Indice letteratura comunista

 

Relazione di Palmiro Togliatti

sulla sconfitta del Fronte Popolare (1936-1939) e la fine della Repubblica Spagnola

 

Per partecipare alla rivoluzione socialista che il (n)PCI promuove nel nostro paese, occorre studiare l’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria

Mettiamo a disposizione qui di seguito la relazione del 21 maggio 1939 al CE dell'IC stesa da Palmiro Togliatti, futuro capo dei revisionisti moderni che neanche dieci anni dopo, approfittando dei limiti della sinistra del PCI del PCI, riuscirono a far affogare la Resistenza nella Repubblica Pontificia sotto protettorato USA (NATO).

Togliatti era stato inviato in Spagna dal Comitato Esecutivo (CE) dell’Internazionale Comunista e dal luglio 1937 al marzo 1939 aveva esercitato il ruolo di consigliere della IC presso la direzione del Partito comunista spagnolo (PCE), cooptato nel suo Ufficio Politico. La relazione che proponiamo allo studio venne redatta da Togliatti, rientrato fortunosamente a Mosca dopo il crollo della Repubblica Spagnola ed è diretta al CE. Il testo è preso dal vol. 4.1 delle Opere di Togliatti, Editori Riuniti 1979, pagg. 343-410: abbiamo apportato solo la correzione di alcuni errori linguistici grossolani che i redattori degli Editori Riuniti non avevano corretto. Le note sono quelle degli Editori Riuniti: le poche nostre note sono ben evidenziate (tra parentesi quadre, in corpo minore e con la dizione ndr) e inserite nel corpo del testo. Le conclusioni con cui Togliatti terminava la sua relazione sono già state pubblicate con apposita presentazione nel n. 53 della rivista del (n)PCI, La Voce (luglio 2016).

Raccomandiamo vivamente di studiare la relazione di Togliatti combinandola con il bilancio che della guerra civile spagnola (1936-1939) ha fatto il PCE(ricostituito) La guerra di Spagna, il PCE e l’Internazionale Comunista, pubblicato dalle Edizioni Rapporti Sociali (1997). I compagni che studieranno in questo modo la relazione di Togliatti potranno ricavare importanti insegnamenti a proposito di come devono organizzarsi i comunisti dei paesi imperialisti per riuscire ad assolvere ai loro compiti di promotori e dirigenti della rivoluzione socialista.

Per ulteriori riflessioni sulla relazione di Togliatti, rimandiamo all’Avviso ai naviganti 63 - 28 luglio 2016, disponibile sul sito.

 

Palmiro Togliatti al Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista

(testo in formato word)

 

 

Relazione del 21 maggio 1939

Strettamente confidenziale

Le difficoltà contro le quali ha urtato la politica di resistenza e di unità del partito spagnolo sono cominciate ad aumentare e ad aggravarsi soprattutto dopo la capitolazione di Monaco e dopo lo sciopero generale e la rottura del fronte popolare in Francia.(1) Le informazioni e le osservazioni che seguono si riferiscono al periodo intercorrente fra questi avvenimenti e la fine della guerra. Se il rapporto ha un carattere un po’ troppo descrittivo, ciò è dovuto alla necessità di fornire più materiale possibile sui fatti concernenti un periodo della guerra sul quale fino al momento attuale io non sono stato in grado di inviarvi alcuna informazione.

 

1. A Monaco, nel settembre del 1938, Hitler otteneva dalla Francia, dall’Inghilterra e dall’Italia la cessione del territorio dei Sudeti. In Francia, intanto, l’ultimo governo Blum assisteva allo sgretolamento progressivo, ma inesorabile, del blocco delle sinistre e lo sciopero del novembre 1938 veniva violentemente represso.

