La Voce 82 - marzo 2026
Consolidamento e rafforzamento del (nuovo)PCI
Coerenza tra teoria, condotta e pratica
nella lotta per ricostruire il partito comunista e nella lotta per farlo diventare l’effettivo Stato maggiore della classe operaia
Pubblichiamo qui di seguito l’esercitazione sul legame tra teoria, condotta e pratica nell’attività dei comunisti che il compagno DG, già membro del direttivo nazionale di Resistenza Popolare e ora in candidatura nel Partito dei CARC, ha steso usando gli articoli Direzione o formazione di un compagno, Scelta di campo e scelta di vita e la manchette Teoria, condotta e pratica, pubblicati su La Voce 81 (novembre 2025) per fare il bilancio della sua esperienza politica pregressa.
Nella sua esercitazione, il compagno parte da un problema concreto: la scarsa mobilitazione dei membri delle organizzazioni che facevano parte di Prospettiva Unitaria - Resistenza Popolare, Movimento per la Rinascita Comunista, Costituente Comunista, Patria Socialista - per fare attività di propaganda e raccogliere contatti di operai e altri lavoratori agli scioperi indetti nel 2024 nell’ambito della battaglia per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro di varie categorie. Illustra le spiegazioni che di tale problema hanno dato i dirigenti di Resistenza Popolare (impegnati, insieme a Movimento per la Rinascita Comunista, nella ricostruzione del partito comunista) e le linee che ne derivavano per affrontarlo. In questo modo il compagno mostra la necessità della Riforma Intellettuale e Morale dei comunisti non solo una volta costituito il partito comunista, ma come parte del percorso di costruzione di un partito comunista che sia all’altezza del suo compito storico e gli effetti che ha non praticarla: la scissione tra teoria, condotta e pratica e quindi, in definitiva, il prevalere dell’influenza della borghesia tra i comunisti (“accettare che la borghesia abbia l’ultima parola sulla capacità dei comunisti di mobilitare e organizzare”).
L’esperienza riportata dal compagno, il bilancio che ne fa e gli insegnamenti che ne trae sono utili, anche se in modo diverso, ai membri della Carovana del (n)PCI, ai compagni che sono entrati nel Partito Comunista di Unità Popolare (PCUP) e a quelli che sono fuoriusciti prima della sua fondazione nel gennaio 2026, ai compagni di organizzazioni come il Fronte della Gioventù Comunista-Fronte Comunista impegnati nella ricostruzione del partito. Per questo, previo consenso del compagno, pubblichiamo la sua esercitazione.
La Redazione
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Il primo esempio di contraddizione tra teoria, condotta e pratica - e forse uno dei più eclatanti che ho vissuto da vicino - riguarda la mia ultima esperienza politica. Conviene partire dal progetto di costruzione del Partito Comunista di Unità Popolare (PCUP) messo in campo da Resistenza Popolare (RP) e Movimento per la Rinascita Comunista (MpRC) prima con l’esperienza di Prospettiva Unitaria (che comprendeva, oltre al RP e MpRC, anche Costituente Comunista e Patria Socialista) e poi con un progetto a due di RP e MpRC. L’urgenza di costruire un nuovo soggetto politico veniva motivata quasi sempre richiamando la fase storica di Terza guerra mondiale a pezzi (senza mai chiarire davvero se è già in corso o alle porte) e presentata come un’urgenza non rinviabile, da percorrere “di corsa” proprio perché la fase sarebbe eccezionale.
Ora, questa impostazione ha diversi limiti: un partito non si fonda solo perché “la storia lo richiede”, ma su pilastri che non possono prescindere dalla strategia rivoluzionaria per instaurare il socialismo in Italia, dal bilancio della prima ondata rivoluzionaria e dal perché nei paesi imperialisti non si è mai instaurato il socialismo, dallo stato attuale della crisi del capitalismo e da quello che questa produce in termini politici e sociali. Però, anche dando per buona questa necessità e dando credito alle tesi dei dirigenti di RP e MpRC (Salvatore Catello e Alessandro Pascale per RP e Fosco Giannini per MpRC), resta un punto che per un comunista dovrebbe essere decisivo: se la fase è davvero quella che dicono, allora teoria, condotta e pratica devono stare allo stesso livello di coerenza.
Se siamo già nella 3GM, se la fase è così particolare e così piena di mutamenti da “forzare” perfino la nascita di un nuovo soggetto politico saltando passaggi altrimenti necessari, allora ci si aspetterebbe una condotta coerente con questa pretesa: durante una fase del genere i comunisti devono comportarsi di conseguenza, adattando non solo la teoria ma anche la condotta e la pratica. E invece la coerenza che ci si aspetterebbe non trova un vero riscontro nella realtà concreta. Provo a entrare nel merito con un esempio emblematico.
Durante gli scioperi generali e le mobilitazioni legate al rinnovo di diversi Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro nel 2024, si è provato a organizzare – insieme alle realtà presenti in Prospettiva Unitaria – una partecipazione unitaria con l’obiettivo di coltivare, già nella pratica, militanza e metodi comuni. Ho profuso energie e tempo per raggiungere questo obiettivo: ho contattato le federazioni di RP su tutto il territorio, ho fatto circolare informazioni sui pullman, ho indicato obiettivi e attività da fare durante le manifestazioni (diffusione, interviste, raccolta contatti, ecc.) e ho spinto perché anche le altre organizzazioni (Patria Socialista, Costituente Comunista, MpRC) dessero a quelle iniziative lo stesso peso.
