La Voce del (nuovo)PCI

La Voce 82 - marzo 2026

Tre questioni importanti non eludibili

Il compito dei comunisti

Un numero crescente di partiti, organismi ed esponenti del movimento comunista cosciente e organizzato (MCCO) del nostro paese ha ricominciato a parlare di lotta per il socialismo, a propagandare il socialismo, a occuparsi di socialismo come alternativa al corso catastrofico delle cose imposto dalla borghesia imperialista nel mondo. Sono emblematici a questo proposito l’ultimo libro di Giorgio Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare e gli interventi al forum “Dalle piazze all’alternativa” organizzato il 24 gennaio 2026 da Rete dei Comunisti. Per i comunisti l’obiettivo dell’instaurazione del socialismo dovrebbe essere scontato, ma è giocoforza constatare che per lunghi anni il grosso dei partiti, degli organismi e degli esponenti del MCCO, se e quando indicavano l’obiettivo generale della loro azione (e non solo gli obiettivi immediati delle lotte che promuovevano o di cui auspicavano lo sviluppo), parlavano genericamente di “mondo migliore”, di “società alternativa al capitalismo”, di “trasformazione dello stato presente delle cose”, di “società più giusta e più libera”, di “abbattere il capitalismo” e, anche quando indicavano il socialismo come loro obiettivo generale, lo relegavano a un futuro avvolto dalle nebbie e così lontano da influire poco o niente sulla loro azione quotidiana. È un lascito della storia che abbiamo alle spalle. I partiti, organismi e gruppi comunisti esistenti in Italia infatti si sono formati e a lungo sviluppati

- nell’ambito delle due principali tare del movimento comunista dei paesi imperialisti: l’economicismo e l’elettoralismo (con la reazione ad esse che ha preso spesso la forma della deviazione militarista),

- in assenza di un adeguato bilancio dell’esperienza della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917 - 1976),

- nello specifico contesto dell’Italia: un paese imperialista a sovranità limitata in cui dal secondo dopoguerra il Vaticano svolge il ruolo di autorità di ultima istanza in combinazione con gli imperialisti USA (tramite la NATO e direttamente il governo USA con suoi funzionari) e la criminalità organizzata, i gruppi sionisti e gli imperialisti europei; un paese in cui vige un regime di controrivoluzione preventiva; dove il più grande partito comunista dei paesi imperialisti a partire dal 1956 ha promosso apertamente la linea revisionista della “via pacifica e parlamentare al socialismo” e all’interno del MCCO ha avuto una forte influenza la cultura borghese di sinistra (operaismo, scuola di Francoforte, piano del capitale, ecc.); dove, negli anni ’70 del secolo scorso, le Brigate Rosse hanno opposto una propria strategia (la lotta armata) alla “via pacifica e parlamentare al socialismo” patrocinata dai dirigenti revisionisti del primo PCI, ma sono deviate presto nel militarismo.

L’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria e il conseguente arretramento del movimento comunista nel mondo, la trasformazione dei revisionisti moderni del PCI in sinistra borghese (i primi proclamavano l’obiettivo del socialismo ma non lo perseguivano, la seconda ha abbandonato anche la proclamazione del socialismo come obiettivo e ripiegato sulla “questione morale”, su “un altro mondo possibile”, ecc.), la dissoluzione dell’URSS e delle Democrazie Popolari dell’Europa orientale hanno fatto il resto.

Per questo il fatto che alcuni partiti, organismi ed esponenti del MCCO inizino a indicare più o meno chiaramente che per uscire dall’attuale disastroso corso delle cose l’unica strada è instaurare il socialismo è un passo avanti nella rinascita del movimento comunista. È un primo passo, a cui far seguire il successivo: condurre la lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese. Noi comunisti della Carovana del (nuovo)PCI dobbiamo dedicare particolare attenzione a questo, dobbiamo fare leva sul primo passo e sulle domande che esso suscita per promuovere il secondo, decisivo, passo che implica rispondere in modo giusto, cioè fondato sul materialismo dialettico, a tre domande.



Da quando è possibile l’instaurazione del socialismo?

