazione neocolonialista.
Ad esempio nel solo periodo 1956-1961 l’ENI ha ottenuto il diritto di cercare ed estrarre o vendere il petrolio o di costruire oleodotti e raffinerie nei seguenti paesi: Siria, Egitto, Iran, Libia, Marocco, Tunisia, Etiopia, Sudan, Giordania, India, Jugoslavia, Austria, Svizzera e altri. Esso ha conquistato così terreno nei mercati petroliferi internazionali per la borghesia monopolista italiana.
I fatti summenzionati dimostrano chiaramente che il monopolio statale e il monopolio privato sono in realtà due forme che si completano a vicenda perché la borghesia monopolista possa arraffare enormi profitti. Lo sviluppo del capitale monopolistico di Stato aggrava le contraddizioni proprie del sistema imperialista, non può assolutamente, come hanno affermato Togliatti e altri compagni, “limitare e spezzare il potere dei grandi gruppi monopolisti” o trasformare le contraddizioni proprie del sistema imperialista.
In Italia fra alcune persone è diffusa l’opinione che il capitalismo italiano di oggi sia diverso dal capitalismo di 50 anni fa e che sia entrato in “una fase nuova”. Queste persone chiamano l’odierno capitalismo italiano “neocapitalismo”. Esse pretendono che con il cosiddetto “neocapitalismo” o nella “fase nuova” del capitalismo i principi fondamentali del marxismo-leninismo concernenti la lotta di classe, la rivoluzione socialista, la conquista del potere da parte del proletariato, la dittatura del proletariato e così via abbiano perso tutta la loro validità. A loro parere questo “neocapitalismo” può giocare un tal ruolo da utilizzare la “programmazione”, il “progresso tecnico”, la “piena occupazione”, lo “stato del benessere” e simili mezzi, oltre alle “alleanze internazionali” per risolvere, in seno allo stesso sistema capitalista, le contraddizioni fondamentali del capitalismo. In Italia, i primi a sostenere e propagare questa “teoria” sono stati il movimento cattolico e i socialriformisti. In effetti, è proprio in questa “teoria” che Togliatti e altri compagni hanno trovato una nuova base per la loro teoria delle “riforme di struttura”.
Togliatti e altri compagni sostengono che “i concetti di pianificazione e di programmazione economica considerati un tempo come una prerogativa socialista sono oggi sempre più largamente discussi e accettati”.
Secondo il compagno Togliatti: primo, l’economia nazionale può svilupparsi in modo pianificato non solo nei paesi socialisti, ma anche in regime capitalista; secondo, è possibile che nell’Italia capitalista siano accettate la pianificazione e la programmazione economica proprie del socialismo.
I marxisti-leninisti hanno sempre sostenuto che un paese capitalista trova necessario e possibile adottare una politica che in qualche modo regoli l’economia nazionale nell’interesse della borghesia presa nel suo insieme. Queste idee si trovano nelle summenzionate citazioni di Engels. All’epoca del capitale monopolista, la funzione regolatrice dello Stato capitalista si esercita essenzialmente nell’interesse della borghesia monopolista. Sebbene questa regolazione possa qualche volta anche sacrificare gli interessi di alcuni gruppi monopolisti, non danneggia mai, ma, al contrario, rappresenta gli interessi generali della borghesia monopolista.
Lenin ha giustamente affermato: “Uno degli errori più diffusi è l’affermazione riformista borghese, secondo la quale il capitalismo monopolista o il capitalismo monopolistico di Stato non sono già più capitalismo e possono esser chiamati “socialismo di Stato” e così via. Naturalmente i trusts non hanno mai prodotto, non producono oggi e non possono produrre una pianificazione completa. Ma per quanto essi possano pianificare, per quanto i magnati del capitale calcolino in anticipo il volume della produzione su scala nazionale e persino internazionale, per quanto essi regolino questa produzione sistematicamente, noi rimaniamo tuttavia in regime capitalista, sia pure in una sua nuova fase, ma indubbiamente in regime capitalista”.
Tuttavia alcuni compagni del Partito comunista italiano sostengono che realizzando la “pianificazione” in Italia, paese dominato dalla borghesia monopolista, si possono risolvere le importanti questioni poste dalla storia italiana, inclusi i “problemi della libertà e dell’emancipazione (della classe operaia)”. Come è possibile un tale miracolo?
Il compagno Togliatti ha detto: “Il capitalismo monopolistico di Stato, che è l’aspetto odierno del regime capitalista in quasi tutti i più grandi paesi, è quella tappa, ha affermato Lenin, al di là della quale per andare avanti non vi è altro che
il socialismo. Da questa necessità oggettiva bisogna però fare scaturire un movimento cosciente”.
Noi tutti sappiamo che Lenin ha detto: “[…] il capitalismo […] è avanzato dal capitalismo all’imperialismo, dai monopoli alla statizzazione. Tutto questo ha avvicinato la rivoluzione socialista e le ha creato condizioni oggettive favorevoli”. Lenin ha anche espresso la stessa idea in altre occasioni. Le idee di Lenin sono molto chiare: lo sviluppo del capitalismo monopolistico di Stato “deve costituire […] un argomento in favore della prossimità […] della rivoluzione socialista e non già un argomento per mostrarsi tolleranti verso la negazione di questa rivoluzione e verso l’abbellimento del capitalismo, cose di cui si occupano tutti i riformisti.