 

 

I. Situazione politica della Spagna dopo la capitolazione di Monaco

 

Lotta condotta dai capitolardi, dai traditori e dagli agenti del nemico per disgregare il fronte popolare e contro il partito comunista. Prima del patto di Monaco e della rottura del fronte popolare in Francia, era stato relativamente facile per il partito comunista spezzare gli intrighi e i tentativi aperti degli elementi capitolardi e degli agenti del nemico per rompere il fronte popolare e mettere fine in tal modo alla resistenza del governo e del popolo. Nel mese di marzo del 1938, quando il presidente Azaña, d’accordo con gli ambasciatori della Francia e dell’Inghilterra e appoggiato da Prieto, pose il problema della capitolazione, il partito lottò contro questo tentativo, d’accordo con la direzione del partito socialista, dalla CNT e con qualche elemento repubblicano, cosa che permise di dominare rapidamente la situazione con un appello diretto alle masse. Nel mese di giugno del 1938, i reiterati sforzi dei capitolardi per rovesciare il governo di frante popolare furono spezzati assai rapidamente con un plebiscito in favore del governo, organizzato nell’esercito dal partito comunista e dal PSUC, con la collaborazione di quasi tutti gli ufficiali e commissari. Nel mese di agosto del 1938, la crisi provocata dai nazionalisti catalani e da una parte dei repubblicani (resistenza ai decreti di concentrazione nelle mani dello Stato di tutta l’industria di guerra, ecc.) venne ugualmente liquidata in breve tempo, semplicemente con la minaccia di un appello alle masse. A partire dal mese di settembre 1938, la situazione si aggrava sensibilmente essendo riusciti, gli elementi capitolardi, i traditori e gli agenti del nemico a coordinare la loro azione ed essendo giunti, negli ultimi tempi, a formare un unico blocco diretto contro i comunisti e animato dall’unica volontà di mettere fine alla guerra con la capitolazione.

Dal mese di agosto la Fédéracion anarquista iberica (FAI) elaborava e diffondeva nel paese un memorandum che conteneva già quasi tutti gli elementi di una piattaforma di blocco anticomunista dei capitolardi e dei traditori. Il memorandum, probabilmente opera collettiva di elementi anarchici (Juan López, ecc.), socialisti (Araquistain, ecc.), repubblicani (Albornoz) e militari di carriera (Asensio), ecc., chiedeva un cambiamento radicale della politica di guerra con 1’“epurazione” dell’esercito e dell’apparato dello Stato dai comunisti, che accusava essere i responsabili (tramite i consiglieri militari) degli insuccessi dell’esercito e del proseguimento della guerra; prendeva violentemente posizione contro la politica di Unione nazionale e contro Negrín, esigeva il cambiamento del governo, la soppressione del commissariato di guerra, la riorganizzazione del comando dell’esercito con ufficiali di carriera sospettati di legami con il nemico, ecc. È all’incirca sulla base dei punti sviluppati in questa piattaforma che ha avuto inizio la collaborazione di tutti gli elementi  animati da un lato dalla volontà di capitolare e dall’altra dall’odio contro il partito comunista. Molti elementi sono intervenuti per rafforzare questo blocco, per dar vita e organizzare un lavoro di scavo.

Dal punto di vista ideologico il trotzkismo, collegato con gli estremisti e i provocatori anarchici, ha svolto il ruolo principale. Elementi del POUM penetravano nel partito socialista (PSO), nelle organizzazioni anarchiche (CNT e FAI), nei sindacati (UGT), nei partiti repubblicani ed anche nell’organizzazione della gioventù (JSU) e vi portavano la lotta contro l’unità, contro il fronte popolare e contro il partito comunista. Negli ultimi tempi l’agitazione trotzkista mutava contenuto: abbandonando la demagogia pseudorivoluzionaria, accusava il partito comunista di essere l’unico ostacolo alla conclusione della pace. Gli arresti rivelavano nello stesso tempo il rafforzamento dei legami fra l’organizzazione illegale trotzkista e quella della Falange.