“Il socialismo è diventato di nuovo politicamente attuale” è la tesi che, seppur con diverse declinazioni, accomuna quegli esponenti dei partiti e delle organizzazioni comuniste che hanno iniziato a indicare il socialismo come alternativa al disastro in cui la borghesia imperialista sta trascinando il mondo. In questo modo sottintendono che il socialismo è possibile adesso che con la Terza guerra mondiale e con la crisi ambientale il carattere distruttivo degli uomini e dell’ambiente assunto dalle forze produttive è diventato evidente su ampia scala; adesso che il sistema di relazioni internazionali della borghesia imperialista è sconvolto al punto che anche i suoi caporioni e i loro rappresentanti politici riconoscono, per dirla con le parole del cancelliere tedesco F. Merz, che “il vecchio ordine mondiale non esiste più”; adesso che nei principali paesi imperialisti la crisi del sistema di potere delle classi dominanti è diventata acuta al punto che la metà della popolazione non va più a votare, che negli USA la guerra civile sta diventando dispiegata e che negli ultimi mesi del 2025 si sono sviluppati ampi movimenti di massa, di cui la solidarietà con il popolo palestinese contro il genocidio sionista è stato il catalizzatore.

Sulla scorta di Lenin, noi sosteniamo invece che “l’epoca imperialista è l’epoca della rivoluzione socialista e della decadenza della società borghese”. Le condizioni oggettive (economiche) per l’instaurazione del socialismo, almeno nei maggiori paesi dell’Europa occidentale, esistono dalla seconda metà del XIX secolo, le ha create la borghesia stessa: un certo grado di sviluppo economico, cioè un certo grado di concentrazione del capitale e di proletarizzazione dei lavoratori e, conseguentemente, un certo grado di produttività del lavoro e della produzione dei mezzi necessari all’esistenza. È dalla metà del XIX secolo che la disponibilità delle condizioni necessarie alla produzione e riproduzione del genere umano e della sua vita sociale non dipende più principalmente dalla lotta contro il resto della natura, ma dall’ordinamento sociale. Quindi il fattore decisivo è la creazione delle condizioni soggettive per l’instaurazione del socialismo: un certo grado di organizzazione e un certo livello di coscienza della massa del proletariato tali per cui esso sia capace di operare come classe distinta dal resto della società e contrapposta alla classe dominante.

Considerare possibile il socialismo solo adesso perché guerra e disastro ambientale mettono a rischio la sopravvivenza del pianeta e dell’umanità anziché comprendere che lo è da quando se ne sono create le condizioni oggettive, significa però rinnegare la lezione del leninismo e dei primi paesi socialisti, significa non tirare il bilancio della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria, quindi non comprendere i motivi per cui nel corso di essa il movimento comunista non ha instaurato il socialismo in nessun paese imperialista pur essendocene le condizioni e di conseguenza non occuparsi o comunque non occuparsi nella misura necessaria della creazione delle condizioni soggettive: del partito comunista (che è sia una di queste condizioni sia il promotore principale della loro creazione), della sua strategia e linea, del suo piano d’azione, dei suoi metodi di lavoro e di direzione, della sua struttura organizzativa.

Instaurare il socialismo è necessario e possibile non principalmente perché il capitalismo è un sistema ingiusto, distruttivo degli uomini e dell’ambiente, criminale. È necessario e possibile principalmente perché il capitalismo ha unificato gli uomini e reso collettiva, a livello di singolo paese e mondiale, la loro vita pratica. Gli uomini oggi producono i beni e i servizi necessari alla loro esistenza in aziende collegate tra loro a formare reti nazionali, già oggi in una certa misura connesse a formare una rete mondiale; ogni azienda usa prodotti di altre aziende e attinge risorse in natura; il singolo lavoratore da solo non è in grado di produrre niente di quello che usa; ognuno contribuisce a un meccanismo di produzione di beni e servizi che è collettivo e mondiale, la cui produttività è potenzialmente illimitata (e dipende principalmente dall’applicazione alla produzione del patrimonio conoscitivo dell’umanità), che funziona grazie all’opera di molti individui che fanno ognuno la propria parte (e tutti possono fare la loro parte solo se ognuno fa la propria). Tutto questo richiede che ogni azienda funzioni secondo un piano pubblicamente deciso e noto agli uomini i quali contribuiscono, ognuno con un proprio apporto, a elaborarlo e ad attuarlo nelle aziende e che dal sistema di aziende ricevono quanto destinato al consumo individuale: il socialismo, il cui programma economico consiste appunto nell’adeguamento dei rapporti di produzione e delle istituzioni della società al carattere sociale (collettivo) già raggiunto dalle forze produttive e nello sviluppo di questo carattere sociale. In questo senso il socialismo per cui noi comunisti lottiamo è semplicemente l’esito della trasformazione che la società attuale sta percorrendo, è il sistema di relazioni sociali di cui il capitalismo stesso ha creato i presupposti e che supera le contraddizioni del capitalismo formando la società comunista.


