Indice


Conquistare l’appoggio degli operai avanzati alla clandestinità del partito comunista

(seconda puntata)
(prima puntata)


    1. Cosa vuol dire “costruire il partito dalla clandestinità”?
    2. A cosa serve un’organizzazione clandestina se non fate lotta armata?
    3. Perché già oggi è indispensabile “costruire il partito dalla clandestinità”?
    4. Ma un partito clandestino non è per forza di cose slegato dalle masse?
    5. Un partito comunista non crea con la sua sola esistenza un terreno favorevole perché la borghesia reprima i comunisti e i lavoratori avanzati?
    6. Quale è stata nel corso del movimento comunista la posizione dei comunisti sul carattere clandestino del partito comunista?
    7. A vostro parere la linea “costruire il partito dalla clandestinità” vale solo per il nostro paese o vale per tutti i paesi imperialisti?

Quella gente [Lenin parla dei dirigenti e funzionari sindacali del Partito social-democratico tedesco nel 1915, ma potrebbe parlare anche di gente di oggi] è talmente corrotta e istupidita dalla legalità borghese, che non può neppure comprendere l’idea della necessità di altre organizzazioni, cioè di organizzazioni illegali, per dirigere la lotta rivoluzionaria. Quella gente è giunta a immaginarsi che i sindacati legali, esistenti per autorizzazione della polizia, siano un limite oltre il quale non si può andare: che sia possibile che simili sindacati funzionino davvero come organismi dirigenti della classe operaia anche in un periodo di crisi. ... Il sistema formato solo da organizzazioni legali, il sistema organizzativo completamente legale dei partiti “europei” ha fatto il suo tempo e, in seguito allo sviluppo del capitalismo oltre la fase preimperialista. si è trasformato nel fondamento della politica operaia borghese. È necessario completarlo con la creazione di una struttura illegale, di un’organizzazione illegale, dell’attività socialdemocratica illegale, senza cedere però neppure una delle posizioni legali.”

(Lenin, Il fallimento della II Internazionale, maggio - giugno 1915)



1. Cosa vuol dire “costruire il partito dalla clandestinità”?


In un suo libro di memorie (Tra reazione e rivoluzione, 1972) L. Longo ridicolizza la costruzione clandestina del partito comunista. Secondo lui costruire oggi un partito clandestino sarebbe “creare già nel periodo normale un embrione di struttura, di capisaldi, di organizzazioni del tutto clandestine, staccate dall’organizzazione e dal lavoro alla luce del sole. Ma è difficile mantenere in piedi un’organizzazione che non deve fare nulla fino al momento dell’illegalità”. L. Longo pensa a una situazione “normale” in cui i comunisti lavorano completamente “alla luce del sole” e a una situazione d’illegalità in cui tutto il lavoro dei comunisti si svolge nella clandestinità. Nella situazione “normale” tutta l’attività è legale e l’organizzazione clandestina “non deve fare nulla”. Poi subentrerà una situazione in cui la borghesia e il suo Stato vieteranno alla classe operaia ogni attività politica e allora non vi sarà alcuna organizzazione legale e tutta l’attività politica della classe operaia ricadrà sull’organizzazione clandestina. Ma la realtà non è né l’una né l’altra. Anche la realtà del 1972 quando Longo faceva simili discorsi non era né l’una né l’altra cosa. Del resto Longo è palesemente un ipocrita: sapeva benissimo che né la borghesia in generale né il PCI in particolare nel 1972 facevano tutto “alla luce del sole”. L’attività politica condotta “alla luce del sole” (che già legalmente in un paese capitalista non copre le questioni decisive per la vita individuale e sociale che sono demandate all’iniziativa privata dei capitalisti) era anzi diventata in larga misura un “teatrino della politica” che nascondeva la parte più importante dell’attività politica. Certamente non è la nostra realtà attuale e non lo saranno le situazioni che dovremo affrontare nel futuro.