Dal punto di vista politico e organizzativo, un ruolo estremamente importante è stato svolto dalla massoneria. Ufficialmente la massoneria manteneva una posizione di appoggio al governo Negrín (risoluzione adottata dal Grande Oriente di Spagna nel mese di dicembre). In effetti l’organizzazione massonica lavorava per seminare il disfattismo e rompere il fronte popolare. Le cellule della massoneria funzionavano attivamente nell’esercito e in tutto l’apparato dello Stato. La polizia era quasi completamente in mano alla massoneria. Gli ufficiali di carriera, anche membri del PC [vedi ad esempio Burillo di cui più avanti, ndr], erano in grande maggioranza massoni. I legami massonici si estendevano dal partito repubblicano al partito socialista, ai quadri dirigenti della CNT e penetravano largamente nella UGT della Catalogna, nel PSUC ed anche nel PC. Con la forza dei legami massonici si spiegano l’atteggiamento equivoco e il tradimento di molti ufficiali e funzionari di Stato comunisti. Barceló, Bueno, Ortega, i tre comandanti del fronte del centro, che con la loro passività e le loro esitazioni aiutarono Casado a realizzare il suo colpo di Stato, erano tutti e tre massoni. Massoni erano Camacho e Alonso, capi dell’aviazione, che passarono dalla parte di Casado nelle prime ore dell’insurrezione. Massone era Cuevas, capo della polizia, che nonostante le direttive, le pressioni e le intimazioni del partito lasciò che i nemici del partito e del fronte popolare si impadronissero delle forze di polizia della zona centrale. Ecc., ecc.

Nelle organizzazioni sindacali (UGT) e del partito socialista, il ruolo principale di disgregazione fu svolto da Largo Caballero e dai suoi accoliti, i quali inoltre riuscirono nei mesi di novembre-dicembre a provocare per qualche tempo la scissione di alcune organizzazioni unitarie della gioventù.

La lotta contro il governo Negrín, contro il fronte popolare e contro il partito comunista era inoltre ispirata e diretta in larga misura dall’estero. Da questo punto di vista c’è stata la collaborazione più o meno diretta fra gli agenti del fascismo, gli agenti dei governi francese e inglese, gli agenti della II Internazionale e gli spioni di tutte le risme. Le vie, attraverso le quali si esercitava in Spagna questa influenza demoralizzatrice e disfattista proveniente dall’estero, sono state le più svariate. Soprattutto: a) gli agenti diplomatici e consolari spagnoli all’estero, quasi tutti elementi indesiderabili che all’estero svolgevano propaganda contro la repubblica e in Spagna alimentavano il disfattismo e gli intrighi; b) gli agenti diplomatici e consolari e gli addetti militari dei paesi stranieri in Spagna; c) Largo Caballero e i suoi amici, continuamente in viaggio in Inghilterra e in Francia; d) gli “emigrati” repubblicani in Francia (M. Domingo, Albornoz, alcuni dirigenti dei partiti catalanisti); gli uomini della II Internazionale, ogni viaggio dei quali in Spagna è stato seguito da un peggioramento delle nostre relazioni con il PS, così come è successo dopo ogni soggiorno all’estero dei dirigenti del PSO. Fine dicembre del 1938, Fritz Adler venne a Barcellona e le sue prolungate conversazioni con Negrín furono avvolte dal mistero più assoluto. Il ruolo che Zyromski (2) ha svolto nel corso dei suoi frequentissimi viaggi in Spagna rimane assai oscuro; f) i massoni e i “democratici” francesi. Un ruolo assai losco è quello dei parlamentari francesi che furono in Spagna nel primo periodo dell’offensiva in Catalogna. Dopo un solenne ricevimento al parlamento catalano, il capo della delegazione dichiarò, con grande rumore, che “entro qualche giorno e forse entro qualche ora” la repubblica avrebbe ricevuto l’aiuto materiale della Francia (in altre parole, armi). Era una grossolana provocazione, che ebbe il risultato di demoralizzare ancora più profondamente il popolo quando si vide che il governo francese non pensava neppu re lontanamente ad aiutarci.

 

2. Deputato socialista francese.

 

La canzone che questi agenti del tradimento cantavano ai dirigenti spagnoli era sempre la stessa: il vostro isolamento in Europa è causato dalla presenza dei comunisti al potere e dal carattere del vostro esercito e del vostro regime.

In verità occorre dire che, al contrario, secondo le nostre informazioni, per due volte Morrison ed Attlee, dirigenti del Labour Party, dichiararono a Caballero, il quale poneva loro il problema dell’eliminazione dei comunisti dal potere, che ciò non avrebbe per nulla mutato la politica di Chamberlain nei confronti della Spagna.

