La Voce 82 - marzo 2026
Sulla seconda ondata della rivoluzione proletaria
L’attacco contro la Repubblica Islamica dell’Iran e la posizione dei comunisti
La rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani è parte della seconda ondata mondiale della rivoluzione proletaria
Lo scorso 28 febbraio gli imperialisti USA hanno dato il via, insieme ai sionisti di Israele, a un attacco militare su larga scala contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Insieme alle aggressioni che i sionisti da tempo conducono in Libano, Yemen, Siria, Iraq e al genocidio che stanno perpetrando a Gaza e Cisgiordania, all’uso del governo fantoccio di Zelenski contro la Federazione Russa, ai bombardamenti in territorio venezuelano e al rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, al blocco dei rifornimenti di carburante a Cuba per “acquisirla amichevolmente” e alle interferenze negli altri paesi dell’America Latina e dei Caraibi, alle guerre per interposta persona nel continente africano, alla creazione di una NATO dell’Indo-Pacifico, l’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran va ad allargare la Terza guerra mondiale, prodotta dallo sconvolgimento economico, culturale, politico, diplomatico e militare in corso nel mondo ancora dominato dalla Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti USA, sionisti, europei e loro associati e il cui centro promotore sono gli imperialisti USA e i sionisti di Israele.
In questo contesto, la resistenza all’iniziativa criminale della CI e al suo traballante dominio nel mondo si sviluppa in modi e forme diverse. In molti casi, come in Iran e in altri paesi dell’Asia Occidentale, a capo della resistenza delle masse contro i gruppi imperialisti ci sono il clero musulmano o forze politiche ispirate e guidate da esso. Per promuovere una corretta comprensione del corso delle cose e dell’atteggiamento che noi comunisti dobbiamo assumere verso questa resistenza, riportiamo lo stralcio dell’articolo Lo sconvolgimento in corso, pubblicato sulla rivista Rapporti Sociali n. 34 nel gennaio 2004. Lo scritto è decisamente attuale perché mostra chiaramente la differenza tra la natura delle forze di matrice islamica alla guida della resistenza contro la CI dei gruppi imperialisti e il loro ruolo oggettivo, di cui i comunisti devono avvalersi per la rinascita del movimento comunista e lo sviluppo della seconda ondata mondiale della rivoluzione proletaria.
La Redazione
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Lo sviluppo su grande scala della rivoluzione antimperialista e democratica nei paesi arabi e musulmani
I gruppi imperialisti non sono riusciti a pacificare l’Afghanistan benché lì tutti i gruppi e Stati imperialisti ufficialmente collaborino alla pacificazione. Tanto meno i gruppi imperialisti USA sono riusciti a pacificare l’Iraq. Al contrario. Dopo la rapida occupazione (marzo-aprile ‘03) e dopo che Bush il 1° maggio ‘03 proclamò la fine della guerra, la resistenza non cessa di rafforzarsi ed estendersi. Ancora meno pacificata è la Palestina. Qui l'unico vero alleato di cui l’Amministrazione USA dispone nel mondo, lo Stato sionista di Israele, non riesce a soffocare la seconda Intifada, sebbene abbia fatto e faccia ricorso a forme di repressione di una ferocia tale da avere ormai largamente superato quanto di peggio fecero i nazisti. La lotta antimperialista dei tre paesi si inserisce sempre più nel più ampio movimento rivoluzionario che interessa praticamente tutti i paesi arabi e musulmani (dall’Estremo Oriente, al Medio Oriente, all'Africa del Nord) e che ha già importanti ripercussioni anche nei territori metropolitani dell’Europa e degli USA.
Per chi lo osserva superficialmente, senza senso della storia e dando credito alla propaganda imperialista, è un movimento reazionario di lotte contro i paesi imperialisti all’insegna della religione islamica e del suo rinnovamento (fondamentalismo islamico). In realtà la sostanza di quel movimento è l’esplosione della rivoluzione democratica in gran parte dei paesi semicoloniali. Quindi è per alcuni aspetti connesso con il malessere che serpeggia e ogni tanto qua e là esplode in America Latina e in Africa.
