La Voce del (nuovo)PCI

La Voce 82 - marzo 2026

Estendere e rafforzare la mobilitazione contro guerra, corsa al riarmo ed economia di guerra

Un approfondimento su produzione bellica e protagonismo operaio


La mobilitazione contro la guerra si sviluppa in diversi campi e forme. Numerose proteste hanno attraversato e attraversano il nostro paese, in particolare a partire dal 7 ottobre 2023. Tra le tante spiccano i blocchi agli stabilimenti della Leonardo promossi da Extinction Rebellion e altri (a Brescia, Roma, Varese, Palermo, ecc.), i presidi e i cortei contro la Cabi Cattaneo di Milano (azienda che fa affari con i sionisti d’Israele), le mobilitazioni e le iniziative legali contro l’ampliamento dello stabilimento della RWM di Domusnovas (Sud Sardegna), le mobilitazioni contro la Fiocchi di Lecco (produttrice di munizioni leggere che esporta in tutto il mondo), le mobilitazioni diffuse nei porti e aeroporti per il blocco dei traffici di armi, che stanno dando vita a nuovi collettivi di lavoratori ispirati dall’esempio del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova, le proteste contro le aggressioni con cui gli imperialisti USA e sionisti estendono la Terza guerra mondiale dall’America Latina all’Asia occidentale, dall’Europa all’Africa, la partecipazione del nostro paese ad esse e la subordinazione del governo Meloni all’amministrazione Trump e ai sionisti di Israele, le iniziative contro la presenza di basi USA-NATO da un capo all’altro dell’Italia, le mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare.

Coordinare gli organismi popolari già attivi e crearne di nuovi, sviluppare il ruolo degli operai e degli altri lavoratori, sfruttare le contraddizioni in campo nemico e combinare le manifestazioni nazionali con le mille iniziative di base sono quattro linee per far crescere questa mobilitazione: le abbiamo illustrate in La Voce 80 (luglio 2025), a cui rimando.

Lo sviluppo del movimento contro la guerra rende però necessario affrontare più a fondo una tendenza esistente tra gli organismi popolari, le reti, associazioni e gruppi mobilitati contro la Terza guerra mondiale e che serpeggia anche nelle file della Carovana del (n)PCI, in particolare nel P.CARC: quella di contrapporsi ai lavoratori impiegati nelle aziende belliche. Questa tendenza, che si traduce nella linea di “chiudere le fabbriche di morte”, unisce una parte delle masse popolari che sinceramente sono contro la guerra e giustamente ripudiano l’uso delle armi, i traffici, l’aumento delle spese per il riarmo e la conversione della produzione in funzione bellica. Ma la contrappone, nei fatti, ai lavoratori impiegati nella produzione bellica e nel suo indotto, li spinge a coalizzarsi con i “loro” padroni e finisce così per alimentare la guerra tra poveri promossa da padroni e guerrafondai.

Bisogna affrontare il problema della produzione bellica con criteri di classe, cioè partire dalla condizione oggettiva degli operai e del resto dei lavoratori dipendenti nel nostro paese: il tipo di lavoro che fanno non dipende dalle loro idee, sentimenti, propensioni né dagli studi che hanno fatto né dall’utilità alla vita del paese dei beni e servizi che producono, ma dal fatto che i proletari per vivere devono lavorare, quindi devono trovare chi li assume e questo in un contesto segnato da decenni di smantellamento del tessuto produttivo del paese (chiusure di aziende, delocalizzazioni e ridimensionamenti) e di precarizzazione dei rapporti di lavoro. Oggi l’iniziativa economica è ancora in mano ai capitalisti, che assumono i lavoratori per produrre quei beni e servizi che contano di vendere con profitto e nel capitalismo in crisi i settori dell’economia reale che tirano solo la produzione di armi, il lusso, i grandi eventi, le grandi opere speculative. Vuol dire che bisogna difendere e/o ampliare la produzione di armi per garantire posti di lavoro e anzi aumentarli? No, non è questo il punto. Vuol dire che non è un problema della singola azienda né tanto meno della “scelta più o meno etica” del singolo lavoratore, ma di cosa si produce nel nostro paese, come lo si produce e come viene distribuito: è un problema che ha la sua soluzione sul terreno politico, di governo del paese.