I risultati sono stati meno che minimi: su due scioperi generali convocati a distanza di circa un mese, la partecipazione complessiva delle quattro organizzazioni si contava sulle dita di due mani. Durante uno sciopero generale proclamato da USB a Milano eravamo in sei, e due venivano da Bologna con me.
Dopo il primo sciopero generale, nelle riunioni dell’assemblea nazionale e del direttivo nazionale di RP, ho riportato l’episodio ai dirigenti con l’obiettivo di indagare le cause e trovare soluzioni. Il confronto, in prima battuta, è avvenuto con alcuni compagni del direttivo nazionale. Ho collegato quell’esito negativo direttamente alla progettualità di Prospettiva Unitaria e quindi all’obiettivo di costruire pratiche comuni nella prospettiva dell’unità dentro lo stesso partito: se quella pratica non regge nemmeno su uno sciopero generale, non puoi far finta di niente. Quel dato doveva essere un termometro, un segnale che indicava un problema da risolvere prima di arrivare alla “nascita ufficiale” del nuovo soggetto.
È qui che sono emersi i problemi di incoerenza tra teoria, condotta e pratica. Tutti riconoscevano che la cosa non era irrilevante, ma allo stesso tempo la si giustificava con motivazioni varie.
Il trio di compagni SC-AP-PZ ha sostenuto che non bisognava essere “duri” con i compagni assenti, enfatizzando problemi individuali: famiglia, spostamenti, difficoltà economiche nel perdere una giornata di lavoro, fino alle questioni legate alla repressione sul posto di lavoro.
Ora, nessuno nega che queste difficoltà esistano. Il punto è un altro: invece di ragionare su come superarle, si è finito per prenderle come giustificazione sufficiente. Non si è lavorato per affrontare i limiti che il sistema borghese, con il regime di controrivoluzione preventiva, impone e continua a imporre: si sono usate proprio quelle stesse condizioni come alibi per giustificare la non risposta all’appello.
E come se non bastasse, con un colpo di coda, il compagno SC ha sfruttato gli esiti negativi della mobilitazione per rincarare la dose sulla necessità di creare il nuovo partito quanto prima. Come se bastasse fondarlo per vedere sparire, quasi per miracolo, quei limiti: come se un atto costitutivo potesse d’un tratto creare disciplina, mobilitare larghe parti del corpo militante e far funzionare una “catena di comando”.
Qui sta la contraddizione, ed è grossa. Da un lato la fase storica viene dipinta come speciale e urgente, tale da imporre un’accelerazione nella costruzione del partito. Dall’altro, pur riconoscendo questa fase eccezionale, non si individua la necessità di un processo di trasformazione che renda condotta e pratica coerenti con quella stessa teoria. In sostanza non c’è interesse reale a promuovere una trasformazione morale e intellettuale dei compagni, a far coincidere quello che si dice con quello che si fa: ci si comporta come se la fase fosse ordinaria e “stabile”.
La contraddizione si vede ancora meglio se si guarda a cosa si è stati disposti a ingoiare pur di tenere in piedi la corsa verso il PCUP. Da un lato si invoca la 3GM per giustificare l’urgenza e la rapidità, fino al punto di assorbire rospi amari come due scissioni importanti dentro RP: la prima con la fuoriuscita di tutto il Sud Italia e di pezzi importanti del Nord, la seconda con l’abbandono dell’Umbria, la seconda federazione per consistenza numerica. Dall’altro lato, quando si tratta di adeguare davvero (cioè nella pratica) la condotta dei compagni alla fase, cala il silenzio o si resta indifferenti.
Questa incoerenza non è un inciampo episodico, né un limite “da sistemare col tempo”. È un difetto politico strutturale. Perché quando una direzione usa la fase storica per forzare i tempi, ma poi non la usa per trasformare i militanti, finisce per separare ciò che per un comunista deve stare unito: teoria, condotta, pratica. La teoria diventa una bandiera buona per orientare l’immaginario e giustificare decisioni; la condotta resta adattata alla vita ordinaria; la pratica diventa intermittente e saltuaria, adattandosi “al tempo libero”. È la militanza che ruota attorno alla vita e non la vita che ruota attorno alla militanza.
Dentro questa impostazione c’è anche un rovesciamento comodo: si ragiona come se fosse la forma-partito a generare automaticamente la trasformazione dei comunisti. Ma non funziona così. La disciplina non nasce dalla sigla, non nasce dall’atto costitutivo, non nasce da un documento unitario. Nasce dalla lotta reale, dalla verifica dei compiti, dai bilanci, dalla formazione e dall’assunzione di responsabilità. Nasce dal fatto che l’organizzazione dirige davvero la vita militante, non si limita a commentarla. Senza questo, “il partito” resta una scatola che contiene individui e comportamenti tra loro incompatibili e l’organizzazione finisce per registrare i limiti invece di superarli.
È qui che si vede l’opportunismo nella sua forma più comoda: l’eccezionalità della fase viene tirata fuori quando serve per saltare passaggi e stringere i tempi, ma poi viene dimenticata quando dovrebbe imporre un salto di qualità nella condotta. Si vuole l’effetto senza pagare il prezzo politico che quell’effetto richiede. Si vuole un partito “nuovo” senza costruire comunisti nuovi, si vuole comando senza costruire autorità politica, si vuole unità senza fare il lavoro duro di uniformare la pratica coerentemente con la teoria. E siccome questo nodo non si affronta, lo si copre con la solita retorica del rinvio: “facciamo il partito e poi metteremo a posto il resto”.
