La Voce del (nuovo)PCI

La Voce 81 - novembre 2025

Sulla Terza guerra mondiale

La guerra in corso


Ancora sulla crisi generale del capitalismo

Che nei paesi imperialisti sia nuovamente in corso, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, una crisi economica generale è una tesi sempre più acquisita anche tra gli economisti borghesi e in particolare tra quelli della sinistra borghese.(1) Tutti gli eminenti economisti della sinistra borghese attribuiscono però la causa della crisi generale alla linea seguita dai governi in campo economico come se il capitalismo monopolistico di Stato avesse cancellato il capitalismo, cioè come se il ruolo assunto in campo economico dallo Stato e da altre pubbliche istituzioni avesse già soppiantato il ruolo dei capitalisti nell’attività economica della società.(2) Implicitamente dicono che basterebbe che governi e pubbliche istituzioni cambiassero linea in campo economico. Nessuno di essi affronta la questione che la produzione di merci (beni e servizi) promossa dai capitalisti assumendo proletari non raggiunge la crescita quantitativa necessaria per dar luogo a una massa di profitto (e quindi di pluslavoro e connesso plusvalore direbbero i marxisti) maggiore di (o almeno eguale a) quella prodotta dal capitale impiegato nel ciclo precedente.


1. Marco Bersani (Verso una legge di bilancio armata), Roberto Ciccarelli (Produzione industriale a picco, CGIL: mai così dal dopoguerra e Bastano due caffè al giorno per risollevare i salari), Laura Pennacchi (Italia senza impulsi, solo riarmo, dazi e stagnazione) in il manifesto dell’11.10.2025, Marco Palombi (L’industria a picco travolge Italia e Germania) in Il Fatto quotidiano dell’11.10.2025 e vari altri eminenti economisti della sinistra borghese illustrano chiaramente con dati e argomenti che l’economia in Italia va male e illustrano implicitamente anche la crisi generale del sistema capitalista.


2. La storia dell’URSS del periodo 1956-1991 ha mostrato chiaramente che persino nei paesi socialisti in campo economico si combinavano ancora l’iniziativa delle pubbliche istituzioni e l’iniziativa degli individui che di fatto indirizzavano l’attività economica, l’iniziativa consapevolmente programmata e le spinte del mercato.


La fonte della crisi dell’economia dei paesi capitalisti sta nel sistema capitalista stesso. In un paese capitalista il principale promotore dell’attività economica è il proprietario di capitale (il capitalista). Questi promuove un’attività economica (e quindi assume proletari) se dall’attività che promuove ricava profitto. Ma, man mano che cresce la quantità di capitale che egli investe, la massa di profitto che egli ricava è una percentuale via via minore del capitale che investe. Da qui viene che l’economia capitalista è per sua natura destinata a entrare in crisi.

Questo processo di crescita dell’attività economica che per sua natura porta alla crisi del processo stesso è descritto dettagliatamente da Marx nei tre libri di Il capitale. La conclusione di esso Marx la delinea nei capitoli 13, 14 e 15 del libro terzo di Il capitale, che Engels diede alle stampe nel 1894. Engels aveva constatato che nell’insieme dei paesi capitalisti di allora (quindi in Europa occidentale e America del nord) era comparsa la crisi prevista da Marx, ma egli non indica che la crisi del periodo finale dell’Ottocento a cui accenna nella Prefazione datata 5 novembre 1886 dell’edizione inglese del libro primo di Il capitale è quella di cui Marx aveva predetto l’avvento e indicato la causa. Né la indicarono gli eminenti dirigenti del movimento comunista mondiale che nel campo della teoria succedettero a Engels (Lenin, Stalin e Mao Tse-tung per nominare solo quelli che hanno avuto un ruolo mondialmente più noto). Essi si impegnarono principalmente nella traduzione della scienza comunista nel concreto del movimento comunista del proprio paese e nella direzione pratica di esso.(3)


3. Questa connessione è poi del tutto inutile cercarla negli scritti dei “grandi critici” di Marx, per i cui nominativi rimando all’articolo Il pensiero di Marx alla prova dei suoi critici (il manifesto, 14.10.2025).


La connessione è stata illustrata chiaramente per la prima volta nell’articolo La crisi attuale: crisi per sovrapproduzione di capitale in Rapporti Sociali 0, settembre 1985.(4) Esso spiega la causa strutturale della sovrapproduzione assoluta di capitale, in cosa consiste la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, perché nella società borghese si producono necessariamente situazioni di sovrapproduzione assoluta di capitale e le tendenze che essa mette in moto, compresa la più estrema, quella di ultima istanza: la guerra.