Nel movimento contro la guerra bisogna far valere che le armi servono alla borghesia imperialista contro i popoli che si ribellano al loro dominio e contro le masse popolari (vedi l’uso sempre più “disinvolto” di taser da parte delle Forze dell’Ordine, gli omicidi come quello di Rogoredo - MI, ecc.). Ma servono anche ai proletari e ai popoli che si ribellano all’ordine di miseria e di oppressione della borghesia imperialista. Servono alla Resistenza palestinese per lottare contro il sionismo, al popolo venezuelano, cubano e iraniano per difendersi dall’aggressione imperialista e contrattaccare. Sono servite ai bolscevichi per portare a compimento la rivoluzione socialista in Russia e far fronte alle aggressioni imperialiste per “soffocare il bambino finché è ancora nella culla”, ai comunisti cinesi, vietnamiti, coreani, cubani, ecc. Così come sono servite alla Resistenza partigiana (1943-1945) per liberare il paese dalla feccia nazifascista.(1)


1. Durante la Resistenza, numerosi erano gli operai comunisti che lavoravano nelle aziende belliche in particolare nel nord e centro Italia. In molti casi, grazie all’azione dei comunisti, gli operai che producevano armi si organizzavano per sabotare quelle destinate al fronte, mentre nascondevano via via armi che facevano arrivare ai Partigiani per condurre la guerra di liberazione contro i nazifascisti.


La produzione di armi, inoltre, è la punta dell’iceberg di un sistema produttivo sempre più legato alla Terza guerra mondiale. Un bullone o una lamiera possono essere parte della costruzione di un capannone o componenti per la fiancata di un mezzo militare. I progetti di costruzione, potenziamento e/o manutenzione di ferrovie, porti e autostrade contemplano sempre di più l’uso bellico delle infrastrutture. E, ancora, i dati e le informazioni raccolte attraverso gli algoritmi dei social network, dei motori di ricerca Internet e applicazioni dei cellulari servono sempre di più a sorvegliare la popolazione e promuovere la guerra cognitiva contro le masse popolari, oltre che a sviluppare più in generale la propaganda di guerra. È il cosiddetto “dual use” (duplice uso).(2) Si potrebbero fare numerosi altri esempi per dimostrare che la guerra non è più materia che riguarda solo la produzione di armi e il loro trasporto bensì tutta la struttura della società, ogni suo ramo.(3) Ai lavoratori dell’industria bellica propriamente detta, quindi, si aggiungono altre centinaia di migliaia di lavoratori dell’indotto di aziende come la Leonardo, di lavoratori delle ferrovie, dei porti, aeroporti, della logistica, ma anche metalmeccanici, chimici, autotrasportatori, manutentori, ingegneri, ricercatori, docenti, ecc. In definitiva, è sempre più difficile trovare un ambito produttivo che non è coinvolto nelle dinamiche della Terza guerra mondiale.


2. Il termine “dual use” identifica prodotti, software e tecnologie concepite per scopi civili, ma che possono essere impiegati anche per applicazioni militari, per la fabbricazione di armi (convenzionali, chimiche, biologiche, nucleari) o in contesti di sicurezza sensibili.


3. A tal proposito è molto utile la ricerca, ancora in corso, promossa dall’assemblea Stop Riarmo di Torino sulla produzione bellica, reperibile su https://www.infoaut.org/confluenza/mappatura-dal-basso-geografia-dellinfrastruttura-della-filiera-bellica-e-aerospaziale-del-piemonte.


Ad oggi nel nostro paese esistono numerose aziende che producono armi. Tutte, in una certa misura, producono rispettando i cosiddetti “standard NATO” e usufruiscono quindi del mercato bellico dei paesi NATO e associati, possono vendere solo a paesi che utilizzano armi e munizionamento NATO, possono avere a che fare (salvo casi eccezionali) solo con aziende che producono per la NATO. Gli armamenti che vengono prodotti sono di vario tipo: da bombe e missili altamente distruttivi e inquinanti fino a carri armati, obici, aerei, munizionamento e armi leggere, vestiario militare, radar, antenne, ecc. Queste aziende si scambiano tra loro tecnologie, brevetti, componentistica, manodopera e professionalità. Si tratta di un comparto che riguarda circa 75.000 lavoratori diretti più centinaia di migliaia dell’indotto e che è in crescita.

Già oggi bisogna lottare perché i prodotti dell’industria bellica siano destinati solo alla difesa nazionale e allo scambio o alle forniture di solidarietà e assistenza a Stati e organismi schierati contro l’imperialismo. Armi, sistemi d’arma e prodotti che vengono usati per produrli non devono finire nelle mani di Stati e organismi della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, sionisti, UE e associati. Fino a quando la produzione bellica è in mano ai capitalisti, è importante che si sviluppi la mobilitazione per boicottarla, per bloccare il traffico di armi, impedire la compenetrazione tra università e aziende belliche. Sono altrettanti modi non solo per intralciare gli ingranaggi della macchina bellica, ma anche per alimentare l’organizzazione delle masse popolari e rendere ingovernabile il paese ai vertici della Repubblica Pontificia, quindi per creare le condizioni necessarie a imporre un governo di emergenza popolare.