Il problema è che nella fase della 3GM il resto non si mette a posto dopo. La guerra non è solo un fatto militare e di guerra combattuta sul campo. È il modo con cui la borghesia gestisce la crisi, disciplina la società, riallinea l’economia, rafforza gli apparati repressivi e inocula paura e impotenza. Il regime di controrivoluzione preventiva non allenta la presa, la stringe. E in un contesto così, un’organizzazione che tratta la compatibilità individuale come criterio più alto della direzione collettiva non sta “difendendo i compagni”, ma li educa a stare dentro i limiti dettati dal nemico.
Questo non significa negare le difficoltà reali, significa capire cosa te ne fai. Un dirigente comunista sa che esistono famiglia, turni, problemi economici, ricatti sul posto di lavoro, repressione. Ma se la risposta politica si riduce a “poverino, capiamolo”, allora stai trasformando le armi del nemico in criteri interni dell’organizzazione del partito, della sua strategia e della sua tattica. In pratica stai accettando che la borghesia abbia l’ultima parola sulla tua capacità di mobilitare e organizzare, anziché alzare il livello della nostra condotta e diventare sempre più adeguati al nostro compito storico. E nella fase attuale questo significa condannarsi alla sterilità: ridursi a propaganda e testimonianza, mentre il nemico conduce la guerra contro le masse popolari.
La riforma morale e intellettuale è una necessità materiale. Senza trasformazione della condotta non esistono comunisti in grado di dirigere, e senza comunisti che dirigono non esiste partito rivoluzionario. Al massimo esiste una rete di militanti che si autoconferma, che si racconta l’urgenza storica e poi si disperde quando arriva la prova concreta: uno sciopero generale, una campagna nazionale, un picchetto, una vertenza, un momento di rottura, vengono posti sempre come priorità successiva agli impegni personali e agli obblighi imposti dalla vita materiale.
Per questo la questione non è “partecipare di più” in senso quantitativo, è partecipare in un modo diverso: non come presenza simbolica, ma come parte di un piano strategico coerente con la realtà storica; non come gesto volontaristico, ma come compito necessario e come ruolo storico imprescindibile dei comunisti; non come sacrificio individuale, ma come trasformazione soggettiva all’interno di una meccanismo collettivo. È questo che distingue una militanza comunista da un attivismo generico: il comunista trasforma sé stesso e trasforma l’ambiente attorno a sé.
E qui torna il nodo iniziale: se davvero la fase attuale è quella della 3GM, allora la condotta dei comunisti non può ridursi ad una compatibilità tra vita privata e militanza, in cui la vita privata assume ruolo prioritario. Non può essere regolata dal principio “faccio politica finché non mi costa troppo”, perché la guerra, come gestione della crisi del capitalismo, fa esattamente questo: aumenta il costo di ogni forma di organizzazione dal basso, rende inconciliabile un impegno politico di classe con la vita “normale”. Se accetti che quando il costo sale ti fermi, stai dicendo che il nemico vince per definizione, è una resa preventiva, è la controrivoluzione preventiva interiorizzata nei comportamenti.
Ecco perché l’episodio degli scioperi generali non è solo un fallimento organizzativo ma è una spia di linea e impostazione strategica. Una direzione che, davanti a un dato simile, non trasforma l’analisi in un salto di qualità della condotta sceglie, nei fatti, di non affrontare la questione centrale: formare comunisti all’altezza della fase. Senza questa trasformazione, la “costruzione del partito” diventa una corsa dentro la stessa palude: cambi la cornice, ma lasci intatto il quadro. Si proclama l’urgenza storica, ma poi si rimane incollati alla vita ordinaria imposta dalla borghesia.
Il risultato è un doppio danno. All’interno, perché normalizza l’idea che la militanza è subordinata ai propri interessi individuali, alle proprie questioni private, ai propri hobby o alle proprie tensioni. All’esterno, perché le masse attraverso questo comportamento non vedono una forza capace di dirigere, vedono l’ennesimo gruppo che parla bene e agisce poco. Le mobilitazioni e i diversi contesti di rivendicazione non diventano scuola di comunismo, banalmente perché non le si affronta in un’ottica comunista. E nella fase della 3GM, dove il nemico stringe e accelera, questo scarto tra parola e azione diventa un fattore di discredito della prospettiva comunista stessa.
Il problema non riguarda solo lo “sforzarsi di più” o l’essere più presenti. Qui si tocca una cosa più profonda, che nella fase attuale torna addosso a tutti, soprattutto quando la guerra si allarga e invade qualsiasi spazio della vita comune: la scelta di campo e la scelta di vita.
La scelta di campo, detta in modo semplice, non vale perché uno la proclama o perché si riconosce in certe parole. Vale quando la realtà ti mette davanti a una decisione e tu scegli davvero da che parte stare: con chi ti schieri, per chi ti muovi, cosa difendi e cosa sei disposto a mettere in discussione. È stare dalla parte della classe operaia e delle classi oppresse contro i padroni e contro l’imperialismo.