Anche nei paesi più evoluti e nei periodi più tranquilli, dove la borghesia interviene meno apertamente a regolare e reprimere la propaganda e le attività organizzative dei comunisti, la struttura clandestina del partito non è una struttura di organismi e compagni che non fa nulla, che solo si allena in vista del futuro. La struttura clandestina del partito deve comprendere la direzione del partito, l’essenziale del sistema di collegamento tra le organizzazioni di base e la direzione, l’essenziale delle organizzazioni di base e tutto quanto è indispensabile allo svolgimento della loro attività. In ogni fase deve affiorare alla luce del sole solo quella parte della struttura del partito che il partito stesso valuta giusto far affiorare per il migliore svolgimento della sua attività. Una parte dei compagni che compongono il partito vivono da clandestini; altri membri del partito vivono normalmente e svolgono solo attività clandestine, altri membri infine vivono normalmente e svolgono attività politiche “alla luce del sole”, ma la loro appartenenza al partito è tenuta nascosta. Ovviamente gli organi di polizia politica compileranno egualmente le loro liste di sospetti, cercheranno di ricostruire l’organigramma del partito nella misura più completa che è loro possibile. Ma se il partito concepisce e organizza la sua attività in maniera giusta, gli elenchi della polizia politica comprenderanno solo la parte che il partito decide esso stesso di esporre alla schedatura, assieme a una maggioranza di compagni di FSRS che in realtà non appartengono al partito. In ogni situazione, nella più tranquilla per un motivo e nella più agitata per un altro, in ogni paese imperialista è alto il numero di compagni che, senza appartenere al partito, svolgono attività affini a quelle del partito e utili agli obiettivi del partito. Questo numero sarà tanto maggiore quanto più efficace, capillare e assidua sarà l’opera di orientamento politico e ideologico del partito. È proprio questo che fa sì che alcuni compagni, in buona fede, pensino che non occorre che il partito sia già oggi clandestino. Ma in realtà è il partito clandestino che assicura l’orientamento e la “protezione” di questa massa di più o meno consapevoli “fiancheggiatori”.

Invece le organizzazioni comuniste che oggi, anche nella situazione più tranquilla che possiamo immaginare, svolgono tutta la loro attività davvero “alla luce del sole” (cioè sotto il controllo della borghesia ed esposti alle sue manovre)

1. non svolgono tutte le attività che già oggi devono svolgere. Seguendo i loro dibattiti e la loro stampa, si nota ad esempio che esse non discutono liberamente e fino in fondo di alcuni aspetti chiave e indispensabili di un programma realmente rivoluzionario e di un piano di attività realmente rivoluzionaria (ad esempio il ruolo della violenza) e tanto meno fanno propaganda di essi tra le masse. Come faceva già notare Lenin nel 1916 parlando delle difficoltà in cui si dibattevano i socialdemocratici di sinistra tedeschi (A proposito dell’opuscolo di Junius, luglio 1916), solo un’organizzazione illegale può “elaborare fino in fondo le parole d’ordine rivoluzionarie ed educare sistematicamente le masse secondo il loro spirito”. Già solo questo crea una frattura non dichiarata ma reale tra esse e gli strati più vasti e più oppressi delle masse popolari.

2. Non svolgono abbastanza bene le attività che svolgono. Oltre che dover censurare una parte della loro propaganda, tutte le loro attività sono svolte in modo da evitare di offrire appigli alla polizia politica e sono inquinate da manovre e intrusioni della polizia politica e di altre forze borghesi. Le organizzazioni che si dichiarano comuniste quasi si confondono con organizzazioni borghesi e piccolo-borghesi e con le organizzazioni popolari permeate dalla cultura borghese di sinistra. Tutto ciò ancora a scapito del loro legame con le masse.