Allo stesso tempo, nelle aziende che producono armi dobbiamo promuovere l’organizzazione dei lavoratori e sostenere le spinte in tal senso, come sta avvenendo all’interno di alcuni stabilimenti Leonardo in Italia (vedi https://www.carc.it/2025/11/20/intervista-de-lordine-nuovo-ai-lavoratori-della-leonardo-promotori-della-petizione-non-in-mio-nome-non-col-mio-lavoro/). A questo fine, dobbiamo usare tutte le leve e gli appigli che la situazione concreta dell’azienda, della zona dove è ubicata, dell’orientamento dei lavoratori presentano.

L’organizzazione dei lavoratori e il loro coordinamento sono il presupposto, ad esempio, per la conversione a una produzione civile degli stabilimenti che producono armamenti altamente nocivi e dannosi, come le bombe a grappolo e con agenti chimici e metalli pesanti altamente inquinanti (uranio impoverito, torio, fosforo, ecc.): buona parte delle aziende belliche hanno già oggi i macchinari e la professionalità per produrre beni utili alla società e di cui c’è carenza o che il nostro paese importa dall’estero. La produzione di armamenti altamente inquinanti danneggia anche i lavoratori che le producono, perché inquinante è il processo per produrle (dall’assemblaggio ai brillamenti) così come il loro smaltimento (utilizzo nelle esercitazioni e in guerra e brillamenti all’interno dei poligoni militari). Numerosi sono i tecnici e gli esperti di orientamento progressista che hanno le competenze per elaborare progetti di conversione industriale sostenibili e realmente utili alla collettività: esempio ne è l’esperienza del Collettivo di Fabbrica ex GKN di Firenze.(4) Una simile conversione, infatti, non avverrà per iniziativa dei capitalisti che possiedono o dirigono le aziende che producono armi. Può avvenire soltanto per mano degli operai che si organizzano per prendere in mano le redini della propria azienda con un proprio progetto industriale, per indurre nuovi capitalisti, decisi a produrre altro, a comprare l’azienda e quindi stabilire un nuovo piano produttivo o per muovere le amministrazioni locali a intervenire e/o mediare affinché l’azienda cambi indirizzo produttivo e investa nella produzione di altri beni e servizi. Ognuna di queste strade, se portata fino in fondo, contribuisce a rafforzare il protagonismo degli operai, a rendere il paese ingovernabile e a imporre il GBP.


4. A tal proposito rimandiamo al Comunicato n. 64 del CdP Aurora del (n)PCI, reperibile su www.nuovopci.it.


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Nel nostro paese le principali aziende belliche sono Leonardo e Fincantieri, dove lavorano rispettivamente 45.000 e 20.000 operai. Nel primo caso, circa 30.000 operai lavorano a progetti militari mentre i restanti 15.000 sono destinati alla produzione civile (elicotteri e componentistica per aeroplani principalmente). Nel secondo caso, 8.000 operai sono dedicati alla produzione militare (navi da guerra e manutenzione), 12.000 circa alla produzione civile. All’interno di queste due aziende diversa è la situazione dei vari stabilimenti produttivi (nel caso degli stabilimenti che producono armamenti, sono maggiori il controllo, la militarizzazione e la repressione) e diversi sono gli obiettivi dei gruppi di lavoratori che si sono formati o si stanno formando. L’intervento dei comunisti deve tenere conto di queste diversità. Nel caso degli stabilimenti che producono per uso civile, si tratta di sostenere e sviluppare la lotta degli operai contro i piani di conversione militare e per il potenziamento e lo sviluppo dei progetti di natura civile utili alla società (esemplare il dossier prodotto da alcuni lavoratori Leonardo e alcuni tecnici ed esperti riguardo l’analisi comparativa tra la produzione militare e quella civile e la convenienza della seconda. Il dossier è scaricabile al link https://drive.proton.me/urls/7FR9SJDZCR#xlSlvfroMaiX).

Nel caso della produzione militare, si tratta di sostenere e sviluppare iniziative che vanno dal boicottaggio della produzione al blocco dell’esportazione di armi a paesi della NATO e ai loro associati e vassalli, alla rottura degli accordi con aziende sioniste, alla denuncia (anonima e non) dei traffici in cui queste aziende sono coinvolte.

