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Problemi di metodo

 A proposito della rubrica Problemi di metodo e dell’articolo Materialismo dialettico e bilancio della nostra attività



Il fattore decisivo del consolidamento e rafforzamento del Partito è un livello superiore di assimilazione del materialismo dialettico come metodo per conoscere il mondo e come guida per trasformarlo

La lettera della compagna, che pubblichiamo di seguito, conferma sia l’importanza per la rinascita del movimento comunista della campagna per l’assimilazione del materialismo dialettico come metodo per conoscere la realtà e come guida per trasformarla, sia che questa campagna ci riguarda tutti, compresi noi della redazione di La Voce . Dobbiamo tutti, ad ogni livello, imparare e verificare nella pratica. Ma “il Partito si costruisce dall’alto”: quindi chi dirige deve essere all’avanguardia nell’assimilare il materialismo dialettico. Cioè alla testa del processo di critica e autocritica attraverso il quale lo assimiliamo .

Il materialismo dialettico infatti non è una dottrina misteriosa, inaccessibile alle masse, di cui alcuni sarebbero i depositari, come i preti lo sono stati della teologia. Questa era la veste in cui in generale si sono presentate le filosofie antecedenti ad esso, verità di cui ogni filosofo si presentava come profeta, e profeta esclusivo e definitivo. Come ben spiega Engels nell’ AntiDühring (sezione 1, cap. 13 - pag. 133 di Opere complete vol. 25, Editori Riuniti) il materialismo dialettico non è più una filosofia, nel senso di una interpretazione del mondo data da un genio o da un profeta, ma “una semplice concezione del mondo che non ha da trovare la sua riprova e la sua conferma in una a se stante scienza della scienza, ma nelle scienze reali”. Il materialismo dialettico quindi ha mantenuto il contenuto reale delle filosofie (la conoscenza della realtà), ma ne ha superato la forma (non si presenta più come verità rivelata, ma è il lato universale di tutte le scienze sperimentali). La conferma e la verifica che le sue tesi sono leggi universali, valide nella natura, nella società e nel pensiero, è data solo dalle stesse scienze naturali, sociali e antropologiche. La prova se la pera è buona, la si ha mangiandola.

Mobilitati dalla lettera della nostra lettrice, la redazione ha sottoposto a un approfondito studio collettivo l’articolo Materialismo dialettico e bilancio della nostra attività e ha fatto propria la revisione che lei ha proposto. A parte i “Tratti principali del materialismo dialettico”, la revisione riguarda 1. la combinazione di analisi e di sintesi nella conoscenza (nella prima versione tutta la conoscenza viene chiamata analisi: con questo non si dà il rilievo necessario allo scopo della conoscenza: la trasformazione del mondo che è compiuta dalla pratica rivoluzionaria guidata da una linea giusta); 2. la rigorosa distinzione tra la cosa, le sue contraddizioni interne (le contraddizioni tra le sue parti costituenti), le contraddizioni della cosa stessa con altre (in cui la cosa è essa stessa il polo di una superiore contraddizione). La versione rivista viene pubblicata in questa rubrica e nel sito internet viene sostituita alla vecchia versione, con un’avvertenza.

Perché la redazione non ha compiuto prima questo lavoro sull’articolo del compagno Claudio G.? Perché ha afferrato l’aspetto principale giusto e attualissimo dell’articolo (guida al bilancio dell’esperienza), ma ha trascurato gli altri aspetti (nel concreto in particolare il fatto che l’articolo si presentava anche come esposizione della concezione materialista dialettica del mondo). Afferrare l’aspetto principale è giusto, essere unilaterali è sbagliato. La redazione ha riscontrato che alcuni redattori manifestano anche in altri settori di lavoro simili tendenze a essere unilaterali e si è data un programma per combatterle basato principalmente su un carattere più collettivo del lavoro redazionale. Ringraziamo quindi la compagna che ha fatto fare un passo avanti a noi e ai nostri lettori e chiamiamo i nostri lettori a seguirne l’esempio oltre che a studiare la nuova versione dell’articolo.

La redazione


Cari compagni,

è una giusta e grande iniziativa quella che avete lanciato con la rubrica Problemi di metodo del n. 27 di La Voce . Continuatela. Tanto più efficace perché le Edizioni Rapporti Sociali ne hanno approfittato subito e hanno pubblicato in opuscolo i vostri articoli e alcuni altri. Sarebbe bene che lo facessero anche per i prossimi e mettessero il materiale necessario a disposizione dei compagni, degli operai avanzati e degli altri elementi avanzati delle masse popolari.

