La Voce  56 - anno XIX, luglio 2017 - in formato PDF - Formato Open Office - Formato Word

del (nuovo)Partito comunista italiano

Due linee nel movimento del nostro paese

Come valorizzare Eurostop per far avanzare la rivoluzione socialista

Ai fini della rinascita del movimento comunista nel nostro paese, uno degli aspetti positivi della fondazione del movimento sociale e politico Eurostop deciso da Rete dei Comunisti (RdC) e altri gruppi promotori nella riunione del 1° luglio al circolo Intifada di Roma, consiste nel fatto che RdC e il nuovo movimento presentano le concezioni e gli obiettivi della sinistra borghese colorandoli di comunismo, mascherandoli con argomentazioni e riferimenti tratti dal movimento comunista. Così facendo essi certamente fuorviano alcuni che, non abituati a ragionare, abboccano credendo di aver aderito al movimento comunista, ma avendo precisato la loro linea inducono chi è abituato a ragionare e oggi è mobilitato da questa e affini iniziative della sinistra borghese, a constatare il contrasto tra concezione e obiettivi della sinistra borghese e la rivoluzione socialista promossa dai comunisti che punta ad instaurare in Italia il socialismo, fase inferiore del comunismo.

Per comprendere i termini con cui il contrasto si presenta nel caso particolare e mettersi in grado di aiutare altri a comprenderlo invitiamo i nostri compagni a studiare il documento preparatorio del Convegno che RdC e LCC (Laboratorio Comunista Casamatta) hanno tenuto a Napoli il 12 maggio. Per loro lo pubblichiamo qui di seguito, pagg. 31-37, benché sia consultabile e registrabile, con l’audio delle relazioni e dei singoli interventi, all’indirizzo Internet:

http://www.rivoluzione2017.com/2017/05/24/considerazioni-sullattualita

La linea che questo documento espone è più chiaramente illustrata dalla relazione di Francesco Piccioni allo stesso Convegno e dalla replica di Piccioni all’intervento di Fabiola D’Aliesio del P.CARC. I discorsi di Piccioni sono disponibili in audio all’indirizzo Internet sopra indicato.

 

Balza agli occhi di chi ragiona la contraddizione logica in cui si ingolfano gli autori del documento.

Da una parte proclamano che “il risultato più evidente delle politiche di ristrutturazione post-fordista della produzione e del mondo del lavoro e delle politiche di sostegno all’accumulazione del capitale finanziario transnazionale nella fase globale della sua espansione è sicuramente l’insieme delle condizioni di frammentazione, flessibilità, precarietà lavorativa ed esistenziale, stratificazione complessa della forza-lavoro, che costituiscono oggi la dimensione oggettiva della debolezza negoziale, organizzativa e soggettiva (in termini di identità di classe) della classe dei lavoratori salariati”. In sintesi: la classe operaia ha cessato di esistere come attore della lotta per il potere a causa dei cambiamenti introdotti dalla borghesia nel processo lavorativo, al rivoluzionamento da essa compiuto nelle forze produttive della società.

E dall’altra propongono che “nello stato attuale di frammentazione, stratificazione e precarizzazione della forza-lavoro funzionale e conseguente all’estensione della modalità di accumulazione flessibile dell’organizzazione post-fordista della produzione, gli obiettivi economici e sociali che possono favorire la ricomposizione oggettiva delle classi salariate, quindi l’unità di occupati e non occupati, il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro e, più in generale, la ricostruzione delle condizioni oggettive dell’unità e della solidarietà di classe, del potere contrattuale dei lavoratori e della loro partecipazione attiva alla vita politica, sono da considerarsi tutte come possibili obiettivi immediati della lotta economica e politico-sociale dei comunisti per la riconfigurazione del conflitto capitale-lavoro”. In sintesi: la classe operaia ritornerà ad esistere come attore della lotta per il potere grazie alla “lotta economica e politico-sociale dei comunisti per la riconfigurazione del conflitto capitale-lavoro” (che è come l’instaurazione del socialismo attraverso le riforme di struttura e la via parlamentare promessa da Togliatti).

 Detto in altri termini, da una parte RdC e LCC affermano che l’eliminazione della classe operaia come attore della lotta per il potere è un effetto della ristrutturazione industriale fatta dalla borghesia, mentre in realtà è frutto dell’azione di disgregazione e dissoluzione del PCI compiuta dai revisionisti moderni a partire dalla rinuncia di Togliatti e dei suoi seguaci a proseguire la rivoluzione socialista dopo la vittoria della Resistenza e alla scelta alternativa di incorporarsi nella Repubblica Pontificia. Ma subito dopo RdC e LCC affermano che la classe operaia può diventare nuovamente attore della lotta per il potere grazie alla loro attività (che chiamano “lotta economica e politico-sociale dei comunisti per la riconfigurazione del conflitto capitale-lavoro”). Le attuali condizioni sarebbero il risultato della ristrutturazione produttiva. Ma esse verrebbero ribaltate (si ritornerebbe cioè allo stato precedente a quello prodotto dalla ristrutturazione produttiva) grazie alle campagna NO Euro, NO UE, NO NATO o campagne analoghe e magari, se le cose nella sinistra borghese si aggiusteranno, presentando una propria lista alle prossime elezioni politiche.