Io ritengo che l’intensità e l’ampiezza di questo lavoro di scavo dei capitolardi, dei traditori e di tutti gli avversari della politica di resistenza, trovando un terreno favorevole e sfruttando la stanchezza delle masse popolari, sia l’elemento più caratteristico della situazione spagnola dopo Monaco. È qui che occorre cercare per questo periodo la causa principale delle debolezze e delle lacune dell’azione governativa, dell’indebolimento progressivo dell’unità d’azione del fronte popolare e del pericolo d’isolamento che minacciava sempre più gravemente il nostro partito.

 

Debolezze e lacune nell’azione del governo Negrín. Il secondo governo Negrín è senza dubbio quello che ha collaborato più strettamente con la direzione del partito comunista e che più ampiamente e più rapidamente di tutti i precedenti ha accettato e realizzato le proposte del partito. Ha al suo attivo la formulazione dei “13 punti” che contribuì in modo decisivo a rafforzare l’unità del popolo in un momento assai grave della guerra; l’agitazione condotta personalmente da Negrín contro i capitolardi e contro i traditori per una politica di resistenza, che gli valse nell’esercito e fra il popolo una enorme popolarità; la difesa degli interessi della Repubblica spagnola in campo internazionale, condotta con forza ed abilità da Negrín e da del Vayo nelle varie assise di Ginevra; il cambiamento della politica di guerra di Prieto nel senso richiesto dal nostro partito [testo cancellato: creazione di riserve, abrogazione delle stupide disposizioni che impedivano ai quadri militari della milizia di ricoprire gradi superiori a quello di “comandante” (maggiore), giusta politica di ricompense e di punizioni, massimo rafforzamento delle posizioni del partito nell’esercito, rivalutazione del commissariato di guerra, costruzione di qualche linea fortificata, ecc]; il miglioramento dei rapporti con la direzione della CNT condotta alla collaborazione governativa e all’abbandono pressoché totale delle vecchie posizioni politiche dell’anarchismo, ecc.

Questo stesso governo ha però avuto parecchie debolezze. Non aveva un programma di azione immediata e mancava di omogeneità, dato che ogni partito cercava di difendere e di realizzare tramite i suoi ministri i suoi propri punti di vista, di difendere i suoi interessi particolari, le sue “posizioni”. L’elemento comune (la volontà e la decisione comune di vincere la guerra) svaniva troppo di frequente, soffocato dalla lotta dei partiti e delle persone. Inoltre la tendenza di tutti i ministri a fare blocco contro il presidente del consiglio e contro le proposte del PC si accentuava in concomitanza all’aggravarsi della situazione della repubblica. La preoccupazione costante di Negrín era giustamente quella di mantenere e di allargare l’unità del popolo e, di conseguenza, l’unità e la base del suo stesso governo. Ma nella situazione politica particolare esistente in Spagna nel corso di tutta la guerra, in assenza di una consultazione democratica del popolo, l’aumento della popolarità del capo del governo e della sua politica non significavano ancora per Negrín la soluzione delle difficoltà politiche contro le quali si scontrava a causa della discordia fra i partiti e della crescente ostilità di gran parte dei dirigenti repubblicani, socialisti ed anarchici e di parte dei militari di carriera. Il partito comunista era l’unico partito che appoggiava Negrín in modo leale. Tutti gli altri partiti in pubblico si dichiaravano favorevoli a lui e alla sua politica di resistenza, ma in effetti non gli davano alcun appoggio decisivo per aiutarlo a vincere gli intrighi dei capitolardi e risolvere rapidamente i vari problemi della guerra. Al contrario una parte dei loro quadri partecipava attivamente a questi intrighi e creava continue difficoltà a Negrín. Questo è vero soprattutto per il partito socialista la cui direzione, legata in maggioranza a Prieto e nella quale erano entrati Besteiro ed alcuni caballeristi e animata com’era da una ostili tà sempre maggiore verso il partito comunista, si può dire sia quella che in più larga misura ha contribuito a paralizzare l’azione del secondo governo Negrín. La direzione del nostro partito si è sempre sforzata di spingere Negrín a superare le difficoltà, prendendo nelle sue mani la direzione del suo partito e collaborando più strettamente con i sindacati della UGT (dove poteva trovare molto più appoggio che nel PSO) e con il fronte popolare; ma Negrín, elemento di provenienza intellettuale, non avendo partecipato attivamente alla vita del suo partito, non ha mai accettato di mettersi su questa strada. Era dunque ridotto a risolvere i problemi facendo continue concessioni ai vari partiti ed uomini politici, a quelli stessi che sapeva essere suoi nemici e che difendevano posizioni errate. Da qui la mancanza di prontezza nell’azione governativa, l’enorme ritardo a prendere decisioni che si imponevano ed erano chieste dal partito, la mancata soluzione di questioni vitali ed anche di molte decisioni sbagliate, risultato di un compromesso fra le giuste proposte comuniste e le esigenze dei nostri avversari.