La scelta di campo non è un certificato da mettersi in tasca, non è una cosa che fai una volta e poi sei a posto. Si rafforza o si indebolisce, arretra o riprende fiato. Dipende da come vivi, da cosa fai, da con chi stai, da cosa scegli di sacrificare e da cosa invece ti tieni stretto. E oggi, con la fase che cambia in fretta, se non la curi e non la rinnovi, ti scivola tra le dita, resti “dalla parte giusta” a parole, ma nei fatti cominci a muoverti come ti impone il nemico.
Ed è qui che entra in campo la scelta di vita, che è ancora più concreta di come spesso la si racconta. La scelta di vita è quando smetti di considerare la rivoluzione come un’idea importante e inizi a metterla al centro sul serio, non perché diventi un asceta o perché rinunci a vivere, ma perché smetti di far dipendere tutto dalla compatibilità con il tuo tempo libero, da quello che “ti lascia” la giornata. In pratica è una lotta dura contro il senso comune di vivere e pensare. Cominci a organizzare la vita attorno ai compiti, e non i compiti dentro i ritagli della vita.
Questa cosa non riguarda solo i rivoluzionari di professione. Riguarda anche chi lavora in produzione, chi ha famiglia, chi sta in mezzo a mille rogne. Cambiano ruoli e pesi, certo, ma il nocciolo resta: se la fase è quella che diciamo, allora la militanza non può restare un hobby o qualcosa che rientra nelle priorità secondarie o terziarie. Perché in guerra il costo di organizzarsi sale sempre e se il criterio diventa “mi muovo finché posso permettermelo”, hai già accettato che la borghesia comandi anche sul tuo modo di fare politica.
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Ricostruzione del partito comunista
L’esperienza della Carovana del (nuovo)PCI
Dopo che la degenerazione del vecchio PCI aveva completato il suo corso e privato la classe operaia del suo partito e dopo il fallimento dei primi tentativi di ricostruirlo compiuti prima dai gruppi del movimento marxista-leninista (negli anni ‘60) e poi dalle Brigate Rosse (negli anni ’70), il gruppo di testa di quella che è diventata la Carovana del (n)PCI diede vita nel 1992 ai CARC con l’obiettivo di ricostruire il partito comunista. In Federico Engels - 10, 100, 1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista (1995) enunciammo le condizioni che ci proponevamo di creare per la ricostruzione del partito:
1. formare compagni capaci di ricostruire il partito in modo che sia all’altezza del compito che il procedere della seconda crisi generale del capitalismo e la conseguente situazione rivoluzionaria in sviluppo pongono di fronte ad esso;
2. tracciare il programma del partito, il suo metodo di lavoro, l’analisi della fase e la linea generale del partito;
3. legare al lavoro di ricostruzione del partito gli operai avanzati;
4. creare la base finanziaria del nuovo partito.
La linea della creazione delle condizioni per la ricostruzione del partito comunista si contrapponeva e si contrappone alla linea della “unità dei comunisti”, della “convergenza dei comunisti in un’unica organizzazione”, della “pari dignità di tutti i comunisti”, della “unità sui principi”. A proposito di questa linea, in Federico Engels – 10,100, 1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista spiegammo che “questa linea non tiene conto dell’esperienza passata e non può condurre all’obiettivo di ricostruire il partito. Essa infatti priva la lotta ideologica e politica dei ricostruttori del partito del suo terreno pratico di verifica, la riduce solo a un confronto di idee, nasconde che è necessario un processo di trasformazione degli attuali comunisti, rafforza la tendenza negativa di quelli che sono convinti di aver avuto sempre ragione anche se non hanno combinato nulla; di quelli che attribuiscono sempre le sconfitte e le difficoltà del movimento comunista a qualcun altro diverso da sé o dal proprio gruppo; di quelli le cui analisi concludono proclamando quello che per avanzare dovrebbero essere fatto da qualcun altro anziché individuare quello che devono fare loro stessi con le loro attuali forze; di quelli che attribuiscono le difficoltà a non definite condizioni oggettive; di quelli che attribuiscono le difficoltà, le sconfitte e l’impotenza alla ‘arretratezza delle masse’ che non seguono le loro indicazioni e non rispondono ai loro appelli”. L’esito dei tentativi di ricostruire il partito comunista seguendo questa linea è lì a confermarlo.
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Questa scelta non è una passeggiata, la società borghese non ti vende solo la paura, ti vende anche vie di fuga. La nicchia dove non ti sporchi, il rifugio individuale, il “pensa a te”, la spiritualità usata come anestetico, la ribellione solitaria che ti fa sentire vivo e poi si spegne. Sono tutte forme diverse di difesa, modi diversi per restare fermi mentre intorno la storia accelera. Il salto vero è quando smetti di vivere come individuo isolato e cominci a concepirti come parte di un collettivo e organizzi la tua vita in base alle necessità storiche del ruolo dei comunisti: non perché “è bello”, ma perché è l’unico modo per passare davvero all’attacco.
E qui veniamo al punto che si lega direttamente a quello che ho raccontato sugli scioperi generali. Quando parliamo di coerenza tra teoria, condotta e pratica, non stiamo facendo un discorso moralista. Stiamo parlando di sostanza: se un’organizzazione è capace di formare comunisti in grado di reggere la fase, oppure se si limita a mettergli addosso un linguaggio e poi li lascia vivere e agire come prima.