Cos’è il socialismo?

Tra gli attuali esponenti del MCCO uno che cerca di caratterizzare il socialismo è Giorgio Cremaschi. “L’alternativa è il socialismo, ma il socialismo dell’occidente. Tutti quelli scesi in piazza, chi più e chi meno sono tutti per il socialismo, anche se non ne sono consapevoli: lo sono perché sono per i servizi pubblici, per l’ambiente, ecc.” ha detto nel suo applaudito intervento al forum “Dalle piazze all’alternativa”. Nel suo libro sopra citato, scrive che “il socialismo del XXI secolo sarà prima di tutto contro la guerra e per il disarmo, anticolonialista e antirazzista, femminista ed ecologista. Sarà insieme potere delle comunità, lotta di classe e liberazione, ma anche pianificazione economica e controllo pubblico dell’economia, in un sistema mondiale in cui nessuno Stato, né alcun blocco di Stati, potrà imporre al resto del mondo il proprio potere e i propri interessi”.

Più concretamente, l’esperienza dei primi paesi socialisti elaborata da Lenin, Stalin e Mao Tse-tung mostra che il socialismo è la combinazione di tre aspetti.

1. Lo Stato (il governo, la polizia, la magistratura, le Forze Armate, la Pubblica Amministrazione e tutte le altre istituzioni del potere) deve essere nelle mani della parte rivoluzionaria e organizzata della classe operaia e delle altre classi delle masse popolari organizzate nel e attorno al partito comunista. Lungo tutta la fase socialista (intesa come fase inferiore del comunismo, come fase in cui la nuova società porta ancora forti tracce della società borghese da cui proviene) esisterà lo Stato, come istituzione distinta dal resto della società, con il monopolio dell’uso della violenza e specificamente dedicata alla repressione. Lo Stato si estinguerà man mano che a) saranno le organizzazioni in cui a ogni livello (unità produttiva, abitazione, ecc.) sono associate le masse popolari a far fronte ai comportamenti asociali di singoli senza più bisogno di un apparato nazionale appositamente dedicato a questo scopo, b) il socialismo sarà instaurato in tutti o almeno in gran parte dei paesi e, di conseguenza, le contraddizioni tra paesi e nazioni si saranno estinte perché avremo creato un sistema internazionale di collaborazione.

Finché sarà necessario che lo Stato esista, esso deve essere nelle mani della parte più avanzata e organizzata dei lavoratori che creerà istituzioni e procedure adeguate a reprimere i tentativi di rivincita della borghesia imperialista e del clero, a garantire il funzionamento collettivo della società, a promuovere su scala sempre più larga la partecipazione delle masse popolari alle attività da cui le classi dominanti le hanno da sempre escluse e che quindi oggi esse non sono già in massa capaci di svolgere. Questa è la democrazia proletaria, un ordinamento che supera la democrazia borghese ed è uno scandalo per quelli che credono nella democrazia borghese. Infatti la democrazia borghese è la finzione che il voto renda uguali il padrone e l’operaio: è la finzione dell’eguaglianza di diritti politici per tutti i cittadini senza tener conto delle differenze tra di essi in campo economico (per quanto riguarda la gestione della produzione, la partecipazione alla distribuzione del prodotto, i rapporti nel processo lavorativo), cioè delle differenze di classe che invece sussistono. Queste rendono le classi diseguali anche per quanto riguarda l’esercizio dei diritti politici e la partecipazione dei singoli individui alla gestione delle attività statali. Il proposito proclamato dalla Costituzione italiana del 1948 di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3) è rimasto e non poteva che rimanere lettera morta proprio perché quegli ostacoli sono connaturati al sistema capitalista e la loro rimozione quindi comporta che si elimini il capitalismo.