La coerenza logica non è il loro forte. RdC e LCC sostengono infatti una cosa e il suo contrario: da una parte che il ruolo politico della classe operaia è un fattore oggettivo, frutto dell’organizzazione del processo lavorativo; dall’altra che è un fattore soggettivo, frutto dell’attività dei comunisti. Da una parte dicono che è il risultato della collocazione della classe operaia nel processo produttivo; dall’altra dicono che è il risultato dell’organizzazione e della coscienza della classe operaia stessa. Da una parte non c’è autonomia della politica dall’economia, dall’altra c’è autonomia della politica dall’economia. La sintesi, che spiega la caduta di RdC e LCC nella contraddizione logica, è l’adesione alla concezione della “composizione politica di classe”: le classi si distinguerebbero per la loro coscienza e il loro ruolo nella lotta politica (la formula che maschera un po’ la sostanza è “composizione di classe quale sintesi tra condizioni soggettive e oggettive della spontaneità delle masse”). Noi marxisti al contrario sosteniamo che la classe operaia è definita dalla sua collocazione e dal suo ruolo nel sistema sociale della produzione e distribuzione. Ha scritto lapidariamente Lenin: “si chiamano classi quei grandi gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più sanciti e fissati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per la misura della parte di ricchezza sociale di cui dispongono e per il modo in cui la ricevono e ne godono. Le classi sono gruppi di persone, dei quali l’uno può appropriarsi del lavoro dell’altro, a seconda del differente posto che esso occupa in un determinato sistema di economia sociale” (La grande iniziativa (1919), in Opere Complete vol. 29, riportato anche nel nostro Manifesto Programma, nota 4 pag. 251). La composizione politica di classe, l’identificazione delle classi in base alle opinioni che professano e alla posizione che assumono nello schieramento politico, fa parte della paccottiglia teorica dell’operaismo (di Toni Negri e i suoi maestri operaisti) che a loro volta l’hanno derivata dalla Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno & Co). Secondo questa scuola i rapporti di produzione sono incorporati nelle forze produttive. Al tempo del “capitalismo dal volto umano” dicevano che l’operaio era integrato nel sistema capitalista. Noi comunisti diciamo: contraddizione tra rapporti di produzione (proprietà privata, capitalismo) e forze produttive (sociali, collettive) e azione del movimento comunista facendo leva su di essa. Loro dicono: integrazione dei rapporti di produzione nelle forze produttive e spontaneità delle masse.

L’operaio è operaio non in base a come il capitalista lo fa lavorare (con le mani o con una calcolatore, con uno scalpello o con una stampante tridimensionale, al volante di un camion o in un ufficio), a quello che gli fa produrre (beni o servizi, cose utili o cose dannose), alla forma contrattuale (contratto a tempo indeterminato o lavoro nero) e a quanto lo paga. Tutti questi sono fattori determinati alcuni dal livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive, altri dalla lotta sindacale e politica nell’ambito della società borghese. L’operaio è operaio in base al fatto che si guadagna da vivere lavorando in cambio di un salario al servizio del capitalista che lo assume per produrre merci (beni o servizi che siano) che il capitalista vende per aumentare il suo capitale. La classe operaia assume un ruolo autonomo nella vita politica, diventa attore della lotta per il potere grazie alla coscienza e all’organizzazione, ma questi non sono un risultato  spontaneo della condizione operaia. Sono frutto della concezione del mondo che i comunisti portano alla classe operaia. La storia mostra che si sono sviluppati come risultato del movimento che prima si chiamò socialista e poi comunista.

 

Da queste premesse teoriche, di analisi della società e di concezione del mondo, derivano oggi due linee politiche profondamente diverse.

I promotori del convegno di Napoli scrivono: “l’Ottobre sta arrivando”. Noi diciamo: la rivoluzione socialista è in corso, è una guerra di classe che i comunisti promuovono, non scoppia; l’Ottobre è il risultato della rivoluzione socialista, il suo compimento; non arriva, lo facciamo.

Francesco Piccioni relatore principale al Convegno di Napoli dice: prima o poi il sistema collasserà, le istituzioni politiche ed economiche della borghesia collasseranno, noi approfitteremo dell’occasione. Noi diciamo: il sistema non collassa, la teoria del crollo è un’illusione degli attendisti e promuove attendismo. In politica non esiste il vuoto, per quanto grave possa diventare la crisi di un sistema politico. La rivoluzione socialista è costruzione del potere della classe operaia organizzata e delle masse popolari che essa trascina con sé; compito dei comunisti è promuovere la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia e delle masse popolari facendo leva sulla resistenza che spontaneamente oppongono al corso delle cose.