Chi segue un compagno, chi lo forma, chi lo dirige, alla fine deve guardare tre cose che nella pratica stanno insieme: 1. quanto assimila davvero la concezione e la linea, 2. come si comporta e che disciplina reale riesce a darsi, 3. che cosa produce nella lotta concreta, che risultati porta, che traccia lascia. La teoria è fondamentale, nessuno lo mette in dubbio. Ma se non la leghi alla vita reale e alla pratica, rischia di diventare un esercizio sterile, un discorso bello, anche sofisticato, ma poi zero capacità di muovere, zero capacità di incidere.
La pratica torna a essere la cartina di tornasole, non per fare i pragmatici, ma perché alla fine è lì che si vede se una cosa è vera, se ti aiuta a dirigere, se ti avvicina al reale, se ti porta a dei risultati. Se dici una cosa e poi la realtà ti smentisce sempre, non è una questione di “sfortuna”. È che hai separato il pensiero dalla vita.
Per questo, quando una direzione giustifica la passività e tratta le compatibilità tra vita privata e compito storico come un fatto intoccabile, non sta facendo un gesto di comprensione: sta accettando che le condizioni imposte dal nemico diventino la normalità interna dell’organizzazione. E a quel punto la 3GM resta una parola buona per accelerare sulle scorciatoie, ma non diventa mai un criterio che cambia davvero la condotta dei comunisti. Lo abbiamo visto: si invoca l’eccezionalità della fase per “fare in fretta” il partito, ma quando la fase presenta la prova concreta e richiede l’adeguatezza dei comunisti, ci si comporta come se fossimo in tempi ordinari.
E allora la contraddizione non è più solo un problema organizzativo, diventa un problema politico pesante. Perché se non trasformi i comunisti, se non alzi condotta e pratica, puoi cambiare nome, puoi fare documenti, puoi perfino proclamare unità, ma stai solo mettendo una forma più alta sopra una sostanza che resta inchiodata ai limiti del vecchio mondo.
Fin qui ho trattato le posizioni espresse dal trio SC-AP-PZ, passiamo adesso alle posizioni espresse dal compagno GN, decisamente non in linea con queste ultime ma comunque arretrate e antitetiche rispetto alla concezione comunista del mondo. Secondo il compagno GN la motivazione principale dietro la problematica legata alla condotta dei compagni è di matrice antropologica, in stretto riferimento al popolo italiano e alle masse popolari italiane. Secondo GN, che mischia e mette sullo stesso livello la figura dei comunisti con il resto delle masse proletarie, il problema ha radici lontane di secoli, come se insieme al corredo cromosomico si ereditasse anche una sorta di volontà o personalità che hanno radici indipendenti dalla storia e dal vissuto sociale.
Il ragionamento di GN, per come l’ho sentito esprimere, parte da un presupposto che per noi è proprio sbagliato alla radice. Perché quando fai diventare “gli italiani” una categoria antropologica, quando spieghi i limiti della condotta come se fossero una specie di tratto genetico o culturale immutabile, alla fine stai togliendo terreno alla lotta. Non stai descrivendo un problema, lo stai rendendo eterno, quasi naturale e questo è uno dei modi più chiari per disarmare i comunisti, perché ti porta a pensare che certi difetti siano inevitabili e che si possa solo gestirli, non rovesciarli.
Se sei materialista, se ragioni da comunista, sai che la mentalità, la disciplina, l’abitudine a lottare o a piegarsi, non te le porti nel sangue. Le producono le condizioni in cui vivi e lavori, le producono i rapporti sociali, le produce l’educazione che ricevi, la classe che ti schiaccia e il modo in cui ti schiaccia. In altre parole: la borghesia non domina solo perché ha i soldi, le armi e i mezzi di coercizione: domina perché organizza anche il “senso comune” e ti fa stare dentro i suoi limiti come se fossero il normale modo di vivere.
E allora sì, è vero che in Italia (come in qualsiasi paese imperialista) c’è un terreno difficile, c’è una lunga storia di opportunismo, di trasformismo, di disfattismo e di “si salvi chi può”. Ma questa roba non è antropologia, è storia, ed è storia di dominio di classe. È un prodotto del capitalismo italiano, delle sue forme, del suo Stato, del suo clero, della sua scuola, del suo modo di costruire consenso e rassegnazione. Se la chiami “carattere nazionale” finisci per farla sembrare un destino, mentre se la leggi come prodotto di rapporti sociali, capisci che può essere combattuta e rovesciata.
Ed è qui che si vede un altro cortocircuito nel ragionamento di GN: mettere sullo stesso piano i comunisti e le masse popolari. Perché è vero che le masse popolari sono immerse fino al collo nella società borghese e quindi ne respirano anche i limiti, le paure, l’individualismo, la sfiducia, ma proprio per questo esiste un’avanguardia organizzata, che non è immune dall’influenza borghese ma deve necessariamente condurre quella lotta serrata interna. Proprio per questo esiste un partito comunista: non per “rappresentare” le masse, ma per trasformare la realtà e quindi anche per trasformare quei limiti in un percorso di lotta, in una scuola di organizzazione, in una crescita reale.
