La Voce  57 - anno XIX, novembre 2017 - in formato PDF - Formato Open Office - Formato Word

del (nuovo)Partito comunista italiano

Lenin - L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo

 

Indice

1. In che senso possiamo parlare del significato internazionale della rivoluzione russa?

2. Una condizione essenziale del successo dei bolscevichi

3. Le tappe principali nella storia del bolscevismo

4. Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio il bolscevismo è cresciuto, si è rafforzato e temprato

5. Il comunismo “di sinistra” in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse

6. I rivoluzionari devono lavorare nei sindacati reazionari?

7. Dobbiamo partecipare ai parlamenti borghesi?

8. Nessun compromesso?

9. Il comunismo “di sinistra” in Inghilterra

10. Alcune conclusioni

Appendice

I. La scissione dei comunisti tedeschi

II. I comunisti e gli “indipendenti” in Germania

III. Turati e compagnia in Italia

IV. Conclusioni sbagliate da giuste premesse

Nota redazionale La Voce - Le note di Lenin inserite nel testo sono tra parentesi quadre precedute e seguite da un asterisco*. Le note tra parentesi quadre inserite nel testo senza asterisco sono della redazione di La Voce. Dove occorre rimandare ai volumi delle Opere di Lenin degli Editori Riuniti, indichiamo questa edizione con OC seguita dal volume e dall’anno di pubblicazione del volume. Lo scritto di Lenin che segue è contenuto nel vol. 31 (1967). Le note degli Editori Riuniti sono numerate e fuori testo.

 

[TESTO PRINCIPALE] (Titolo redazionale La Voce)

27 aprile 1920

1. In che senso possiamo parlare di significato internazionale della rivoluzione russa?

Nei primi mesi dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato in Russia (25 ottobre [calendario giuliano] - 7 novembre [calendario gregoriano] 1917), poté sembrare che le grandissime differenze esistenti fra la Russia arretrata e i paesi progrediti dell’Europa Occidentale avrebbero reso la rivoluzione del proletariato in questi paesi assai poco simile alla nostra. Adesso abbiamo già di fronte a noi un’esperienza internazionale considerevole e questa attesta nel modo più netto che alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione non sono caratteristiche locali o solo nazionali, né esclusivamente russe, ma internazionali. E non parlo qui di significato internazionale nel senso lato della parola: non alcuni, ma tutti i tratti fondamentali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione hanno un’importanza internazionale, in quanto essa ha un’influenza su tutti i paesi. No! Io parlo qui nel senso più stretto della parola, intendendo per significato internazionale la validità internazionale o l’inevitabilità storica che negli altri paesi si ripeta ciò che è avvenuto nel nostro. Bisogna ammettere che alcuni dei tratti fondamentali della nostra rivoluzione hanno un simile significato.

Certo, sarebbe un gravissimo errore voler esagerare questa verità, estenderla a più di alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione. Sarebbe altresì un errore trascurare il fatto che, subito dopo la vittoria della rivoluzione proletaria almeno in uno dei paesi progrediti, avverrà verosimilmente una brusca svolta, cioè la Russia cesserà di essere il paese modello e sarà di nuovo un paese arretrato (dal punto di vista “sovietico” e socialista).

Ma nel presente momento storico le cose stanno proprio così: il modello russo indica a tutti i paesi qualcosa - e qual cosa di molto essenziale - del loro inevitabile e non lontano avvenire. In tutti i paesi, gli operai progrediti lo hanno compreso da molto tempo; più spesso ancora lo hanno non tanto compreso quanto intuito, presentito con l’istinto proprio della classe rivoluzionaria. In questo consiste il significato internazionale (nel senso stretto della parola) del potere sovietico e dei principi della teoria e della tattica del bolscevismo. Questo non l’hanno compreso i capi “rivoluzionari” della II Internazionale [La II Internazionale fu costituita nel Congresso di Parigi del 14-21 luglio 1889, da rappresentanze di partiti operai e socialisti. Il suo ruolo storico è illustrato da Stalin in Principi del leninismo. La sua impotenza rivoluzionaria divenne palese nel 1914 all’esplodere della I guerra mondiale. La I Internazionale era stata sciolta a Filadelfia nel luglio del 1876] del genere di Kautsky in Germania, di Otto Bauer e Friedrich Adler in Austria, i quali proprio per questo si sono rivelati dei reazionari, dei difensori del peggiore opportunismo e del tradimento del socialismo. Detto di passaggio, l’opuscolo anonimo [l’opuscolo pubblicato anonimo era di Otto Bauer] La rivoluzione mondiale pubblicato a Vienna nel 1919 mostra con speciale evidenza tutto uno svolgimento, tutto un giro di idee o, meglio, tutto un abisso di mancanza di idee, di pedanteria, di bassezza e di tradimento degli interessi della classe operaia, e tutto ciò condito con la salsa della “difesa” dell’idea della “rivoluzione mondiale”.

Ma su questo opuscolo ci soffermeremo più particolareggiatamente in altro luogo. Qui facciamo notare ancora solo una cosa: in tempi molto remoti, Kautsky, quando era ancora un marxista e non un rinnegato, affrontando la questione come storico, previde la possibilità che si arrivasse a una situazione in cui lo spirito rivoluzionario del proletariato russo sarebbe divenuto un modello per l’Europa occidentale. Ciò avveniva nell’anno 1902, quando Kautsky pubblicò nel giornale rivoluzionario Iskra n. 18 del 10 marzo [Iskra (La scintilla), fondato da Lenin, segna l’inizio organizzativo della costruzione del partito di massa del proletariato rivoluzionario. Venne pubblicato all’estero a partire dalla fine del 1900 (il primo numero porta la data del 24 dicembre) e introdotto clandestinamente in Russia. Nell’autunno del 1903 cadde nelle mani della frazione menscevica, di minoranza. Subito dopo la pubblicazione del n. 50 Lenin si dimise dalla redazione (le dimissioni di Lenin portano la data del 1° novembre 1903)] l’articolo Gli slavi e la rivoluzione. In quell’articolo Kautsky scriveva:

“Oggi *[al contrario di quanto avveniva nel 1848]* [nel 1848 complessivamente gli slavi contribuirono a soffocare la lotta dei tedeschi e degli ungheresi contro i latifondisti e l’assolutismo feudale austriaco] sembra non soltanto che gli slavi sono entrati nel novero dei popoli rivoluzionari, ma anche che il centro di gravità del pensiero rivoluzionario e dell’azione rivoluzionaria si sposta sempre più verso gli slavi. Il centro rivoluzionario si sposta da occidente a oriente. Nella prima metà del secolo XIX si trovava in Francia, talora in Inghilterra. Nel 1848 la Germania entrò nelle file delle nazioni rivoluzionarie... Il nuovo secolo comincia con avvenimenti tali da far pensare che ci avviciniamo a un ulteriore spostamento del centro rivoluzionario, e precisamente al suo trasferimento in Russia... La Russia, che ha attinto dall’Occidente tanta iniziativa rivoluzionaria, è forse ora pronta a diventare essa stessa una sorgente di energia rivoluzionaria per l’Occidente. Il rinfocolato movimento rivoluzionario russo diverrà forse il mezzo più potente per sradicare lo spirito di filisteismo infrollito e di politicantismo praticone che incomincia a diffondersi nelle nostre file e farà nuovamente divampare in vivida fiamma l’ardore della lotta e l’appassionata dedizione ai nostri grandi ideali. Da lungo tempo la Russia ha cessato di essere per l’Europa occidentale un semplice baluardo della reazione e dell’assolutismo. Oggi forse avviene proprio l’opposto: l’Europa occidentale diventa il baluardo della reazione e dell’assolutismo in Russia... I rivoluzionari russi l’avrebbero forse già da un pezzo fatta finita con lo zar, se non dovessero lottare contemporaneamente anche contro il suo alleato, il capitale europeo. Vogliamo sperare che questa volta essi riusciranno a venire a capo di entrambi i nemici e che la nuova Santa Alleanza crollerà più presto di quelle che l’hanno preceduta. Ma qualunque esito possa avere la presente lotta in Russia, non saranno vani il sangue e le sofferenze dei martiri che essa genererà, purtrop po, in numero comunque troppo grande. Il sangue e le sofferenze feconderanno i germogli del rivolgimento sociale in tutto il mondo civile e ne renderanno lo sviluppo più rigoglioso e più rapido. Nel 1848 gli slavi furono il rigido gelo che troncò i fiori della primavera dei popoli. Forse oggi è loro riservato di essere l’uragano che infrangerà il ghiaccio della reazione e apporterà irrefrenabilmente ai popoli una nuova, felice, primavera”.

Come scriveva bene Karl Kautsky diciotto anni fa!

 

2. Una delle condizioni essenziali del successo della rivoluzione russa

È certo che ormai quasi tutti si rendono conto che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se nel nostro partito non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea, se il partito non avesse avuto l’appoggio senza riserve e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto fino all’abnegazione, di influente e capace di guidare o di attrarre gli strati arretrati.

La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della nuova classe contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata (sia pure in un solo paese), e la cui potenza non consiste soltanto nella forza del capitale internazionale, nella forza e nella solidità dei legami internazionali della borghesia, ma anche nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia costantemente, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e su grande scala. Per tutte queste ragioni la dittatura del proletariato è necessaria, e la vittoria sulla borghesia è impossibile senza una guerra lunga, tenace, disperata, per la vita e per la morte, una guerra che richiede padronanza di sé, disciplina, fermezza, inflessibilità e unità di volere.

Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato in Russia ha dimostrato con evidenza a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia.

Di queste cose si parla sovente. Ma si è ben lontani dal pensare abbastanza a che cosa ciò significhi, a quali condizioni una tale vittoria è possibile. Non è invece doveroso accompagnare più spesso le acclamazioni al potere sovietico e ai bolscevichi con la più seria analisi della cause per le quali i bolscevichi hanno potuto forgiare la disciplina indispensabile al proletariato rivoluzionario?

Il bolscevismo, come corrente del pensiero politico e come partito politico, esiste dal 1903 [Al II Congresso (30 luglio-23 agosto 1902) del Partito operaio socialdemocratico di Russia, in una votazione decisiva sulla natura del Partito e il suo ruolo, prevalsero gli orientamenti di Lenin cioè del gruppo dell’Iskra, con 33 voti (bolscevico = maggioranza), contro i 16 voti dei fautori del partito-rete di sostenitori della rivoluzione e della tattica-processo (menscevico = minoranza); ma la rottura organizzativa tra le due frazioni iniziò alla fine del 1903 e divenne definitiva solo nel 1912: da allora esistettero due partiti]. Soltanto una storia del bolscevismo che abbracci tutto il periodo della sua esistenza, può spiegare in maniera soddisfacente perché esso ha potuto forgiare e mantenere, nelle più difficili circostanze, la ferrea disciplina che è necessaria per la vittoria del proletariato.

E, innanzi tutto, sorge il problema: da che cosa è mantenuta la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? In che modo viene messa alla prova? In che modo viene rafforzata? In primo luogo, mediante la coscienza di classe dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di questa avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e, se volete, di fondersi fino a un certo punto con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse la voratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politiche e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, realmente capace di essere il partito di una classe d’avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile. Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie. D’altra parte, queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta, e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario.

Se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, in circostanze quanto mai difficili, ha potuto creare e attuare con pieno successo la più severa centralizzazione e una ferrea disciplina, ciò è dovuto puramente e semplicemente a un complesso di particolari caratteristiche storiche della Russia.

Da una lato, il bolscevismo sorse nel 1903 sulla base saldissima della teoria marxista. Che questa teoria rivoluzionaria - e solo questa - è giusta è stato dimostrato non soltanto dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia. Nel corso di circa mezzo secolo, a un dipresso dal 1840 al 1900, il pensiero d’avanguardia nella Russia, sotto il giogo inaudito, brutale e reazionario dello zarismo, cercò avidamente una giusta teoria rivoluzionaria e seguì con zelo e accuratezza sorprendente ogni “ultima parola” dell’Europa e dell’America in questo campo. La Russia è arrivata al marxismo, l’unica teoria rivoluzionaria giusta, attraverso il travaglio di un mezzo secolo di una storia di tormenti e di sacrifici inauditi, di un eroismo rivoluzionario mai visto, d’incredibile energia e di instancabili ricerche, studi, esperimenti, di applicazioni pratiche, delusioni, verifiche, confronti con le esperienze dell’Europa. Grazie all’emigrazione imposta dallo zarismo, la Russia rivoluzionaria, nella seconda metà del secolo diciannovesimo dispose, come nessun altro paese al mondo, di una grande ricchezza di legami internazionali, di un’ottima conoscenza delle forme e delle teorie mondiali del movimento rivoluzionario.