3. Non saranno in grado di continuare a svolgere neanche quelle attività che oggi svolgono quando esse saranno più indispensabili, cioè quando diventeranno tanto efficaci nel promuovere l’attività rivoluzionaria delle masse popolari che la borghesia le vieterà e cercherà con ogni mezzo di impedirle. La capacità di risolvere i problemi della propria sopravvivenza e del proprio funzionamento, di avere un sistema di direzione abbastanza efficiente quanto necessario per assolvere i propri compiti e di mantenere e alimentare un rapporto efficace con le masse può formarsi solo sulla base di una lunga esperienza: è impossibile improvvisarla.

Costruire oggi il partito comunista a partire dalla clandestinità è questione di porre su basi solide e durature, inattaccabili dalla borghesia, la direzione e la struttura essenziale del movimento rivoluzionario che un po’ alla volta si svilupperà nel paese.

Tanto è necessaria la clandestinità del partito comunista che persino le FSRS che sono contrarie alla clandestinità di fatto, per forza di cose, se non sono realmente per la “via pacifica e democratica al socialismo”, cioè se non sono la succursale filantropica della parrocchia e della questura, una versione laica delle organizzazioni operaie e popolari parrocchiali, sono obbligate a svolgere attività clandestine, ma le svolgono in forma dilettantesca, occasionale, artigianale. Ogni lavoratore che resiste al padrone, nasconde le sue risorse e le sue mosse al padrone. Il partito comunista raccoglie questa esperienza, la elabora e la eleva a sistema di attività politica. La lotta che la classe operaia deve condurre per realizzare la sua emancipazione dalla borghesia non è una lotta tra opinioni diverse. È una guerra tra classi che hanno interessi antagonisti. La storia ha dimostrato e l’esperienza conferma che non c’è mezzo a cui la classe dominante e le vecchie classi sfruttatrici non ricorrono per difendere e perpetuare i loro privilegi. Il partito comunista deve essere in grado di guidare la classe operaia a essere all’altezza di questo scontro per uscirne vincente. Questo è “costruire il partito dalla clandestinità”.


2. A cosa serve un’organizzazione clandestina se non fate lotta armata?


Porre una domanda del genere vuol dire ignorare completamente gli aspetti decisivi della politica rivoluzionaria che consistono nell’elaborare una giusta analisi della situazione, elaborare giuste linee politiche che tengono contemporaneamente conto degli obiettivi che dobbiamo raggiungere, della situazione generale e dello stato d’animo e delle condizioni concrete delle masse, portare queste linee alle masse e tradurle in parole d’ordine in ogni situazione concreta, fare il bilancio delle esperienze, organizzare le forze del partito e delle masse (organizzazioni di massa) e dirigerle nella lotta contro la borghesia. Questa è la concezione marxista della lotta di classe e del ruolo dei comunisti in essa, indicata già nel Manifesto del partito comunista del 1849. Tutte queste funzioni essenziali del partito stanno a monte della lotta armata che è solo uno sviluppo e una manifestazione particolare di esse, che può svilupparsi vittoriosamente solo come emanazione e prolungamento di esse, esattamente come “continuazione della politica con altri mezzi” (per usare una espressione celebre). È tipico dei militaristi rovesciare le priorità e considerare la lotta armata come la vera attività rivoluzionaria e il resto come attività ausiliarie e secondarie. È questa mentalità che si riflette nella domanda. Chi la pone non ha una concezione marxista della società e della lotta di classe. Ha una concezione riduttiva, semplicistica, schematica della società e della lotta di classe. Siccome la borghesia usa la violenza per reprimere le masse quando rifiutano di essere sfruttate, allora ne conclude che la violenza è l’unico strumento con cui la borghesia tiene sottomesse le masse o che è sempre il principale strumento. Siccome in definitiva l’eliminazione del potere della borghesia avviene a mezzo di uno scontro armato con essa, allora se ne deduce che la lotta di classe si riduce allo scontro armato con la borghesia. Tutte semplificazioni che portano a una visione distorta della realtà e a una linea politica fallimentare. I comunisti sono il solo partito che ha diretto gli operai e le masse popolari a condurre delle guerre e delle guerre vittoriose contro la borghesia. Ma proprio perché hanno una concezione realistica (scientifica) della società, dell’oppressione di classe e della lotta di classe.