Se tu dici che i comunisti “sono come le masse”, stai già abbassando l’asticella. Stai già dicendo, senza dirlo, che è normale che un comunista si comporti come chiunque altro, con le stesse paure, gli stessi criteri, le stesse compatibilità. Ma allora a cosa serve chiamarsi comunisti? A quel punto resti dentro il recinto della spontaneità e ti limiti ad esserne parte. Invece un comunista, proprio perché vive nella stessa società delle masse, deve fare uno sforzo in più, deve combattere dentro di sé la mentalità borghese e deve imparare a organizzare la vita e la pratica in funzione della rivoluzione, altrimenti la società borghese fa il suo lavoro e ti riporta sempre al punto di partenza, se non addirittura a fare passi indietro.
Detto questo, non butto via tutto quello che GN dice: non è questo lo scopo del bilancio. Il fatto che lui indichi la necessità di maggiore formazione, di un accompagnamento più serrato e anche di pratiche organizzative concrete (cassa di resistenza, trasporti comuni, organizzazione collettiva della logistica) è già un passo avanti rispetto al giustificazionismo del trio di cui mi sono occupato sopra. In GN almeno c’è l’idea che i limiti non si accettano così come sono, che non basta “capire” e assolvere, che bisogna mettere mano alla trasformazione, anche se non è ancora intesa come trasformazione vera e propria ma piuttosto come un aggiustamento prodotto a fronte di aggiustamenti organizzativi.
Il problema è che questa intuizione, finché resta appoggiata su un ragionamento antropologico, rischia di diventare una cosa ambigua, persino pericolosa. Perché se pensi che i limiti siano “nel sangue” o nella “testa degli italiani”, allora la formazione non diventa un percorso di emancipazione e di crescita consapevoli: diventa una specie di raddrizzamento moralistico, oppure una cura che si applica dall’esterno. E qui sta il rischio di scivolare verso una concezione della disciplina come semplice coercizione, come pressione, come “stringere i bulloni”, senza invece capire che la disciplina comunista nasce quando la linea entra nella testa, quando la lotta diventa parte della tua vita e quando la pratica ti cambia davvero.
La formazione che serve, in una fase come questa, non è “fare lezioni”, non è riempire i compagni di concetti come si riempie un quaderno. È un lavoro molto più vivo: è imparare a pensare per agire, imparare a usare la teoria come strumento di intervento, imparare a leggere il reale e a trasformarlo. E questa cosa, se non la leghi a compiti concreti, se non la metti alla prova nella pratica, resta aria. Perché proprio la pratica è la verifica ed è lì che capisci se stai crescendo o se ti stai solo raccontando che cresci.
E infatti la contraddizione che ho visto in RP e in PU non nasce dal fatto che mancano “parole giuste”. Le parole, quando serve, le tirano fuori tutti. Nasce dal fatto che le parole non diventano abitudine, non diventano stile di vita, non diventano condotta. E ancora, anche in questo caso, la scelta di campo e la scelta di vita sono fondamentali. Se quella scelta non viene coltivata, se non viene rinnovata e resa sempre più profonda, la formazione resta un pezzo separato dalla vita: fai una riunione, fai un corso, fai un documento e poi il giorno dopo torni a vivere con gli stessi criteri di prima e, quando arriva la chiamata politica più impegnativa e che richiede una forma di sacrificio, ti fermi perché “costa”, perché “è difficile”, perché “non è il momento”, perché “ora ho problemi più importanti”.
E nella fase della 3GM questo meccanismo ci si rivolta contro, perché la fase non ti permette di tenere separata la testa dalle mani, la teoria dalla condotta. Se tu dici che la guerra stringe e accelera, allora anche tu devi stringere e accelerare e non nel senso della frenesia organizzativa, non nel senso di fare mille cose e bruciarsi, ma nel senso di mettere al centro ciò che conta: trasformare sé stessi e i compagni in comunisti capaci di reggere l’urto, di dirigere, di fare da punto di riferimento, di costruire legami e organizzazione anche quando tutto intorno spinge alla dispersione.
In questo quadro, le proposte “organizzative” a cui GN accenna (cassa di resistenza, trasporti, mezzi comuni) sono importanti, ma vanno capite bene. Non sono la soluzione al problema della condotta, sono strumenti politici senza dubbio importanti ma che non sostituiscono il processo di trasformazione a cui ogni comunista deve sottoporsi. Quando metti in piedi una cassa di resistenza, quando organizzi collettivamente il modo di arrivare a una manifestazione, quando costruisci una rete che regge il compagno sotto ricatto, stai facendo una cosa precisa: stai togliendo al nemico una parte del suo potere. Stai dicendo che la nostra organizzazione non si limita a fare appelli, ma costruisce le condizioni perché gli appelli si traducano in movimento reale. Queste operazioni rafforzano un eventuale processo di trasformazione, ma, ripeto ancora, non lo sostituiscono. È lo stesso principio su cui si basava il documento di fuoriuscita da RP di cui sono stato partecipe: risolvere questioni politiche, di linea e di strategia con i soli strumenti organizzativi. Se era sbagliato in quella fase, risulta sbagliato anche in questa; se risultava sbagliato in quel contesto, risulta sbagliato anche in questo, perché le questioni politiche si risolvono politicamente e non con automatismi. Questa tesi viene dal retroterra bruciato dell’influenza borghese e della cultura aziendale: i problemi si risolvono con aggiustamenti tecnici e organizzativi.