I paesi focolai di questo movimento hanno in comune il fatto di essere paesi con grandi tradizioni di civiltà (e questo basta a fare piazza pulita di tutte le dicerie che legano la loro arretratezza attuale alla religione islamica che esisteva anche quando questi paesi furono all’avanguardia della civiltà mondiale) che l’imperialismo ha legato al comune corso mondiale della storia e allo stesso tempo relegato all’oppressione razziale e coloniale (nel ruolo di colonie e semicolonie). I popoli della maggior parte di questi paesi hanno partecipato attivamente e su gran scala alla lotta anticoloniale durante la prima ondata della rivoluzione proletaria. In questi paesi (Filippine, Indonesia, Malaisia, India e Pakistan, Afganistan, Iran, Iraq, Turchia, Siria, Libano, Palestina, Emirati Arabi, Yemen, Egitto, Sudan, Marocco) in quell’epoca si formarono forti partiti comunisti che vi svolsero un ruolo politico importante. Le basi della società civile feudale e semifeudale furono allora minate e sconvolte senza però essere eliminate e sostituite.(1)
L’avvento dei revisionisti moderni alla direzione del movimento comunista internazionale negli anni ‘50 ha impedito che il movimento comunista sfruttasse i grandi successi raggiunti e superasse i suoi limiti, che la prima ondata della rivoluzione proletaria compisse fino in fondo il suo corso e, in questi paesi, che il movimento comunista conducesse in porto la rivoluzione democratica nell’unica veste in cui essa era possibile, come rivoluzione di nuova democrazia.(2)
I revisionisti moderni in questi paesi promossero e appoggiarono quella che essi chiamarono “una via non capitalista di sviluppo”. Di fatto essa consisteva nel potere della borghesia burocratica con le sue velleità di uno sviluppo economico e culturale autonomo dal sistema imperialista mondiale grazie al sostegno dell’Unione Sovietica e del campo socialista.(3)
1. Per comprendere meglio di che cosa si parla, è utile rileggere il seguente passo di K. Marx, Grundrisse, che dà una traccia della storia universale, a cui appartiene anche la storia dei paesi arabi e musulmani.
“I rapporti di dipendenza personale (all'inizio su una base del tutto naturale) sono stati le prime forme di società nelle quali la produttività degli uomini si sviluppò soltanto in ambiti ristretti e in punti isolati.
L'indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale (cioè da cose, ndr) è la seconda forma importante di società (essa si ha nella società mercantile-capitalista, con la sua alienazione delle capacità e attività individuali che diventano semplici strumenti del capitale, ndr). In essa giunge a costituirsi un sistema sociale di ricambio generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità.
La libera individualità fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale (alla associazione degli individui, ndr), quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio (o forma di società, ndr).
Il secondo crea le condizioni del terzo”.
2. Introdotta da Lenin e Stalin e compiutamente elaborata da Mao Tse-tung, la teoria della rivoluzione di nuova democrazia sostiene che nell'epoca imperialista solo la classe operaia tramite il suo partito comunista può guidare con successo le masse popolari dei paesi feudali a eliminare i rapporti feudali e liberarsi dall'oppressione dell'imperialismo. La borghesia nazionale partecipa a questa rivoluzione, ma non è capace di dirigerla con successo: ha troppi legami con l'imperialismo e con le classi feudali e ha già troppi contrasti con la classe operaia per essere una classe di combattenti d'avanguardia per la rivoluzione democratica.
3. La borghesia burocratica è costituita da dirigenti e funzionari del settore pubblico dell'economia e da capitalisti le cui imprese nascono e si sviluppano principalmente grazie all'opera dello Stato.
I più noti esponenti di questa “via non capitalista di sviluppo” sono stati Sukarno (Indonesia), Nehru (India), Mossadeq (Iran), Kassem (Iraq), Assad (Siria), Arafat (Palestina), Nasser (Egitto), Boumediène (Algeria).
Contro questo corso delle cose gruppi e Stati imperialisti ebbero buon gioco a mobilitare il clero e altri gruppi reazionari in funzione anticomunista. E la monarchia wahabita dell’Arabia svolse in questo un ruolo centrale, affine a quello svolto dal Vaticano nel mondo cristiano. Da qui sono sorti gli attuali gruppi dirigenti del fondamentalismo islamico. Per i gruppi imperialisti fu un’operazione analoga a quella condotta in Europa, e in particolare in Italia, nel secondo dopoguerra: fare del clero in generale e del Vaticano in particolare i dirigenti di uno schieramento anticomunista con seguito tra le masse. Solo che la natura semifeudale dei paesi arabi e musulmani e l’oppressione semicoloniale cui erano sottoposti non permisero che le cose andassero come sono andate in Europa. Vero che molti partiti comunisti vennero sterminati (Filippine, Indonesia, Malaisia, Iran, Turchia, Iraq, Siria, Egitto, Sudan, Marocco) e gli altri ridotti in un modo o nell’altro a ruoli secondari. Ma le forze clericali per prendere in mano la direzione delle masse popolari e conservarla hanno dovuto mettersi alla testa della rivoluzione democratica antimperialista.
