La Voce 65 (ritorna all'indice)

del (nuovo)Partito comunista italiano

anno XXII - luglio 2020

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Il ruolo dello Stato nell’economia

L’effetto della pandemia nel campo della borghesia imperialista e sulle condizioni della nostra lotta

 

In ogni paese imperialista nella gestione della crisi sanitaria creata dalla pandemia da coronavirus Covid-19 le autorità politiche hanno combinato misure per il contenimento del contagio, l’assistenza sanitaria dei contagiati con un sistema sanitario disastrato dalla quarantennale applicazione del “programma comune” con cui la borghesia ha fatto fronte alla nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale iniziata negli anni ’70,(1) il finanziamento dei capitalisti padroni di istituti di ricerca e industria farmaceutica con il pretesto che mettessero a punto medicinali e vaccini. In ogni paese le pubbliche autorità si sono distinte e qualificate per gli effetti che la combinazione delle misure da esse adottate ha prodotto e sta producendo: numero di contagiati, numero di persone ricoverate in terapia intensiva, morti e sepoltura o cremazione dei cadaveri, freno dell’epidemia che comunque a livello mondiale è tutt’ora in corso e ha aggravato e aggraverà le crisi economica, sociale e ambientale che già erano in corso.

 

1. Nel corso della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria per far fronte alla rivoluzione socialista la borghesia aveva in ogni paese imperialista (salvo gli USA) creato, sull’esempio dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, un servizio sanitario nazionale interamente finanziato con la spesa pubblica. Esso comprendeva un capillare presidio territoriale completamente gratuito di cura delle malattie, di diagnosi, di prevenzione e di igiene pubblica con connesse strutture ospedaliere e di ricovero. Il “programma comune” contemplava la privatizzazione delle prestazioni sanitarie e delle strutture ospedaliere e di ricovero, il pagamento individuale di ogni prestazione (ticket), la gestione al modo di aziende capitaliste (costi e benefici) delle residue strutture pubbliche. Il tutto era inteso a ridurre la spesa pubblica: in realtà a ridurre la parte dedicata al benessere delle masse popolari, mentre aumentavano la spesa militare, le sovvenzioni ai capitalisti e altre voci.

Quanto alla crisi per sovrapproduzione di capitale, vedasi l’omonimo articolo in Rapporti Sociali 0 (1985) reperibile anche in www.nuovopci.it e l’ulteriore trattamento del tema in La Voce.

 

Da una parte questo ha rafforzato nel senso comune delle masse popolari la percezione che lo Stato è responsabile del reddito della massa della popolazione (ha confinato un gran numero di individui impedendo loro di assicurarsi un reddito per le vie in uso e in qualche modo ha dovuto sopperirvi) e del funzionamento delle aziende (combinando l’obiettivo di ridurre le vie di contagio e l’attuazione del “programma comune” della borghesia imperialista, prima ne ha fatto chiudere un numero considerevole soprattutto di piccole e medie e ha regolamentato le condizioni di funzionamento di molte altre e poi ne ha regolato e regola la riapertura e la gestione). Dall’altra in ogni paese le classi dominanti e le masse popolari valutano lo Stato con il suo governo per l’efficacia con cui ha svolto questa funzione, efficacia dipendente 1. dalla sua disponibilità a rompere senza riserve con il sistema degli interessi costituiti o assecondarlo e 2. dal sistema sanitario con cui si è trovato ad affrontare l’epidemia. Il contrasto tra masse popolari e autorità borghesi si è allargato, i contrasti in seno alla classe dominante si sono moltiplicati e acuiti. A ben guardare le cose, da una parte la gestione della pandemia ha reso elemento del senso comune una condizione (il ruolo determinante dello Stato nell’attività economica del paese) che già esisteva in ogni paese da quando il capitalismo monopolistico di Stato è diventato il regime economico-politico dominante. D’altra parte l’aumento repentino dell’attività pubblica causato dalla gestione della pandemia ha creato in ogni paese tra lo Stato e i grandi gruppi e centri finanziari nazionali e internazionali relazioni (di cui l’aumento del rapporto Debito Pubblico / Prodotto Interno Lordo è indice significativo) (2) che condurranno a un prossimo sconvolgimento del sistema di relazioni finora vigente: il sistema di relazioni non può più continuare a svolgersi come si è svolto negli ultimi quarant’anni, vi sono le premesse per la moltiplicazione di dichiarazioni di insolvenza (default) da parte degli Stati e di crisi finanziarie globali.

La quantità ha creato e sta creando una nuova qualità sia nelle relazioni tra Stato e massa della popolazione sia nelle  relazioni tra Stato e gruppi e centri finanziari nazionali e internazionali. È con questo contesto in trasformazione che si misurano e si misureranno nel campo della borghesia imperialista i gruppi politici borghesi (partiti e organismi informali tipo gruppo Bildberg, Commissione Trilateral, complesso militare-industriale-finnaziario che è il governo reale USA, Vaticano e altri, che hanno un ruolo nella direzione degli Stati pur non figurando nelle Costituzioni ufficialmente in vigore). È in questo contesto che nel campo delle masse popolari il Partito comunista e il movimento comunista cosciente e organizzato conducono e condurranno la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata di cui il Partito comunista è e deve essere promotore per realizzare il suo obiettivo storico: instaurare il socialismo, stadio iniziale, inferiore del comunismo.