2. L’apparato economico del paese (l’uso delle risorse naturali e delle infrastrutture, la produzione e la distribuzione di beni e servizi) deve essere gestito secondo un piano pubblicamente approvato e volto a soddisfare i bisogni individuali e collettivi della popolazione. Quindi le aziende, le infrastrutture e le reti, le risorse naturali impiegate nella produzione, ecc. devono essere per l’essenziale pubbliche: le forze produttive, salvo la forza-lavoro individuale, devono cioè essere proprietà pubblica e devono essere fatte funzionare in ogni paese secondo un piano nazionale coordinato quanto più via via sarà possibile con quello degli altri paesi. In Italia, ad esempio, le principali aziende capitaliste devono essere immediatamente nazionalizzate, espropriandole ai capitalisti e alle società finanziarie.

3. Lo Stato deve mettere in opera da subito, senza riserve, tutte le iniziative adatte a promuovere la massima partecipazione della massa della popolazione, in particolare delle classi finora escluse, alla gestione della vita sociale, alle attività politiche, culturali, sportive e ricreative, in particolare tutte le misure utili a mobilitare anche le donne a partecipare alla vita sociale ed emanciparsi dall’oppressione degli uomini e dai compiti domestici. L’educazione delle nuove generazioni deve essere cura delle autorità pubbliche e dell’intera società ed essere condotta secondo le conoscenze più avanzate, senza risparmio di mezzi e mirata a formare uomini e donne capaci di partecipare pienamente alla gestione della vita sociale. Il capitalismo ha aumentato e aumenta la produttività del lavoro. Ma nella società borghese ogni aumento della produttività del lavoro diventa condanna di una parte crescente della popolazione ad essere esuberi ed emarginati, a svolgere attività precarie o addirittura inutili o dannose, ad essere occupati tanto per “creare occupazione”, a sentirsi quindi inutili, a essere additati come “un peso a carico della società” mantenuti con “ammortizzatori sociali”, ad avere comportamenti asociali. Nella società borghese l’aumento della produttività del lavoro non può tradursi nella riduzione del tempo di lavoro e nella partecipazione crescente della popolazione alle attività politiche, culturali, sportive e ricreative: che la massa della popolazione impari a ragionare e ad esercitare queste attività è incompatibile con il suo asservimento ai capitalisti e al clero, quindi la borghesia e il clero devono escludere la massa della popolazione da queste attività. Nel socialismo il grande aumento della produttività del lavoro (derivante dall’impiego crescente e senza restrizioni di proprietà, brevetti e monopoli dei risultati della ricerca scientifica nella produzione combinato con l’organizzazione e la collaborazione tra aziende, individui e paesi) permetterà di ridurre il tempo che ogni individuo dedica al lavoro e permetterà quindi che ogni individuo dedichi più tempo alle attività propriamente umane.


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La lotta di classe nell’epoca imperialista

Nell’epoca imperialista (iniziata tra la fine del secolo XIX e l’inizio del secolo XX) alla testa della lotta di classe vi sono da una parte la classe operaia capeggiata dal partito comunista e le organizzazioni ad esso associate, dalla parte opposta la borghesia imperialista e le residue classi sfruttatrici.

La classe operaia lotta per portare a compimento la storia iniziata alcune migliaia di anni fa dagli esseri umani con la divisione in classi sociali superando proprio questa divisione: la creazione “al posto della vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi di classe” di “un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti” (fine cap. 2 del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels).

La borghesia imperialista ora cerca di servirsi anche dell’intelligenza artificiale (IA) per creare esseri capaci di produrre merci (beni e servizi) senza eliminare, anzi perpetuando la divisione degli uomini in classi di sfruttati e sfruttatori, di produttori di merci (beni e servizi) e di ideatori e promotori di questa produzione, la divisione con cui gli uomini hanno fatto la loro storia della quale Marx ed Engels hanno scoperto e descritto il corso (Il capitale libro 1, 2, 3). La Terza guerra mondiale è la manifestazione di dove la borghesia imperialista conduce l’umanità.

