Comunicati del (nuovo)PCI del 2026

Comunicato CC 06/2026 - 25 marzo 2026

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Battere il ferro finché è caldo!

Portare fino in fondo la lotta per cacciare il governo Meloni e il codazzo di mafiosi e guerrafondai che lo compongono!

Il governo Meloni si era impegnato con i suoi padrini a continuare l’agenda Draghi (il programma comune della borghesia imperialista), accentuandone il carattere guerrafondaio (maggiore asservimento agli imperialisti USA e sionisti e coinvolgimento nelle loro imprese brigantesche) e reazionario: da una parte pugno duro contro gli oppositori e il movimento di resistenza popolare, guerra ai poveri e guerra tra poveri e dall’altra maggiore accentramento dei poteri, togliendo quella poca autonomia che le varie istituzioni della Repubblica Pontificia (Camera, Senato, governo, presidenza, corte costituzionale, magistratura, ecc.) hanno l’una dall’altra ed eliminando o comunque riducendo fortemente la possibilità che le masse popolari interferiscano nelle relazioni tra le varie istituzioni della Repubblica Pontificia. Il tentativo è andato a sbattere contro il malcontento, l’indignazione e la ribellione di una vasta parte delle masse popolari, che si sono espresse su ampia scala nelle mobilitazioni per “bloccare tutto” dell’anno scorso e poi nel voto al referendum del 22 e 23 marzo.


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I numeri

1. La partecipazione al voto

Su poco più 51 milioni di elettori (circa 46 milioni in Italia e 5 milioni all’estero), hanno votato in 28.6 milioni: circa 27 milioni in Italia (il 58.9% degli elettori), e 1.5 milioni all’estero (il 28.5%).

Tenendo conto che alle ultime tornate elettorali (elezioni europee del 2024 e amministrative del 2025) ha votato meno del 50% degli elettori, mentre alle politiche del 2022 aveva votato il 62%, la partecipazione è stata significativa. Il referendum ha portato a votare contro il governo Meloni alcuni milioni di nuovi (in particolari giovani e giovanissimi) e riportato a votare vecchi elettori che non votavano più. Nonostante che il governo (per ostacolare il voto per il No) ha impedito a centinaia di migliaia di studenti fuori sede (ma anche di lavoratori) di votare nei luoghi di studio (o di lavoro), diversi di loro sono tornati a casa proprio per votare NO.

La partecipazione è stata in quasi tutte le regioni ampiamente al di sopra del 50% (tranne la Sicilia e la Calabria dove è stata rispettivamente del 46% e 48%) e in diverse (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte) al di sopra del 60%, con punte del 66% (Emilia Romagna) e 65% in Toscana e Umbria.

La prima considerazione è che quando la battaglia è chiara e gli obiettivi definiti (contro il governo Meloni, difesa della Costituzione) le masse popolari partecipano al voto, a conferma che l’astensionismo di massa è una forma di distacco e ribellione al sistema di potere della borghesia e alle liturgie del teatrino della politica borghese.


2. I risultati del voto

Per valutare l’esito elettorale dobbiamo considerare che erano per il Sì oltre ai partiti che fanno parte del governo Meloni (che alle elezioni del 2022 avevano raccolto circa 12 milioni di voti), anche Azione di Calenda (che alle elezioni del 2022 aveva raccolto, assieme a Italia Viva di Renzi, circa 2 milioni di voti) e diversi esponenti del PD (dalla Picierno a Minniti), mentre Italia Viva di Renzi aveva dato libertà di voto. Quindi interi settori del polo PD delle Larghe Intese erano schierati sulle posizioni del governo Meloni nella battaglia referendaria.


Sui 28.6 milioni di votanti (Italia+estero) i NO sono stati circa 15 milioni (53.2%) mentre i Sì sono stati 13.2 milioni di voti (46.8%). In dettaglio i dati sono:


Elettori

Votanti

%

NO

%

SI

%

Italia+Estero

51.422.000

28.624.000

55.7

15.084.000

53.2

13.252.000

46.8

Italia

45.944.000

27.061.000

58.9

14.461.000

53.7

12.448.000

46.3

Estero

5.479.000

1.563.000

28.5

623.000

43.7

804.000

56.3

Totali schede bianche e nulle (Italia+Estero): 306.000


Per quanto riguarda la distribuzione del voto per regione: il NO ha vinto in 17 regioni (in Campania, Sicilia e Basilicata ha superato il 60%), mentre il Sì ha vinto in 3 regioni (Lombardia, ma non nella provincia di Milano dove ha vinto il NO con il 58%, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia).