D’altro lato, il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica, è passato attraverso una storia pratica di quindici anni (1903-1917) che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze. Perché non vi è paese che in questi quindici anni abbia fatto, anche solo approssimativamente, tanto quanto la Russia nel senso dell’esperienza rivoluzionaria, della rapidità e varietà di successione delle diverse forme del movimento: legale e illegale, pacifico e violento, clandestino e aperto, di piccoli circoli e di grandi masse, parlamentare e terroristico. In nessun paese è stata concentrata, in così breve spazio di tempo, una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna; di una lotta, inoltre, che, in conseguenza dell’arretratezza del paese e del duro giogo dello zarismo, andava maturando con una celerità particolare e si appropriava, con speciale avidità e buon successo, la corrispondente “ultima parola” dell’esperienza politica europea e americana.

 

3. Le tappe principali nella storia del bolscevismo

Gli anni di preparazione della rivoluzione (1903-1905). Dappertutto si sente l’avvicinarsi della grande tempesta. In tutte le classi, effervescenza e preparazione. All’estero la stampa dell’emigrazione tratta tutte le questioni teoriche fondamentali della rivoluzione. I rappresentanti delle tre classi principali, delle tre correnti politiche più importanti - la borghese liberale, la democratica piccolo-borghese (coperta dalle insegne delle tendenze “socialdemocratica” e “social-rivoluzionaria”) e la proletaria rivoluzionaria - annunciano e preparano, con l’asprissima lotta a proposito delle loro opi nioni tattiche e programmatiche, la prossima lotta di classe aperta. Tutti i problemi attorno ai quali si svolse la lotta armata delle masse negli anni 1905-1907 e 1917-1920, si possono (e si devono) esaminare nella loro forma embrionale sulla stampa di allora. E naturalmente, oltre alle tre tendenze principali, ci sono innumerevoli forme intermedie, instabili, di transizione. Meglio: nella lotta degli organi di stampa, dei partiti, frazioni e gruppi, si fissano tendenze politico-ideologiche che erano in realtà tendenze di classe; le classi si forgiano le armi politiche e ideologiche necessarie per le future battaglie.

Gli anni della rivoluzione (1905-1907). Tutte le classi agiscono apertamente. Tutti i programmi e tutte le concezioni tattiche vengono verificate dall’azione delle masse. Scioperi di ampiezza e violenza senza precedenti al mondo. Trasformazione dello sciopero economico in sciopero politico e dello sciopero politico in insurrezione. Verifica pratica dei rapporti tra il proletariato dirigente e i contadini oscillanti, instabili, da esso diretti. Nello sviluppo spontaneo della lotta, nasce la forma sovietica dell’organizzazione [I primi soviet (consigli) degli operai russi si costituirono spontaneamente durante la rivoluzione del 1905. I bolscevichi li vedevano come organo di un futuro potere politico operaio, i menscevichi come organi solo di gestione della lotta in corso]. Le discussioni di questo periodo sulla funzione dei soviet preannunciano la grande lotta degli anni 1917-1920. La sostituzione delle forme parlamentari della lotta con quelle non parlamentari, della tattica del boicottaggio del parlamento con quella della partecipazione al parlamento, delle forme legali della lotta con quelle illegali, come pure i rapporti reciproci e il nesso tra queste diverse forme: tutto ciò si distingue per una meravigliosa ricchezza di contenuto. Ogni mese di questo periodo, dal punto di vista dell’apprendimento degli elementi fondamentali della scienza politica - da parte delle masse e dei capi, delle classi e dei partiti - equivale a un anno di sviluppo “pacifico”, “costituzionale”. Senza la “prova generale” del 1905 non sarebbe stata possibile la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Gli anni della reazione (1907-1910). Lo zarismo ha vinto. Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono battuti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, decomposizione, tradimento, pornografia invece di politica. Si rafforza la tendenza all’idealismo filosofico; il misticismo è l’involucro che copre le tendenze controrivoluzionarie. Ma appunto la grande sconfitta è al tempo stesso, per i partiti rivoluzionari e per la classe rivoluzionaria, un’effettiva ed utilissima scuola, una scuola di dialettica storica, una scuola dove si impara a capire la lotta politica, una scuola dove si impara la scienza e l’arte di condurre la lotta politica. Nella sventura si conosce chi sono gli amici. Gli eserciti sconfitti fanno la loro scuola.

Lo zarismo vittorioso è costretto ad affrettare la distruzione dei residui della vita preborghese, patriarcale in Russia. Lo sviluppo borghese in Russia avanza con prodigiosa rapidità. Le illusioni di potersi situare all’infuori e al di sopra delle classi, le illusioni sulla possibilità di evitare il capitalismo, cadono in frantumi. La lotta di classe si presenta in forma del tutto nuova e ancora più netta.

I partiti rivoluzionari dovettero completare la loro istruzione. Essi hanno imparato a condurre l’offensiva. Ora bisogna comprendere la necessità di completare questa scienza con la scienza della ritirata in buon ordine. Bisogna comprendere - e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza - che non si può vincere senza avere appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata. Fra tutti i partiti d’opposizione e rivoluzionari battuti, il partito dei bolscevichi si ritirò con maggiore ordine, con le minori perdite per il suo “esercito”, conservandone meglio il nucleo, con scissioni minori (per profondità e insanabilità), con la minor demoralizzazione e con la maggiore capacità di riprendere il lavoro nel modo più ampio, giusto ed energico. E i bolscevichi ottennero questo soltanto perché smascherarono e cacciarono spietatamente tutti i declamatori di frasi rivoluzionarie, i quali non volevano capire che bisognava ritirarsi, che bisognava sapersi ritirare, che bisognava imparare a qualunque costo a lavorare legalmente nei parlamenti  più reazionari, nelle più reazionarie organizzazioni sindacali, cooperative, di assicurazione e simili.

Gli anni della ripresa (1910-1914). Da principio, la ripresa fu incredibilmente lenta; in seguito, dopo gli avvenimenti della Lena [Il 4 aprile 1912, oltre 500 operai delle miniere d’oro delle Lena, in Siberia, furono uccisi dalla gendarmeria zarista, durante una manifestazione per più umane condizioni di lavoro. 300.000 operai scesero in sciopero in tutta la Russia], nell’anno 1912, divenne un po’ più rapida. I bolscevichi, superando immense difficoltà, respinsero i menscevichi. La loro funzione come agenti borghesi nel movimento operaio era già stata perfettamente compresa dopo il 1905 da tutta la borghesia: essa quindi li appoggiava, in mille modi, contro i bolscevichi. Ma i bolscevichi non sarebbero mai riusciti a respingerli, se non avessero applicato una tattica giusta, la tattica di unire il lavoro clandestino con l’utilizzazione obbligatoria delle “possibilità legali”. Nella Duma ultrareazionaria i bolscevichi conquistarono tutta la curia operaia [Nelle elezioni alla Duma (Parlamento) la legge consentiva la presentazione di candidati delle assemblee operaie. Un complicato meccanismo elettorale, la corruzione e la persecuzione poliziesca ostacolavano però di fatto tale possibilità. I bolscevichi riuscirono a superarle grazie a un grande sforzo organizzativo, all’appoggio degli operai che giunsero allo sciopero per difendere il proprio diritto elettorale].

La prima guerra imperialista mondiale (1914-1917). Il parlamentarismo legale, con un “Parlamento” ultrareazionario, rende un servizio oltremodo utile al partito del proletariato rivoluzionario, ai bolscevichi. I deputati bolscevichi furono esiliati in Siberia [Allo scoppio della guerra, il partito bolscevico fu messo nella più assoluta illegalità, ma i deputati erano ancora relativamente tutelati. Essi furono incaricati di svolgere gran parte del lavoro propagandistico del partito contro la guerra. All’inizio dell’agosto 1914 votarono con grande clamore contro i crediti di guerra al governo. Nel novembre 1914, grazie a una delazione, furono tutti arrestati proprio durante una conferenza clandestina in cui decidevano di aderire alle tesi leniniste sulla guerra. Nel processo del febbraio 1915 i deputati bolscevichi difesero apertamente le tesi del Partito e furono condannati alla deportazione in Siberia]. Nella stampa dell’emigrazione russa vennero esposte tutte le gradazioni di vedute: il socialimperialismo, il socialsciovinismo, il socialpatriottismo, l’internazionalismo incoerente e l’internazionalismo conseguente, il pacifismo e la negazione rivoluzionaria delle illusioni pacifiste, trovano la loro piena espressione. Gli stupidi sapienti e le vecchie comari della II Internazionale che, [negli anni precedenti] di fronte all’abbondanza delle “frazioni” del socialismo russo e all’asprezza delle loro lotte, avevano sprezzantemente e boriosamente arricciato il naso, quando in tutti i pesi progrediti la guerra li spogliò della strombazzata “legalità”, non furono in grado di organizzare nemmeno in modo approssimativo uno scambio di opinioni così libero (illegale), o una così libera (illegale) elaborazione di concezioni giuste, come invece fecero i rivoluzionari russi in Svizzera e in parecchi altri paesi. Appunto con ciò i socialpatrioti dichiarati e i “kautskiani” di tutti i paesi dimostrarono di essere i peggiori traditori del proletariato. E se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, è stato capace di vincere, una della cause fondamentali di questa vittoria fu che il bolscevismo, fin dalla fine del 1914 smascherò senza pietà la nefandezza, la viltà, l’abiezione del socialsciovinismo e del “kautskismo” (a cui corrispondono il longuettismo in Francia, le idee dei capi del Partito laburista indipendente e dei fabiani in Inghilterra, Turati in Italia, ecc.) e che le masse, poi, si convinsero sempre più, per esperienza propria, della giustezza delle idee dei bolscevichi.

La seconda rivoluzione in Russia (dal febbraio all’ottobre 1917). L’incredibile decrepitezza e fossilizzazione dello zarismo avevano creato (con l’ausilio dei colpi e del peso di una guerra crudelissima) una straordinaria forza distruttiva rivolta contro di esso. In pochi giorni la Russia si trasformò in una repubblica democratica borghese che, nelle circostanze della guerra, era più libera di qualsiasi altro paese del mondo. Il governo, come nelle repubbliche più “rigorosamente parlamentari” fu creato dai capi dei partiti di opposizione e rivoluzionari: il fatto che un individuo era stato un capo di un partito di opposizione nel parlamento, fosse pure il parlamento più reazionario che si potesse immaginare, gli ha reso  facile fare carriera nella rivoluzione.

I menscevichi e i “socialisti-rivoluzionari” assimilarono mirabilmente, in poche settimane, tutti i metodi e i modi, gli argomenti e i sofismi degli eroi europei della II Internazionale, dei ministerialisti e della rimanente genia opportunistica. Tutto ciò che leggiamo oggi su Scheidemann e su Noske, su Kautsky e su Hilferding, su Renner e su Austerlitz, su Otto Bauer e su Friedrich Adler, su Turati e su Longuet, sui fabiani e sui capi del Partito laburista indipendente in Inghilterra, tutto ciò a noi russi sembra (ed è in realtà) una noiosa rifrittura, la ripetizione di un noto e vecchio motivo. Presso i menscevichi abbiamo già visto tutto questo. La storia si è permessa uno scherzo e ha costretto gli opportunisti di un paese arretrato a precedere gli opportunisti di parecchi paesi avanzati.

Se tutti gli eroi della II Internazionale hanno fatto bancarotta e si sono coperti di vergogna nella questione dell’importanza della funzione dei Soviet e del potere sovietico, se in questa questione sono rimasti svergognati e confusi in modo particolarmente “chiaro” i capi dei tre importantissimi partiti ora usciti dalla [risuscitata] II Internazionale (precisamente il Partito socialdemocratico indipendente tedesco, il Partito longuettista francese, il Partito laburista indipendente inglese), se essi tutti si sono rivelati schiavi dei pregiudizi della democrazia piccolo-borghese (proprio come i piccolo borghesi del 1848 che si chiamavano “socialdemocratici”) [in Francia nel 1848 assunsero questa denominazione i rappresentanti della sinistra piccolo borghese, rivoluzionaria a parole, ma incapace di qualsiasi azione concreta], noi avevamo già visto tutto ciò dall’esempio dei menscevichi. La storia si è permessa questo scherzo: nell’anno 1905 in Russia nacquero i Soviet; dal febbraio all’ottobre 1917 essi furono usati per un compito incompatibile con la loro natura dai menscevichi; questi fallirono per la loro incapacità di comprenderne la funzione e l’importanza; oggi l’idea del potere sovietico è nata in tutto il mondo e si diffonde con inaudita rapidità fra il proletariato di tutti i paesi, mentre tutti i vecchi eroi della II Internazionale, in conseguenza di quella stessa incapacità a comprendere la funzione e l’importanza dei Soviet, fanno dappertutto la stessa bancarotta dei nostri menscevichi. L’esperienza ha dimostrato che, in alcuni problemi oltremodo essenziali della rivoluzione proletaria, tutti i paesi dovranno fare inevitabilmente ciò che ha fatto la Russia.