 

1. Imperialismo e capitalismo monopolistico di Stato

In che cosa consiste il capitalismo monopolistico di Stato? In che senso e in che misura la gestione della pandemia lo modifica nel nostro paese?

Il capitalismo monopolistico di Stato è una specificazione dell’imperialismo, è l’imperialismo che ha assunto tratti che non erano rilevanti ai suoi inizi: negli ultimi decenni del secolo XIX e nei primi del secolo XX.

A partire da Lenin i comunisti, adottando un termine entrato casualmente nel loro vocabolario per l’uso che ne aveva fatto un economista inglese (John Atkinson Hobson 1858-1940, autore di Imperialism pubblicato nel 1902 a Londra e a New York) a conferma che i nomi sono effettivamente puri, purissimi accidenti, chiamano imperialismo il regime economico-politico che è prevalso nei paesi capitalisti negli ultimi decenni del secolo XIX.(3)

Con l’ingresso del capitalismo nella sua fase imperialista la base della vita economica del paese è rimasta la compravendita della forza lavoro dei proletari, che mette una di fronte all’altra non solo per la ripartizione del reddito e la qualità della vita, ma anche per il ruolo che hanno in ogni campo della società le due classi fondamentali: la gran massa di uomini e donne che hanno di che vivere solo se ognuno vende la sua forza-lavoro ai capitalisti che sono titolari della libertà d’iniziativa economica perché proprietari dei mezzi e delle condizioni della produzione di merci (mezzi e condizioni che complessivamente costituiscono il capitale) e che gestiscono ognuno il suo capitale allo scopo di valorizzarlo, cioè di aumentare la sua quantità (il suo valore) grazie al profitto (plusvalore) che ricavano dalla produzione e vendita di merci. Bando alle dottrine e alle chiacchiere che sarebbe nato un nuovo modo di produzione non più capitalista. Chi usa il materialismo dialettico come principio guida per conoscere il mondo vede la continuità del vecchio mondo sotto la crosta brulicante di nuove relazioni. Ma 1. alla libera concorrenza di un gran numero di capitalisti produttori di merci sono subentrati, nei settori decisivi, pochi grandi monopoli, 2. il capitale finanziario e bancario ha preso il dominio del capitale industriale, 3. l’esportazione di capitali è diventata per la valorizzazione del capitale più importante dell’esportazione di merci, 4. alcune poche grandi potenze imperialiste (alcuni paesi europei, gli USA e il Giappone) si sono spartite tutta la terra in zone (colonie e semicolonie) di esclusiva o predominante influenza, 5. in alcuni settori industriali alcuni monopoli si sono avviati a diventare monopoli mondiali.(4)

 

2. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) annuo è la somma di tutte le transazioni in denaro tra persone fisiche o giuridiche avvenute nel paese nel corso dell’anno, in parte rilevate e per il resto stimate dagli uffici addetti alla compilazione del dato. Da quasi un secolo il PIL è usato come indice del volume dell’attività economica della popolazione. Lo Stato finanzia le sue funzioni e singole operazioni, oltre che con le imposte, anche e in misura crescente prendendo denaro a prestito attraverso l’emissione e la vendita di titoli (che fruttano interessi e sono rimborsati a scadenza) del Debito Pubblico che vanno ad alimentare il mercato finanziario e speculativo.

 

3. La confusione tra imperialismo nel significato di fase del capitalismo e imperialismo nel significato limitato di politica estera aggressiva è una caratteristica di alcuni esponenti e gruppi della sinistra borghese, come di altri lo è la tesi che l’imperialismo è un modo di produzione nuovo rispetto al capitalismo che Marx ha illustrato nei 3 volumi di Il capitale.

 

4. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) in Opere vol. 22, Editori Riuniti (1966).

  

Con il capitalismo monopolistico di Stato l’imperialismo assume un ulteriore tratto specifico.

Tratto caratteristico del capitalismo monopolistico di Stato è il ruolo che lo Stato assume nell’economia. In ogni paese i grandi gruppi e centri finanziari e bancari (che già dominano i capitalisti industriali: le aziende industriali sono diventate società per azioni e sono quotate in Borsa, ecc.) si fondono in organismi formali (comitati e commissioni di produzione e d’altro genere) e informali con le autorità politiche del paese e gestiscono in modo unitario, per quanto possibile fin tanto che le forze produttive restano proprietà privata dei capitalisti e questi godono della libertà d’iniziativa, l’intera vita economica: la produzione e la distribuzione di merci (beni e servizi) fatte da imprese capitaliste. Ma la gestiscono tramite:

1. una pianificazione che però è solo orientativa (cioè fatta non assegnando a ogni impresa compiti definiti (pianificazione amministrativa), ma stimolando il capitalista tramite incentivi finanziari e fiscali, tramite ordinativi pubblici e facilitazioni legislative,

2. la creazione in alcuni settori di aziende di proprietà pubblica che producono anch’esse merci,

3. l’intervento dello Stato a regolare le relazioni tra lavoratori e padroni,

4. l’aiuto e il sostegno dello Stato per l’espansione internazionale degli investimenti finanziari e del commercio di gruppi capitalisti nazionali,

5. l’espansione della spesa pubblica: aumento del numero dei dipendenti pubblici, acquisto di beni e servizi da parte dello Stato, sviluppo su grande scala della produzione militare, della vendita di armi e della vendita e gestione di sistemi d’arma, espansione dei servizi pubblici (istruzione, sanità, manutenzione del territorio, vie di comunicazioni, reti di distribuzione, ecc.) e della previdenza sociale (pensioni di invalidità e vecchiaia, maternità e infanzia, ecc.).