3. Perché già oggi è indispensabile “costruire il partito dalla clandestinità”?


Costruire il partito comunista dalla clandestinità è un’impresa da incominciare e condurre avanti già oggi alacremente, approfittando il più possibile e il più a lungo possibile del fatto che la borghesia imperialista concentra nella repressione del partito comunista una parte relativamente debole delle sue forze. A noi comunisti, membri del partito clandestino, la legalità “non ci uccide” perché ne approfittiamo, “uccide” la borghesia. Man mano che le forze capaci di eliminare l’attuale ordinamento sociale e instaurarne uno superiore, il socialismo, cresceranno di forza al punto da diventare un pericolo in qualche misura significativo per la borghesia, non vi è dubbio che questa cercherà di schiacciarle. Non mancano già ora precisi segnali in questo senso e la storia al riguardo non lascia dubbi. Solo degli avventurieri o degli sprovveduti quindi costruiscono queste forze senza tener conto fin dall’inizio del futuro che le attende. Cose che oggi sembrano fuori luogo a chi non guarda oltre il proprio naso, cose che a volte sembrano persino rallentare il nostro lavoro, diventano del tutto ragionevoli e anzi necessarie se si considera la situazione con una certa lungimiranza e si tiene conto delle lezioni della storia del movimento comunista. Uno dei classici del comunismo, e non degli ultimi, in uno scritto del luglio 1916, riferendosi a Rosa Luxemburg, Karl Liebnecht, Leo Jogisches (che poi nel 1919 saranno tutti trucidati dagli squadroni della morte sostenuti dai socialdemocratici), cioè ai migliori dirigenti rivoluzionari della classe operaia tedesca dell’epoca, scriveva: “Il maggior difetto di tutto il marxismo rivoluzionario in Germania è la mancanza di una salda organizzazione clandestina che propugni la sua linea in modo sistematico ed educhi le masse in conformità ai nuovi compiti” e un po’ oltre: “Nell’opuscolo di Junius (cioè di Rosa Luxemburg, pubblicato clandestinamente) si sente l’isolato, che non appartiene a un’organizzazione clandestina abituata a elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie e a educare sistematicamente le masse nel loro spirito” (Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, luglio 1916). È solo un passo tra i tanti di un classico del comunismo che i pedanti del marxismo del suo tempo accusarono più volte di anarchismo e di blanquismo. Ma la realtà dimostrò che era l’interprete più fedele dello spirito rivoluzionario del marxismo.

Per noi comunisti si tratta di prevenire la borghesia, di anticipare le sue mosse anziché subirle. I partiti comunisti europei della prima Internazionale Comunista divennero tutti clandestini quando la borghesia li mise fuori legge. La loro attività successiva confuta nella pratica la tesi che in un paese imperialista un partito comunista clandestino è “staccato dalle masse”, non può operare, svolgere il suo compito e rafforzarsi fino a condurre la classe operaia alla vittoria. Ma subirono gravi perdite (soprattutto in Italia e in Germania) per non avere anticipato l’iniziativa della borghesia. Essi però ebbero sempre l’aiuto della IC di cui erano sezioni nazionali. Il retroterra della IC, che operava liberamente, in qualche misura attenuava le conseguenze pratiche del fatto che le singole sezioni non erano clandestine. La loro esperienza conferma che avrebbero dovuto organizzarsi come partiti clandestini di loro iniziativa. Quanto successo ai partiti comunisti dell’Indonesia e del Sudan negli anni ’60 e del Cile negli anni `70, che pure avevano il sostegno di un campo socialista ancora forte, mostra ancora più quanto sia necessario che noi costruiamo già oggi il partito dalla clandestinità. Non solo per essere preparati di fronte alle aggressioni della borghesia, ma soprattutto per poter educare fin da oggi le masse nello spirito degli obiettivi rivoluzionari e accumulare forze rivoluzionarie.