I bolscevichi hanno incominciato con molta prudenza la loro lotta vittoriosa contro la repubblica parlamentare - di fatto borghese - e contro i menscevichi, e l’hanno preparata in un modo tutt’altro che semplice, all’opposto delle opinioni che oggi spesso si sentono esprimere in Europa e in America. Al principio del periodo ricordato [febbraio-ottobre 1917], noi non invitavamo ad abbattere il governo, ma spiegavamo l’impossibilità di abbatterlo senza dei mutamenti preventivi nella composizione e nell’orientamento dei Soviet. Non abbiamo proclamato il boicottaggio del Parlamento borghese, dell’Assemblea Costituente [eletta nel novembre 1917, il 5 gennaio 1918 respinse la “dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato” formulata da Lenin e approvata dal Consiglio dei Commissari del popolo in cui si affermava che tutto il potere apparteneva ai Soviet. L’Assemblea fu sciolta il 6 gennaio 1918. Il 10 gennaio la dichiarazione leninista fu approvata dal III Congresso panrusso dei soviet dei deputati operai e soldati e ad esso si unì il III Congresso panrusso dei soviet dei contadini], ma - fin dalla conferenza di aprile (1917) [VII Conferenza panrussa bolscevica - Pietroburgo, 24-29 aprile 1917] del nostro partito - abbiamo detto ufficialmente in nome del partito che una repubblica borghese con una Costituente è migliore di una repubblica borghese senza Costituente, ma che la repubblica sovietica “operaia e contadina” è migliore di qualsiasi repubblica parlamentare democratica borghese.

Senza tale preparazione lunga, previdente, minuziosa, accorta, non avremmo potuto né ottenere la vittoria nell’Ottobre 1917, né mantenere questa vittoria.

 

4. Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio il bolscevismo è cresciuto, si è rafforzato e temprato

Anzitutto e principalmente lottando contro l’opportunismo che nel 1914 si trasformò definitivamente in socialsciovinismo e passò definitivamente dalla parte della borghesia contro il proletariato. Quello fu naturalmente il principale nemico del bolscevismo in seno al movimento operaio. E a livello internazionale lo rimane ancora oggi. A questo nemico il bolscevismo rivolse e rivolge ancora la massima attenzione. Questo lato dell’attività dei bolscevichi è oggi abbastanza ben conosciuto anche all’estero.

Non si può dire che è altrettanto conosciuto un altro nemico del bolscevismo in seno al movimento operaio. All’estero non è ancora abbastanza noto che il bolscevismo è cresciuto, si è formato e temprato in una lotta di molti anni contro lo spirito rivoluzionario piccolo-borghese, che rassomiglia all’anarchismo o ha preso qualcosa da esso, e si allontana, in tutte le cose essenziali, dalle condizioni e dai bisogni di una ferma lotta di classe proletaria. In teoria, per i marxisti è cosa del tutto certa - e confermata pienamente dall’esperienza di tutte le rivoluzioni e di tutti i movimenti rivoluzionari europei - che il piccolo proprietario, il piccolo padrone (tipo sociale che in molti paesi europei costituisce una massa molto vasta), il quale sotto il capitalismo soffre una continua oppressione e, molto spesso, un peggioramento incredibilmente brusco e rapido delle sue condizioni di vita e la rovina, si abbandona con facilità a sentimenti rivoluzionari estremi, ma non è capace di fermezza, organizzazione, disciplina, tenacia. Il piccolo borghese “infuriato” per gli orrori del capitalismo è un fenomeno sociale caratteristico, come l’anarchismo, di tutti i paesi capitalisti. L’inconsistenza di tale mentalità rivoluzionaria, la sua sterilità, la sua proprietà di trasformarsi presto in sottomissione, apatia, fantasticheria e perfino in “folle” passione per questa o quella corrente borghese “di moda”, tutto ciò è universalmente noto. Ma il riconoscimento teorico e astratto di queste verità, non libera per nulla i partiti rivoluzionari dai vecchi errori: questi errori risorgono sempre per motivi inattesi, in forma alquanto nuova, in una veste e in circostanze prima sconosciute, in una situazione originale (più o meno originale).

L’anarchismo fu non di rado una sorta di castigo per i peccati di opportunismo commessi dal movimento operaio. Le due deformità si completavano a vicenda. E se in Russia, quantunque la composizione della popolazione sia più piccolo-borghese che nei paesi europei, l’anarchismo ha esercitato un’influenza relativamente insignificante nel periodo delle due rivoluzioni (1905 e 1917) e durante la loro preparazione, ciò, in parte, deve essere senza dubbio ascritto a merito del bolscevismo, che ha sempre condotto contro l’opportunismo la lotta più implacabile e più irriducibile. Dico “in parte”, perché nell’indebolimento dell’anarchismo in Russia una funzione ancora più importante ha avuto il fatto che esso, nel passato (nel decennio 1870-1880), aveva avuto la possibilità di svilupparsi con straordinario rigoglio e di rivelare, fino in fondo, la sua erroneità, la sua inettitudine come teoria capace di dirigere la classe rivoluzionaria.

Il bolscevismo fin dal suo sorgere, nel 1903, riprese le tradizioni della lotta implacabile contro il rivoluzionarismo piccolo-borghese, semianarchico (o capace di civettare con l’anarchismo), tradizioni sempre esistite nella socialdemocrazia rivoluzionaria e che presso di noi si rafforzarono specialmente tra il 1900 al 1903, quando in Russia si gettarono le basi del partito di massa del proletariato rivoluzionario. Il bolscevismo riprese e continuò la lotta contro il partito che esprimeva più di ogni altro le tendenze dello spirito rivoluzionario piccolo-borghese, cioè contro il partito dei “socialisti rivoluzionari”, intorno a tre punti principali. In primo luogo, questo partito, che rifiutava il marxismo, si ostinava a non comprendere (forse è più esatto dire: non era in grado di comprendere) la necessità di ponderare, con rigorosa obiettività, prima di qualsiasi azione politica, le forze delle varie classi e i loro rapporti reciproci. In secondo luogo, questo partito si considerava particolarmente “rivoluzionario” o “di sinistra”, perché rendeva omaggio al terrorismo individuale, all’esecuzione di singoli esponenti dell’autorità nemica, cosa che noi marxisti respingevamo risolutamente. Noi, si capi sce, respingevamo il terrorismo individuale soltanto per motivi pratici, mentre la gente capace di condannare “per principio” il terrorismo della grande Rivoluzione Francese o in genere il terrore posto in essere da parte di un partito rivoluzionario che ha vinto ed è assediato dalla borghesia di tutto il mondo, questa gente era già stata coperta di ridicolo e di vergogna da Plekhanov nel 1900-1903, quando egli era ancora un marxista e un rivoluzionario. In terzo luogo, i “socialisti rivoluzionari” ravvisavano il loro essere “di sinistra” nel dileggiare i peccati di opportunismo relativamente piccoli della socialdemocrazia tedesca, mentre, allo stesso tempo, imitavano gli opportunisti estremi di quel medesimo partito, per esempio, nella questione agraria e nella questione della dittatura dl proletariato.

La storia - sia detto di sfuggita - ha ora confermato, su grandissima scala, su scala storica mondiale, l’opinione che abbiamo sempre sostenuto, cioè che la socialdemocrazia rivoluzionaria tedesca (si noti che Plekhanov sin dal 1900-1903 aveva chiesto l’espulsione di Bernstein dal partito socialdemocratico tedesco, e che i bolscevichi, che si mantennero sempre fedeli a questa tradizione, smascherarono nel 1913 tutta la bassezza, la viltà e il tradimento di Legien[1]) si avvicinava più di ogni altro a quel tipo di partito di cui aveva bisogno il proletariato rivoluzionario per poter vincere. Adesso, nel 1920, dopo i crolli ignominiosi e tutte le crisi del periodo della guerra e dei primi anni del dopoguerra, è chiaro che, di tutti i partiti dell’Europa occidentale, proprio la socialdemocrazia rivoluzionaria tedesca ha dato i capi migliori e si è anche riavuta, risanata e rafforzata per prima. Ciò si vede sia nel partito degli “spartachisti”, sia nell’ala sinistra, proletaria, del “Partito socialdemocratico indipendente della Germania”, la quale conduce una lotta perseverante sia contro l’opportunismo sia contro la mancanza di carattere dei Kautsky, degli Hilferding, dei Ledebour, dei Crispien. Se ora si getta uno sguardo d’insieme sul periodo storico ora completamente concluso, che va cioè dalla Comune di Parigi [1871] fino alla prima Repubblica Socialista Sovietica, il rapporto del marxismo con l’anarchismo prende in generale contorni perfettamente determinati e incontestabili. In ultima analisi, è risultato che il marxismo aveva ragione. È vero che gli anarchici denunciarono giustamente lo spirito opportunistico delle idee sullo Stato dominanti nella maggioranza dei partiti socialisti, ma in primo luogo questo spirito opportunistico era collegato con la deformazione e anzi con il diretto occultamento delle idee di Marx sullo Stato (nel mio libro Stato e rivoluzione[2] ho mostrato che Bebel, per 36 anni, dal 1875 al 1911 tenne nascosta una lettera di Engels che denunciava in modo particolarmente netto, reciso, aperto, chiaro, l’opportunismo delle concezioni socialdemocratiche correnti in merito allo Stato); in secondo luogo, la rettifica di queste idee opportuniste, il riconoscimento del potere sovietico e della sua superiorità sulla democrazia parlamentare borghese, procedettero con maggior rapidità e ampiezza proprio in seno alle correnti più marxiste dei partiti socialisti europei e americani.

 

1. L’autore si riferisce, evidentemente, all’articolo da lui pubblicato nella rivista bolscevica Prosvestcenie nell’aprile 1914, con il titolo Che cosa non si deve imitare nel movimento operaio (Lenin, OC vol. 20 (1966), pagg. 239-243), in cui denunciava il comportamento tenuto da Legien durante il suo viaggio del 1912 negli Stati Uniti.

 

2. Lenin, OC vol. 25 (1967), pagg. 413-416.

 

In due casi la lotta del bolscevismo contro le deviazioni “di sinistra” nel partito bolscevico stesso prese proporzioni particolarmente grandi: nel 1908, in merito alla questione della partecipazione al “Parlamento” ultrareazionario e alle società operaie legali sottoposte a leggi ultrareazionarie, e nel 1918 (pace di Brest) a proposito della questione della ammissibilità di determinati “compromessi” [Trotsky, che dirigeva la delegazione sovietica alle trattative di pace a Brest-Litovsk, respinse le condizioni di pace del governo tedesco, pur avendo Lenin stipulato un armistizio il 3 dicembre 1917 e dato la direttiva di concludere rapidamente la pace. Riprese le ostilità, la pace fu poi conclusa il 3 marzo 1918 a condi zioni ancora peggiori di quelle respinte da Trotsky].

Nel 1908, i bolscevichi “di sinistra” [3] furono espulsi dal nostro partito perché si rifiutavano ostinatamente di comprendere la necessità di partecipare al “Parlamento” ultrareazionario. I “sinistri”, molti dei quali erano ottimi rivoluzionari e più tardi portarono (e portano tuttora) con onore il titolo di membri del partito comunista, si facevano forti specialmente della vittoriosa esperienza del boicottaggio del “Parlamento” promosso dai bolscevichi nel 1905. Quando lo zar nell’agosto 1905 annunciò la convocazione di un “Parlamento” consultivo,[4] i bolscevichi - contro tutti i partiti di opposizione e contro i menscevichi - chiamarono al boicottaggio, e realmente la rivoluzione dell’ottobre 1905 spazzò via il tentativo dello zar.[5] Allora il boicottaggio era giusto, non perché in generale è giusto non partecipare ai parlamenti reazionari, ma perché avevamo giustamente valutato la situazione oggettiva che conduceva alla rapida trasformazione degli scioperi di massa dapprima in sciopero politico, poi in sciopero rivoluzionario, e da ultimo nell’insurrezione. Inoltre, allora si lottava per decidere se si doveva lasciare allo zar la convocazione della prima istituzione rappresentativa o se si doveva tentare di strappare l’iniziativa di questa convocazione dalle mani del vecchio potere. Quando venne meno, e non poteva non venir meno, la certezza di trovarsi si fronte a una situazione oggettiva analoga, come pure di una eguale tendenza e di un eguale ritmo nel suo sviluppo, il boicottaggio cessò di essere giusto.