Il capitalismo monopolistico di Stato si afferma nel corso della prima Guerra Mondiale, a partire dalla Germania che è il paese in cui questo sistema si realizza più radicalmente e prima che negli altri paesi imperialisti proprio a causa della guerra, quando lo Stato distoglie dalla produzione e arruola nella guerra una parte considerevole dei lavoratori, regola il lavoro nelle aziende importanti ai fini della guerra (divieto di cambiare lavoro e altri regolamenti), gli ordinativi dello Stato (in armi ed esplosivi, divise, vie di comunicazione, opere edilizie, bare, medicinali, alimenti e altro) si moltiplicano.

Sopravvenuta la rivoluzione nell’impero russo, anello debole della catena imperialista e paese capitalisticamente arretrato, Lenin già nel 1917, tra la rivoluzione di febbraio e la Rivoluzione d’Ottobre, aveva affermato che il capitalismo monopolistico di Stato è “la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo” e aveva indicato come esempio proprio la Germania.(5)

Nel 1921, dopo la vittoria contro l’aggressione di tutte le potenze imperialiste e nella guerra civile scatenata da agrari e capitalisti russi, nell’URSS rimasta isolata come unico paese socialista ma diventata base della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria, Lenin fece valere, contro alcuni dei suoi stessi compagni di Partito, la linea che il capitalismo monopolistico di Stato, ma con lo Stato oramai saldamente in mano agli operai mobilitati nel movimento comunista cosciente e organizzato con alla testa il Partito comunista,(6) era il contesto economico-politico più adatto per avviare la ricostruzione della produzione industriale e delle vie di comunicazione.(7) E in effetti lo Stato sovietico creò le premesse sufficienti per iniziare pochi anni dopo la parte economica della costruzione del socialismo: piani (amministrativi) quinquennali e collettivizzazione delle campagne.(8)

Il fascismo di Benito Mussolini, il nazismo di Adolf Hitler e il New Deal di Franklin Delano Roosevelt affermeranno definitivamente nei rispettivi paesi il capitalismo monopolistico di Stato scimmiottando, quanto alle istituzioni messe in  opera, l’Unione Sovietica per quanto era possibile farlo finché restavano ferme la proprietà capitalista delle forze produttive e la libertà d’iniziativa economica privata dei capitalisti. Processi analoghi si produrranno in Francia, Giappone e Gran Bretagna, paesi che differivano dai primi principalmente per gli imperi coloniali di cui disponevano e per le specifiche condizioni della lotta di classe.

 

 

5. Lenin, La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (settembre 1917), in Opere vol. 25 Editori Riuniti (1967), reperibile anche nel sito www.nuovopci.it.

 

6. A proposito del sistema politico sovietico si veda l’illustrazione fattane in Marco Martinengo, I primi paesi socialisti, Edizioni Rapporti Sociali (2018) e da Stalin nei due rapporti e discorsi a conclusione dei relativi dibattiti al XII Congresso del PCR(b) 17-25 aprile 1923 in Opere vol. 5 Edizioni Rinascita (1952).

 

7. Lenin, Sull’imposta in natura (1921) in Opere vol. 32, Editori Riuniti (1967).

 

8. Stalin, Ancora sulla deviazione socialdemocratica nel nostro partito (1926) in Opere vol. 9 Edizioni Rinascita (1955), reperibile anche nel sito www.nuovopci.it.

 

 

2. Il sistema finanziario e il denaro fiduciario

Uno dei tratti della fase imperialista del capitalismo, portato a termine nell’ambito del capitalismo monopolistico di Stato e importante per comprendere il corso attuale delle cose e per dirigere o almeno orientare l’attività di 00 e OP, è l’affermazione in ognuno dei paesi imperialisti e a livello mondiale del denaro fiduciario. Esso è un aspetto del “superamento storico” della legge del valore-lavoro (lo scambio di merci a parità di tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione) e dell’affermazione dell’autonomia dei prezzi dai valori (9) Il denaro cessa di essere una merce (un oggetto frutto di un lavoro e quindi con un suo proprio valore) assurta al ruolo di equivalente generale di tutte le altre merci, ognuna frutto di un lavoro e quindi valore oggettivato: ruolo di fatto storicamente svolto principalmente da metalli preziosi (oro, argento e, in misura minore, rame). Il denaro diventa semplicemente un biglietto o una scritta nei registri bancari che assegna al suo proprietario (al suo portatore se si tratta di banconote) il diritto (specificato quanto a quantità sulla banconota o nella scrittura bancaria) di appropriarsi di merci altrui, compresa la forza lavoro altrui, di saldare risarcimenti in denaro e soddisfare altri obblighi di pagamento (imposte, multe, pene pecuniarie, affitti e altro), per l’ammontare della quantità di denaro di cui è proprietario: in breve il denaro è potere sociale riconosciuto al proprietario del denaro. Diritto che ovviamente deve essere garantito da un’autorità che ha i mezzi per farlo rispettare.