4. Della natura della crisi attuale trattano in dettaglio una serie di articoli pubblicati sempre su Rapporti Sociali: Crack di Borsa e capitale finanziario (RS 1 - febbraio 1988); Marx e la crisi per sovrapproduzione di capitale (RS 8 - novembre 1990) che è una disanima del capitolo 15 del libro 3 di Il capitale di Marx. La discussione sul tema è stata riassunta nell’articolo Per il dibattito sulla causa e sulla natura della crisi attuale (RS 17/18 - autunno 1996). L’argomento è ripreso, con l’indicazione dei testi per l’approfondimento in varie lingue, anche nell’opuscolo del (n)PCI, I quattro temi principali da discutere nel Movimento Comunista Internazionale, diffuso nell’autunno 2010.

Anche su La Voce ci siamo occupati a più riprese del tema. Mi limito qui a segnalare i principali articoli: La natura, la fonte, le leggi di sviluppo e le manifestazioni della crisi (VO 41 - luglio 2012), Le origini e la natura della crisi generale del capitalismo (VO 61 - marzo 2019), Gramsci e la crisi generale in corso (Supplemento a VO 61 - marzo 2019), Ancora sulla crisi generale in corso (VO 69 - novembre 2021), L’imperialismo e l’instaurazione del socialismo (VO 72 - novembre 2022), Epoca imperialista e teoria della piramide imperialista (VO 78 - novembre 2024).


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Teoria, condotta e pratica

Sono tre gli aspetti che compongono l’attività dei comunisti e sui quali essa va valutata. Marx ed Engels già nel Manifesto del partito comunista (1848) misero in luce chiaramente il legame indissolubile esistente tra teoria e pratica nell’opera dei comunisti: “i comunisti si distinguono dagli altri rivoluzionari perché hanno una comprensione più avanzata delle condizioni, della forma e dei risultati della lotta di classe e su questa base la spingono sempre avanti”. Lenin lo ribadì in modo lapidario: “senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario”. Lo stesso fecero Stalin, Mao Tse-tung e gli altri dirigenti del movimento comunista. A questo oggi noi comunisti, dopo i danni fatti dai revisionisti moderni affermatisi alla testa del movimento comunista nel secondo dopoguerra, dobbiamo aggiungere la condotta, il comportamento: la riforma intellettuale e morale di cui ci siamo occupati spesso nella nostra pubblicistica e che promuoviamo nelle nostre file. I revisionisti moderni hanno infatti “educato” schiere di compagni a scindere la teoria dalla pratica (l’instaurazione del socialismo come obiettivo dichiarato ma non perseguito nella pratica), a mettere gli interessi individuali davanti a quelli collettivi (esemplare il caso di Luigi Longo, segretario del PCI dal 1964 al 1972, che con il benestare del Comitato Centrale andò a divorziare a S. Marino apponendo sui documenti la firma falsa della moglie Teresa Noce, anch’essa dirigente del PCI, anziché scontrarsi con il Vaticano per conquistare il diritto al divorzio per tutta la popolazione italiana) e per questa via hanno fatto diventare corrente anche tra i compagni il comportamento per cui ci si “dedica alla politica” dopo avere pensato al lavoro, alla famiglia, agli animali domestici, allo svago, ecc., cioè nel tempo che avanza (a fine giornata, a fine settimana, quando si va in pensione) o addirittura il “predicare bene ma razzolare male”.

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“La guerra è un’adeguata valvola di sfogo delle contraddizioni proprie del modo di produzione capitalista, realizza due obiettivi apprezzabili per il capitalista: a) distrugge e quindi apre la strada per un nuovo periodo di sviluppo; b) apre un campo d’azione ancora più vasto alla borghesia vincitrice e ogni borghesia conta di vincere.

La guerra non è solo una possibile valvola di sfogo per il capitalismo in crisi per sovrapproduzione di capitale. Ad un certo punto diventa l’unica valvola di sfogo, una necessità. Ovviamente le guerre in genere non sono frutto di congiure preparate a tavolino con la consapevolezza e l’intenzione di preparare la cura di ringiovanimento del capitalismo. Quando “le cose” spingono in una direzione, le congiure o non esistono affatto o sono poco più del vano agitarsi delle mosche cocchiere. In realtà, come dicono in questi casi gli storici e i politici borghesi, “gli eventi sfuggono di mano”. Nonostante le illusioni loro, dei loro seguaci e dei loro avversari, non sono gli Hitler o i Reagan [oggi i Trump, i Netanyahu o i Zelenski - ndr] che portano alla guerra, ma, al contrario, quando una società è gravida di guerra, quando mille cose spingono in quella direzione o almeno hanno nella guerra una qualche possibilità di sviluppo, essa porta al potere più o meno adeguati ostetrici. (…) La guerra comporta per i capitalisti solo un ostacolo, un impedimento e un pericolo: la rivoluzione proletaria, la ribellione delle masse oppresse contro lo Stato e la classe dominante che esso rappresenta e tutela”.

Rosa L.