(nuovo)Partito comunista italiano
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18 giugno 2026
Saluto del Comitato di Partito Fratelli Cervi alla Festa della Riscossa Popolare della Federazione Emilia Romagna del P.CARC, in occasione del seminario Riprendiamoci il futuro: insegnamenti dagli anni ‘70
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Cari compagni e compagne,
ringraziamo i compagni della Federazione Emilia Romagna del Partito dei CARC e in particolare il compagno Elia Ansaloni per darci l’opportunità di portare un saluto a questa vostra iniziativa.
Giustamente nel vostro invito scrivete che bisogna usare il bilancio degli anni ‘70 per “costruire un Nuovo potere, il potere costituito dalla classe operaia organizzata in consigli, collettivi, comitati e dal Partito comunista che deve elaborare e perseguire una prospettiva strategica”.
Le lotte operaie dell’Autunno caldo avvennero al culmine della fase del “capitalismo dal volto umano”. L’illusione che il capitalismo fosse a lungo andare compatibile con il miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari e con il progresso civile poggiava sul fatto che, a seguito delle distruzioni operate dalla Seconda guerra mondiale, per un periodo di meno di trent’anni (1945-1975) era ripresa su larga scala l’accumulazione capitalistica.
Tra la fine degli ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, alla forza del movimento operaio che strappava una conquista dopo l’altra, la borghesia rispose in modo conforme alla sua natura: dispiegando la violenza politica. Rispose con le stragi di Stato, con la strategia della tensione e i piani di golpe, con l’azione dei gruppi fascisti e delle strutture clandestine, tra cui quelle installate dagli imperialisti USA a seguito dell’occupazione del paese avvenuta nel corso della Seconda guerra mondiale in funzione anticomunista.
Il movimento operaio e popolare in Italia si armò in modo diffuso ma scoordinato: la lotta di classe doveva diventare lotta per il potere ma la classe operaia aveva perso un Centro rivoluzionario che potesse dirigerla. Le migliori energie del vecchio PCI revisionista e dei sindacati di regime (in Emilia Romagna più efficacemente che altrove) erano spese per controllare i lavoratori, per riportare la loro lotta nell’alveo della società borghese, per isolare e reprimere, collaborando con le strutture del nemico, quelli che non si lasciavano sottomettere.
In questo contesto le Brigate Rosse (BR), meglio di altri, raccolsero ciò che di più avanzato il movimento già stava esprimendo e lo usarono come “propaganda armata”, per portare cioè tra la classe operaia la parola d’ordine della necessità di ricostruire un partito comunista rivoluzionario in Italia. La giustezza di questo orientamento radicò velocemente l’organizzazione nelle principali fabbriche del paese.
Con la loro azione le BR dimostrarono nei fatti e meglio di mille discorsi a tutti gli operai avanzati che è possibile in un paese imperialista costruire un centro rivoluzionario clandestino radicato nella classe. Mostrarono che solo con un’organizzazione così fatta si poteva mandare a monte quello che le manifestazioni di piazza, i presidi e le proteste di ogni genere non riuscivano a scalfire.
Nella seconda metà degli anni ‘70 la società capitalista entrò nella seconda crisi generale, che è ancora in corso ed è ora sfociata nella Terza guerra mondiale. La borghesia, per ragioni oggettive, si predisponeva a smantellare a ogni costo le conquiste che era stata costretta a concedere. Al tempo, i paladini del “capitalismo dal volto umano”, come la CGIL di Luciano Lama (vedi la “svolta dell’EUR” del 1978), cominciavano a predicare espressamente la necessità di “tirare la cinghia”. In queste condizioni si poneva al movimento rivoluzionario e alle BR l’occasione di un salto di qualità: fare definitivamente il salto al Partito e predisporsi per una fase di accumulazione di forze di lunga durata.
Ma le BR scambiarono l’acme del movimento di protesta e l’acuirsi dello scontro per la vigilia della rivoluzione. La loro analisi del movimento oggettivo della società imperialista era, come per il resto del movimento rivoluzionario di quegli anni, un’estremizzazione delle teorie del “piano del capitale” degli accademici “nuovi marxisti” della sinistra borghese. Le BR deviarono nel soggettivismo, cioè nel credere di poter fare la rivoluzione al posto del movimento di massa che stava rifluendo, e conseguentemente nel militarismo, cioè nell’identificare la lotta rivoluzionaria e la costruzione dell’organizzazione clandestina con la lotta armata. Questo, nella nuova fase, le isolò dalle masse e le portò alla sconfitta.
È una deriva che è ancora più apertamente illustrata da un libro che invitiamo a leggere, molto utile per i compagni che vogliono capire e utilizzare quello che la storia della lotta di classe di quegli anni insegna. Si tratta di Cristoforo Colombo, pubblicato clandestinamente nel 1988 da un gruppo interno alle BR che si firma Pippo Assan e che è disponibile sul sito del (nuovo)Partito comunista italiano (www.nuovopci.it).
Eppure - e questo è un insegnamento - è principalmente il legame tra l’azione delle BR e la prospettiva concreta del socialismo, non la pratica della lotta armata in quanto tale, la fonte sia del prestigio di cui ancora oggi le BR godono fra le masse sia del terrore che ancora incutono alla borghesia. In un contesto diverso e in scala molto minore, per la stessa ragione oggi la borghesia perseguita i compagni del Partito dei CARC e li definisce “terroristi” quando organizzano seminari come quello che state svolgendo oggi. Non per una pretesa illegalità o meno per l’attività che svolgono, ma per il legame che questa attività ha con il dichiarato proposito di concorrere al piano d’azione della Carovana del (n)PCI.
In questo modo il nemico indirettamente ci indica la strada da percorrere.
Uno dei più importanti insegnamenti, se non il principale, del movimento politico degli anni ‘70 (ma anche del Biennio rosso e della Resistenza) è che senza la costruzione di un partito comunista clandestino che agisce da Stato Maggiore e articola un sistema di Comitati di Partito clandestini nelle aziende capitaliste e pubbliche, che mobilita gli operai avanzati ad agire di concerto secondo un piano tattico e strategico di lungo periodo che punta alla presa del potere, è impossibile che, anche nei paesi imperialisti, il movimento spontaneo di protesta delle masse popolari cresca oltre un certo livello. Anzi, senza un’organizzazione siffatta e radicata fra gli elementi avanzati della classe operaia, quanto più il movimento spontaneo cresce tanto più esso poi è esposto alla rappresaglia del nemico.
Per questo il (n)PCI sta costruendo questa organizzazione e vuole essere una scuola di formazione in questo senso per tutti quelli che vogliono dedicarsi a fare altrettanto.
Auguriamo a voi una discussione fertile e crediamo che sarebbe utile a noi e a voi se ci inviaste, con le appropriate misure di sicurezza, un suo resoconto-commento.
Avanti compagni: la nostra opera è necessaria e destinata alla vittoria!
Per
difendersi dalla repressione e controllo dello Stato è necessario
attrezzarsi!
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