 

9. A proposito del superamento della legge del valore-lavoro, rimando a VO 41, luglio 2012 (La legge del valore-lavoro è storicamente superata - resta da superarla anche di fatto), VO 44, luglio 2013 (Con la lanterna di Diogene. Alla ricerca della legge del valore-lavoro), VO 62, luglio 2019 (La legge del valore-lavoro è storicamente superata).

 

Il garante di questo rapporto di fiducia è anche il reale sovrano del paese, almeno per un aspetto determinante e basilare della vita sociale. Per questo affidare la creazione del denaro a un ente gestito dai gruppi imperialisti europei (la creazione dell’euro gestito dalla Banca Centrale Europea) ha voluto dire la cessione ad essi della sovranità nazionale.

Dall’oro e dalla banconota di cui chiunque può chiedere la conversione in oro al tasso dichiarato e garantito dallo Stato (il governo USA guidato da F.D. Roosevelt negli anni ’30 fissò il tasso di 35$ per oncia d’oro quale che fosse il prezzo dell’oro sul mercato), il sistema imperialista mondiale è passato al denaro completamente fiduciario a livello di ogni paese e infine anche a livello internazionale (prima con gli Accordi di Bretton Woods (1944) che mantenevano il diritto al cambio fisso con l’oro solo per le banche centrali e poi con la sua abolizione anche per esse nel 1971 per decisione unilaterale USA sotto la presidenza Nixon). Quanto alle monete fiduciarie dei singoli paesi aderenti al sistema del  dollaro, dagli Accordi di Bretton Woods al 1971 per ognuna di esse era garantito un cambio in dollari concordato dal governo del paese (e la sua banca centrale) con le istituzioni del sistema di Bretton Woods (FMI e Banca Mondiale); dopo il 1971 ogni moneta ebbe cambi stabiliti dagli attori del mercato dei cambi monetari, sui quali vigila ogni banca centrale.

Giunti a questo punto in campo monetario, nell’ambito del capitalismo monopolistico di Stato ogni governo è in grado di intervenire sull’andamento dell’economia del paese o creando per sua decisione nuovo denaro che mette in circolazione tramite il sistema bancario (10) o al contrario riducendo la quantità del denaro in circolazione tramite imposte e l’emissione di titoli con un tasso di rendimento tale da rendere per i detentori di denaro l’acquisto di essi in cambio di denaro conveniente rispetto ad altri usi.(11)

 

 

10. La banca apre un conto corrente dal quale il governo paga fornitori e dipendenti. In proposito vedi Minibot - I nodi vengono al pettine in La Voce 62, luglio 2019.

 

11. Vedi Misure per far fronte al catastrofico corso delle cose e ruolo 00 e OP in VO 63, novembre 2019.

 

Quindi uno Stato sovrano dispone di tutto il denaro che vuole, fermo restando che variando la quantità di denaro in circolazione produce una serie di effetti sull’attività di altri attori della vita economica: il livello dei prezzi, la disponibilità di credito bancario, la convenienza dell’iniziativa economica, ecc. crescono e si riducono a secondo della quantità di denaro in circolazione. Per uno Stato sovrano non esiste motivazione del tipo: “non ci sono i soldi”.

Stante questo meccanismo, uno Stato che rinuncia al diritto di emettere denaro, a corso forzoso nell’ambito dei suoi confini,(12) rinuncia a una parte decisiva della sua sovranità nazionale: quella di regolare l’andamento dell’economia del paese, la base di tutta la vita sociale. È quello che ha fatto lo Stato della Repubblica Pontificia nel 1981, per rafforzare le posizioni della borghesia contro le rivendicazioni economiche delle masse popolari italiane a fronte dell’attuazione del “programma comune” della borghesia imperialista e per ampliare per ogni capitalista il campo di valorizzazione del suo capitale (investimenti in titoli del Debito Pubblico oltre che in produzione di merci e in altre attività).(13)

 

12. Corso forzoso nell’ambito dei propri confini significa che chiunque mette in vendita beni o servizi nell’ambito dei confini è tenuto per legge a dichiarare nella moneta del paese il prezzo che chiede e cederli a chiunque gli corrisponde nella moneta del paese il prezzo dichiarato.

 

13. Vedi Crisi per sovrapproduzione di capitale, in Rapporti Sociali 0, novembre 1985 - reperibile nel sito www.nuovopci.it.