Il punto, quindi, non è scegliere tra “comprensione” e “durezza”, come se fosse un problema di comportamento personale. Il punto è scegliere tra due linee: o accetti i limiti come normalità e poi li giustifichi, oppure li tratti come terreno di lotta e quindi organizzi la loro trasformazione. E questa trasformazione non arriva per caso e non arriva per magia: arriva quando la direzione fa il suo lavoro fino in fondo, quando guida un compagno tenendo insieme testa, condotta e pratica, quando lo mette nella condizione di rompere con ciò che lo tiene inchiodato al vecchio.
E qui sta, secondo me, anche la differenza tra una direzione che “ha intuito” e una direzione che ha una linea. GN, rispetto al trio, almeno intravede che serve formazione e serve organizzazione concreta. Però se il punto di partenza resta l’antropologia, l’idea che il problema sia “il popolo italiano” e non la guerra di classe che la borghesia conduce anche dentro le teste, allora quel passo avanti rischia di restare monco. Può diventare una mezza soluzione che non afferra il cuore del problema e cioè che i comunisti non nascono già pronti, si costruiscono. Si costruiscono trasformando sé stessi e gli altri e questa trasformazione è un processo politico.
E se davvero prendiamo sul serio la fase storica che loro stessi invocano, allora questo processo non può essere rimandato né trattato come una cosa secondaria. Perché se la 3GM è la cornice in cui ci muoviamo, allora non ci possiamo permettere di essere comunisti “a metà”, comunisti che pensano una cosa e ne praticano un’altra, comunisti che sanno dire le parole giuste e poi si comportano come se tutto fosse normale, comunisti che attribuiscono al fato o alla discendenza di sangue limiti e problemi delle masse. La fase, volenti o nolenti, ci costringe a scegliere: o trasformiamo la condotta e la pratica per renderle coerenti con la teoria, oppure la teoria diventa solo un modo elegante per coprire l’inconcludenza.
Rimane la posizione di CM, che nei fatti non è una posizione autonoma e neanche in qualche modo rafforzativa rispetto a quella del trio: è in realtà una fiducia ad occhi chiusi nei confronti di SC. Ricordo ancora chiaramente la posizione espressa dal compagno: “Capisco le tue giuste lamentele, ma noi che siamo più giovani e con meno esperienza dobbiamo fidarci dell’autorevolezza e dell’esperienza dei dirigenti (riferendosi al trio di cui ho detto sopra e non riconoscendo sé stesso come parte dei dirigenti) specialmente di SC che in questi anni ci ha sempre guidato bene portandoci a grandi risultati”. La totale assenza di pensiero critico e autonomo, alimento per l’avanzare dei comunisti nel dibattito interno al partito, è tanto chiaro e tanto palese come il sole in una giornata di luglio. Non c’è un entrare nel merito della questione, sia per una fiducia spropositata e idealista, sia perché il giustificazionismo giustifica in prima istanza le proprie mancanze: se è palese che la situazione oggettiva ci mette davanti a dei limiti e che quei limiti sono insuperabili, io per primo sono giustificato nella mia passività. E la posizione di CM e la sua ottica sono state lo specchio riflesso di una larga parte della base militante di RP.
Passiamo quindi allo sviluppo della discussione all’interno dell’assemblea nazionale dei territori e quindi in un contesto più ampio e largo. Quando si entrava nel merito della “soluzione”, cioè quando bisognava smettere di descrivere i limiti e cominciare a dire come superarli, lì veniva fuori con ancora maggiore chiarezza la direzione reale che prendeva l’organizzazione sotto la spinta del trio SC-AP-PZ, nel meccanismo fiducia-giustificazionismo che si era consolidato negli anni. Perché la tendenza generale, nella base dell’assemblea nazionale, era quella di assecondare il giustificazionismo. E non per cattiveria o per pigrizia “morale”, ma per una ragione molto concreta e anche molto umana: quel giustificazionismo normalizza la passività a cui il sistema borghese vuole condannarci e quindi giustifica in prima istanza il comportamento individuale, alleggerisce la coscienza, ti fa sentire che non sei tu il problema e che in fondo “è normale” che certe cose non si riescano a fare.
È qui che si capisce perché il cavallo di battaglia di SC trovava così facilmente terreno fertile, diventando quasi la linea spontanea dell’assemblea: “per risolvere questa inadeguatezza dobbiamo crescere e per crescere abbiamo bisogno del partito e della sua catena di comando”. È una formula apparentemente sensata, perché chiunque capisce che per crescere serve organizzazione e chiunque capisce che senza una direzione non si va lontano; il punto però è che, così com’è, diventa una spiegazione che non spiega, una soluzione che rinvia, un orizzonte che ti consola senza toccare la causa reale del problema, perché non viene mai chiarito il nesso concreto tra la passività di oggi e la crescita promessa domani, come se bastasse “fare il partito” per trasformare automaticamente la condotta, come se la catena di comando fosse una bacchetta magica capace di produrre disciplina e adeguatezza per decreto.
Infatti, detto con franchezza, questa posizione è comoda proprio perché fa due cose insieme: da un lato normalizza la passività, perché ti dice che è “un limite della fase”, un problema inevitabile finché non avrai lo strumento giusto; dall’altro lato ti mette davanti un orizzonte di conquista e di crescita, perché ti dice che basta correre, basta fare in fretta, basta arrivare al traguardo organizzativo e poi tutto si aggiusta. È un meccanismo perfetto per tenere in piedi una comunità militante che fatica, perché dà senso alla fatica senza costringere nessuno a mettersi davvero in discussione e, soprattutto, consente di esternalizzare la contraddizione: non siamo noi che dobbiamo cambiare, è il contesto che deve cambiare; non siamo noi che dobbiamo trasformarci, dobbiamo “costruire lo strumento” e poi lo strumento farà il resto.