Fra le debolezze di Negrín occorre anche menzionare il suo stile di lavoro, quello di un intellettuale sregolato, fanfarone, disorganizzato e disorganizzatore e la sua vita personale, quella di un bohémien non senza qualche segno di corruzione (donne).

Nell’insieme della politica governativa le debolezze e gli errori più rimarchevoli e che hanno avuto più gravi conseguenze nel periodo considerato sono stati principalmente i seguenti:

a) la zona centrale fu trascurata dopo il trasferimento della sede del governo a Barcellona.

I suoi problemi (produzione agricola e industriale, rifornimenti, ferrovie, porti, organizzazione del mercato contadino, ecc.) furono posti e risolti con enorme ritardo e qualche volta ignorati. Nella zona centrale l’apparato statale cominciò a sfuggire al controllo del governo e gli avversari della politica di resistenza penetrarono assai profondamente al suo interno. Soprattutto la polizia locale cadde poco a poco nelle mani dei socialisti avversari di Negrín e nemici del partito comunista. Il ministro degli interni (Paulino Gómez, socialista centrista) conduceva tramite alcuni governatori (i governatori comunisti erano soltanto quattro) la sua propria politica, che non si accordava con la politica ufficiale del governo e negli ultimi tempi della guerra addirittura la contraddiceva apertamente. Mentre Negrín era favorevole ad un vasto lavoro di agitazione fra le masse, il ministro degli interni proibiva i meetings del partito (i meetings del fronte popolare erano autorizzati) per impedirci di mostrare alle masse i problemi vitali della guerra. In generale l’assenza del governo ebbe come conseguenza nella zona centrale un aumento del potere e della prepotenza dei caciques dei funzionari locali, con la tendenza di ogni provincia a costituire un piccolo Stato nello Stato e a tenere le masse sottomesse con mezzi autoritari, eliminando ogni forma di democrazia. Il partito comunista era l’unica forza che lottava in modo conseguente contro questa degenerazione, ma non sempre con successo;

b) nella lotta contro la quinta colonna e contro i trotzkisti si è verificato fra il mese di agosto e il mese di ottobre un periodo di debolezza, caratterizzato soprattutto dal risultato scandaloso del processo del POUM che terminò senza alcuna condanna seria (pena massima: 15 anni). In questa occasione ebbe modo di rivelarsi l’azione nefasta del ministro della giustizia, Gonzales Peña, caduto sotto l’influenza del trotzkismo durante il suo viaggio nel Messico e di Paulino Gómez, che nel corso del processo proibì alla stampa qualsiasi campagna contro i traditori trotzkisti. Il partito condusse (con sensibile ritardo) la sua agitazione con pubblicazioni illegali e protestò energicamente giungendo a provocare le dimissioni del ministro degli interni. Negrín si disse d’accordo in tutto con noi, ma fece macchina indietro in seguito alla pressione del partito socialista (che minacciò di aprire una crisi), della II Internazionale e di ogni sorta di canaglia. Il suo intervento avvenne con molto ritardo e non fu energico. La lotta dell’apparato dello Stato contro i trotzkisti e contro la quinta colonna fu assai intensa e buona in novembre, dicembre, gennaio, ma soltanto in Catalogna. L’unica insurrezione della quinta colonna nel corso della battaglia della Catalogna fu quella di Gerona, che scoppiò nello stesso momento in cui entravano in città le divisioni italiane. Nella zona centrale, al contrario, la lotta contro la quinta colonna venne trascurata, soprattutto a Cartagena, a Murcia, ecc.;