 

Di soppiatto, quindi con la complicità di “tutti quelli che non potevano non sapere” (compresi ovviamente il segretario nazionale del PCI, Enrico Belinguer e il segretario nazionale della CGIL, Luciano Lama), il Ministro del Tesoro (Beniamino Andreatta, DC) con lettera datata 12 febbraio 1981 (eravamo nell’epoca dei governi CAF, capo del governo era Arnaldo Forlani DC) al Governatore della Banca d’Italia (il “benemerito” Carlo Azeglio Ciampi che diventerà nel 1993 capo del governo, ruolo che nel 1994 cederà a Berlusconi, e nel 19992006 Presidente della Repubblica), esentava la Banca d’Italia dall’obbligo di creare denaro su richiesta del governo stesso in cambio di titoli del Debito Pubblico depositati presso la BdI. Questa decisione del governo obbligava il governo a recuperare denaro (per far fronte alle proprie spese) vendendo, al prezzo che riusciva a spuntare in vendite all’asta, ai detentori di patrimoni in denaro, cioè in sostanza ai gruppi finanziari italiani e stranieri, titoli di Debito Pubblico produttori d’interessi che il governo alla scadenza indicata nel titolo avrebbe rimborsato al valore nominativo, quale che fosse stato il prezzo al quale lo aveva venduto. Nel frattempo i titoli erano circolati nelle Borse e in transazioni private alimentando il mercato finanziario e  speculativo. Fu questo l’atto di cessione della sovranità nazionale che verrà più tardi completata dalla stessa cricca alla testa della Repubblica Pontificia con il Trattato di Maastricht (1992), la creazione della Banca Centrale Europea e l’introduzione dell’euro. Titolari della sovranità nazionale italiana diventano le istituzioni dell’Unione Europea, quindi i circoli informali di gruppi imperialisti dei quali esse sono espressione.

Tutti quelli che oggi parlano e scrivono di sovranità nazionale, ripetendo le sacrosante argomentazioni espresse da Lenin nel periodo della prima Guerra Mondiale (1914-1918) contro i socialdemocratici passati dall’internazionalismo proletario alla “difesa del proprio paese” e divenuti fautori della “guerra nazionale”, non solo travisano Lenin ma nascondono la reale rinuncia dei vertici della Repubblica Pontificia alla sovranità nazionale in campo economico a favore dei gruppi imperialisti. Per il nostro paese questa rinuncia alla sovranità nazionale in campo economico si è aggiunta alla rinuncia (anch’essa camuffata con belle parole) alla sovranità nazionale nel campo delle relazioni politiche internazionali, degli affari militari e della guerra consacrata nell’adesione alla NATO (1949). Da qui segue che la rottura della soggezione all’UE (gruppi imperialisti europei) e alla NATO (gruppi imperialisti USA e sionisti) e il darsi i mezzi per farla sono parte inderogabile di ogni realistico e onesto programma di rinnovamento del paese e di assunzione del potere per realizzarlo. Ho scritto sopra che il capitalismo monopolistico di Stato con i relativi istituti e istituzioni venne introdotto in Italia dal regime fascista di Benito Mussolini. È infatti durante il fascismo che venne fondata la Banca d’Italia e il sistema bancario venne riorganizzato con il contorno delle “banche di interesse nazionale”, venne creato il settore pubblico dell’economia (IRI, ENI e altri) e una serie di enti pubblici previdenziali (INPS, ONMI, ecc.) e altri analoghi istituti e istituzioni che la Repubblica Pontifica erediterà sopraffacendo (tra il 25 aprile 1945 e il terzo governo De Gasperi del 31 maggio 1947) il movimento dei Partigiani che contro i nazifascisti avevano vinto la Resistenza e farà funzionare con la collaborazione del primo PCI fino agli anni ’70, nell’ambito del “capitalismo dal volto umano” e della “via pacifica e parlamentare al socialismo tramite le riforme di struttura”.

L’esaurimento della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria (1917-1976) e l’inizio della seconda crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale darà inizio a partire dalla fine degli anni ’70 anche alla liquidazione di questi istituti e delle connesse istituzioni. La loro liquidazione è un aspetto dell’opera compiuta dai vertici della Repubblica Pontificia e dai suoi governi (prima i governi del CAF (14) e poi i governi delle Larghe Intese) nella quarantennale “epoca della più nera reazione” che in Italia è durata fino a quando le masse popolari con le elezioni del 4 marzo 2018 hanno aperto una breccia nel sistema politico borghese delle Larghe Intese tra la coalizione raccolta da Berlusconi (nella quale, a partire dal 2014, la Lega di Matteo Salvini aveva assunto un ruolo preminente) e il PD.

 

14. I governi del CAF (Craxi - Andreotti - Forlani) coprono il periodo 1976 - 1994. Il 10 maggio 1994 all’ultimo governo CAF (il governo Ciampi) succedette il primo governo Berlusconi, il primo governo delle Larghe Intese. Questo fu frutto dell’accordo Stato-Mafia patrocinato dalla cricca di Giorgio Napolitano (ex PCI) che nel 2006 diventerà Presidente della Repubblica e nel 2013 neutralizzerà la prima affermazione elettorale del M5S negando a Bersani, capo del partito di maggioranza relativa, l’incarico di formare il governo: decisione che aprì al M5S la via verso l’affermazione elettorale del 2018 e la formazione dei “governi della breccia”.

 

3. Non ci sono i soldi

Effetti finanziari della pandemia,. fondi dell’UE„ distruzione dell’apparato produttivo, nazionalizzazione

È al secondo dei governi della breccia (il governo M5S-PD presieduto da Giuseppe Conte, succeduto al governo M5S-Lega anch’esso presieduto da G. Conte) che in Italia è toccato gestire la pandemia sotto l’egida dei vertici della Repubblica Pontificia e la tutela di UE e NATO. E comunque a breccia aperta che si sviluppano gli effetti della gestione della pandemia.