Con l’IA, la borghesia imperialista punta a creare essere artificiali (robot) che producono merci senza che i loro creatori e proprietari assumano lavoratori. Le merci prodotte dai robot vengono vendute sul mercato, il quale da questo processo viene per forza di cose stravolto perché i capitalisti estraevano profitto dal valore che facevano produrre, quindi dal pluslavoro che facevano fare ai lavoratori salariati.

All’inizio i prezzi delle merci prodotte dai robot sono affini a quelli delle merci prodotte dai lavoratori (sono dettati dai prezzi delle merci prodotte dai salariati). Quanto dura questo? Il tempo impiegato da un robot nel produrre merci non ha niente a che vedere con il tempo impiegato dal salariato: se il tempo per produrre un robot più il tempo che il robot impiega per produrre la merce x fosse maggiore del tempo che il salariato impiegherebbe per produrre la merce x, il capitalista farebbe produrre la merce x direttamente al salariato. Quindi i prezzi delle merci prodotte dai robot possono diminuire. Questo mette fuori gioco i capitalisti che continuano a impiegare salariati per produrre merci.

Inoltre a chi i capitalisti vendono le merci prodotte dai robot? Il capitalista ha bisogno di salariati anche per la vendita di merci. Nella borghesia imperialista c’è l’illusione di riuscire con l’IA a fare a meno di operai e di trasformare i lavoratori benestanti in costruttori/promotori dell’IA. Con l’IA la borghesia può arrivare a produrre merci, ma questo va a danno di quello che può far fare agli operai: cosa ne fa di tutti questi disoccupati? È una via senza sbocco, la borghesia non può mettere tutti i lavoratori a fare IA.

La via su cui i capitalisti portano l’umanità non ha futuro. Può permettere ad alcuni capitalisti di affermarsi sugli altri, ma in definitiva non ha futuro.

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Questi tre aspetti del socialismo sono connessi l’uno all’altro. Uno non può esistere a lungo senza l’altro, ognuno decade e cambia di natura se gli altri non si sviluppano. L’esperienza dell’Unione Sovietica, nei 40 anni di costruzione (1917-1956) e nei successivi 35 anni di disgregazione (1956-1991) che l’hanno portata al collasso, ha mostrato anche nella pratica che questi tre aspetti sono connessi e che dobbiamo quindi praticarli tutti e tre. Il primo di essi (la dittatura del proletariato) è l’inizio e la garanzia degli altri due, ma deve sviluppare in misura crescente gli altri due.

Questi sono i tre aspetti costitutivi di ogni paese socialista, di cui vanno trovate concretamente, paese per paese, le procedure e le istituzioni in cui essi si traducono.

La differenza non è tra socialismo del XX secolo e socialismo del XXI secolo, tra socialismo dell’oriente e socialismo dell’occidente, ma tra instaurazione del socialismo nei paesi capitalisticamente arretrati e nei paesi imperialisti. Nei primi la creazione di forze produttive moderne (fabbriche, strade, ferrovie, reti elettriche e telefoniche, ecc.) è un compito indispensabile della rivoluzione socialista. Nei secondi ci sono già forze produttive moderne e un patrimonio di conoscenze - professionalità, tecnica, scienza - impiegate nel processo produttivo: è possibile produrre tutto quanto occorre. Nei paesi imperialisti il compito principale della rivoluzione socialista è prendere il potere e promuovere la crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione della loro vita associata fino al punto da non aver più bisogno dello Stato, fino alla fine della divisione in classi sociali e all’estinzione dello Stato.


Come arriveremo a instaurare il socialismo?