 

3. Richiamo alla lotta, svoltasi nel 1908, contro gli otzovisti e gli ultimatisti, sui quali si vedano OC vol. 14 (1963) (Materialismo ed empiriocriticismo); vol. 15 (1967), pagg. 401-440; vol. 16 (1965), pagg. 22-25, 73-77, 346-364; volumi 34 (1955) e 35 (1955) (lettere a Gorki del febbraio-aprile 1908 e del novembre-dicembre 1913).

 

4. Nell’agosto 1905 lo zar emanò un manifesto, che uscì insieme con il progetto di legge, per l’istituzione di una Duma consultiva e il regolamento per la sua istituzione. Questa Duma, detta di Bulyghin, dal nome del ministro degli interni di quel tempo, fu attivamente boicottata dai bolscevichi. Il governo zarista non riuscì a convocare la Duma, che fu spazzata via dall’ondata rivoluzionaria.

 

5. L’autore si riferisce allo sciopero generale politico dell’ottobre 1905, a cui parteciparono oltre due milioni di cittadini. Questo sciopero, che si proponeva l’abbattimento dell’autocrazia, il boicottaggio attivo della Duma di Bulyghin, la convocazione di un’Assemblea Costituente e l’instaurazione della repubblica democratica, condusse all’insurrezione armata del dicembre 1905.

 

Il boicottaggio bolscevico del “Parlamento” nel 1905 arricchì il proletariato rivoluzionario di un’esperienza politica straordinariamente preziosa, mostrando che nel combinare le forme di lotta legali e illegali, parlamentari ed extraparlamentari, è talora utile, e perfino necessario, sapere rinunciare a quelle parlamentari. Ma trasportare alla cieca, per pura imitazione, in modo non critico, questa esperienza in condizioni diverse, in una situazione diversa, è un gravissimo errore. Il boicottaggio bolscevico della Duma nel 1906 fu già un errore, sebbene piccolo e facile da correggere *[con le relative modificazioni, si può applicane alla politica e ai partiti ciò che vale per i singoli. Intelligente non è colui che non commette errori. Questi uomini non esistono e non possono esistere. Intelligente è colui che non commette errori troppo gravi e sa correggerli agevolmente e rapidamente]*. Un errore assai serio e più difficile da correggere era il boicottaggio del 1907-1908 e degli anni seguenti, quando da una parte non c’era da aspettarsi un’ascesa molto rapida dell’ondata rivoluzionaria e il suo sbocco in un’insurrezione, e dall’altra parte la necessità di combinare il lavoro legale con il lavoro illegale scaturiva da tutta la situazione storica della monarchia che si stava mettendo a nuovo per diventare una monarchia borghese. Oggi, quando si guarda indietro, a quel periodo storico completamente chiuso, la cui connessione con i periodi successivi si mostra ormai nella sua pienezza, si vede con particolare evidenza che i bolscevichi non avrebbero potuto mantenere (non dico neppure: consolidare, sviluppare, rafforzare) il saldo nucleo del partito rivoluzionario del proletariato negli anni 1908-1914, se non avessero sostenuto, in una lotta molto aspra, l’obbligo di combinare  le forme illegali della lotta con le sue forme legali, l’obbligo di partecipare al parlamento ultrareazionario e a numerose altre istituzioni sottoposte a leggi reazionarie (casse di assicurazione, ecc.).

Nel 1918 non si è giunti fino alla scissione. I “comunisti di sinistra”, allora, si limitarono a formare un gruppo a parte o “frazione” in seno al nostro partito e d’altronde non per molto tempo. Nel corso dello 1918 i più noti rappresentanti del “comunismo di sinistra”, per esempio i compagni Radek e Bukharin, hanno riconosciuto apertamente il loro errore. Essi avevano ritenuto che la pace di Brest fosse inammissibile in linea di principio e costituisse un compromesso con gli imperialisti dannoso al partito del proletariato rivoluzionario. E quello fu effettivamente un compromesso con gli imperialisti, ma precisamente un compromesso concluso in circostanze tali che lo rendevano obbligatorio.

Oggi, quando sento gli attacchi - dei “socialisti-rivoluzionari”, per esempio - alla tattica da noi seguita sottoscrivendo il trattato di pace di Brest, o quando sento l’osservazione del compagno Lansbury, che in una conversazione con me disse: “I nostri inglesi capi dei sindacati dicono che i compromessi, se sono ammissibili per i bolscevichi, sono ammissibili anche per loro”, io rispondo, di solito, innanzitutto con un paragone semplice e “popolare”.

Immaginate che la vostra automobile sia fermata da banditi armati. Voi date loro il denaro, il passaporto, la rivoltella, l’automobile. In cambio vi siete liberati della piacevole compagnia dei banditi. Il compromesso esiste, senza dubbio. “Do ut des” (io “do” a te il denaro, l’arma, l’automobile, “affinché tu dia” a me la possibilità di andarmene sano e salvo). Ma è ben difficile trovare un uomo in possesso delle sue facoltà mentali che dichiari un simile compromesso “inammissibile in linea di principio”, che proclami la persona che lo ha concluso complice dei banditi (anche se i banditi, installatisi nell’automobile, possono utilizzare la macchina e l’arma per nuove grassazioni). Il nostro compromesso con i banditi dell’imperialismo tedesco è stato simile a un tale compromesso.

Ma quando i menscevichi e i socialrivoluzionari in Russia, gli scheidemanniani (e in notevole misura i kautskiani) in Germania, Otto Bauer e Friedrich Adler in Austria (prescindendo poi dai signori Renner e compagni), i Renaudel, Longuet e compagni in Francia, i fabiani, gli “indipendenti” e il “Partito del Lavoro” (“laburisti”) in Inghilterra, dal 1914 al 1918 e poi dal 1818 al 1920, hanno concluso dei compromessi coi banditi della loro propria borghesia e talvolta anche con quelli della borghesia “alleata” contro il proletariato rivoluzionario del loro paese, allora sì che tutti questi signori agivano come complici del banditismo.

La conclusione è chiara: negare “per principio” i compromessi, negare in generale che è ammissibile fare compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità tale che è perfino difficile prenderla sul serio. Un uomo politico, che desideri essere utile al proletariato rivoluzionario, deve saper distinguere i casi concreti appunto di quei compromessi che sono inammissibili, nei quali si esprimono opportunismo e tradimento, e indirizzare tutta la forza della critica, tutta l’acutezza di uno spietato smascheramento e di una guerra implacabile contro questi compromessi concreti, e non permettere agli espertissimi socialisti “affaristi” e ai gesuiti parlamentari di evitare e sfuggire la responsabilità con dissertazioni sui “compromessi in generale”. I signori “capi” dei sindacati inglesi, come quelli della società fabiana e del Partito laburista “indipendente”, sfuggono proprio in questo modo alla responsabilità per il tradimento da essi commesso, per il compromesso di tal genere da essi concluso, compromesso che veramente rappresenta il peggior opportunismo, la defezione e il tradimento.

Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. Nella politica, questo non è sempre così facile come nel piccolo esempio che ho citato e che un bambino può comprendere. Ma chi volesse escogitare una ricetta per gli operai, che offrisse  loro decisioni preparate in anticipo per tutti i casi della vita, o promettesse loro che nella politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni complicate, sarebbe semplicemente un ciarlatano.

Per evitare le false interpretazioni, tenterò di indicare, sia pure nel modo più breve, alcune condizioni fondamentali per l’analisi di compromessi concreti.

Il partito che, firmando la pace di Brest, concluse un compromesso con l’imperialismo tedesco, aveva elaborato il suo internazionalismo nella pratica fin dalla fine del 1914. Esso non aveva temuto di proclamarsi per la sconfitta della monarchia zarista e di denunciare la parola d’ordine della “difesa della patria” lanciata quando era in corso una guerra tra due predoni imperialisti. I deputati al Parlamento di questo partito andarono in Siberia, anziché prendere la via che conduce ai portafogli ministeriali in un governo borghese. La rivoluzione, che abbatté lo zarismo e creò la repubblica democratica, ha sottoposto il partito a una nuova e grandissima prova: il partito non ha stipulato nessun accordo con i “suoi” gruppi imperialisti, ma preparò il loro rovesciamento e li rovesciò. In possesso del potere politico, il partito non ha lasciato pietra su pietra né della proprietà fondiaria, né della proprietà capitalista. Dopo aver pubblicato e annullato i trattati segreti degli imperialisti, questo partito ha proposto la pace a tutti i popoli e si è sottomesso alla soperchieria dei predoni di Brest soltanto dopo che gli imperialisti anglo-francesi ebbero mandato all’aria la pace e i bolscevichi ebbero fatto tutto ciò che era umanamente possibile per affrettare la rivoluzione in Germania e negli altri paesi. Che un simile compromesso, concluso da un tale partito e in tali circostanze, sia stato assolutamente giusto, è un fatto che diviene ogni giorno più chiaro ed evidente per tutti.

I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari in Russia (come pure, nel 1914-1920, tutti i capi della II Internazionale in tutto il mondo) incominciarono con il tradimento quando giustificarono, direttamente o indirettamente, la “difesa della patria”, cioè la difesa della propria rapace borghesia. Essi continuarono nel loro tradimento quando entrarono in coalizione con la borghesia del proprio paese e lottarono insieme alla propria borghesia contro il proletariato rivoluzionario del proprio paese. Il blocco che essi formarono prima con Kerensky e i cadetti, poi in Russia con Kolciak e Denikin, come pure il blocco formato all’estero dai loro consimili con le borghesie dei rispettivi paesi, fu un passaggio nel campo della borghesia contro il proletariato. Dal principio alla fine, il loro compromesso con i banditi dell’imperialismo è consistito nel fatto che essi si sono resi complici del banditismo imperialista.

 

(capitoli omessi)

5. Il comunismo “di sinistra” in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse

6. I rivoluzionari devono lavorare nei sindacati reazionari?

7. Dobbiamo partecipare ai parlamenti borghesi?

8. Nessun compromesso?

9. Il comunismo “di sinistra” in Inghilterra

 

 

10. Alcune conclusioni

La rivoluzione borghese russa del 1905 mise in luce una svolta straordinariamente originale nella storia del mondo: in uno dei paesi capitalisti più arretrati, per la prima volta nel mondo, l’ondata degli scioperi raggiunse una estensione e una forza senza precedenti. Nel solo primo mese del 1905, il numero degli scioperanti sorpassò di 10 volte il numero medio annuo degli scioperanti nei 10 anni precedenti (1895-1904) e dal gennaio all’ottobre 1905 gli scioperi crebbero ininterrottamente e in misura prodigiosa. Sotto l’influenza di una serie di condizioni storiche del tutto particolari, la Russia arretrata mostrò per prima a tutto il mondo non soltanto un salto repentino nella crescita dell’attività spontanea delle masse oppresse durante la rivoluzione (ciò è avvenuto in tutte le grandi rivoluzioni), ma anche l’importanza del proletariato, infinitamente maggiore della sua proporzione numerica rispetto alla popolazione, la combinazione dello sciopero economico con lo sciopero politico, con la trasformazione di quest’ultimo in insurrezione armata, la nascita di una nuova forma di lotta di massa e di organizzazione di massa delle classi oppresse dal capitalismo: i Soviet.

Le rivoluzioni del febbraio e dell’ottobre 1917 portarono i Soviet a svilupparsi in tutti i sensi, su scala nazionale, e poi li portarono fino alla loro vittoria nella rivoluzione proletaria, socialista. E in meno di due anni si palesò il carattere internazionale dei Soviet, l’estensione di questa forma di lotta e di organizzazione al movimento operaio di tutto il mondo, la missione storica dei Soviet, che è quella di essere i becchini, gli eredi, i successori del parlamentarismo borghese, della democrazia borghese in generale.

Ma questo non basta. La storia del movimento operaio mostra oggi che, in tutti i paesi, esso deve apprestarsi (e ha già cominciato) a passare attraverso la lotta del comunismo nascente, che si rafforza e marcia verso la vittoria, anzitutto e soprattutto contro il proprio (di ogni paese) “menscevismo”, cioè contro l’opportunismo e il socialsciovinismo; in secondo luogo - e, per così dire, come supplemento - contro il comunismo “di sinistra”. La prima lotta si è sviluppata in tutti i paesi, a quanto pare senza nessuna eccezione, come lotta tra la II Internazionale (oggi di fatto già morta) e la III Internazionale. La seconda lotta si può osservarla in Germania, in Inghilterra, in Italia, negli USA (in tutti i casi una certa parte degli “Operai Industriali del Mondo” [IWW] e delle correnti anarco-sindacaliste sostiene gli errori del comunismo “di sinistra”, con il riconoscimento quasi generale, quasi unanime del sistema dei Soviet), in Francia (atteggiamento di una parte degli ex sindacalisti verso il partito politico e il parlamentarismo, sempre però con il riconoscimento del sistema sovietico): cioè, indubbiamente, non soltanto in alcuni paesi, ma in tutto il mondo.