4. Ma un partito clandestino non è per forza di cose slegato dalle masse?


Il legame del partito con le masse è anzitutto il risultato della sua concezione marxista della lotta rivoluzionaria e della sua linea politica aderente alle leggi e alle contraddizioni reali del movimento delle masse popolari e della società. In secondo luogo è il risultato della sua composizione di classe, del fatto di essere l’organizzazione degli operai d’avanguardia, più avanzati. In terzo luogo è il risultato dell’applicazione nella pratica della linea di massa nell’attuazione della sua linea politica. Se il partito risolve in maniera abbastanza giusta queste tre questioni esso si lega alle masse sempre più strettamente. Se non risolve in modo giusto tutte queste tre questioni, il partito non sarà legato alle masse anche se i suoi membri sono tutto il giorno e ogni giorno in mezzo ai lavoratori e sono conosciuti “da tutti” come membri del partito. Ora il partito clandestino, proprio per la sua natura clandestina. può svolgere la sua attività regolandola sulle sue forze e sulle necessità della classe operaia e delle masse popolari. Mentre un partito legale deve anche, e in alcuni casi anzitutto, tener conto di quello che la borghesia tollera o vieta e regolare su questo la sua attività. Un partito legale ha quindi in linea di massima meno possibilità di legarsi alle masse di quante ne abbia un partito clandestino. Questa affermazione sembrerà paradossale a quelli il cui orizzonte della lotta politica è limitato alle elezioni e alle assemblee, ma non per questo è meno vera. Chi concepisce il legame con le masse come legame con il loro lato abitudinario. arretrato e reazionario, non capisce come le masse popolari russe potevano essere legate a uomini come Lenin o Stalin e alle organizzazioni bolsceviche che per anni erano state immerse nella illegalità più profonda o addirittura all’estero. Un partito clandestino è in condizioni sia di elaborare le sue parole d’ordine liberamente in conformità alle esigenze del movimento rivoluzionario delle masse sia di educare sistematicamente le masse secondo il loro spirito. Esso può parlare al cuore delle masse, dire loro quello che loro stesse non sanno dire e non osano sperare. Questo è ripetutamente confermato dalla storia del movimento comunista. Il partito bolscevico, il partito comunista cinese, altri partiti comunisti e in particolare anche il partito comunista italiano durante la lotta contro il fascismo e durante la Resistenza stabilirono forti legami con le masse operando dalla clandestinità, nonostante la persecuzione cui la borghesia li sottoponeva. Proprio perché essi aderivano con le loro parole d’ordine e le loro attività alle più profonde aspirazioni e necessità degli operai e del resto delle masse popolari.


5. Un partito comunista non crea con la sua sola esistenza un terreno favorevole perché la borghesia reprima i comunisti e i lavoratori avanzati?


La borghesia non reprime i comunisti perché sono clandestini. Li reprime perché mobilitano le masse contro lo sfruttamento e l’oppressione. Perché la loro attività e la loro direzione rendono le masse popolari invincibili, rendono impossibile alla borghesia continuare a sfruttarle e ad opprimerle, rendono impossibile la sopravvivenza del suo ordinamento sociale, del capitalismo. Certo, in determinate circostanze la borghesia proclamerà che essa perseguita i comunisti “solo perché sono clandestini”, che essa “non avrebbe nulla contro i comunisti se lavorassero alla luce del sole come gli altri partiti”. Essa cercherà di mettere contro i comunisti le masse dicendo che i comunisti sono la causa della repressione, come i nazifascisti dicevano che le loro barbare azioni erano causate dai partigiani. Ma il fatto è che se i comunisti fossero a portata delle sue mani, la borghesia eliminerebbe quelli che non si adattano a fare solo quello che per essa è compatibile.