Quanto all’azione immediata Francesco Piccioni & Co dicono: bisogna individuare “i tre, quattro, cinque temi che sollevano il consenso tra le masse popolari” e condurre campagne di mobilitazione su di essi (così concepiscono le campagne NO Euro, NO UE, NO NATO e le altre che promettono di promuovere). Noi diciamo: bisogna mobilitare gli operai e il resto delle masse popolari a organizzarsi, a creare organizzazioni operaie e popolari che si pongano nelle aziende e fuori come nuove autorità pubbliche, che si coordinino fino a costituire un proprio governo d’emergenza (quello che chiamiamo Governo di Blocco Popolare-GBP) e farlo ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia rendendo il paese ingovernabile per essi.

Quanto alle prospettive immediate, Francesco Piccioni & Co dicono: ristabilire le condizioni contrattuali e politiche e i diritti che la riorganizzazione post-fordista dell’attività produttiva e la globalizzazione hanno eliminato. Noi diciamo: è impossibile ritornare alle condizioni del capitalismo dal volto umano, erano il frutto dell’avanzata della rivoluzione nel mondo, dell’onda sollevata dalla vittoria della rivoluzione in Russia e della costituzione dell’Unione Sovietica.

Francesco Piccioni & Co certamente ci obietteranno: ma anche voi dite che il GBP porrà rimedio agli effetti della crisi. Noi diciamo che con il GBP le organizzazioni operaie e popolari adotteranno rimedi contro gli effetti più gravi della crisi ma per forza di cose saranno rimedi precari e parziali; ma proprio per i rimedi che il GBP adotterà la sua costituzione aprirà un periodo di lotta di classe superiore all’attuale; nel corso di esso si completerà la rinascita del movimento comunista, le masse popolari si convinceranno, proprio sulla base della loro esperienza nelle lotte che dovranno fare per difendere l’esistenza del GBP e attuarne il programma, che i comunisti hanno ragione e sanno indicare la strada, la borghesia si troverà prima o poi con le spalle al muro e o scatenerà una guerra civile che noi a quel punto (per il legame con le masse conquistato) saremo in grado di vincere e concludere con l’instaurazione del socialismo oppure, convinta di non poter vincere, si arrenderà senza combattere (fatto rarissimo, ma possibile, avremo prevenuto la guerra civile) e comunque instaureremo il socialismo.

Sono due linee e due vie divergenti. La nostra linea comporta la costruzione e il rafforzamento del partito comunista. La via di RdC comporta una organizzazione approssimativa senza unità di concezione e disciplina, quella che al tempo della rivoluzione russa, all’inizio del secolo scorso, si chiamava organizzazione-processo, la linea dei menscevichi e dei partiti socialisti europei. La nostra linea si attua elaborando ed eseguendo un piano di guerra di classe. La via di RdC è quella che nel secolo scorso si chiamava la tattica-processo (praticata dai menscevichi in Russia e dai partiti socialisti in Europa): agitazioni, rivendicazioni e cogliere le occasioni che si presentano. In realtà ogni processo reale si svolge in  conformità a leggi che si individuano studiandolo: con la rivoluzione socialista promossa dai comunisti la classe operaia e il resto delle masse popolari attuano un piano di guerra popolare rivoluzionaria elaborato sulla base di questo studio, non “cogliendo le occasioni”, cosa ovvia ma secondaria e che riesce solo ai comunisti che operano secondo il loro piano di guerra con il loro obiettivo.

La nostra è la via della rivoluzione socialista. La via di RdC è la via della sinistra borghese, una via oramai fallimentare perché la sinistra borghese ha avuto il suo “momento di gloria” solo come escrescenza della putrefazione del movimento comunista guidato dai revisionisti moderni.

RdC prospetta come realizzabile, realistico l’obiettivo del ristabilimento delle condizioni del capitalismo dal volto umano invalse nei paesi imperialisti durante i “trenta gloriosi” (1945-1975). In realtà senza l’ondata della rivoluzione socialista nel mondo non vi sarebbe stato capitalismo dal volto umano nei paesi imperialisti. La rivoluzione socialista è una via realistica. Il ritorno al capitalismo dal volto umano è o un imbroglio o un’illusione. Proprio per la combinazione di queste due verità, noi comunisti siamo in grado di trarre profitto dalle campagne che il nuovo movimento sociale e politico promuoverà. Ci auguriamo che lo faccia davvero.

Nicola P.