Ma benché la scuola preparatoria, che conduce il movimento operaio alla vittoria sulla borghesia, sia in fondo dappertutto la medesima, questo sviluppo si compie in ogni paese a suo modo. Inoltre, i grandi paesi capitalisti avanzati percorrono questa via assai più rapidamente del bolscevismo, il quale ha ottenuto dalla storia un periodo di quindici anni per prepararsi alla vittoria come corrente politica organizzata. La III Internazionale, nel breve termine di un anno ha già riportato una vittoria decisiva, ha battuto la II Internazionale gialla e socialsciovinista, che soltanto alcuni mesi fa era incomparabilmente più forte dell’Internazionale Comunista, sembrava salda e potente, approfittava di ogni genere di aiuti diretti e indiretti, materiali (posti ministeriali, passaporti, stampa) e ideologici della borghesia mondiale.

Ora tutto sta nell’ottenere che i comunisti di ciascun paese tengano conto, con piena coscienza, tanto dei problemi fondamentali di principio della lotta contro l’opportunismo e contro il dottrinarismo “di sinistra”, quanto delle particolarità concrete che questa lotta assume e deve immancabilmente assumere in ogni singolo paese, in conformità con i tratti originali della sua economia, della sua politica, della sua cultura, della sua composizione nazionale (Irlanda, ecc.), delle sue colonie, delle sue divisioni religiose, ecc., ecc. Dappertutto si fa sentire, si estende e cresce il malcontento contro la II Internazionale, sia a causa del suo opportunismo, sia a causa della sua inettitudine o incapacità di creare un centro che meriti effettivamente questo nome, effettivamente dirigente, capace di guidare la tattica internazionale del prole tariato rivoluzionario nella sua lotta per la repubblica sovietica mondiale. È necessario rendersi chiaramente conto che un tale centro dirigente non può in nessun caso venire costituito su un modello stereotipato, sull’uguagliamento meccanico, sulla uniformità delle regole tattiche di lotta. Finché sussistono differenze nazionali e statali fra i popoli e i paesi - che dureranno ancora a lungo, molto a lungo, anche dopo la realizzazione della dittatura del proletariato su scala mondiale - l’unità della tattica internazionale del movimento operaio comunista di tutti i paesi esige non l’eliminazione delle diversità, non la soppressione delle differenze nazionali (nel momento attuale ciò sarebbe una balorda fantasticheria), ma un’applicazione dei principi fondamentali del comunismo (potere dei Soviet e dittatura del proletariato) tale che modifichi giustamente nei particolari questi principi, li adoperi giustamente e li adatti alle diversità nazionali e nazionali-statali. Ricercare, studiare, discernere, indovinare e cogliere le particolarità nazionali e ciò che vi è di specificatamente nazionale nel modo concreto che ciascun paese ha nell’affrontare la soluzione del compito internazionale unico per tutti, cioè la vittoria sull’opportunismo e sul dottrinarismo di sinistra nel movimento operaio, l’abbattimento della borghesia, l’instaurazione della repubblica dei Soviet e della dittatura proletaria: questo è il compito capitale dell’attuale momento storico in tutti i paesi progrediti (e non soltanto in quelli progrediti). Il più importante - non tutto, naturalmente: si è ancora ben lontano dall’aver fatto tutto - è già stato fatto con l’attrazione dell’avanguardia della classe operaia, col suo passaggio dalla parte del potere sovietico contro il parlamentarismo, dalla parte della dittatura del proletariato contro la democrazia borghese. Ora occorre concentrare tutte le forze, tutta l’attenzione sul passo successivo che sembra meno importante - e da un certo punto di vista lo è effettivamente - ma che invece è più vicino alla soluzione pratica del compito, cioè sulla ricerca delle forme di transizione o di avvicinamento alla rivoluzione proletaria.

L’avanguardia proletaria è ideologicamente conquistata. Questo è l’essenziale. Senza ciò non si può fare nemmeno il primo passo verso la vittoria. Ma di qui alla vittoria la distanza è ancora grande. Con la sola avanguardia non si può vincere. Gettare la sola avanguardia nella battaglia decisiva, prima che tutta la classe, prima che le grandi masse abbiano preso una posizione o di appoggio diretto dell’avanguardia o, almeno, di benevola neutralità nei suoi riguardi e abbiano dimostrato di essere completamente incapaci di appoggiare i suoi avversari, non sarebbe soltanto una sciocchezza, ma anche un delitto. Ma affinché effettivamente tutta la classe, affinché effettivamente le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo è necessaria l’esperienza politica delle masse stesse. Tale è la legge fondamentale di tutte le grandi rivoluzioni, confermata oggi con una forza e un rilievo impressionanti, non solo dalla Russia, ma anche dalla Germania. Non soltanto le masse russe incolte, spesso analfabete, ma anche le masse tedesche, altamente colte e senza analfabeti, per volgersi risolutamente verso il comunismo, hanno dovuto sperimentare a loro spese tutta l’impotenza, tutta la mancanza di carattere, tutta l’incapacità, tutto il servilismo davanti alla borghesia, tutta la bassezza del governo dei paladini della II Internazionale, tutta l’inevitabilità delle dittature dei reazionari estremi (Kornilov in Russia, Kapp e consorti in Germania) come unica alternativa alla dittatura del proletariato.

Il compito attuale dell’avanguardia cosciente nel movimento operaio internazionale, cioè il compito dei partiti, delle correnti, dei gruppi comunisti, sta nel saper condurre le grandi masse (oggi ancora, nel maggior numero dei casi, sonnolente, apatiche, abitudinarie, inerti, non ancora risvegliate) verso questa loro nuova posizione o, meglio, nel saper guidare, non soltanto il proprio partito, ma anche queste masse durante il loro avvicinamento, il loro passaggio alla nuova posizione. Se non si è potuto adempiere al primo compito storico (attrarre l’avanguardia cosciente del proletariato dalla parte del regime dei Soviet e della dittatura della classe operaia) senza una piena vittoria ideologica e politica sull’opportunismo e sul socialsciovinismo, non si potrà adempiere al secondo compito - che è all’ordine del giorno e che consiste nel saper condurre le masse sulla nuova posizione, atta ad assicurare la vittoria dell’avanguardia nella rivo luzione - senza liquidare il dottrinarismo di sinistra, senza superare completamente i suoi errori, senza liberarsi di essi.

Finché si trattava (e in quanto ancora si tratta) di attrarre dalla parte del comunismo l’avanguardia del proletariato, il primo posto spetta alla propaganda. In questo caso, anche i circoli, con tutte le debolezze proprie di questo genere di organizzazione, sono utili e danno risultati fruttuosi. Quando si tratta dell’azione pratica delle masse, quando si tratta di schierare - mi si passi l’espressione - eserciti di milioni di uomini, di disporre tutte le forze di classe di una data società per l’ultima e decisiva battaglia, allora, con i soli metodi della propaganda, con la sola ripetizione delle verità del comunismo “puro”, non si ottiene nulla. In questo caso non si deve contare a migliaia, come di solito conta il propagandista, membro di un gruppo ristretto, che non ha ancora diretto le masse, ma si deve contare a milioni e a decine di milioni. Non basta più chiederci soltanto se abbiamo persuaso l’avanguardia della classe rivoluzionaria, ma anche se le forze storicamente operanti di tutte le classi, di tutte assolutamente le classi di una data società, senza eccezione, sono disposte in modo che la battaglia decisiva sia già del tutto matura, in modo: 1) che tutte le forze di classe che ci sono ostili si siano sufficientemente ingarbugliate, si siano sufficientemente azzuffate fra loro, si siano sufficientemente indebolite in una lotta superiore alle loro forze; 2) che tutti gli elementi intermedi, a differenza della borghesia, esitanti, vacillanti, instabili, e cioè la piccola borghesia, la democrazia piccolo-borghese, si siano sufficientemente smascherati davanti al popolo, si siano sufficientemente screditati col loro fallimento all’atto pratico; 3) che nel proletariato sia sorta e si sia potentemente affermata una tendenza di massa ad appoggiare le azioni rivoluzionarie più decise, più ardite e coraggiose contro la borghesia. Allora la rivoluzione è davvero matura, allora, se abbiamo tenuto nel debito conto tutte le condizioni sopra enunciate e brevemente tratteggiate e se abbiamo scelto bene il momento, la nostra vittoria è sicura.

I dissensi tra i Churchill e i Lloyd George da una parte (questi tipi politici si trovano in tutti i paesi con differenze nazionali trascurabili) e, dall’altra parte, i dissensi fra gli Henderson e i Lloyd George, sono del tutto privi di importanza, sono una piccola cosa dal punto di vista del comunismo puro, cioè astratto, cioè non ancora maturo per l’azione pratica, politica, di massa. Ma, dal punto di vista di questa azione pratica delle masse, questi dissensi sono estremamente importanti. Tutto il compito, tutta l’opera del comunista che voglia essere non soltanto un propagandista cosciente, convinto, fedele ai principi, ma anche un dirigente pratico della masse nella rivoluzione, consiste nel tener conto di questi dissensi, nel determinare il momento in cui, tra questi “amici” giungono a piena maturazione gli inevitabili conflitti che indeboliscono ed estenuano tutti quanti gli “amici” messi insieme. Bisogna unire la più severa devozione alle idee del comunismo con la capacità di addivenire a tutti i compromessi pratici necessari, di manovrare e di patteggiare, di procedere a zigzag, di ritirarsi e così via, per affrettare la realizzazione e il superamento del potere politico degli Henderson (degli eroi della II Internazionale, se non si vuole personalizzare; dei rappresentanti della democrazia piccolo-borghese che si proclamano socialisti); per affrettarne l’inevitabile bancarotta nella pratica, la quale educa le masse appunto secondo il nostro spirito, appunto nella direzione del comunismo; per affrettare gli inevitabili attriti, litigi, conflitti, la rottura completa fra gli Henderson, i Lloyd George, i Churchill (fra i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, i cadetti e i monarchici; fra gli Scheidemann, la borghesia, i seguaci di Kapp, ecc.) e per scegliere giustamente il momento della massima disgregazione fra tutti questi “puntelli della sacra proprietà privata”, al fine di batterli tutti con un risoluto attacco del proletariato e conquistare il potere politico.

La storia in generale, la storia delle rivoluzioni in particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia, più multilaterale, più viva, più “astuta” di quanto immaginino i migliori partiti, le più coscienti avanguardie delle classi più avanzate. E ciò si comprende, giacché le migliori avanguardie rappresentano la coscienza, la volontà, le passioni, la fantasia di decine di migliaia di uomini; ma la rivoluzione viene attuata in un momento di slancio eccezionale e di eccezionale tensione di tutte le facoltà umane, viene attuata dalla coscienza, dalla volontà, dalle passioni, dalla fantasia di molte decine di  milioni di uomini spronati dalla più aspra lotta di classe. Da qui discendono due importantissime conclusioni pratiche. La prima è che la classe rivoluzionaria, per adempiere al suo compito, deve sapersi rendere padrona di tutte le forme o di tutti i lati, senza la minima eccezione, dell’attività sociale (e condurre a termine, dopo la conquista del potere politico, e talvolta con grande rischio e grandissimo pericolo, quel che non era riuscita a terminare prima); la seconda è che la classe rivoluzionaria deve essere pronta alla sostituzione più rapida e inattesa di una forma con l’altra.