In campo finanziario la gestione della pandemia lascia allo Stato un deficit primario (escluse cioè dalle uscite le spese per il servizio del Debito Pubblico in interessi e negoziazione del rinnovo delle rate in scadenza e dalle entrate i  proventi dei nuovi prestiti) di bilancio che a fine 2020 ammonterà a una cifra compresa tra 200 e 400 miliardi di euro che risulterà

1. da maggiori uscite (rispetto agli 810 miliardi del 2019) per redditi a proletari privati di salario e a lavoratori autonomi di imprese chiuse e per contributi alle imprese capitaliste,

2. da minori entrate (rispetto agli 840 miliardi del 2019) per imposte abolite o rinviate o attinenti ad attività produttive cessate o interrotte: le previsioni di riduzione del PIL 2020 rispetto al PIL 2019 (1.787 miliardi) vanno dal 6 al 15% con corrispondenti ripercussioni sulle entrate per imposte.

Questi 200 - 400 miliardi sono soldi che lo Stato italiano, avendo i vertici della RP rinunciato dal 1981 anche in campo monetario alla sovranità nazionale (ossia a creare denaro) e non essendo né il governo M5S-PD né nessun altro governo borghese in grado di spezzare le catene della Comunità Internazione dei gruppi imperialisti, dovrà reperire

- o dalla Banca Centrale Europea che crea nuovi euro e li assegna alle autorità dei singoli paesi tra cui lo Stato italiano: li assegna direttamente acquistando titoli dallo Stato (mercato primario) o tramite percorsi più onerosi per il debitore come il quantitative easing di Draghi per cui la BCE acquistava titoli italiani dalle istituzioni finanziarie (mercato secondario) dopo che queste li avevano comperati dallo Stato italiano (mercato primario);

- o dal sistema internazionale dei gruppi finanziari che acquista nuovi titoli del Debito Pubblico italiano.

Il ricorso al sistema internazionale dei gruppi finanziari la RP lo può fare direttamente (con aste di titoli del DP: mercato primario) o tramite le istituzioni dell’UE (Commissione Europea e Meccanismo Europeo di Stabilità -MES) le quali ovviamente, diventando a loro volta titolari nei confronti del sistema internazionale dei gruppi finanziari di un debito per il quale sta allo Stato italiano pagare interessi e rimborsare rate in scadenza, vorranno dettare legge sull’uso del denaro e più in generale sull’attività dello Stato italiano, come hanno fatto con la Grecia di Tsipras. Quelli che parlano di un MES e di una Commissione Europea che farebbero da tramite tra uno Stato e il sistema internazionale dei gruppi finanziari perché lo Stato possa contrarre prestiti a condizioni più favorevoli e non interferirebbero nell’attività dello Stato, se non sono degli ingenui, sono degli imbroglioni.

Nel progetto di interventi finanziari ventilato dalle istituzioni UE per far fronte alla crisi economica che la pandemia ha fatto deflagrare (mantenendo anzi rafforzando la coesione dei gruppi imperialisti europei e la sottomissione dei singoli Stati ad essi),(15) compare anche un contributo a fondo perduto che la Commissione Europea elargirebbe agli Stati attingendo dai fondi propri (entrate per tariffe doganali di competenza della Commissione e per i contributi annui che ogni Stato versa annualmente per finanziare le attività UE).

 

15. Il progetto attualmente in discussione comprende le seguenti voci: MES (240 miliardi di prestiti), Recovery Fund o Next Generation UE (750 miliardi, di cui 500 a fondo perduto e 250 in prestiti), Sure (100 miliardi, fondo europeo di provenienza ancora da definire che copre gli schemi di cassa integrazione dei singoli paesi), BEI (200 miliardi: contributi per prestiti e liquidità alle imprese). Per un’esposizione più dettagliata del funzionamento dei meccanismi finanziari ventilati dall’UE, rimando al Comunicato CC 15/2020 del 22 aprile 2020: Perché Conte martedì 21 aprile non ha sottoposto all’approvazione di Camera e Senato la linea che seguirà giovedì 23 aprile al Consiglio Europeo?

 

 

Questo è il contesto in cui opereranno le autorità borghesi, con l’annesso contrasto di interessi quanto all’assegnazione dei soldi destinati a contributi ad aziende, a servizi pubblici o a grandi opere e con le operazioni per mobilitare masse contro masse che chi ha interesse a farlo tenterà, sfruttando le contraddizioni in senso alle masse popolari che nella situazione descritta saranno maggiori che nel passato.