Dobbiamo rompere con la rassegnazione, propria di residuati della sconfitta del movimento comunista, a lavorare senza avere risultati, come se fossimo condannati a perdere, come se lavorassimo solo o principalmente per “ragioni etiche”, per soddisfare una nostra esigenza morale, per rispondere a un nostro interiore “imperativo etico”. Lasciamo queste concezioni ai compagni del Campo Antimperialista, anzi combattiamole anche in loro, perché ostacolano le cose positive che fanno e che vogliono fare. Essi si ostinano a tenersi come maestro spirituale un semiprete laico come Costanzo Preve: uno che quando parla della natura umana riecheggia Papa Ratzinger (in realtà Papa Ratzinger, Costanzo Preve e gli altri “atei devoti” riecheggiano tutti vecchie solfe teologiche). Essi infatti spiegano e giustificano la loro attività sulla base della morale: “in primo luogo perché il nostro antimperialismo ha un fondamento etico” (mi riferisco al documento A sei anni dall’inizio approvato dall’assemblea del CAI tenutasi poco fa, il 4-5 gennaio, a Chianciano Terme). Viene da chiedere: quale è allora il fondamento della vostra etica? Per noi infatti è il contrario: la nostra etica ha fondamento nella lotta contro l’imperialismo, nella lotta per instaurare il socialismo, nella lotta di classe. È infatti dalla pratica della lotta di classe e dal resto della vita sociale che noi comunisti consapevolmente traiamo la nostra etica: principi, criteri e regole del comportamento individuale e del comportamento collettivo. Come hanno spontaneamente sempre fatto gli uomini da quando sono usciti dallo stato semianimale, anche se gli intellettuali delle classi dominanti vi hanno costruito sopra innumerevoli illusioni e dottrine. Ancora oggi preti e chierichetti sostengono che la morale che essi predicano viene dal Cielo (“se dio non esistesse, tutto sarebbe lecito!”) ed è l’unica. In effetti la morale che essi cercano di imporre è una morale che corrisponde alla struttura di classe e alle condizioni sociali del Medioevo europeo. Contrasta con l’esperienza degli uomini d’oggi. Quindi non possono giustificarla che ponendo come postulato che la morale deve avere fondamento sovrannaturale: una tesi che nel Medioevo nessuno contestava, perché secondo la cultura medioevale tutto veniva dal Cielo: il potere del Papa, del Re e dei nobili, la salute e la malattia, il bene e il male. Persino Attila era il flagello di Dio! .

Noi comunisti siamo materialisti dialettici. Quindi è essenziale che misuriamo e calibriamo la nostra linea d’azione, la nostra condotta e i nostri metodi sui risultati che otteniamo con la nostra attività. “In definitiva, una teoria è vera se l’azione guidata da quella teoria ha successo”, ci ha insegnato Mao. La lentezza con cui si sviluppa la rinascita del movimento comunista, come del resto la sconfitta che esso ha subito, dipendono dalla linea e dal metodo di lavoro dei comunisti, quindi in definitiva dalla concezione del mondo che ci guida. Ben vengano quindi gli articoli sul metodo di lavoro, l’incitamento ad adottare il materialismo dialettico come metodo per conoscere la realtà e come metodo per trasformarla, gli strumenti per imparare. Noi conosciamo la realtà per trasformarla. Si tratta solo di slogan? Certo, si tratta di frasi. Ogni frase non è che una frase, finché non diventa guida dell’azione. Allora però diventa una forza materiale che trasforma il mondo, se, pur essendo astratta, è giusta.

Quindi io vi scrivo per sollecitarvi a dedicare ancora energie e risorse ad illustrare l’applicazione del metodo materialista dialettico ai vari aspetti del nostro lavoro, ricavando insegnamenti dall’esperienza e per contribuire anch’io al vostro sforzo. Non bisogna avere paura di sbagliare, nel cercare di ricavare insegnamenti dall’esperienza. Se uno sbaglia, prima o poi lo correggeremo. In più, ogni conoscenza è limitata, si può sempre andare oltre e prima o poi ci andiamo. Il mondo e la storia non incominciano con noi e non finiranno con noi. Quindi assimiliamo quello che il movimento comunista ha già elaborato, impariamo dall’esperienza, facciamo, elaboriamo e facciamo meglio. Questa è la forza del nostro movimento, come di ogni movimento progressista, con cui l’umanità è passata dallo stadio semianimale delle sue lontane origini allo stato attuale, alla lotta per instaurare il socialismo, per passare finalmente dal regno della necessità semianimale, al regno della libertà fondata su una superiore conoscenza della realtà.