La seconda considerazione è che il governo Meloni ha subito una batosta elettorale in quasi tutte le regioni. Da rilevare in particolare la sconfitta nelle grandi città e nelle regioni del Sud, anche in quelle in cui il centro-destra governa da anni come Sicilia e Calabria.

***

Le mobilitazioni dell’autunno scorso e poi l’esito del referendum indicano che tra le masse popolari (giovani e meno giovani, compresa una parte di chi nel 2022 aveva votato per Meloni e soci) si allarga e si rafforza l’orientamento contro il governo della guerra, dell’economia di guerra, della devastazione dell’ambiente e della repressione. La cacciata del governo Meloni deve adesso diventare l’obiettivo apertamente perseguito nelle mobilitazioni del prossimo periodo. Spetta ai comunisti e a tutte le forze del fronte politico, sindacale e sociale anti Larghe Intese dare al malcontento, all’indignazione e alla ribellione popolare un obiettivo politico chiaro e d’attacco: mandare a casa il governo Meloni, servo degli imperialisti USA, complice dei sionisti, compare di quelli UE e sostituirlo con un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate deciso e in grado di attuare le parti progressiste della Costituzione del 1948 (lavoro, relazioni con altri popoli e Stati, diritti e libertà politiche e sindacali, equità sociale, funzione sociale delle aziende, salvaguardia dell’ambiente e del territorio) da sempre violate o eluse dai vertici della Repubblica Pontificia. Apertamente incostituzionali sono le basi e installazioni militari USA e NATO che dal 1949 in poi occupano il nostro paese rendendolo nei fatti un protettorato USA, le leggi che perseguitano gli immigrati, la privatizzazione della sanità, la mano libera a speculatori e industriali che smantellano il tessuto produttivo del paese: i casi in cui è stata ed è aggirata, manomessa o apertamente violata sono tanti quanti sono i suoi articoli.


Per un governo che attui la Costituzione”: questo il titolo del convegno che si è tenuto il 19 marzo nella sala di rappresentanza dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Non stupisce che Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia, qualche giorno prima abbia tuonato che “è inaccettabile che la Camera accolga il convegno Per un Governo che attui la Costituzione”. Per gli esponenti della classe dominante e i loro rappresentanti, campioni di sotterfugio che giurano sulla Costituzione mentre la aggirano e la smantellano, parlare di Costituzione è un rito buono per le parate istituzionali.

Con buona pace di Mollicone e del governo Meloni, di Sara Kelany, de Il Giornale e di altra spazzatura simile, l’iniziativa del 19 marzo è stata un successo: sala piena, partecipazione di decine di esponenti di organizzazioni operaie e popolari, degli esponenti dei principali sindacati di base, di alcune organizzazioni del movimento comunista cosciente e organizzato, diversi parlamentari e senatori del M5S. Così hanno scritto di questo convegno i compagni del nostro partito fratello, il P.CARC:

“(…) Qui di seguito alcune prime considerazioni che poniamo alla discussione degli organismi operai e popolari, dei movimenti sociali, delle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese e a quelle del movimento comunista cosciente e organizzato.

1. È evidente che le adesioni all’iniziativa e la voglia di partecipare mostrano che il convegno ha interpretato un’esigenza collettiva che va ben al di là della cerchia di chi lo ha promosso e di chi vi ha partecipato. Questa esigenza collettiva è ciò che ci interessa, a cui ci interessa rispondere e ciò a cui diamo importanza.

Quando si parla di attuare la Costituzione inevitabilmente lo sguardo deve essere distolto dalle aule parlamentari, dalle commissioni parlamentari, dagli scranni dei governi delle Larghe Intese e deve puntare su quello che una miriade di organismi operai e popolari fanno già con forze ridotte, con pochi strumenti, con pochi mezzi e con mille conseguenze e implicazioni legali, poliziesche, giudiziarie, dovendo fronteggiare la repressione sempre più dispiegata.

Il 19 marzo non si è genericamente parlato di “attuare la Costituzione”, si sono condivise esperienze, visioni e valutazioni, si è iniziato a ragionare insieme del governo che serve per attuare la Costituzione.