Quanto alle masse popolari italiane, esse dovranno far fronte agli effetti diretti delle decisioni delle autorità borghesi e alla morte lenta dell’apparato produttivo italiano già nel calendario dei grandi gruppi finanziari e industriali per alcuni  settori: siderurgico (Arcelor Mittal ex ILVA di Taranto, AST-Thyssen Krupp di Terni, Piombino e altri centri siderurgici), automobilistico (FCA), elettrodomestici (Whirlpool), trasporto aereo (Alitalia) e altri. Il calendario dei lavori dei “tavoli di crisi” aperti al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) documentano la distruzione in corso. In articoli di La Voce oltre che in Comunicati CC e Avvisi ai naviganti il CC del Partito ha già illustrato le “buone ragioni” dei capitalisti che optano per trasformare i loro investimenti industriali in investimenti finanziari vendendo o chiudendo aziende e i motivi per cui i capitalisti delocalizzano.(16) Non vi ritorno quindi qui ed è ovvio che i capitalisti non cambieranno condotta dato che quelli sono i loro interessi e in un modo o nell’altro cercheranno di farli valere.

 

16. Vedi Misure per far fronte al catastrofico corso delle cose e ruolo OO e OP in VO 63, novembre 2019.

 

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Quadro della situazione pre-pandemia

I dati non sempre combaciano. Questo può dipendere dalla provenienza da fonti differenti, dagli anni differenti cui si riferiscono i dati (il dato ISTAT sui pensionati è riferito al 2018, ad esempio), da dati che si sovrappongono.

1. Popolazione: 60,36 milioni di residenti (dato ISTAT 2020)

1.1. Occupati: 23,24 mln (nota trimestrale INPS 2020)

1.1.1. Dipendenti: 18 mln (nota trimestrale INPS 2020)

1.1.1.1. Dipendenti del settore privato: 15,7 mln (fonte INPS sul 2018)

1.1.1.2. Dipendenti del settore pubblico: 3,3 mln (fonte INPS 2018)

1.1.2. Indipendenti: 5,24 mln (nota trimestrale INPS 2020) 1.2. Disoccupati: 2,27 mln (nota trimestrale INPS 2020)

1.3. Inattivi 15-64 anni: 13,52 mln (nota trimestrale INPS 2020)

1.4. Pensionati: 16 mln (dato ISTAT sul 2018 diffuso il 15 gennaio 2020)

1.5. Studenti: 8,47 mln (dato MIUR aggiornato all’anno scolastico 1919-2020)

2. Consuntivi finanziari al 31 dicembre 2019 (in miliardi di €)

2.1. PIL: 1.787 (dato ISTAT),

2.2. Debito Pubblico (DP): 2.409,2

2.3. DP/PIL: 134,8%,

2.4. Entrate dello Stato e della Pubblica Amministrazione: 841,4 (47% del PIL)

2.5. Uscite dello Stato e della Pubblica Amministrazione: 810,4 (45% del PIL)

2.6. Avanzo primario: 31 (1,7% del PIL)

2.7. Interessi passivi (servizio del DP): 60 (3,4% del PIL)

2.8. Indebitamento netto (deficit dello Stato e della Pa): 29,3 (1,6% del PIL)

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In questo contesto i discorsi e i progetti di “nazionalizzazione” e le richieste di “piano industriale”, se quelli che li avanzano non li pongono come parte di un piano di lotta per instaurare un governo adeguato al compito, sono principalmente paraventi dietro i quali riparano partiti e organismi in cerca di consenso e di voti e difendono il loro ruolo e il loro seguito sindacalisti di regime e ultimamente anche esponenti di sindacati alternativi (USB in particolare). Ma la resistenza delle masse popolari al corso delle cose è rafforzata anche da parole d’ordine lanciate da organismi che non si danno i mezzi per realizzarle, se esse indicano la strada che la resistenza deve seguire per rafforzarsi e se noi comunisti siamo capaci di fare di ogni passo avanti fatto da 00 e OP la base per il passo successivo. Basta ricordare il movimento che nel 2010-2011 la FIOM di Maurizio Landini suscitò a fronte del piano di Sergio Marchionne contro gli  operai di Pomigliano. Nazionalizzare la singola azienda (che il governo acquisisca una partecipazione al capitale azionario, che nomini un commissario o compia altri passi del genere) è un palliativo, per autorità che non hanno un progetto di gestione complessiva dell’apparato industriale e in generale produttivo dell’intero paese. Ma la nazionalizzazione anche di una singola azienda ha senso pratico ed è un obiettivo realistico per autorità che hanno e attuano un progetto di gestione complessiva dell’apparato produttivo del paese con il criterio di soddisfare i bisogni della popolazione e delle relazioni di solidarietà, collaborazione e scambio con gli altri paesi, comprensivo quindi di produzione e allocazione di quello che si produce. Le Sette Misure Principali (programmatiche) del Governo di Blocco Popolare sono un progetto del genere. Ovviamente un simile governo può essere costituito solo da organismi ed esponenti che si danno i mezzi per attuarlo. Nessuna forza politica borghese ha un progetto del genere e tanto meno quindi si dà i mezzi per attuarlo. Ma è la linea che noi comunisti invece seguiamo, su cui dobbiamo convogliare tutti quelli che il malcontento, l’indignazione, l’insofferenza per il corso delle cose spingono alla lotta.

 

4. Conclusioni

Da chi è composto il contesto di partiti e organismi politici con il quale i comunisti devono fare i conti per creare le condizioni necessarie alla costituzione del GBP?