Nella maggior parte dei casi, nel MCCO attuale parlare di “socialismo del XXI secolo” e “socialismo dell’occidente” è ancora un modo per eludere il problema di come arrivare a instaurare il socialismo: guerra popolare rivoluzionaria o lotta contro le misure con cui la borghesia imperialista tenta di eliminare le conquiste e i diritti che le masse popolari le hanno strappato dopo la vittoria della Resistenza 1943-1945 sul nazifascismo? Cioè è un modo per eludere il problema della strategia dei comunisti e del piano di guerra che essi devono darsi: un piano che, partendo dall’attuale situazione di organizzazione e coscienza delle masse popolari, di rapporto di forze tra esse e la borghesia imperialista, di livello raggiunto dalla rinascita del movimento comunista, indica la successione di passi per creare un nuovo sistema di potere che crescendo scalza quello della borghesia fino a sostituirlo. È così che i comunisti indirizzano verso un obiettivo politico, di potere, di governo del paese gli organismi che la resistenza agli effetti della crisi fa sorgere tra i lavoratori e il resto delle masse popolari. Quindi un modo ben diverso che rivendicare nuovi ordinamenti dal governo borghese in carica o incitare a votare per i comunisti alle elezioni.

Il nostro piano di guerra per questa fase (la creazione delle condizioni per la costituzione del Governo di Blocco Popolare) lo abbiamo illustrato più volte nella nostra letteratura, quindi ad essa rimando.

L’imperialismo per sua natura porta alla guerra.(1) Nella pratica il nostro compito è porre fine all’imperialismo. Questo più precisamente vuol dire mobilitare le masse popolari a porre fine all’imperialismo, cioè a instaurare il socialismo. La lotta per costituire il Governo di Blocco Popolare è una parte della rivoluzione socialista in corso: è lotta per far avanzare la rivoluzione socialista. La costituzione del Governo di Blocco Popolare è un aspetto, una tappa della lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese (e non una terza via alternativa al permanere del capitalismo e all’instaurazione del socialismo): risponde alle esigenze immediate delle masse e contemporaneamente sarà su larga scala la scuola pratica, intellettuale e morale di comunismo che le masse popolari hanno bisogno di compiere per fare il socialismo. Condurre le masse popolari a instaurare la propria dittatura, cioè a fare dell’Italia un nuovo paese socialista, è il compito che solo i comunisti possono assolvere. La dittatura della borghesia ha portato il nostro paese allo stato attuale, la costituzione del Governo di Blocco Popolare e poi l’instaurazione della dittatura del proletariato risolleveranno il nostro paese e contribuiranno all’avanzamento del resto del mondo.


1. Sul piano teorico lo ha dimostrato già Marx nei capitoli 13-15 del libro III di Il capitale, pubblicato da Engels nel 1894. La dimostrazione di Marx è stata sviluppata nell’articolo La crisi attuale: crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale pubblicato in Rapporti Sociali 0 (settembre 1985), articolo ripreso nell’Avviso ai naviganti 8 (21 marzo 2012).


L’alternativa di civiltà e benessere alla Terza guerra mondiale e alla devastazione dell’ambiente è la rivoluzione socialista, l’instaurazione del socialismo e la transizione verso il comunismo che sarà unione internazionale e fraterna di tutti i popoli e le nazioni sulla base della gestione collettiva e pianificata dell’attività economica. Il socialismo è la fase in cui l’umanità forgerà su scala grande e crescente questo nuovo ordine mondiale di progresso, pace e civiltà. Compito specifico di noi comunisti è trasformare il malcontento, l’indignazione e la ribellione delle masse popolari in una guerra diretta a porre fine al dominio della borghesia imperialista, al suo modo di produzione e agli ordinamenti che su di esso si basano e a instaurare un regime socialista. Nella nostra azione politica (cioè per prendere il potere) partiamo dalla resistenza che le masse popolari oppongono - anche senza il nostro intervento: per questo la chiamiamo resistenza spontanea - alla Terza guerra mondiale, alla devastazione ambientale e agli altri effetti della seconda crisi generale del capitalismo, ma per rafforzare questa resistenza, elevarla e trasformarla in forza organizzata, per farla confluire nel fiume della rivoluzione socialista, della guerra popolare rivoluzionaria contro la borghesia imperialista che noi comunisti promuoviamo, che mobilitiamo le masse popolari a condurre e che dirigiamo.

In sintesi: per trasformare le masse popolari in combattenti della rivoluzione socialista, i comunisti devono anzitutto trasformare se stessi in promotori del piano di guerra con il quale le masse popolari organizzate prenderanno il potere.

Rosa L.