Tutti converranno che non è ragionevole ma anzi è perfino delittuosa la condotta di un esercito che non si prepara ad essere padrone di tutte le specie di armi, di tutti i mezzi e di tutti i metodi di lotta che il nemico ha o può avere. Ma ciò vale ancor più per la politica che per le cose militari. In politica sono ancora minori le possibilità di sapere anticipatamente quale mezzo di lotta sarà utile e adatto per noi nelle varie circostanze future. Se non siamo padroni di tutti i mezzi di lotta, possiamo subire una sconfitta terribile - talvolta perfino decisiva - qualora mutamenti, indipendenti dalla nostra volontà, nella situazione delle altre classi, mettono all’ordine del giorno una forma di attività nella quale noi siamo particolarmente deboli. Se siamo padroni di tutti i mezzi di lotta, vinceremo sicuramente, giacché rappresentiamo gli interessi della classe effettivamente avanzata, effettivamente rivoluzionaria, anche se le circostanze non ci permetteranno di adoperare le armi più pericolose per il nemico, le armi che assestano con maggiore rapidità colpi mortali. Sovente i rivoluzionari inesperti pensano che i mezzi legali di lotta sono opportunistici perché in questo campo la borghesia ha ingannato e beffato con maggiore frequenza gli operai (soprattutto nei periodi “pacifici”, non rivoluzionari), e che invece i mezzi illegali siano rivoluzionari. Ma non è vero. Quel che è vero è che i partiti e i capi i quali non sanno o non vogliono (non dite: non posso, dite: non voglio) adoperare i mezzi di lotta illegali in circostanze come quelle, per esempio, della guerra imperialista del 1914-1918, quando la borghesia dei paesi democratici più liberi ingannava gli operai con inaudita sfacciataggine e ferocia e impediva di dire la verità sul carattere brigantesco della guerra, sono opportunisti e traditori della classe operaia. Ma i rivoluzionari che non sanno combinare le forme illegali di lotta con tutte le forme legali, sono pessimi rivoluzionari. Non è difficile essere un rivoluzionario quando la rivoluzione è già scoppiata e divampa, quando tutti aderiscono alla rivoluzione, per una semplice inclinazione, per moda, talvolta anche per ragioni di carriera personale. Poi, dopo la vittoria, il proletariato si deve “liberare” da questi pseudo-rivoluzionari a costo di fatiche durissime, di sofferenze, si può dire di veri martirii. È cosa molto più difficile - e molto più preziosa - saper essere rivoluzionari quando non esistono ancora le condizioni per una lotta diretta, aperta, effettivamente di massa, effettivamente rivoluzionaria; saper propugnare gli interessi della rivoluzione (con la propaganda, con l’agitazione, con l’organizzazione) nelle istituzioni non rivoluzionarie, sovente addirittura reazionarie, in un ambiente non rivoluzionario, fra una massa incapace di comprendere subito la necessità del metodo rivoluzionario di azione. Saper trovare, sentire, determinare giustamente una via concreta, o una particolare svolta degli avvenimenti che avvicini la masse all’ultima, grande lotta rivoluzionaria effettiva e decisiva, questo è il compito principale del comunismo contemporaneo nell’Europa occidentale e nell’America.

Un esempio: l’Inghilterra. Noi non possiamo sapere - e nessuno è in grado di determinare in anticipo - quanto sia prossimo il momento nel quale una vera e propria rivoluzione proletaria divamperà in Inghilterra, e quale sarà il motivo che più di tutti risveglierà, infiammerà e spingerà alla battaglia le grandi masse, oggi ancora assopite. Siamo perciò costretti a condurre tutto il nostro lavoro preparatorio in modo da essere ben ferrati da tutte e quattro le zampe (come diceva volentieri il defunto Plekhanov, quando era ancora marxista e rivoluzionario). È possibile che “apra la breccia”, “rompa il ghiaccio” una crisi parlamentare; oppure una crisi scaturita dalle inestricabili contraddizioni coloniali e imperialiste, che sempre più si accumulano e si acuiscono dolorosamente; oppure un qualsiasi altro caso, ecc. Noi non parliamo del carattere della lotta che deciderà le sorti della rivoluzione proletaria in Inghilterra (questa questione non suscita  dubbi in nessun comunista; essa per noi tutti è risolta, e risolta con fermezza), ma parliamo del motivo che spingerà le masse proletarie, oggi ancora assopite, a mettersi in moto, e che le condurrà sino alla soglia della rivoluzione. Non dimentichiamo che, per esempio, nella repubblica borghese francese, in una situazione la quale, dal punto di vista internazionale e dal punto di vista interno, era cento volte meno rivoluzionaria di quella odierna, bastò un motivo “inatteso”, “piccolo”, come una delle mille e mille azioni disoneste del militarismo reazionario (l’affare Dreyfus), per portare il popolo a un passo dalla guerra civile!

I comunisti in Inghilterra devono utilizzare continuamente, con costanza, con fermezza, le elezioni al Parlamento e tutte le peripezie della politica irlandese, coloniale, imperialista su scala mondiale del governo britannico, e tutti gli altri campi, le altre sfere, gli altri lati della vita sociale, e lavorare dappertutto in modo nuovo, alla maniera comunista, non nello spirito della II, ma della III Internazionale. Mancano qui il tempo e lo spazio per descrivere i metodi della partecipazione “russa”, “bolscevica” alle elezioni parlamentari e alla lotta parlamentare, ma posso assicurare i comunisti stranieri che quella nostra partecipazione non assomigliava affatto alle solite campagne parlamentari dell’Europa occidentale. Di qui si trae spesso la conclusione seguente: “Sta bene, da voi, in Russia, le cose andavano così, ma da noi il parlamentarismo è diverso”. Questa conclusione è sbagliata. I comunisti, i fautori della III Internazionale in tutti i paesi, sono al mondo appunto per trasformare su tutta la linea, in tutti i campi della vita, il vecchio lavoro socialista, tradunionista, sindacalista, parlamentare, in un nuovo lavoro, in un lavoro comunista. Le manifestazioni opportunistiche, schiettamente borghesi, i casi di affarismo e di truffa capitalistica abbondavano anche nelle nostre elezioni. I comunisti nell’Europa occidentale e in America devono imparare a creare un parlamentarismo nuovo, diverso da quello abituale, non opportunistico, non carrierista: il partito dei comunisti lanci le sue parole d’ordine; i veri proletari, con l’aiuto della povera gente non organizzata e completamente schiacciata, diffondano e distribuiscano dei manifestini, visitino le abitazioni degli operai, facciano il giro delle capanne dei proletari agricoli e dei casolari sperduti dei contadini (per fortuna in Europa i villaggi sperduti sono molto meno numerosi che da noi, e in Inghilterra ve ne sono pochissimi), penetrino nelle osterie più popolari, si introducano nei sindacati, nelle società, nelle adunanze occasionali più schiettamente popolari, parlino al popolo, non come dei dotti (e non in forma troppo parlamentare), non diano per nulla la caccia al “posticino” in Parlamento, ma sveglino dappertutto il pensiero, attraggano le masse, prendano in parola la borghesia, utilizzino l’apparato da essa creato, le elezioni da essa indette, gli appelli da essa rivolti a tutto il popolo, facciano conoscere il bolscevismo al popolo come non si è mai riusciti a farlo conoscere (sotto il dominio della borghesia) se non nei periodi elettorali (eccezione fatta, si intende, nel periodo dei grandi scioperi, durante i quali questo identico apparato per l’agitazione fra tutto il popolo lavorava da noi con una intensità ancor maggiore). Far questo nell’Europa occidentale e in America è cosa molto difficile, difficilissima, ma si può e si deve farlo, poiché, in generale, i compiti del comunismo non possono venire adempiuti senza fatica, e bisogna faticare per adempiere i compiti pratici, sempre più multiformi, sempre più collegati con tutti i rami della vita sociale e sempre più atti a strappare un ramo dopo l’altro, un campo dopo l’altro dalle mani della borghesia.

Nella stessa Inghilterra bisogna anche impostare in maniera nuova (non alla maniera socialista, ma alla maniera comunista, non alla maniera riformista, ma alla maniera rivoluzionaria) il lavoro di propaganda, di agitazione, di organizzazione nell’esercito e fra le nazionalità oppresse e menomate dei loro diritti in seno al “proprio” Stato (Irlanda, colonie). Perché in tutti questi campi della vita sociale, nell’epoca dell’imperialismo in generale e sopratutto dopo la guerra, che ha estenuato i popoli e ha aperto loro rapidamente gli occhi alla verità (e precisamente a questa: che decine di milioni di uomini sono stati uccisi e mutilati soltanto per decidere se dovevano essere i predoni inglesi o quelli tedeschi a spogliare una maggior numero di paesi), in tutti questi campi si accumulano in grande quantità materie infiammabili e si  crea un numero particolarmente grande di motivi di conflitti, di crisi, di inasprimento della lotta di classe. Noi non sappiamo, né possiamo sapere quale scintilla - fra le innumerevoli scintille che ora si sprigionano in tutti i paesi sotto l’influsso della crisi economica e politica mondiale - sarà in grado di far scoppiare l’incendio, nel senso di un risveglio eccezionale delle masse, e abbiamo quindi l’obbligo di consacrarci, con i nostri principi nuovi, comunisti, a “lavorare” in tutti i campi, di qualsiasi genere, anche nei più vecchi, nei più rancidi e apparentemente infecondi, perché altrimenti non saremo all’altezza del compito, non saremo poliedrici, non saremo padroni di tutte le specie di armi, non ci prepareremo né alla vittoria sulla borghesia (che ha organizzato in modo borghese - e ora disorganizza - tutti i campi della vita pubblica), né alla imminente riorganizzazione comunista di tutta la vita dopo questa vittoria.

Dopo la rivoluzione proletaria in Russia e le vittorie inattese - per la borghesia e per i filistei - riportate da questa rivoluzione su scala internazionale, il mondo intero è oggi cambiato, e anche la borghesia è cambiata dappertutto. Essa è impaurita dal “bolscevismo”, è furibonda contro di esso fin quasi alla follia e, appunto per questo, da una parte affretta lo sviluppo degli avvenimenti e, dall’altra, rivolge tutta la sua attenzione al soffocamento violento del bolscevismo, indebolendo, con ciò stesso, le proprie posizioni in un buon numero di altri campi. Di ambedue queste circostanze i comunisti di tutti i paesi progrediti devono tener conto nella loro tattica.

Quando i cadetti russi e Kerenski scatenarono una caccia feroce contro i bolscevichi - specialmente nell’aprile 1917 e ancor più nel giugno e nel luglio 1917 - essi “passarono la misura”. Milioni di copie di giornali borghesi che urlavano su tutti i toni contro i bolscevichi, contribuivano a spingere le masse a dare il loro giudizio sul bolscevismo, e ciò mentre, oltre alla stampa, tutta la vita pubblica, proprio grazie allo “zelo” della borghesia, echeggiava di discussioni intorno al bolscevismo. Oggi, su scala internazionale, i milionari di tutti i paesi si comportano in modo tale che noi dobbiamo essere loro grati di tutto cuore. Essi perseguitano il bolscevismo con lo stesso zelo col quale lo perseguitavano Kerensky e compagni; anche essi “passano la misura” e ci aiutano così come Kerensky ci ha aiutati. Quando la borghesia francese mette il bolscevismo al centro della sua agitazione elettorale e accusa di bolscevismo dei socialisti relativamente moderati o tentennanti; quando la borghesia americana perdendo completamente la testa, imprigiona migliaia e migliaia di persone per sospetto di bolscevismo e crea un’atmosfera di panico, diffondendo dappertutto notizie di congiure bolsceviche; quando la borghesia inglese, la borghesia più “solida” del mondo, malgrado tutta la sua prudenza, la sua esperienza, commette incredibili sciocchezze, fonda ricchissime “società per la lotta contro il bolscevismo”, crea una letteratura speciale sul bolscevismo, recluta per la lotta contro il bolscevismo un numero supplementare di dotti, di agitatori, di preti, noi dobbiamo inchinarci e ringraziare i signori capitalisti. Essi lavorano per noi. Essi ci aiutano a interessare le masse alle questioni dell’essenza e del significato del bolscevismo. E non possono fare diversamente, perché ormai non sono riusciti a “passare sotto silenzio”, a soffocare il bolscevismo.