Il M5S costituisce la sinistra borghese di nuovo tipo: personaggi e gruppi espressione e portavoce in campo politico del malcontento, dell’insofferenza, dell’indignazione e della ribellione delle masse popolari al corso delle cose imposto dalla borghesia imperialista, corso che in campo politico era ed è impersonato dalle Larghe Intese (LI). Il punto debole del M5S è la mancanza di un attivismo adeguato per darsi i mezzi della propria politica e la mancanza di fiducia nelle masse popolari. Quando nel 2018 ha avuto successo elettorale, invece di mobilitare i suoi membri in ogni angolo del paese e accentuare la lotta contro l’operato delle LI ha finito con formare governi al servizio dell’una o dell’altra componente della combinazione delle LI.

Opposta è l’indicazione dell’esperienza. Un raggruppamento come il M5S o fa opposizione senza riserve alle Larghe Intese o governa senza concessioni ad esse. Dopo che grazie al “golpe bianco” fatto da Giorgio Napolitano nel 2013 il M5S si salvò dall’aderire al governo Bersani, consenso e adesioni raggiunsero il picco nelle elezioni del 2018. Calarono e caleranno con la collaborazione con le LI, prima con la Lega di Salvini e poi con il PD di Zingaretti.

Oggi il M5S esita persino a rifiutare la pressione del PD per alleanze nelle elezioni regionali e comunali, benché abbia constatato che ogni alleanza con una frazione delle LI produce perdita di consenso e di voti. Il ruolo futuro del M5S ai fini della nostra lotta dipende dall’impegno a mobilitare 00 e OP e dalla lotta senza riserve contro le LI. In questa direzione noi dobbiamo sospingere esponenti e gruppi del M5S, il contrario della tendenza a confluire in gruppi misti e in liste elettorali con parti delle LI.

Ogni dichiarazione e progetto di lotta contro il corso delle cose che non è anzitutto lotta contro la Larghe Intese (le autorità nazionali, regionali e comunali che fanno capo alle LI, a singoli componenti e alla loro combinazione) o è un imbroglio o è un aiuto dato alla Lega di Matteo Salvini e a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni concorrenti a raccogliere il consenso e il voto di quella parte delle masse popolari per la quale il rancore (la delusione) contro la sinistra borghese di vecchio tipo è almeno pari all’insofferenza per il corso delle cose imposto dalle Larghe Intese.

Sostenere che Lega o Fratelli d’Italia sono il “nuovo fascismo” è travisare le cose e pensare a un corso che oramai è impossibile, stante il livello a cui è arrivata la crisi generale del capitalismo e la trasformazione del mondo prodotto dalla prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria. Il fascismo è stato certo repressione delle masse popolari organizzate e in generale delle rivendicazioni delle masse popolari. Fautori di operazioni di questo genere ve ne sono nella borghesia (è l’ala della borghesia che chiamiamo “destra borghese” o borghesia di destra) e vi sono anche nelle  frazioni reazionarie delle stesse masse popolari, le frazioni più influenzate dalla borghesia e dal clero (contraddizioni in seno al popolo). La Lega di Salvini inglobata nel primo governo Conte ha dimostrato il tipo di operazioni che ne possono venire (DL Sicurezza e antiimmigranti). Ma, a differenza che all’inizio del secolo scorso, non vi sono oggi gruppi importanti della borghesia imperialista italiana interessati e decisi a partecipare con autonomia alla lotta per la spartizione del mondo che si svolge nella Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti e a questo fine promuovere la sovranità nazionale del paese al loro comando contro il resto della borghesia imperialista italiana e internazionale, tanto meno decisi a far leva sul malcontento delle masse popolari per imporre i propri interessi. Nel contesto attuale ogni progetto di “sovranità nazionale” è incompatibile con gli interessi dei settori reazionari della borghesia da cui le due formazioni (Lega e FdI) dipendono. Lo mostra chiaramente l’operato delle regioni di cui la Lega controlla da anni il governo. La Lombardia è il caso esemplare. Le vicende degli agricoltori che volevano autonomia dalla politica agricola europea lo confermano.

Noi dobbiamo intervenire ovunque le masse popolari esprimono il loro malcontento, anche quando a mobilitarle sono organismi reazionari come la Lega e Fratelli d’Italia e far avanzare ogni nostro interlocutore sulla strada che porta al nostro obiettivo, partendo da dove il nostro interlocutore è. La cosa è possibile ma qui è necessario sopprattutto sperimentare.

Su questi criteri dobbiamo regolare, noi e chi adotta la nostra linea, l’attività che svolgiamo verso gruppi e partiti borghesi e verso i raggruppamenti e gli esponenti della sinistra borghese di vecchio tipo (quella proveniente dalla frammentazione del vecchio PCI con Occhetto (1989-1991) e il seguito della scissione di Cossutta (1998) e della frammentazione del PRC di Bertinotti dopo il 2008) e la sinistra borghese di nuovo tipo, il M5S e i gruppi ed esponenti che ne sono derivati. Ogni operazione deve sempre partire dalle condizioni concrete ed essere finalizzata alla creazione e al rafforzamento di 00 e OP e della rete del nuovo potere. Il materialismo dialettico è il principio guida della nostra attività, grazie alla concezione comunista del mondo e all’analisi concreta del corso delle cose caso per caso individuiamo la nostra strada.

Umberto C.