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“Nelle condizioni dell’oppressione imperialista, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell’emiro dell’Afghanistan per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, nonostante il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi ‘ultra’ democratici e ‘socialisti’, ‘rivoluzionari’ e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo. La lotta dei mercanti e degli intellettuali borghesi egiziani per l’indipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta oggettivamente rivoluzionaria, benché i capi del movimento nazionale egiziano siano borghesi per origine e appartenenza sociale e benché essi siano contro il socialismo, mentre la lotta del governo ‘operaio’ inglese per mantenere la situazione di dipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta reazionaria, benché i membri di questo governo siano proletari per origine e appartenenza sociale e benché essi siano ‘per’ il socialismo. E non parlo del movimento nazionale degli altri paesi coloniali e dipendenti più grandi, come l’India e la Cina, ogni passo dei quali sulla via della loro liberazione, anche se contravviene alle esigenze della democrazia formale, è un colpo di maglio assestato all’imperialismo, ed è perciò incontestabilmente un passo rivoluzionario. Lenin ha ragione quando afferma che il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati del bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè ‘non isolatamente, ma su scala mondiale’” (Stalin, Principi del leninismo - VI. La questione nazionale, in Questioni del leninismo, Edizioni Rapporti Sociali e Red Star Press, 2022).
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La seconda crisi generale del capitalismo, sopravvenuta negli anni ‘70, ha portato con se la ricolonizzazione dei paesi semicoloniali e il loro saccheggio (debito estero e poi privatizzazione delle risorse naturali, del settore economico pubblico e dei servizi pubblici). Essa ha reso quindi ancora più pressante e vincolante quel compito. Da antidoto al movimento comunista, il clero musulmano ha dovuto diventare portavoce di quella rivoluzione che il movimento comunista non aveva portato a compimento. Da contraltare all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Hamas ad esempio è diventato promotore della lotta contro lo Stato sionista di Israele. Ciò ha posto ai gruppi e agli Stati imperialisti i problemi che sono diventati evidenti con la rivoluzione iraniana del 1979 e che gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno posto al centro del movimento politico mondiale: dallo stato d’assedio negli USA, alla legislazione speciale antiterrorismo nella UE, alla “guerra mondiale contro il terrorismo”, all’aggressione dell’Afghanistan e dell’Iraq, alla accelerazione dei contrasti tra gruppi e Stati imperialisti, al riarmo generale e all’accelerazione della “eliminazione delle conquiste” delle masse popolari dei paesi imperialisti.
Che si abbiano movimenti sociali la cui coscienza teorica, impersonata dai rispettivi capi, è in contrasto con l’opera che effettivamente compiono, non è cosa nuova nella storia delle società divise in classi. Anche in Europa nei primi secoli del secondo millennio dopo Cristo i primi movimenti borghesi nacquero come movimenti di riforme e rinnovamento religiosi.(4) Fu a proposito di questo fenomeno che Marx affermò che non si deve valutare un movimento sociale da quello che esso pensa di sé, ma da quello che è. Il ruolo assunto dalle donne nella lotta contro i sionisti in Palestina, le diffuse denunce contro la corruzione, la povertà e la disoccupazione, le opere di carità, di assistenza sanitaria e di istruzione che il movimento fondamentalista musulmano viene producendo sono elementi tra altri che rivelano la sua natura più del fervore religioso dei suoi militanti. Né la connessione tra i due aspetti è di causa e effetto, perché ferventi religiosi c’erano anche quando essi si dedicavano ad altro che alle opere pie e alla guerra a cui con fervore ed eroismo si dedicano oggi.(5) È solo la rivoluzione socialista che per sua natura richiede l’unità di teoria e pratica almeno al livello del partito comunista che la dirige.
4. Anche in Cina a partire dalla seconda metà del secolo XIX si scontrarono una corrente che voleva modernizzare l'apparato economico e militare del paese mantenendo ferma la vecchia cultura cinese e una corrente che riteneva che la modernizzazione fosse possibile solo adottando anche la cultura borghese. Il contrasto fu risolto, come disse Mao, dalle “cannonate della Aurora”, cioè dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre che aprì la strada a una terza via: la rivoluzione di nuova democrazia diretta dal partito comunista e parte integrante della rivoluzione proletaria mondiale. Ma l’arretratezza del punto di partenza della Cina si fece tuttavia valere ancora più tardi, quando le parti più avanzate del movimento comunista caddero nelle mani dei revisionisti moderni. La Rivoluzione Culturale Proletaria infatti avrebbe potuto salvare le sorti del movimento comunista e internazionale solo se avesse prodotto un rovesciamento di direzione in Unione Sovietica. Cosa non impossibile date le resistenze che i revisionisti moderni incontrarono nell’attuare il loro programma di restaurazione in URSS e nel resto del campo socialista. La minaccia che la Rivoluzione Culturale Proletaria faceva indirettamente gravare sul loro potere indusse i revisionisti moderni a minacciare direttamente l’aggressione della Repubblica Popolare Cinese: da qui gli scontri di frontiera sino-sovietici come quello sul fiume Ussuri (1969), il cedimento di Lin Piao (1973) e l’apertura della RPC agli USA (1972).