Ma, nello stesso tempo, la borghesia vede quasi uno solo dei lati del bolscevismo: l’insurrezione, la violenza, il terrore; e perciò la borghesia si sforza di prepararsi particolarmente alla difesa e alla resistenza in questo campo. È possibile che in singoli casi, in singoli paesi, per un breve periodo di tempo essa vi riesca: bisogna tener conto di questa eventualità e non c’è proprio nulla di terribile per noi se essa potrà riuscirvi. Il comunismo “prorompe” vigorosamente da tutti i lati della vita pubblica; i suoi germi si trovano dappertutto; l’“infezione” (per impiegare l’espressione preferita dalla borghesia e dalla polizia borghese e il paragone che ad esse è più “gradito”) è penetrata fortemente nell’organismo e lo ha impregnato tutto. “Ostruita” con particolare diligenza un’uscita, l’“infezione” se ne trova un’altra, magari la più inattesa. La vita fa valere i suoi diritti. La borghesia può dibattersi, infuriarsi fino alla follia, può esagerare, può commettere sciocchezze, può vendicarsi anticipatamente dei bolscevichi e ammazzare a centinaia, a migliaia, a centinaia di migliaia i bolscevichi di ieri e di domani (in India, in Ungheria, in Germania, ecc.). Con questo suo modo di agire, la borghesia  fa ciò che fecero nel passato tutte le classi condannate a morte dalla storia. I comunisti devono sapere che, in ogni caso, l’avvenire appartiene loro, e quindi noi possiamo (e dobbiamo) unire alla massima passione nella grande lotta rivoluzionaria, la valutazione più fredda e spassionata dei furiosi soprassalti della borghesia. La rivoluzione russa fu crudelmente battuta nel 1905; i bolscevichi russi furono sconfitti nel luglio 1917; più di 15 mila comunisti tedeschi furono uccisi mediante l’abile provocazione e le astute manovre di Scheidemann e di Noske, in combutta con la borghesia e i generali monarchici; in Finlandia e in Ungheria infuria il terrore bianco. Ma in tutti i casi e in tutti i paesi, il comunismo si tempra e cresce sempre; le sue radici sono così profonde che le persecuzioni non lo indeboliscono, non lo spossano, ma lo rafforzano. Per avviarci più sicuri e più saldi alla vittoria, ci manca una cosa sola: e cioè che tutti i comunisti di tutti i paesi acquistino la coscienza meditata a fondo della necessità di essere quanto più possibile flessibili nella loro tattica. Al comunismo che si sviluppa rigogliosamente, specialmente nei paesi più progrediti, manca ora questa coscienza e la capacità di applicarla nella pratica.

Un utile insegnamento potrebbe (e dovrebbe) essere ciò che è avvenuto con i capi della II Internazionale, con dei marxisti così sapienti e così devoti al socialismo, come Kautsky, Otto Bauer e altri. Essi erano pienamente coscienti della necessità di una tattica flessibile, avevano studiato e insegnato agli altri la dialettica marxista (e molto di quanto essi hanno fatto a questo riguardo rimarrà per sempre prezioso patrimonio della letteratura socialista); ma nell’applicazione di questa dialettica hanno commesso un tale errore, ovvero nella pratica si sono dimostrati così non dialettici, si sono dimostrati così incapaci di valutare il rapido mutare delle forme e il rapido riversarsi nelle vecchie forme di un nuovo contenuto, che la loro sorte non è molto più invidiabile della sorte di Hyndmann, di Guesde, di Plekhanov. La causa principale della loro bancarotta sta nel fatto che essi “sono rimasti in contemplazione” di una determinata forma di sviluppo del movimento operaio e del socialismo, hanno dimenticato che quella forma è unilaterale, hanno avuto paura di assistere alla brusca svolta che era divenuta inevitabile a causa della condizioni oggettive, e hanno continuato a ripetere verità semplici e risapute, a prima vista incontestabili: tre è maggiore di due. Ma la politica assomiglia più all’algebra che all’aritmetica e più ancora alla matematica superiore che alla matematica elementare. In realtà, tutte le vecchie forme del movimento socialista si erano impregnate di un nuovo contenuto; davanti alle cifre era perciò comparso un nuovo segno: il “meno”. Ma i nostri sapientoni continuavano (e continuano tuttora) ad affermare a sé e agli altri che -3 è più di -2.

Bisogna sforzarsi di evitare che i comunisti ripetano in un altro senso gli stessi errori; o meglio, bisogna sforzarsi di correggere più presto e di superare più rapidamente, senza nuocere all’organismo, lo stesso errore ma in direzione opposta, che i comunisti “di sinistra” commettono. È un errore anche il dottrinarismo di sinistra e non soltanto il dottrinarismo di destra. Naturalmente, l’errore del dottrinarismo di sinistra nel comunismo è in questo momento mille volte meno pericoloso e meno importante dell’errore del dottrinarismo di destra (cioè del social-sciovinismo e del kautskismo); ma è meno pericoloso soltanto perché il comunismo di sinistra è una corrente molto giovane, appena nata. Soltanto per questo la malattia, date certe condizioni, può essere facilmente curata; ed è necessario intraprendere questa cura con la massima energia.

Le vecchie forme sono crollate, perché il nuovo contenuto - contenuto antiproletario e reazionario - ha raggiunto uno sviluppo smisurato. Oggi, dal punto di vista dello sviluppo del comunismo internazionale, il nostro lavoro (per il potere sovietico e per la dittatura del proletariato) ha un contenuto così saldo, così forte, così potente che può e deve manifestarsi in qualsiasi forma, nelle nuove come nelle vecchie forme, che può e deve rinnovare, vincere, subordinare a sé tutte le forme, non soltanto le nuove, ma anche le vecchie; non già per riconciliarsi col passato, ma per trasformare tutte le più svariate forme, le vecchie come le nuove, in strumenti della vittoria piena e definitiva, decisiva e irrevocabile del  comunismo.

I comunisti devono fare tutti gli sforzi per incanalare il movimento operaio e lo sviluppo sociale in genere, per la via più diretta e più rapida, verso la vittoria mondiale del potere sovietico e verso la dittatura del proletariato. È un verità incontestabile. Ma basta fare ancora un piccolo passo oltre - anche se sembra un passo nella medesima direzione - perché la verità si cambi in errore. Basta dire, come dicono i comunisti di sinistra tedeschi e inglesi, che noi riconosciamo soltanto una via, quella dritta, che non ammettiamo nessun destreggiamento, nessun accordo, nessun compromesso, e questo è già un errore capace di recare, e che in parte ha già recato e reca, un gravissimo danno al comunismo. Il dottrinarismo di destra si è impantanato a riconoscere soltanto le vecchie forme, e il suo fallimento è stato completo perché non ha notato il nuovo contenuto. Il dottrinarismo di sinistra si impunta nella negazione assoluta di determinate vecchie forme, e non vede che il nuovo contenuto si apre la strada attraverso ogni e qualsiasi forma, che il nostro dovere, come comunisti, è quello di acquistare la padronanza di tutte le forme, di apprendere a completare, con la massima rapidità, una forma per mezzo dell’altra, a sostituire una forma con l’altra, ad adattare la nostra tattica a qualsiasi cambiamento che non sia causato dalla nostra classe né dai nostri sforzi.

La rivoluzione mondiale è spinta avanti e così potentemente accelerata dagli orrori, dalle infamie, dalle turpitudini della guerra imperialista mondiale e dalla mancanza di ogni via di uscita dalla situazione che essa ha creata; questa rivoluzione si sviluppa in estensione e in profondità con tale magnifica rapidità, con così meravigliosa ricchezza di forme che si avvicendano, con così edificante confutazione pratica di ogni dottrinarismo, che vi sono tutte le ragioni per sperare in una sollecita e perfetta guarigione del movimento comunista internazionale dalla malattia infantile del comunismo “di sinistra”.

 

APPENDICE

12 maggio 1920

Prima che le case editrici del nostro paese riuscissero a pubblicare il mio opuscolo (gli imperialisti di tutto il mondo, per vendicarsi della rivoluzione proletaria, hanno depredato e continuano a depredare il nostro paese e a mantenere il blocco nonostante tutte le promesse fatte ai loro operai), sono giunti dall’estero dei documenti complementari. Pur non pretendendo affatto di dare nel mio opuscolo altro che i rapidi appunti di un pubblicista, voglio toccare brevemente alcuni punti.

 

I. La scissione dei comunisti tedeschi

La scissione dei comunisti in Germania è divenuta una realtà. I “sinistri” o “opposizione di principio” hanno formato un loro “Partito operaio comunista” distinto dal “Partito comunista”. In Italia, a quanto sembra, si va pure verso la scissione; dico a quanto sembra perché ho soltanto qualche numero nuovo (i numeri 7 e 8) del periodico di sinistra Il Soviet in cui viene apertamente discussa la possibilità e la necessità della scissione, e si parla di una conferenza della frazione degli “astensionisti” (o boicottisti, cioè degli avversari della partecipazione al Parlamento), la quale, fino ad ora, fa parte del Partito socialista italiano.

C’è da temere che la scissione [dei comunisti] dai “sinistri”, dagli antiparlamentari (che sono in parte anche antipolitici, avversari del partito politico e del lavoro nei sindacati), diventi fenomeno internazionale, simile alla scissione dai “centristi” (o kautskiani, longuettisti, “indipendenti”, ecc.). E sia. La scissione è in ogni caso preferibile alla confusione, che è di ostacolo allo sviluppo ideologico, teorico e rivoluzionario del partito, alla maturazione del partito e al suo lavoro pratico, concorde, realmente organizzato che prepara realmente la dittatura del proletariato.

 I “sinistri” si mettano dunque praticamente alla prova, su scala nazionale e internazionale, provino a preparare la dittatura del proletariato (e poi ad attuarla) senza un partito rigorosamente centralizzato e sottoposto a una ferrea disciplina, senza la capacità di dominare tutti i campi, tutti i rami, tutte le svariate forme del lavoro politico e culturale. L’esperienza pratica li istruirà ben presto.

Bisogna soltanto tendere tutte le energie affinché la scissione coi “sinistri” non ostacoli, od ostacoli il meno possibile, la fusione in un solo partito - che è necessaria ed è inevitabile in un non lontano avvenire - di tutti i militanti del movimento operaio che sono sinceramente e onestamente per il potere sovietico e per la dittatura del proletariato. In Russia, la grande fortuna dei bolscevichi fu che essi ebbero quindici anni di tempo per condurre una lotta sistematica e a fondo sia contro i menscevichi (cioè contro gli opportunisti e i “centristi”), che contro i “sinistri”, molto prima della lotta immediata delle masse per la dittatura del proletariato. In Europa e in America bisogna ora compiere lo stesso lavoro a “tappe forzate”. Le singole persone, soprattutto gli sfortunati aspiranti capi, possono (se fa loro difetto la disciplina proletaria e l’onestà verso se stessi) persistere a lungo nei loro errori; ma quando il momento sarà maturo, le masse operaie si uniranno, e uniranno rapidamente e facilmente tutti i comunisti sinceri in un solo partito atto a istaurare il regime sovietico e la dittatura del proletariato. *[Sul problema della futura fusione dei comunisti “di sinistra”, degli antiparlamentaristi con i comunisti in genere, desidero ancora rilevare quanto segue. Nella misura in cui sono riuscito a esaminare i giornali dei comunisti “di sinistra” e dei comunisti in genere in Germania, osservo che i primi hanno sui secondi il vantaggio di saper meglio condurre l’agitazione tra le masse. Qualcosa di analogo avevo già più d’una volta riscontrato - ma in proporzioni minori e in singole organizzazioni locali, non su scala nazionale - nella storia del partito bolscevico. Per esempio, negli anni 1907-1908 i bolscevichi “di sinistra” svolgevano talvolta e in alcune località l’agitazione tra le masse con maggiore efficacia di noi. Questo si spiega in parte col fatto che, in un momento rivoluzionario o quando i ricordi della rivoluzione sono ancora vivi, è più facile accostarsi alle masse con la tattica della “semplice” negazione. Ma questo non è ancora un argomento a sostegno della validità di questa tattica. In ogni caso è assolutamente indubbio che un partito comunista, il quale voglia essere di fatto l’avanguardia, il reparto avanzato della classe rivoluzionaria, dei proletariato, e inoltre voglia imparare a dirigere le grandi masse, non soltanto proletarie, ma anche non proletarie, dei lavoratori e degli sfruttati, ha l’obbligo di saper fare la propaganda, di saper organizzare e fare agitazione nel modo più accessibile, più intelligibile, più chiaro e vivace sia per i “sobborghi” industriali che per le campagne.]*

 

 

(capitolo omesso)

II. I comunisti e gli “indipendenti” in Germania

 

 

III. Turati e compagnia in Italia

I numeri sopra citati del giornale italiano Il Soviet confermano pienamente ciò che ho detto nel mio opuscolo a proposito degli errori del Partito socialista italiano, che tollera nelle sue file simili membri e perfino un simile gruppo di parlamentari. Ciò è confermato ancor meglio da un testimone estraneo, quale il corrispondente romano del giornale inglese borghese liberale The Manchester Guardian che pubblica, nel n. 12 del marzo 1920, una sua intervista con Turati: “...Il signor Turati - scrive questo corrispondente - pensa che il pericolo rivoluzionario non sia tale da provocare in Italia timori che sarebbero infondati. I massimalisti giocano col fuoco delle teorie sovietiche soltanto per mantenere le masse in uno stato di tensione e di eccitazione. Queste teorie sono tuttavia concezioni puramente leggendarie, programmi im maturi, che non servono per alcun uso pratico. Sono buone soltanto per tenere le masse lavoratrici in uno stato di attesa. Perfino coloro che le adoperano per adescare, per abbagliare il proletariato, si vedono costretti a condurre una lotta quotidiana per conquistare qualche miglioramento economico, spesso insignificante, al fine di allontanare il momento in cui le masse lavoratrici perderanno le loro illusioni e la fede nei loro miti preferiti. Di qui il lungo periodo di scioperi di tutte le dimensioni e per i più svariati motivi, fino agli ultimi scioperi degli impiegati postali e dei ferrovieri, scioperi che hanno reso ancor più grave la già difficile situazione del paese. Il paese è irritato a causa delle difficoltà connesse col problema adriatico, è schiacciato dal suo debito estero, dall’eccessiva emissione di carta moneta, e tuttavia è ancor lontano dall’essere consapevole della necessità di imporsi quella disciplina del lavoro che sola è in grado di ristabilire l’ordine e la prosperità...”.