Oggi la Costituzione non è attuata dal governo Meloni, che è anzi il promotore di continue violazioni, ma da chi occupa le aziende, come la Gkn, contro lo smantellamento dell’apparato produttivo, dagli attivisti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion che denunciano la complicità delle aziende italiane – in primis Eni e Leonardo – nella Terza guerra mondiale, dalle organizzazioni sindacali di base che difendono il diritto di sciopero, dai docenti che si ribellano alla cultura del libro e moschetto, dai sanitari che rivendicano il diritto universale alla salute, da chi si attiva contro il coinvolgimento dell’Italia nella Terza guerra mondiale e nel genocidio contro il popolo palestinese.

Eravamo a quel convegno, in tanti e tante, non per cercare spazi di ascolto e rivendicazione, ma per compiere un passo nel “regime change” di cui c’è bisogno in Italia.

2. Il percorso di questo “regime change” è in parte conosciuto e in parte sperimentale. È conosciuto nel senso che rientra pienamente nel solco già aperto dai tanti che si propongono di “attuare la Costituzione”. Per essere più precisi prendiamo a prestito le parole di un docente intervenuto: non si tratta solo di imboccare il percorso di un governo che attua la Costituzione, si tratta di riprendere il percorso che ha portato alla Costituzione, un percorso di lotta e di liberazione che fu quello dei partigiani. Ed è anche un percorso sperimentale, nell’Italia del 2026, perché tutte le strade previste dalla stessa Costituzione per formare un governo che incarna “la sovranità popolare” sono state sbarrate e sono precluse alle masse popolari: le stesse istituzioni che pretendono di operare “in nome della Costituzione” ne sono diventate strumento di violazione, sono strumenti di eversione, oppressione.

Ecco dunque la necessità di pensare e progettare insieme un percorso plurale e trasversale per definire le forme e il contenuto della lotta che conduce alla formazione di un governo che attua le parti progressiste della Costituzione del 1948. Questo è, nell’Italia del 2026, il testimone che la lotta di liberazione dai nazi-fascisti nel 1945 pone nelle nostre mani”.


A questo convegno erano presenti una parte importante delle forze politiche, sindacali e sociali che costituiscono di fatto il fronte anti Larghe Intese. Sono le forze che, come ha detto uno dei partecipanti, devono entrare in quei palazzi sotto forma di governo di emergenza delle organizzazioni operaie e popolari, con il compito di dare forma di legge alle misure che caso per caso queste indicano come necessarie per porre rimedio al disastro a cui i vertici della Repubblica Pontificia hanno portato il nostro paese. Sono le forze chiamate a svolgere da subito un ruolo analogo a quello svolto dal CLN nella Resistenza: negare ogni legittimità al governo Meloni, chiamare le masse popolari a sostituirlo con un governo che attua la Costituzione del 1948 e a questo fine le mobilita senza tregua a sviluppare su scala crescente tutte le attività e iniziative di cui sono capaci fino alla vittoria. Questo è, oggi, raccogliere il testimone della lotta di liberazione dai nazifascisti nel 1945!


Tra queste forze si scontrano, in modo più aperto e pratico, due le linee: capitalizzare la vittoria del NO al referendum presentando una lista anti Larghe Intese alle elezioni politiche del 2027 che mandi in Parlamento una pattuglia di oppositori per disturbare il manovratore, denunciare cosa accade a palazzo, fare da portavoce delle rivendicazioni popolari oppure perseguire fin da subito e apertamente l’obiettivo di far cadere il governo Meloni. La vittoria del NO ha creato condizioni più favorevoli a condurre e vincere questa battaglia. Non solo nelle piazze convocate da Potere al Popolo, da USB e da altri organismi del comitato per il “NO sociale” appena diventato noto il risultato del referendum, ma persino in quelle del polo PD delle Larghe Intese e annessi la parola d’ordine è stata “Meloni dimissioni”, “Meloni devi andartene”.


Approfittare della debolezza del governo e delle divisioni tra i suoi padrini per mandare a casa Meloni & C. L’esito del referendum è una legnata per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Non solo dal lato del rapporto già precario del suo governo con le masse popolari, ma anche per le relazioni tra i partiti che lo compongono e soprattutto rispetto ai vertici della Repubblica Pontificia che nell’ottobre 2022 le hanno affidato la direzione del paese. Questi sono già divisi al loro interno tra mettersi armi e bagagli al carro degli imperialisti USA, che con l’amministrazione Trump si sono lanciati in un’opera di guerra e sovversione analoga, anche se diversa nelle forme, a quella in cui si lanciarono gli imperialisti tedeschi negli anni ‘30 del secolo scorso oppure legare le proprie sorti al rafforzamento dell’UE; tra affidarsi, per gestire il paese pur tenendo ancora aperto il teatrino della democrazia elettorale, alla “gestione delle Larghe Intese” conservando le forme dello “Stato di diritto” oppure lanciarsi con maggiore decisione nella gestione antisistema, “eversiva”, nella mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Adesso che Meloni non riesce più a raccogliere i voti necessari a dare una parvenza di realtà alla retorica del “mandato degli italiani”, queste divisioni e questo scontro si acuiscono e si riflettono nelle relazioni tra gli stessi partiti della coalizione di governo e in ognuno di essi. Dobbiamo approfittare della debolezza del governo e delle divisioni tra i suoi padrini per cacciare Meloni & C.