5. Del contrasto tra teoria e pratica nei movimenti sociali delle classi oppresse, fino all’esistenza, nello stesso movimento, di due diverse concezioni del mondo (una dichiarata e ufficiale e l’altra individuabile analizzando la pratica e che emerge esplicitamente solo in circostanze particolari) e degli effetti di questa “coesistenza” si è occupato ripetutamente Antonio Gramsci, tra l’altro nel suo Quaderno del carcere n. 11 (vedi Quaderni del carcere - Edizione critica - Einaudi 1975 pagg. 1379, 1385, 1388-1389).
Ciò che a noi comunisti pone un problema teorico è il contrasto tra questa rivoluzione democratica antimperialista diretta dal clero musulmano e la nostra teoria della rivoluzione di nuova democrazia. A questo problema teorico sono strettamente legati, per chi non procede empiricamente, i problemi politici 1. del nostro atteggiamento verso la rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani e 2. degli sviluppi possibili, degli esiti di questa rivoluzione. Sono problemi che il movimento comunista, per portare avanti la sua rinascita, deve risolvere sia in termini teorici che politici stando sul terreno suo proprio della lotta per il comunismo, onde evitare di fare una politica empirista a rimorchio ora dei gruppi imperialisti ora del clero musulmano.
A me pare che la nostra posizione debba riassumersi nei seguenti punti.
A. Il clero musulmano fautore di una riforma religiosa ha preso la direzione della rivoluzione democratica dei paesi arabi e musulmani principalmente a causa della decadenza del movimento comunista internazionale (prodotto dell’avvento dei revisionisti moderni alla sua direzione) e secondariamente grazie all’appoggio che i gruppi imperialisti gli hanno fornito per costruire un baluardo contro il comunismo.
B. Le tradizioni possono costituire una base sufficiente - ed è già avvenuto in più casi - per mobilitare le masse popolari a compiere azioni eroiche fino al martirio nella lotta contro l’imperialismo, come le imprese gloriose che sono in questo periodo compiute da tanti combattenti arabi e musulmani. Ma difficilmente, salvo che per il concorso di circostanze eccezionali interne e internazionali, hanno la forza necessaria per guidare una rivoluzione vittoriosa.
C. L’ordinamento sociale che il clero musulmano contrappone al capitalismo è una ripetizione di quello che i movimenti clericali europei contrapponevano alla borghesia nascente e testimonia il legame del clero riformatore con i rapporti sociali che la rivoluzione democratica deve eliminare: i ricchi devono moderare i loro appetiti e praticare l’elemosina, la beneficenza; l’assistenza ai poveri, agli orfani e alle vedove è un obbligo morale universale; il denaro bisogna prestarlo senza chiedere interesse; ecc. Insomma niente che possa creare un ordinamento sociale che vada oltre il capitalismo.
D. Per quanto sopra detto e per i suoi residui legami con l’imperialismo, il clero musulmano non potrà condurre fino in fondo la rivoluzione democratica. Anche l’esempio dell’Iran lo conferma. Se la rinascita del movimento comunista avanza, questo prenderà quindi la direzione della rivoluzione democratica perché esso invece è portatore di un ordine sociale superiore.
E. I comunisti devono appoggiare la rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani. Non solo perché è antimperialista, ma anche perché è democratica. Questo non vuol dire appoggiare il clero musulmano e cercare tra esso i nostri interlocutori. Vuol dire praticare apertamente l’alleanza e il sostegno dirigendo in tal senso le forze che i comunisti mobilitano e dirigono (quindi ad es. la solidarietà con i combattenti arabi e musulmani contro la persecuzione delle autorità dei paesi imperialisti, l’unità d’azione contro le aggressioni, ecc.). Il clero musulmano in generale rifiuterà la solidarietà, l’unità d’azione, ecc., perché è anticomunista, ma le masse popolari arabe e musulmane le apprezzeranno sempre più man mano che il movimento comunista ridiventerà una potenza mondiale, che le esitazioni e le difficoltà del clero nel dirigere una rivoluzione democratica antimperialista diventeranno evidenti.
F. Alle masse popolari dei paesi imperialisti noi dobbiamo dire che i gruppi imperialisti le stanno trascinando in una impresa criminale e senza prospettive, che in più trasforma anche i nostri paesi in campi di battaglia. Che la borghesia imperialista non è in grado di evitare che la guerra di sterminio che essa porta contro i popoli dei paesi arabi e musulmani, venga riportata nei nostri paesi. Che l’unico modo di impedirlo è unirsi contro la borghesia imperialista per porre fine all’ordinamento sociale che essa difende e impone con ogni mezzo ma che è l’unico ostacolo che impedisce alle masse popolari dei paesi imperialisti come alle masse popolari dei paesi oppressi di soddisfare le proprie aspirazioni di benessere, di civiltà e di pace.