Con buona pace degli emuli attuali di Togliatti, fautori della possibilità di conciliare socialismo e mercato e della riduzione del socialismo a nazionalizzazione e pianificazione economica.
È impossibile comprendere il movimento economico e politico delle società moderne senza la comprensione delle FAUS. Lo scarso interesse manifestato dai teorici marxisti per le FAUS è un risvolto teorico della debolezza del movimento comunista nei paesi imperialisti. Chi cerca di esporre il movimento economico e politico delle società moderne senza comprendere le FAUS, inevitabilmente oscilla tra
- attribuire ogni potere all’intervento soggettivo (dello Stato e delle altre associazioni di capitalisti) nell’economia,
- negare ogni efficacia all’intervento soggettivo (dello Stato e delle altre associazioni di capitalisti) nell’economia.
Si priva infatti dello strumento per comprendere la dialettica reale tra i tentativi di governare l’economia che si fanno forti del carattere sociale delle forze produttive e l’azione delle leggi oggettive del rapporto di produzione capitalista basato sull’appropriazione individuale delle forze produttive (cioè della vecchia forma del processo produttivo).
Parimenti è impossibile capire il significato della tesi secondo la quale è in seno alla società che muore che si formano gli elementi con cui si costruirà la nuova società e quindi è impossibile la formulazione del programma di un partito comunista, senza la comprensione delle FAUS. Gli elementi costitutivi della società comunista sono stati prodotti, sono nati e si sono sviluppati nell’ambito del modo di produzione capitalista: i rapporti sociali del futuro sono cioè in gestazione, deformati dal marchio del capitalismo, nella vecchia società. I comunisti non li devono inventare, devono solo scoprirli, renderli sistematici e favorirne lo sviluppo: il socialismo è lo sviluppo sistematico, grazie alla conquista del potere politico, delle forme antitetiche dell’unità sociale come strumenti per far vivere in tutte le sue necessarie manifestazioni l’unità della società. Chi cerca di tracciare un programma di trasformazione dal capitalismo al comunismo senza comprendere le FAUS inevitabilmente oscilla tra il rassegnarsi al presente e fantasticare sul futuro perché si priva del mezzo per scoprire gli unici possibili elementi materiali costitutivi del futuro quali sono forniti dal presente.
Rosa L.
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Movimento comunista e scienza comunista
Il movimento comunista ha quasi 200 anni di vita. Come movimento pratico esso inizia nei primi decenni del secolo XIX, come movimento cosciente di sé (quindi come teoria) esso inizia con il Manifesto del partito comunista del 1848, come epoca delle rivoluzioni proletarie esso inizia con l’epoca imperialista: un grande movimento pratico che via via è stato anche compreso e formulato teoricamente.
Il marxismo è una scienza, nel senso che illustra la natura e le leggi di sviluppo della società in cui viviamo e indica che per risolvere in modo definitivo gli attuali problemi delle masse popolari esse devono instaurare il socialismo e che esistono le condizioni per farlo. Quindi è la scienza delle attività con le quali gli uomini hanno fatto e fanno la loro storia, è la scienza della costruzione del nuovo mondo, del mondo futuro dell’umanità: grazie ad essa gli uomini e le donne possono costruire consapevolmente il loro futuro.
Come ogni scienza nasce dall’elaborazione dell’esperienza, si avvale della ricerca, verifica i suoi risultati nella pratica, si sviluppa, cioè si arricchisce di nuove nozioni e di nuovi campi man mano che è applicata e l’elaborazione di estende a nuovi aspetti.
Marx ed Engels hanno tracciato la sintesi delle esperienze compiute dal proletariato ai suoi primi inizi come classe autonoma; hanno elaborato la teoria del movimento economico specifico della società borghese (del modo di produzione capitalista) che ne mette in evidenza il carattere storico (transitorio), le forze motrici, l'inevitabile trapasso nel comunismo; hanno dato forma organica alla concezione materialista dialettica della società secondo cui il movimento della struttura economica della società determina il movimento politico e culturale di essa e secondo cui il movimento della società (e in generale di ogni cosa) è determinato dalla contraddizione tra i due opposti che la compongono (di cui essa è l'unità).
Lenin (e Stalin che, per quanto riguarda gli aspetti principali della sua attività, ne ha continuato e difeso l'opera) ha sviluppato queste concezioni facendo la sintesi delle esperienze della lotta del proletariato e dei popoli oppressi nel periodo in cui il capitalismo entrava nella fase imperialista (di declino) e il socialismo incominciava a divenire una realtà, il proletariato come classe già resasi autonoma entrava nel periodo delle rivoluzioni proletarie vittoriose.
Mao Tse-tung ha sviluppato il marxismo-leninismo e lo ha portato a un livello nuovo: è questo livello nuovo e più alto del “pensiero comunista” che chiamiamo maoismo. Egli ha costruito una teoria sistematica, organica e universale della rivoluzione proletaria prima e dopo la conquista del potere, sulla base dell'esperienza delle rivoluzioni proletarie (e delle rivoluzioni antimperialiste e antifeudali che della rivoluzione proletaria fanno parte) di tutto questo secolo: cosa che ovviamente era impossibile sia a Marx sia a Lenin. Quindi il marxismo è diventato marxismo-leninismo e poi marxismo-leninismo-maoismo.