Meglio elezioni anticipate che “prepararsi in vista delle politiche del 2027”. Aspettare le elezioni del 2027, per quanto riguarda il campo nemico vorrebbe dire lasciare ai vertici della Repubblica Pontificia il tempo di accordarsi dietro sulla soluzione di governo (magari targata PD) da far ingoiare alle masse popolari con le prossime elezioni e al governo Meloni la possibilità di riorganizzarsi con qualche cambiamento di facciata (al Ministero della Giustizia sono già saltati Delmastro e Bartolozzi, Santanché li seguirà a breve), di mettere a punto la legge elettorale truffa e di fare altri danni ai lavoratori e al resto delle masse popolari. Sarebbe un favore anche al polo PD delle Larghe Intese.

La segreteria di Elly Schlein non ha cambiato la natura del PD, ma il fatto che per cercare di arginare l’emorragia di iscritti e voti ha dovuto ricorrere a qualcuno che “dice qualcosa di sinistra” e muovere contro il governo Meloni gli organismi di massa (CGIL, ARCI, ANPI) che, anche se sempre più a fatica, dirige o comunque influenza, ha allargato la divisione al suo interno. Lo stesso vale per AVS e più marcatamente per il M5S, che in vista delle elezioni sta cercando di ritessere il legame con le masse popolari, gli organismi che ne promuovono la resistenza e i loro esponenti.

Per quanto riguarda il campo delle masse popolari, prepararsi in vista delle elezioni del 2027 vorrebbe dire raffreddare lo slancio e la fiducia che l’esito del referendum ha suscitato negli organismi operai e popolari, nella parte già organizzata delle masse popolari che si è mobilitata prima per “bloccare tutto” e poi per il NO al referendum e anche in quella parte che il moto dell’autunno scorso ha attivato. E, anche, lasciar decantare l’indignazione degli elettori delusi dei partiti di governo - in particolare della Lega (le contestazioni a Salvini durante i funerali di Umberto Bossi ne esprimono solo una parte) e di Fratelli d’Italia - che hanno votato NO, facilitando l’azione dei mestatori alla Vannacci. Vorrebbe dire alimentare tra le masse l’idea che è possibile “cambiare tutto” stando alle regole e alle prassi di chi non ha nessuna intenzione di cambiare se non in peggio. In sintesi vuol dire venir meno al compito proprio dei promotori della mobilitazione popolare contro la Terza guerra mondiale, la corsa al riarmo, l’economia di guerra e gli altri effetti che la crisi del capitalismo porta con sé: dare al malcontento, all’indignazione e alla ribellione delle masse popolari un obiettivo politico chiaro e d’attacco, che ne sintetizza le aspirazioni.


Le masse popolari organizzate hanno dato un mandato chiaro ai comunisti e alle forze anti Larghe Intese. L’esito del referendum è un avviso di sfratto per il governo Meloni, il secondo avviso di sfratto dopo il moto di insubordinazione dell’autunno 2025. Le mobilitazioni del prossimo periodo devono servire a rendere esecutivo questo sfratto!

Dalla manifestazione “Together” del 28 marzo al 4 aprile (giornata di lotta contro le installazioni militari USA-NATO in Italia), dalla manifestazione dell’11 aprile contro il blocco USA attorno alla Repubblica di Cuba alle iniziative per la liberazione del presidente Maduro e di sua moglie, dalla preparazione della nuova Flottiglia per Gaza alle proteste per gli attacchi USA e sionisti contro la Repubblica Islamica dell’Iran, dal 25 Aprile al 1° Maggio fino allo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il 15 maggio: che ogni mobilitazione e iniziativa diventi parte di una campagna generale finalizzata a cacciare il governo della guerra, della devastazione ambientale, della miseria, della repressione e sostituirlo con un governo di emergenza popolare che attua le parti progressiste della Costituzione del 1948!





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