 

* ** *** ** *

http://www.rivoluzione2017.com/2017/05/24/considerazioni-sullattualita

Considerazioni sull’attualità delle Tesi di Aprile nella fase politica contemporanea
(documento politico e audio dell’iniziativa)

Tesi

Lo scorso 12 maggio si è tenuto a Napoli il primo incontro nazionale della Campagna “l’Ottobre sta arrivando” e di fronte ad una sala affollata si è discusso sull’attualità/inattualità delle Tesi di Aprile di Lenin. Pubblichiamo il documento politico che preparava l’incontro e l’audio degli interventi dei relatori e dei compagni che hanno partecipato all’iniziativa.

 

 

 

1. Considerazioni di metodo

Nel parlare delle Tesi di Aprile va sottolineato che esse non sono solo argomento della nostra storia, non sono solo un momento di discussione sulle nostre basi teoriche. Esse sono anche un testo, un testo che ci insegna qualcosa qui ed ora. Ci insegna come parlare e come scrivere ai compagni. Ci dà spunti sul che fare adesso. Ci costringe a rapportarci al reale, al dato che storicamente ci si presenta davanti. La lunghezza di questo testo prenderebbe poco più di due facciate di un volantino. Eppure non c’è niente che manchi se teniamo presente il fine che si pone.

Lenin è appena arrivato in Russia e si trova di fronte ad un processo già in corso, quello scaturito dalla Rivoluzione di Febbraio. Questo processo il partito bolscevico non sembra volerlo sovvertire (si parla di necessità di una rivoluzione borghese) e Lenin non è d’accordo su questo, ma si rende conto di essere giunto a processi già avviati e non può pretendere di cambiare l’orientamento del partito venendo da fuori e senza inserirsi in un contesto complesso. Perciò Lenin all’interno di questo breve programma pone in maniera implicita il tema della pazienza. Questo tema traspare a più riprese. Non si tratta tanto della sua pazienza soggettiva. Si tratta della pazienza del partito, ma anche della pazienza della classe. E si tratta di una pazienza rivoluzionaria, ovvero non fatta di attese ma di lavoro ostinato e perseverante, teso a sganciare il proletariato dall’ideologia avversa, ideologia a cui alcuni del partito socialdemocratico russo di allora rischiano di tenere bordone.

 

Gli interventi audio del primo incontro nazionale
della Campagna “l’Ottobre sta arrivando”

 

Questa pazienza rivoluzionaria parte dall’analisi concreta, un’analisi che delimita e mappa il terreno su cui si deve produrre il programma del partito. Lenin è in tutti i sensi un realista e l’analisi serve a rendere il realismo un metodo di  lavoro più che una copertura ideologica (si è realisti se la nostra rappresentazione della realtà è corretta e non se si dice ad ogni piega della storia che non ci sono alternative). L’analisi svela i vincoli e le possibilità a cui l’azione del partito è soggetta ma che l’azione del partito può al tempo stesso cambiare. I dati su cui la pazienza rivoluzionaria si basa sono da un lato il fatto che i bolscevichi sono minoranza nei soviet e dunque bisogna pazientemente costruire quella consapevolezza e quel consenso attorno al partito che permetta la realizzazione della seconda fase della rivoluzione. Dall’altro lato il dato è che i soviet ci sono. E questo cambia tutto. Questo legittima la possibilità concreta di realizzare la seconda fase della rivoluzione. Questo è il dato nuovo che scompagina la passività generata da una schematizzazione eccessiva della dottrina di Marx. Lenin elabora un programma da far tremare i polsi (nazionalizzazione della terra, fusione di tutte le banche in una sola Banca Nazionale, subordinazione del sistema di produzione e di distribuzione al controllo diretto dei Soviet) e dice tuttavia che non si tratta dell’instaurazione del socialismo ma dell’inizio di tale percorso.

La lettura di questo capolavoro è un invito per ogni compagno: chiarezza, sintesi, attenzione ai dati, pazienza rivoluzionaria. Sono parti di un patrimonio di cui ci dobbiamo riappropriare. Non celebriamo l’Ottobre per rivendicare una qualsiasi delle posizioni che si sono esplicitate in quel processo rivoluzionario. Non veniamo dall’isolamento con la pretesa di vedere confermate le convinzioni che abbiamo elaborato in solitudine o nel chiuso di una setta. Ovvio che rifarci a Lenin significa ancorarsi alla visione che ha dimostrato con la prassi le proprie ragioni e questo testo ne è una delle abbondanti prove. E tuttavia noi ci riappropriamo di questo evento in tutte le sue pieghe senza indulgere in un reducismo che oggi sarebbe solo immaginario, ma vedendo la sintesi possibile solo nella nostra pratica. Solo se saremo capaci di riannodare i fili e di ripartire noi potremo avere una visione complessivamente vera della rivoluzione sovietica.

Dunque quella pazienza è la pazienza rivoluzionaria che si dispiega da oggi, è quell’analisi concreta che si applica al momento presente e al prossimo futuro, è il rigore concettuale e politico che pretendiamo innanzitutto da noi stessi, è la chiarezza che è prima di tutto rispetto per i compagni che ci ascoltano. Non ci sentiamo né maestri, né scolari. Vogliamo insieme anche ad altre realtà sperimentare l’elaborazione e la costituzione dei presupposti che ci consentano ancora di parlare di rivoluzione.