“I comunisti sono la causa della repressione” è solo una tesi demagogica con cui la borghesia cerca di isolare i comunisti dalle masse, di mettere le masse contro i comunisti. Bisogna quindi aver cura di contrastare questa propaganda, mostrando che senza i comunisti la borghesia opprime e sfrutta più liberamente le masse. La crisi del movimento comunista ha lasciato molta libertà alla borghesia, ha lasciato assurgere agli onori individui come Margaret Thatcher, Reagan, Berlusconi, Bush e le masse ne subiscono le conseguenze. Questo è il punto. La borghesia non tollera gli ostacoli che i comunisti creano allo sfruttamento e all’oppressione delle masse. Un partito comunista clandestino è particolarmente efficace nell’ostacolare la borghesia e quindi la borghesia scatena la sua persecuzione contro di esso.

Ma proprio per questo l’esistenza del partito clandestino è in molte circostanze una protezione per le masse popolari. Grosso modo come l’esistenza di un campo socialista era un elemento di forza per le masse popolari perché la borghesia doveva dimostrare che “il capitalismo è meglio del socialismo”. Quando la borghesia non può direttamente eliminare il partito comunista clandestino che non è alla portata delle sue mani, essa cerca di dissuadere gli elementi avanzati delle masse popolari dall’aderire al partito. Siccome quando la borghesia cerca di colpirli, essi trovano sostegno e rifugio proprio nel partito comunista e quindi lo rafforzano, essa ha un motivo in più per andare cauta nella repressione di massa.

Per questo è molto importante denunciare pubblicamente nella misura più efficace possibile ogni atto di repressione. Quanto più numerosi sono gli individui e le organizzazioni che, anziché tacere e accodarsi alla borghesia aderendo al suo “fronte comune contro il terrorismo” e alla sua “guerra mondiale contro il terrorismo” (e quindi ridursi a combattere quelli che la borghesia dichiara terroristi), in qualche modo protestano contro ogni sua misura repressiva, tanto più difficile sarà per la borghesia reprimere e scatenare guerre e quindi tanto più ampio e semplice sarà il lavoro di raccolta e formazione delle forze rivoluzionarie. Non temiamo la repressione al punto da rassegnarci a quello che la borghesia vuole, ma cerchiamo con tutte le nostre forze di ostacolarla e ritardarla. Anche perché sappiamo che la borghesia non reprime perché ci sono i comunisti, ma perché deve ledere gli interessi immediati e diretti delle masse popolari e quindi deve prevenire e indebolire la loro ribellione su larga scala colpendo le avanguardie della loro resistenza, i suoi promotori e animatori, i comunisti.


6. Quale è stata nel corso del movimento comunista la posizione dei comunisti sul carattere clandestino del partito comunista?