In entrambi i casi, dobbiamo incitare e sostenere l’organizzazione segreta dei lavoratori laddove necessaria per far fronte alla militarizzazione delle aziende e alla repressione padronale.

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L’organizzazione dei lavoratori e il loro coordinamento sono il presupposto anche per sviluppare la lotta per la nazionalizzazione degli stabilimenti che producono armamenti utili a difendere il paese da eventuali aggressioni esterne e per la deterrenza militare. È una lotta che può svilupparsi però se inquadrata in un movimento generale per costituire un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate.


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Le installazioni USA-NATO in Italia - Dossier a cura del Coordinamento Nazionale No Nato

Il dossier, presentato dal Coordinamento Nazionale No Nato – CNNN nelle assemblee nazionali del 31 gennaio a Milano e del 21 febbraio a Napoli, mappa 137 strutture militari e civili in uso ordinario o saltuario agli eserciti NATO e USA. È possibile richiederlo scrivendo a coordinamentonazionalenonato@proton.me.

Con questo dossier il CNNN dà la misura in cui il nostro paese è infeudato agli imperialisti USA e coinvolto nelle operazioni di guerra che essi vanno estendendo.

Ognuna delle installazioni USA-NATO ha un punto debole: ha bisogno di lavoratori e di una fitta rete di connessioni con il territorio in cui insiste per funzionare. Dossier come quello del CNNN e altri bollettini di controinformazione sono un utile strumento per iniziare a organizzare e mobilitare, o per farlo su scala più ampia, chi lavora nelle basi e installazioni militari USA-NATO: il boicottaggio e il sabotaggio possono partire anche dall’interno di queste strutture.

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Ai lettori che storcono il naso perché noi comunisti non siamo contro la produzione di armi, diciamo che promuovere in modo serio e concreto la lotta per fare dell’Italia un paese socialista o anche solo per instaurare un governo che attua le parti progressiste della Costituzione del 1948, significa fare i conti con il fatto che il nostro paese è costellato da agenzie e basi USA-NATO (in cui ci sono oltre 13.000 militari USA) ed essere in grado di far fronte a pressioni, sabotaggi, boicottaggi e persino aggressioni militari.

Noi sosteniamo i comitati popolari e gli altri organismi che lottano contro la produzione e il traffico di armi, così come tutte quelle lotte delle masse popolari contro le misure con cui il governo Meloni, la NATO e le istituzioni europee destinano soldi pubblici a produrre e acquistare armi. Ma lo facciamo in modo che ogni iniziativa serva a unire le masse anziché a dividerle, a fare emergere ciò che le unisce tra loro e le contrappone al nemico comune, ad alimentare in ogni settore e categoria di esse la volontà di portare fino in fondo la lotta che conduce, quindi a rafforzare la loro lotta generale.

Bisogna fare delle aziende che producono armi, così come delle aziende che producono componentistica e tecnologie “dual use” o quelle che trasportano gli armamenti o loro componenti, altrettanti centri di organizzazione dei lavoratori. La fabbrica, di per sé, non è dannosa: è dannoso l’uso che ne fanno i capitalisti. I padroni oggi decidono di produrre per la guerra perché più profittevole, così come ieri hanno deciso di produrre altre merci magari con agenti altamente inquinanti (diossine, pfas, amianto, ecc.). Nei fatti però le aziende vivono dell’intelligenza, delle competenze e della manodopera dei lavoratori.

Non bisogna lasciare i lavoratori e le masse popolari nelle mani dei guerrafondai, degli speculatori e delle istituzioni e autorità che ne eseguono le direttive. Bisogna spingere gli operai a organizzarsi in ogni posto di lavoro per costituire organismi capaci non solo di rivendicare diritti e salari e difendere il posto di lavoro, ma capaci di pensare sia un nuovo modo di produrre (cosa produrre, come produrre e a chi distribuirlo) sia una nuova società. Gli operai che per primi si metteranno a farlo, mostreranno la strada agli altri. Una simile mobilitazione non riguarda infatti solo gli operai coinvolti nella produzione bellica, ma anche quelli coinvolti nella conversione alla produzione di armamenti delle aziende in smantellamento che producono beni e servizi per uso civile: dagli operai Stellantis a quelli dell’ex Ilva, dell’Eurallumina, del comparto elettrodomestici e altri. Se una buona parte di operai imboccheranno questa strada trascineranno con il loro esempio e la loro iniziativa il resto delle masse popolari.

Le aziende devono diventare centri di organizzazione e di mobilitazione delle masse popolari per la rinascita di tutta la vita sociale, per il risanamento del paese, per la creazione di un nuovo sistema di relazioni internazionali.

Alberto F.