A partire da queste considerazioni di merito (e di metodo) ci appelliamo ai compagni tutti, a partire dai collettivi, dalle reti e dagli organismi partecipanti a questa campagna per il centenario dell’Ottobre, affinché esprimano ipotesi politiche, analisi, considerazioni a integrazione o critica delle sollecitazioni che vogliamo offrire attraverso il presente documento, convinti che l’espressione di prospettive anche divergenti favorisca, anziché impedire, quel necessario processo di confronto, analisi della realtà, sintesi politica generale e sviluppo dei contenuti di una prospettiva di emancipazione e transizione al socialismo, che costituisce la dimensione politica della ricomposizione di classe e dell’organizzazione di una sinistra comunista oggi.

Con questi spunti lapidari di analisi e prospettiva che ci proponiamo di fornire non vogliamo in alcun modo definire una linea strategica di valore generale, né un discorso politico chiuso, ma, al contrario, offrire un primo orientamento di dibattito e di elaborazione collettivi.

 

2. Obiettivi politici di fase

Le considerazioni preliminari per una discussione sui compiti dei comunisti nella fase attuale della lotta di classe devono vertere innanzitutto su un dato reale che forse più d’ogni altro assume centralità all’interno dei processi storici di emancipazione delle classi subalterne e di transizione a un modello economico e sociale post-capitalista: la composizione di classe quale sintesi tra condizioni soggettive e oggettive della spontaneità delle masse.

Risalta immediatamente agli occhi che la caratteristica fondamentale di questa fase è quella di una restaurazione pressoché totale del comando di capitale sul lavoro salariato, cui fa da complemento il forte indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori. La prevaricazione del potere padronale e degli interessi del capitale sui bisogni e gli interessi  delle classi lavoratrici è un dato di fatto legittimato politicamente e giuridicamente dall’operato degli ultimi governi neoliberali, attraverso una serie di riforme del mondo del lavoro e dello Stato sociale dirette verso la radicale precarizzazione del lavoro dipendente e lo smantellamento dei dispositivi di welfare a favore delle privatizzazioni.

Queste riforme giungono a compimento di un processo trentennale durante il quale sono stati forzatamente aggrediti e rimossi l’unità di classe, le garanzie storicamente conquistate dalle lotte operaie, molti diritti sociali e di cittadinanza dei lavoratori. Il risultato più evidente delle politiche di ristrutturazione post-fordista della produzione e del mondo del lavoro e delle politiche di sostegno all’accumulazione del capitale finanziario transnazionale nella fase globale della sua espansione è sicuramente l’insieme delle condizioni di frammentazione, flessibilità, precarietà lavorativa ed esistenziale, stratificazione complessa della forza-lavoro, che costituiscono oggi la dimensione oggettiva della debolezza negoziale, organizzativa e soggettiva (in termini di identità di classe) della classe dei lavoratori salariati.

Lo stato di questa disgregazione di classe mina alla radice le possibilità di espressione spontanea degli interessi antagonisti delle classi subordinate e sfruttate; detto in termini classici, mina alla radice la possibilità di espressione attiva e partecipata della spontaneità delle masse su basi antagoniste.

In altri termini, si pone oggi come prioritario il problema della ricomposizione di classe, intesa come riorganizzazione del potere contrattuale dei lavoratori, riunificazione dell’unità di classe, e identificazione del proletariato moderno, precario e disgregato, in un orizzonte politico e simbolico comune.

 

Posto in questi termini, il problema della ricomposizione di classe implica lo sviluppo dell’attività sindacale sulla doppia direttrice del sindacalismo del lavoro e del sindacalismo metropolitano, territorializzato e concentrato intorno ai bisogni “di welfare” delle classi subordinate e sfruttate; ma, d’altra parte, questo stesso obiettivo di ricomposizione impone l’articolazione di una strategia politica di fase tesa a ricostruire le condizioni generali di carattere non immediatamente economico e contrattuale della ricostruzione dell’identità politica e simbolico-culturale delle classi lavoratrici – ovvero della costituzione del blocco sociale antagonista – e del rilancio della spontaneità delle masse intesa come processo sociale di partecipazione attiva e cosciente delle classi lavoratrici alla vita politica ed economica del paese.

In quest’ultimo orizzonte politico-sociale può intervenire l’attività di quelle campagne che attualmente si pongono compiti generali di ricostruzione della dimensione politica delle classi lavoratrici e di sviluppo del processo organizzativo delle avanguardie preposte a questa ricostruzione. In questo senso, la campagna di Eurostop e quella per il centenario dell’Ottobre possono rappresentare momenti assai avanzati per una pars costruens militante.