Detto questo, vorrei dare un contributo a rettificare un errore che limita il bellissimo articolo di Claudio G. pubblicato a pag. 36-41 del n. 27. Si sente che il compagno sta parlando di cose che ha fatto, di cose che conosce. Importante, da adottare senza esitazioni, è il metodo che egli segue: 1. illustra le lezioni che ha tratto dall’esperienza (le leggi che ha riscontrato nella pratica) e 2. indica il legame tra queste lezioni e il materialismo dialettico. Quindi non solo rompe con i praticoni che non ricavano dalla pratica leggi da applicare compiendo così una pratica più efficace. Rompe anche con quegli scienziati che dai loro esperimenti e dall’osservazione della realtà tirano sì lezioni generali, regole e leggi generali, una scienza, ma restano confinati nel loro campo, non mostrano e probabilmente neanche si rendono conto che le regole e le leggi generali, ma particolari, specifiche del loro campo di attività che essi hanno tirato, portano al materialismo dialettico, contribuiscono ad arricchire e confermare la concezione del mondo della classe operaia, del movimento comunista. Insomma lasciano la filosofia ai preti e ai filosofi di mestiere, rispettano il monopolio a cui questi pretendono, l’esclusione delle masse popolari dalla filosofia. Mentre proprio le scienze invece arricchiscono il materialismo dialettico e da esso a loro volta gli scienziati potrebbero trarre molto spesso spunti e ispirazione per condurre con più efficacia il loro lavoro: dal particolare al generale, dal concreto all’astratto; dal generale al particolare, dall’astratto al concreto. Claudio G. fa proprio questo giusto percorso: dall’esperienza alla scienza specifica della lotta di classe e da questa alla dottrina universale del materialismo dialettico e quindi da questa di ritorno alla scienza specifica e alla pratica rivoluzionaria che trasforma il mondo. Solo che nel definire i “Tratti principali del materialismo dialettico” a mio parere il compagno fa alcuni errori, non si libera abbastanza dal particolare, non astrae abbastanza dall’esperienza particolare da cui è partito.

A mio parere se il compagno avesse compiuto integralmente il cammino che si è proposto di compiere sarebbe approdato a una formulazione dei “Tratti principali del materialismo dialettico che riguardano direttamente il problema in esame” (senza quindi pretendere di indicare i tratti principali del materialismo dialettico) che grossomodo è quella che segue.

1. In natura, nella società, nel pensiero niente resta fermo. Tutto è in continuo movimento (trasformazione).

2. Ogni cosa è legata ad altre, fa parte di un contesto. È una componente di una realtà più grande (spazio) e di un processo di sviluppo (tempo).

3. Ogni cosa è composta da cose minori (le sue componenti). Quindi ogni cosa è divisibile (analizzabile).

4. In ogni cosa vi sono molteplici contraddizioni. La loro combinazione costituisce la sua natura.

5. Nel movimento di ogni cosa si combinano e si succedono evoluzioni graduali (accumulazione quantitativa di trasformazioni minori, di trasformazioni delle sue componenti) e salti qualitativi (trasformazione) che cambiano la natura della cosa stessa.

6. Per ogni cosa, il suo movimento risulta dalle sue contraddizioni interne e dalle sue contraddizioni esterne (le sue condizioni esterne, le sue relazioni con le cose che compongono il suo contesto).

7. Le contraddizioni interne sono la base della sua trasformazione, le contraddizioni esterne le condizioni della sua trasformazione.

8. Le contraddizioni esterne agiscono sulla cosa tramite le sue contraddizioni interne.

9. Ogni cosa può trasformarsi in varie direzioni: dipende dallo sviluppo del rapporto di unità e lotta tra i due poli della sue contraddizioni interne. Questa dialettica tra i due poli determina infatti l’accumulazione quantitativa e quindi la trasformazione.

10. Le caratteristiche di ogni contraddizione sono determinate dai suoi due poli e dalla loro relazione di unità e lotta.

11. Nello sviluppo di ogni contraddizione, ogni polo si trasforma, ma in modo diverso: o prevale uno o prevale l’altro.

La migliore guida allo studio delle contraddizioni è l’opuscolo di Mao Tse-tung Sulla contraddizione (in Opere di Mao Tse-tung vol. 5, Edizioni Rapporti Sociali - Sito internet http://lavoce-npci.samizdat.net, sezione Classici del marxismo).

Io credo che il lettore che confronterà l’elaborazione che Claudio ha dato della sua esperienza (diciamo il capitolo della scienza della lotta di classe che egli ha ricavato dalla sua esperienza) con l’esposizione che egli ha dato del materialismo dialettico si renderà conto che l’esposizione di Claudio non è abbastanza universale, vi restano delle arretratezze. Queste si riflettono anche nell’esposizione di alcune altre parti dell’articolo. Stante l’importanza pratica che esso ha, ho rivisto l’articolo di Claudio. Vi invio la versione rivista e lascio a voi di decidere come utilizzarla.

 

Buon lavoro. Viva il (nuovo)Partito comunista italiano!

Viva la rinascita del movimento comunista!

 Valeria (Palermo)




Problemi di metodo
Rubrica di La Voce n. 27
novembre 2007