Così, nella maggior parte dei casi, la posizione che emergeva non era quella di fare il bilancio delle proprie inadeguatezze e avviare un processo di trasformazione, individuale e collettivo, ma di continuare a operare dentro il mantra del “dobbiamo fare e dobbiamo fare in fretta”, perché quella sarebbe l’unica strada per diventare adeguati. E attenzione: io sono convinto che nell’intimo questa posizione non fosse condivisa fino in fondo da tutti i sostenitori del trio. E non lo dico per assolverli, lo dico perché si percepiva una specie di disagio muto, una consapevolezza confusa che qualcosa non tornava; però, in una condizione di perenne adolescenza politica, come se ci fosse sempre un “poi” a cui rimandare la trasformazione, si accettava volentieri la giustificazione, si accettava di buon grado l’idea di scaricare il problema fuori, su fattori esterni, su “ci manca ancora lo strumento”, su “il momento non è adeguato”.
E qui viene fuori una cosa ancora più importante: in questa impostazione non si afferma mai, fino in fondo, la propria inadeguatezza come terreno di lotta e di crescita, ma si afferma l’inadeguatezza del momento, come se la fase fosse qualcosa che ti capita addosso e tu potessi solo attraversarla aspettando l’evento risolutivo. È un rovesciamento completo della logica comunista. Perché per un comunista la fase non è un alibi, la fase è un criterio; e se la fase è quella della 3GM, allora la tua condotta non può essere quella di chi aspetta la condizione ideale, perché la condizione ideale non arriverà mai, anzi la borghesia farà di tutto per rendere ogni forma di organizzazione indipendente sempre più costosa, sempre più difficile, sempre più “incompatibile” con la vita ordinaria.
Quindi quando la soluzione diventa “crescere facendo il partito”, senza passare dalla trasformazione reale della condotta, tu stai cercando una scorciatoia. Stai cercando una crescita senza sacrificio, una disciplina senza lotta contro te stesso, una direzione senza costruzione di autorità politica, un salto di qualità senza rompere con le abitudini che ti tengono inchiodato al vecchio mondo. Ed è proprio qui che l’opportunismo mostra la sua faccia più dolce e più seducente, quella che non si presenta come tradimento o come cinismo, ma come ragionevolezza: “adesso non si può, adesso è difficile, adesso serve lo strumento giusto, facciamo in fretta e poi saremo all’altezza”.
Ma una linea di questo tipo, per quanto rassicurante, porta a un vicolo cieco, perché la passività di oggi non è un incidente che si risolve domani con un atto organizzativo: è l’effetto di una condotta e di una mentalità che oggi vengono legittimate. E se tu legittimi quella condotta oggi, domani te la ritrovi identica dentro il “nuovo partito”, solo con un nome diverso e con un documento in più. Cambia la cornice, non cambia il quadro. Perché la catena di comando, se non è costruita su comunisti trasformati, non mobilita nessuno: al massimo produce ordini che restano sulla carta e riunioni che registrano l’assenza e poi di nuovo il giro di giustificazioni e di compatibilità.
È qui che torna il punto centrale già messo a fuoco: la scelta di campo e la scelta di vita non possono essere rimandate a dopo la fondazione del partito, perché sono esattamente ciò che rende possibile costruire un partito vero. Se tu aspetti di essere “adeguato” quando avrai lo strumento, stai dicendo che la tua trasformazione dipende da qualcosa di esterno a te e questo è il modo migliore per non trasformarti mai. La trasformazione dei comunisti non è un premio che arriva alla fine: è la condizione per avanzare. E se oggi, davanti a una prova concreta come uno sciopero generale, la risposta è stata assenza, compatibilità e giustificazione, allora significa che quello che manca non è il timbro “partito”: manca il lavoro politico che rende i compagni capaci di stare dentro la fase e di costruire risposte collettive ai ricatti della borghesia.
Per questo la soluzione che veniva proposta nei territori era, in fondo, la prosecuzione del problema con un’altra forma: non si lavorava a trasformare l’individuo e il collettivo, si lavorava a “sistemare il contesto”, a rendere il momento adeguato, a trovare una via più rapida e meno costosa per arrivare al risultato. E quando una linea comincia a cercare risultati senza passare per il lavoro duro della trasformazione, quella linea non sta accelerando la costruzione del partito, sta solo accelerando la costruzione di un’illusione.
Mi sono concentrato sulla partecipazione agli scioperi generali, ma quanto detto non riguardava solo quel caso particolare, ma era la prassi consolidata ogni qualvolta emergeva chiaramente il problema dell’inadeguatezza dei compagni e della necessità di trasformarsi per diventare adeguati al compito storico. Le stesse identiche dinamiche si sono verificate quando ci sono stati problemi legati alla promozione di iniziative, alla partecipazione, all’azione ordinaria sui territori, alla partecipazione a riunioni o assemblee interne, alla mobilitazione e alla propaganda nei posti di lavoro: per ogni questione c’era una giustificazione pronta per esternalizzare la causa della nostra inadeguatezza.