L’epoca delle rivoluzioni socialiste è incominciata con l’inizio della fase imperialista del capitalismo, alla fine del secolo XIX. Il partito bolscevico era clandestino non solo perché lo zarismo vietava la sua attività legale, ma perché riteneva che solo un partito clandestino era in grado di “elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie ed educare sistematicamente le masse nel loro spirito”. Lenin e i suoi sostennero in modo intransigente il carattere clandestino del partito contro quelli che volevano costituire un partito legale o, in mancanza di autorizzazione da parte delle autorità, un partito che lottasse per indurre le autorità ad accettare la sua esistenza e attività legale, come facevano i liberali borghesi dato che anche ai loro partiti lo zarismo vietava un’esistenza legale. Nello scritto Partito illegale e lavoro legale del novembre 1912 Lenin illustra chiaramente proprio questo concetto: il partito comunista svolge, promuove e dirige le attività legali (“alle luce del sole”) più ampie e più varie che la situazione consente, per educare tramite esse le masse agli obiettivi e alle parole d’ordine del partito illegale e legarle alla sua politica rivoluzionaria. Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale e tutta l’Europa si trovò immersa in una situazione rivoluzionaria di lunga durata (che Lenin illustra nello scritto Il fallimento della II Internazionale del maggio - giugno 1915), egli sostenne che il limite più grave dei socialdemocratici di sinistra dei paesi europei, ciò che limitava la loro capacità di svolgere le attività di cui le masse avevano più bisogno e quindi limitava il loro legame con le masse, era la mancanza di una collaudata organizzazione clandestina, abituata ad elaborare fino in fondo le sue parole d’ordine rivoluzionarie e ad educare nel loro spirito le masse. La prima Internazionale Comunista pose ai partiti socialisti che volevano aderire come condizione per accettarne l’adesione (la terza delle 21 condizioni approvate dal 2° congresso dell’IC nel 1920) la costituzione di un apparato clandestino che assicurasse la continuità dell’azione del partito anche nel caso in cui la borghesia ricorresse allo stato d’assedio e a misure di emergenza. La pratica dimostrò che questa condizione non era sufficiente perché nei paesi in cui lo ritenne necessario la borghesia fece ricorso a regimi terroristici di massa (fascismo, nazismo). In questi paesi fu la borghesia la maestra dei partiti comunisti e insegnò loro che per non rinunciare al loro ruolo dovevano diventare partiti clandestini. Essi lo divennero e condussero vittoriosamente la loro attività fino a concludere in condizioni di grande forza la lotta contro il fascismo e il nazismo in Italia, in Francia, in Belgio, in Olanda, in Cecoslovacchia, in altri paesi dell’Europa orientale e a suo modo anche in Germania. L’insegnamento universale che si ricava dall’esperienza dei partiti comunisti costruiti nell’ambito della prima Internazionale Comunista è che i partiti comunisti devono essere clandestini e svolgere la più ampia e varia attività legale che la situazione concreta consente. È importante rilevare che tutte le FSRS legali che non hanno convenuto sulla giustezza della tesi enunciata e messa in pratica dalla CP nel 1998 (la “settima discriminante”) non hanno mai osato discutere apertamente di questo insegnamento dell’esperienza del movimento comunista. Ogni compagno deve chiedersene e chiedere il perché.


7. A vostro parere la linea “costruire il partito dalla clandestinità” vale solo per il nostro paese o vale per tutti i paesi imperialisti?


A noi pare evidente che l’insegnamento del movimento comunista che ho prima indicato è un insegnamento che ha validità universale, valido per tutti i paesi imperialisti. Tutti quelli che sono impegnati a costruire nuovi partiti comunisti o che, avendoli costituiti, sono impegnati a rafforzarli, dovrebbero e per forza di cose prima o poi dovranno fare i conti con questo insegnamento. Il Partito Comunista di Spagna (ricostituito), fondato nel 1975, ha fin dalla sua costituzione rivendicato la clandestinità come un carattere indispensabile e ha continuato ad attenersi a questa anche quando la borghesia spagnola cercò di liquidare il movimento comunista con la Riforma (1978-1982) che diede alla Spagna un regime politico simile a quello degli altri paesi imperialisti. Sotto questo aspetto è stato all’avanguardia in Europa e certamente dispone di un ricco patrimonio di esperienze.

Detto questo, resta però da dire che le forme della ricostruzione e del rafforzamento del partito comunista, oltre che seguire leggi universali, devono anche tenere conto delle condizioni particolari di ogni paese. Quindi ci guardiamo bene dal sostenere che in tutti i paesi i comunisti debbano seguire una via analoga a quella che stiamo seguendo in Italia e dal pretendere di dire agli uni o agli altri come precisamente devono risolvere i problemi della loro ricostruzione. Solo sollecitiamo tutti ad affrontare essi stessi il problema. Fa parte del nostro dovere internazionalista. Vogliamo imparare dall’esperienza degli altri e siamo disposti a far conoscere la nostra, nello spirito dell’internazionalismo proletario.

Ernesto V.




Manchette

La Voce sulla settima discriminante

La settima discriminante. Quale partito comunista? n. 1 pag. 17-52

Ancora sulla settima discriminante n. 5 pag. 23-30

Sempre sulla settima discriminante n. 9 pag. 37-45

Conquistare l’appoggio degli operai avanzati alla clandestinità del partito comunista (prima puntata) n. 13 pag. 27-34