Il momento politico della ricomposizione di classe comporta quindi l’assunzione di alcuni compiti generali quali lo sviluppo di obiettivi economici e sociali e di contenuti politici sintetici di fase e la loro definizione in un programma minimo di classe, e quindi la costruzione, sulla base di tale sviluppo, di un’organizzazione adeguata alla realizzazione concreta di questi obiettivi e alla identificazione del blocco sociale nei contenuti politici individuati.

Gli obiettivi generali di questa fase possono quindi essere individuati in quanto segue: definizione di un programma minimo di classe a partire dai contenuti del sindacalismo di classe, del sindacalismo metropolitano e della lotta politica generale per la ricostruzione delle condizioni oggettive e soggettive della spontaneità delle masse, ovvero della partecipazione delle classi subordinate e sfruttate alla vita politica, sociale ed economica del paese, e costruzione del soggetto politico capace d’intervenire nel tessuto sociale disgregato e a tutti i livelli della vita politico-istituzionale per la rappresentazione e la realizzazione delle istanze di emancipazione delle classi subordinate.

D’altra parte, considerando che il dato reale di ogni politica di emancipazione e transizione a un modello socialista di sviluppo e produzione è la partecipazione attiva e cosciente delle classi lavoratrici ai processi storici generali, si impone alla nostra attenzione la necessità di una battaglia culturale, giuridica e politica che, partendo da rivendicazioni immediate come l’amnistia per le lotte sociali e sindacali, l’amnistia per i detenuti politici, l’obbligo di codice identificativo  per gli agenti delle forze dell’ordine, tenda a riaprire un ambito di discussione nell’opinione pubblica rispetto ai temi della democrazia, dell’autoritarismo di Stato e del conflitto sociale, per rilegittimare e difendere il diritto alla lotta e al dissenso quale espressione storicamente necessaria e inevitabile degli interessi inconciliabili delle classi lavoratrici.

Si pone, forse, come compito necessario la costruzione di una campagna contro la repressione e il decreto Minniti, e per la democratizzazione spinta delle istituzioni, per la riconquista culturale e politica della legittimità del conflitto, per lo smascheramento del contenuto repressivo e antidemocratico dello Stato neoliberale nella fase di crisi globale del capitalismo transnazionale e dell’UE, per lo sviluppo democratico-popolare della costituzione esistente e del diritto, specie in materia di ordine pubblico, repressione e diritti sociali e politici delle classi subalterne.

Per concludere, affermiamo in estrema sintesi che alcuni dei compiti fondamentali dei comunisti nella fase attuale della lotta di classe sono la ricostruzione della dimensione politica delle lotte sociali (che non può essere tutta immanente a queste lotte, al movimento della classe “dal basso”, ma lo trascende necessariamente come elemento cosciente e organizzato, come momento di ricomposizione “dall’alto” e “dal basso” allo stesso tempo) e l’unità delle avanguardie sociali di lotta sulla base di medesimi obiettivi e prospettive, quindi non unità ideologica, né meramente pratica, ma unità di movimento politico-sociale, a partire da cui confrontarsi sulle pratiche più adeguate per la realizzazione di obiettivi minimi di rottura e rielaborare queste pratiche in una teoria rinnovata della transizione al socialismo in un paese capitalistico avanzato e nel contesto della crisi crescente dell’imperialismo transnazionale.

 

3. Ipotesi sui compiti dei comunisti nella fase attuale della lotta di classe

a) No UE, No euro, No Nato

Come abbiamo detto, le Tesi di Aprile ci orientano sull’utilizzo di un metodo attualizzabile. Esse coniugarono un programma non immediatamente socialista nelle sue linee principali, ma che veniva incontro alle necessità di fase delle larghe masse lavoratrici, ponendosi, in questo modo, in maniera immediatamente comprensibile per queste ultime. Cionondimeno il programma delle Tesi di Aprile articolava il potenziale sociale di rottura rispetto agli interessi della borghesia imperialista russa (continuare la guerra in primis), alla quale il governo scaturito dalla rivoluzione di febbraio era intimamente legato.

Pertanto, anche se attualmente siamo in una fase completamente diversa, in cui, pur fra mille difficoltà, la grande borghesia riesce ancora a governare e conquistare consenso presso ampi, ma forse non maggioritari, strati di popolazione e lo stato delle contraddizioni inter-imperialiste non pongono ancora come ineluttabile e prossima l’ipotesi di una guerra aperta fra potenze, la capacità di coniugare un programma non immediatamente socialista, ma comunque avanzato e di rottura rispetto alle imposizioni dell’imperialismo, in primo luogo il proprio, rappresenta un insegnamento delle Tesi di Aprile che può e deve essere raccolto e attualizzato.

In questo senso va il programma di Eurostop, condensato nella parola d’ordine dei tre NO: NO all’euro, No all’Unione Europea e NO alla NATO.