È chiaro come il sole che il corrispondente del giornale inglese, nella sua chiacchierata, si è lasciato sfuggire una verità che, verosimilmente, in Italia viene mascherata e travestita dallo stesso Turati e dai suoi difensori, complici e ispiratori borghesi. La verità è che le idee e il lavoro politico dei signori Turati, Treves, Modigliani, Dugoni e soci sono effettivamente e precisamente quali li rappresenta il corrispondente inglese. Questo è vero e proprio socialtradimento. Che cosa vale la sola difesa dell’ordine e della disciplina per gli operai che si trovano nella schiavitù del salario, che lavorano per il profitto dei capitalisti! E come li conosciamo bene, noi russi, tutti questi discorsi menscevichi! Quanto è prezioso il riconoscimento che le masse sono per il potere dei Soviet! Quanto è ottusa e trivialmente borghese l’incomprensione della funzione rivoluzionaria degli scioperi di massa che crescono spontaneamente! Sì, il corrispondente del giornale liberale borghese inglese ha reso un pessimo servizio ai signori Turati e soci e ha confermato nel modo migliore che Bordiga e i suoi amici del giornale Il Soviet hanno ragione di esigere che il Partito socialista italiano, se vuole essere realmente per la III Internazionale, scacci dalle sue file, con ignominia, i signori Turati e soci e diventi un partito comunista, sia per il suo nome sia per le sue azioni.

 

IV. Conclusioni sbagliate da giuste premesse

Ma Bordiga e i suoi amici “di sinistra”, dalla loro giusta critica contro i signori Turati e soci, traggono la conclusione sbagliata che ogni partecipazione al Parlamento è per principio dannosa. I “sinistri” italiani non possono addurre neppure l’ombra di un argomento serio in favore di questa opinione. Essi ignorano semplicemente (o cercano di dimenticare) gli esempi internazionali di una utilizzazione dei Parlamenti borghesi effettivamente rivoluzionaria e comunista, incontestabilmente utile alla preparazione della rivoluzione proletaria. Essi non immaginano neppure una “nuova” utilizzazione del parlamentarismo e continuano a strepitare, ripetendosi senza fine, a proposito della utilizzazione “vecchia”, non bolscevica, del parlamentarismo.

In ciò sta appunto il loro errore fondamentale. Non soltanto nel campo parlamentare, ma in tutti i campi di attività, il comunismo deve introdurre (e non vi riuscirà senza un lungo e perseverante, tenace lavoro) ciò che vi è di nuovo dal punto di vista dei principi, ciò che rompe radicalmente con le tradizioni della II Internazionale (conservando e sviluppando al tempo stesso ciò che la II Internazionale ha dato di buono).

Prendiamo pure, ad esempio l’attività giornalistica. Giornali, opuscoli, manifesti compiono un lavoro necessario di propaganda, di agitazione, di organizzazione. In un paese più o meno civile, nessun movimento di massa può fare a meno di un apparato giornalistico. E nessuno strepito contro i “capi”, nessun giuramento di serbare immuni le masse dalle influenze dei capi potrà liberarci dalla necessità di utilizzare, per questo lavoro, delle persone che provengono da ambienti intellettuali borghesi né potrà liberarci dall’ambiente, dall’atmosfera della democrazia borghese, della proprietà privata in cui questo lavoro è compiuto in regime capitalista. Due anni e mezzo dopo l’abbattimento della borghesia e  la conquista del potere politico da parte del proletariato, vediamo ancora intorno a noi questa atmosfera, questo ambiente di rapporti democratico-borghesi, di proprietà privata tra le masse (fra i contadini e gli artigiani).

Il parlamentarismo è una forma di lavoro, il giornalismo un’altra. Il contenuto può in ambedue essere comunista e deve essere comunista, se coloro che lavorano nell’uno e nell’altro campo sono veramente comunisti, sono veramente membri del partito proletario di massa. Ma nell’uno e nell’altro campo - e in qualsiasi sfera di lavoro in regime capitalista e durante la transizione dal capitalismo al socialismo - è impossibile evitare quelle difficoltà, quei compiti particolari che il proletariato deve superare e risolvere per utilizzare, ai propri fini, le persone provenienti dall’ambiente borghese, per vincere i pregiudizi e le influenze intellettuali borghesi, per fiaccare la resistenza dell’ambiente piccolo-borghese (e in seguito trasformarlo completamente).

Prima della guerra del 1914-1918 non abbiamo forse visto in tutti i paesi una straordinaria abbondanza di esempi, in cui anarchici, sindacalisti e simili ultra “sinistri” fulminavano il parlamentarismo, schernivano i parlamentari socialisti trivialmente imborghesiti, ne staffilavano crudelmente il carrierismo, ecc., ecc., - mentre loro stessi, per mezzo del giornalismo, per mezzo del lavoro nei sindacati facevano la stessa carriera borghese? Non sono forse tipici gli esempi dei signori Jouhaux e Merrheim, per limitarci alla Francia?

La puerilità della “negazione” della partecipazione al Parlamento sta appunto nel credere di “risolvere”, in questo modo “semplice”, “facile” e pseudorivoluzionario il difficile problema della lotta contro le influenze democratico-borghesi in seno al movimento operaio, mentre in realtà si fugge soltanto la propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi davanti alla difficoltà e si cerca soltanto di liberarsene con delle parole. Il carrierismo più sfacciato, l’utilizzazione borghese dei comodi posticini parlamentari, la contraffazione sfacciatamente riformista del lavoro parlamentare, il volgare consuetudinarismo piccolo-borghese - tutti questi sono, senza dubbio, tratti caratteristici abituali e prevalenti che il capitalismo genera dovunque e non soltanto fuori, ma anche in seno al movimento operaio. Ma il capitalismo e l’ambiente borghese da esso creato (che perfino dopo l’abbattimento della borghesia scompare soltanto con molta lentezza perché i contadini [i lavoratori autonomi] riproducono sempre la borghesia) producono, assolutamente in tutti i campi del lavoro e della vita, un carrierismo borghese, uno sciovinismo nazionalista, una grettezza piccolo-borghese, ecc. sostanzialmente identici e che differiscono solo per insignificanti varietà di forma.

Voi sembrate a voi stessi “terribilmente rivoluzionari”, cari astensionisti e antiparlamentaristi, ma in realtà vi siete spaventati per le difficoltà relativamente piccole della lotta contro le influenze borghesi in seno al movimento operaio, mentre la vostra vittoria - cioè l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato - creerà quelle stesse difficoltà in misura ancora maggiore, incommensurabilmente maggiore. Vi siete spaventati come bambini per una piccola difficoltà che oggi vi sta di fronte, e non capite che, domani o dopodomani, dovrete pure imparare, imparare a fondo, a vincere le stesse difficoltà, in proporzioni incommensurabilmente maggiori.

In regime sovietico, un numero ancor maggiore di intellettuali borghesi si infiltreranno nel vostro e nel nostro partito proletario. Essi si insinueranno nei Soviet, nei tribunali e nell’amministrazione, perché il comunismo non si può fondare se non con il materiale umano creato dal capitalismo, perché non si possono mettere al bando e annientare gli intellettuali borghesi ma bisogna vincerli, rifarli, trasformarli, rieducarli, così come si devono rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno della dittatura del proletariato, i proletari stessi che dai loro propri pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in bianco, per miracolo, per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d’ordine, di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di massa. Nel regime dei Soviet questi stessi compiti, che ora gli antiparlamentari respingono così fieramente, così altezzosamente e con tanta leggerezza, così puerilmente con un gesto della mano, questi stessi compiti risor gono in seno ai Soviet, in seno all’amministrazione sovietica, fra i “difensori giudiziari” sovietici (in Russia noi abbiamo abolito l’avvocatura borghese, e abbiamo fatto bene; ma essa rinasce sotto il manto dei “difensori giudiziari”[21] “sovietici”). Fra gli ingegneri sovietici, fra i maestri sovietici, fra gli operai privilegiati, cioè più altamente qualificati e meglio trattati nelle fabbriche sovietiche, noi vediamo un costante risorgere di tutti, assolutamente tutti i tratti negativi che sono propri del parlamentarismo borghese, e soltanto per mezzo di una lotta ripetuta, instancabile, lunga, tenace dell’organizzazione e della disciplina proletarie noi vinceremo gradualmente questo male.

 

21. Questi collegi di avvocati furono costituiti nel febbraio 1918 presso i Soviet dei deputati degli operai, dei soldati, dei contadini e dei cosacchi. Furono poi soppressi nell’ottobre 1920.

 

Certo, sotto il dominio della borghesia è molto “difficile” vincere le abitudini borghesi nel nostro partito, cioè nel partito operaio. È “difficile” cacciar via dal partito i soliti capi parlamentari - ai quali ci si è assuefatti - incurabilmente corrotti dai pregiudizi borghesi; è “difficile” sottomettere alla disciplina proletaria il gran numero di elementi provenienti dalla borghesia che ci sono assolutamente necessari (anche se in quantità strettamente limitata); è “difficile” creare in un Parlamento borghese un gruppo comunista perfettamente degno della classe operaia; è “difficile” ottenere che i parlamentari comunisti non si balocchino con i gingilli parlamentari borghesi, ma svolgano l’urgente lavoro di propaganda, di agitazione e di organizzazione tra le masse. Tutto ciò è “difficile”, non c’è dubbio; è stato difficile in Russia ed è incomparabilmente più difficile nell’Europa occidentale e in America, dove la borghesia, la tradizione democratica borghese, ecc. sono molto più forti.

Ma tutte queste sono “difficoltà” veramente da bambini di fronte ai compiti, assolutamente dello stesso genere, che il proletariato dovrà inevitabilmente risolvere per vincere, durante la rivoluzione proletaria e dopo aver conquistato il potere politico. In confronto a tali compiti, realmente giganteschi, che si pongono durante la dittatura del proletariato, quando bisognerà rieducare milioni di contadini e di piccoli proprietari, centinaia di migliaia di impiegati, di funzionari, di intellettuali borghesi, subordinarli tutti allo Stato proletario e alla direzione proletaria, vincere le loro abitudini e tradizioni borghesi - in confronto con questi compiti giganteschi, è un gioco da bambini formare in regime borghese, in un Parlamento borghese, un gruppo parlamentare effettivamente comunista di un vero partito proletario.

Se i compagni “di sinistra” e antiparlamentari non impareranno fin d’ora a superare nemmeno una difficoltà così piccola, si può dire con certezza che essi o non saranno in grado di instaurare la dittatura del proletariato e di subordinare a sé e di trasformare su grande scala gli intellettuali borghesi e le istituzioni borghesi, o dovranno completare in fretta la loro educazione, e con questa fretta recheranno danni immensi alla causa del proletariato, commetteranno un numero maggiore di errori, dimostreranno debolezza e incapacità superiori alla media, e così via.

Finché la borghesia non è abbattuta e finché, poi, non sono del tutto scomparse la piccola azienda e la piccola produzione di merci, l’ambiente borghese, le abitudini del proprietario, le tradizioni piccolo-borghesi danneggeranno il lavoro proletario, all’esterno come all’interno del movimento operaio, non soltanto nella sfera dell’attività parlamentare, ma inevitabilmente in tutti i campi dell’attività sociale, in tutti i campi, nessuno escluso, della politica e della cultura. Un gravissimo errore, che bisognerà poi sicuramente pagare duramente, è il tentativo di respingere, di sottrarsi ora a uno di questi compiti o di queste difficoltà “sgradevoli” nell’uno o nell’altro campo di lavoro. Bisogna studiare e imparare a divenire padroni di tutti i campi di lavoro e di attività, senza eccezione, vincere tutte le difficoltà e tutte le consuetudini, le tradizioni, le abitudini borghesi dovunque e dappertutto. Una diversa impostazione della questione non è una cosa seria, è semplicemente puerile.