I primi due NO rappresentano la necessità di negare il consenso e combattere il proprio imperialismo, quello europeo, il quale cerca di compattarsi attraverso la progressiva omogeneizzazione delle varie borghesie nazionali che, ovviamente, procede fra contraddizioni, strappi (vedi la Brexit) e pezzi di borghesie che “rimangono sul terreno”.

La linea della riforma dell’Unione Europea, propugnata ancora dalla maggioranza della “sinistra storica” dei paesi europei, sfocia inevitabilmente nella subalternità verso i grandi monopoli europei e, quando l’abbiamo vista all’opera nel caso greco, essa è culminata in una capitolazione su tutta la linea (sia in politica interna, col proseguimento dell’austerità, sia in politica estera, con il perseguimento di accordi militari con Israele, l’appoggio incondizionato a tutte le politiche di guerra e alle sanzioni alla Russia) che potremmo paragonare all’appoggio al pagamento dei crediti di guerra che i partiti socialdemocratici storici assicurarono alle rispettive borghesie nazionali alla vigilia del primo conflitto mondiale.  D’altra parte, neppure i vari partiti di destra “euroscettici” – che, ben radicati fra i settori popolari, egemonizzano in questo momento la maggioranza del dissenso antieuropeista – sono in grado di essere conseguenti fino in fondo alle loro parole d’ordine contro la moneta unica e le istituzioni sovranazionali europee; essi, infatti, rappresentano gli interessi di strati di una piccola e media borghesia che rimane fuori dai processi di centralizzazione dei capitali europei in atto, e che, tuttavia, rimane economicamente subalterna al grande complesso militare-industriale continentale e dipende da quest’ultimo per sopravvivere. Lo vediamo con il progressivo “smussamento” delle posizioni antieuropeiste della Le Pen e anche con la sostanziale subalternità del governo ungherese di Orban, il quale, oltre all’attuazione della politica del filo spinato nei confronti dei migranti, che è ampiamente compatibile con le linee di condotta europee, rimane docile e allineato ai dettami dei burocrati di Bruxelles.

Pertanto, le parole d’ordine No all’UE e No all’euro, pur non essendo immediatamente socialiste, hanno in sé una grande carica di rottura rispetto alle necessità di centralizzazione dei grandi capitali europei e sono ampiamente comprensibili per il blocco sociale di riferimento, oltre che rispondenti alle sue necessità materiali.

Soltanto l’articolazione congiunta dell’uscita dall’euro e dall’Unione europea può restituire alle classi lavoratrici del nostro paese quella sovranità economica e monetaria, quella libertà dai dispositivi di governance e dal debito pubblico, indispensabili per la conquista di obiettivi minimi di fase, economici, politici e sociali, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro e per l’estensione dei diritti di partecipazione attiva e diretta a una democrazia rinnovata e all’economia del paese.

Il terzo NO, invece, concerne l’uscita dalla NATO. Si tratta di un’istituzione militare che nella fase attuale si configura come una camera di compensazione fra imperialismi in crescente frizione (si vedano le rimostranze di Trump nei confronti dei paesi europei, rei di non sostenere economicamente in maniera adeguata la NATO, e, ancora, il comportamento non allineato della Turchia). Essa, dalla caduta del blocco socialista, ha esercitato la funzione di un organismo di coordinamento inter-imperialista e di spartizione del mondo, permettendo a ogni imperialismo di esplicare le proprie attitudini aggressive al fine ritagliarsi un suo spazio, con gli USA a fare da dominus. Il progressivo declino della capacità di leadership statunitense sta creando molteplici tensioni, riflesso di un mutamento interno dei rapporti di forza in atto. Malgrado il crescere delle contraddizioni interne, la NATO rappresenta sempre il principale strumento degli interventi imperialisti negli altri continenti, quindi si configura come il maggior ostacolo al conseguimento di rapporti di eguaglianza fra i popoli e al rispetto della loro autodeterminazione: condizioni, queste ultime, che riteniamo propedeutiche all’instaurazione di un sistema socialista su scala internazionale, come già lo erano per i bolscevichi e l’Internazionale comunista.

Pertanto, il NO alla NATO risulta una condizione ineludibile di un programma di rottura nei confronti delle tendenze di fondo dell’imperialismo.

b) Programma minimo di classe

Nello stato attuale di frammentazione, stratificazione e precarizzazione della forza-lavoro funzionale e conseguente all’estensione della modalità di accumulazione flessibile dell’organizzazione post-fordista della produzione, gli obiettivi economici e sociali che possono favorire la ricomposizione oggettiva delle classi salariate, quindi l’unità di occupati e non occupati, il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, e, più in generale, la ricostruzione delle condizioni oggettive dell’unità e della solidarietà di classe, del potere contrattuale dei lavoratori e della loro partecipazione attiva alla vita politica, sono da considerarsi tutte come possibili obiettivi immediati della lotta economica e politico-sociale dei comunisti per la riconfigurazione del conflitto capitale-lavoro.

A partire da questa prospettiva, non possono considerarsi né ideologicamente, né materialmente contraddittorie rispetto agli interessi concreti del proletariato moderno nella fase attuale e nel nostro paese, quindi rispetto agli obiettivi tattici delle avanguardie comuniste, alcune rivendicazioni e riforme di struttura come il Reddito Sociale Minimo per i lavo ratori precari, i disoccupati e gli strati poveri della popolazione; la riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario; la nazionalizzazione delle banche e delle infrastrutture strategiche (telecomunicazioni, trasposti, energie, ecc.); la redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso la riorganizzazione fiscale della tassazione sui profitti e sugli interessi finanziari, la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, la riorganizzazione statale dei servizi di welfare.

Chiaramente, non sarebbe proficua alcuna lotta per un programma minimo di classe che non implichi allo stesso tempo una lotta per la pianificazione razionale delle risorse, degli investimenti, della distribuzione, dell’occupazione da parte dello Stato. Ma di quale Stato?

Riteniamo, a questo punto, che sia necessario tracciare una linea di discussione in prospettiva sulle forme della partecipazione popolare diretta alla gestione della vita economica e politica dello Stato a livello territoriale e nazionale; in direzione, ovvero, di una articolazione attiva e progressiva del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta delle classi lavoratrici, quindi tra pianificazione centrale “dall’alto” e pianificazione locale dal “basso”.

c) Municipalismo, periferie, assemblee popolari

Qualunque forma di democrazia diretta e partecipativa è per sua stessa natura il risultato di un processo di partecipazione sociale “dal basso” alla vita politica del paese, a partire dai luoghi più immediati della vita sociale: i quartieri, le municipalità, i comuni. Ciò che caratterizza e differenzia le ipotesi di democrazia diretta assunte storicamente dalla tradizione comunista è l’attenzione per il momento economico della vita sociale. Differenziandosi dalla tradizione democratico-radicale di matrice giacobina e piccolo-borghese, i comunisti hanno sempre rivendicato il controllo diretto della produzione e della distribuzione della ricchezza da parte della popolazione lavoratrice, del proletariato, dei Soviet di operai e contadini.

A partire da queste considerazioni, riteniamo necessario considerare con chiarezza, sin da subito, i principi generali di orientamento dei comunisti in eventuali, presenti o futuri, processi di partecipazione “dal basso” alla gestione politica ed economico-politica del paese.

Lungi dal poterli considerare come germi di un futuro ordinamento “sovietico” della società, le attuali esperienze di partecipazione attiva delle classi subalterne alla vita politica municipale e territoriale che si sviluppano in Italia (come ad esempio a Napoli nel quartiere di Bagnoli, la carovana delle periferie a Roma e la lotta dei No Tav in Val di Susa) possono costituire momenti importanti di organizzazione e di sperimentazione dell’attività politica e sociale delle classi lavoratrici, purché essi puntino con ostinazione, pazienza, tenacia alla costruzione di spazi di potere decisionale in materia economica e politico-sociale, e quindi di gestione o co-gestione delle risorse e degli investimenti a livello locale, a favore della realizzazione di obiettivi minimi di welfare, occupazione, redistribuzione ed estensione dei diritti politici delle classi lavoratrici. Date le condizioni attuali del movimento antagonista delle classi subalterne in Italia, si impone la necessità di sperimentare anche modalità di “formalizzazione”, ovvero di avanzamento giuridico e statutario, oltre che fattuale, dei costituendi processi decisionali all’interno degli statuti comunali. L’autorità del potere decisionale delle masse è certamente il risultato di un movimento popolare di lotta, il risultato sostanziale dell’autodeterminazione delle masse, ma richiede al contempo la ricerca di forme nuove, articolate alle condizioni concrete della lotta di classe. Si tratta di una conquista di posizioni a tutti i livelli della società e, forse, anche delle istituzioni locali della cittadinanza.

D’altra parte, le forme immediate di un simile processo sembrano essere state, nell’esperienza di Bagnoli, le “assemblee popolari” o “municipali”, un programma minimo elaborato, discusso e rivendicato dall’assemblea degli abitanti della municipalità secondo i loro reali bisogni e a partire dalle risorse territoriali, una spinta germinale irrealizzata alla “formalizzazione” del potere decisionale dell’assemblea.

È superfluo specificare che simili esperienze costituiscono modelli esemplari di una politica “di prossimità” che potrebbe rivelarsi di notevole efficacia e valore per la costruzione del consenso e di una comunità sociale politicamente coesa e attiva in quelle aree metropolitane periferiche in cui si concentrano maggiormente il dissenso verso le élite neo liberali, l’esclusione sociale e la disoccupazione.

Napoli, 12 maggio 2017

Comitato cittadino per la campagna d’Ottobre

(LCC – Casamatta, RdC Napoli)