 c) per quanto riguarda la politica internazionale, Negrín era dominato dai pregiudizi e dagli errori della socialdemocrazia. Non comprendeva il problema nazionale ed anche quando prendeva misure giuste e indispensabili (accentramento dell’industria di guerra e del tesoro nazionale nelle mani del governo della repubblica, ecc., ecc.), la sua mancanza di tatto, talora la sua brutalità, unite alla mancanza di tatto e alla brutalità dei suoi funzionari, urtavano il sentimento nazionale dei catalani. Occorre però riconoscere che, dietro pressione del partito, corresse molti suoi errori. Non bisogna dimenticare che i gruppi dirigenti dei partiti catalani borghesi e piccolo-borghesi (Acción catalana, Esquerra republicana de Catalunya) formicolavano di provocatori, di traditori, di agenti del nemico, di elementi legati ai gruppi reazionari della democrazia francese e da questi manovrati, speculatori, frodatori dello Stato, ladri, ecc. La politica di resistenza del governo di Unione nazionale trovava in questo ambiente avversari accaniti, mentre gli elementi sani dei partiti catalanisti non arrivavano mai a sconfessare apertamente e francamente gli elementi corrotti e della quinta colonna. In novembre e dicembre Negrín fece regolare con spirito di conciliazione le questioni finanziarie della Generalitat, prese molti contatti diretti con Companys. Infine (dicembre 1938) cedendo alle insistenze dell’UP del partito, il quale chiedeva che i rapporti fra i due governi (della repubblica e della Generalitat) fossero regolati in modo organico e permanente, offrì a Companys la carica di vicepresidente del consiglio, ma questi rifiutò e l’Esquerra, invitata, rifiutò di tornare al governo. Nonostante tutto ciò, la popolarità di Negrín fra il popolo catalano era grande quasi come nel resto della Spagna;

d) per quanto riguarda la politica economica, quello che si deve rimproverare a Negrín è soprattutto di avere tollerato la presenza, all’interno dell’apparato direttivo della vita economica del paese (finanza, industria di guerra, rifornimenti, soprattutto commercio estero), di una serie di elementi indesiderabili, sleali verso la causa della repubblica, talora ladri, speculatori e sabotatori. Nonostante tutte le nostre pressioni, egli non ha mai acconsentito che ci fossero affidati posti di importanza decisiva in questo campo; evidentemente perché tutti (elementi della borghesia, governi francese e inglese, presidente della repubblica, direzione del partito socialista, anarchici) esercitavano fortissime pressioni e intimidazioni per impedire che ciò avvenisse. Il fatto che la politica economica del governo non sia mai stata chiara né energica è dovuto alle stesse pressioni e tiranneggiamenti dei partiti.

Personalmente il presidente tendeva alla direzione accentrata di tutta la vita economica nell’apparato dello Stato e alla soppressione completa della iniziativa privata. Nello stesso tempo era contrario a riconoscere ai sindacati una funzione direttiva dell’economia del paese e risolutamente contrario alla creazione di centri regionali di direzione economica. Il partito — ad eccezione del problema dei contadini, per i quali chiedevamo la garanzia di una certa libertà di commercio, che invece i funzionari governativi volevano sopprimere completamente — era d’accordo con Negrín, ma le concessioni che costui era obbligato a fare, il ritardo nel prendere le misure necessarie, il disordine e il sabotaggio nell’eseguirle, l’assenza di qualsiasi controllo sull’esecuzione dei decreti governativi, soprattutto nella zona centrale, creavano una situazione assai difficile, soprattutto negli ultimi mesi del 1938. Le difficoltà di rifornimento (vera e propria fame a Madrid, grande miseria a Barcellona e nelle altre città, situazione normale ed anche abbondanza fra la popolazione contadina di una serie di regioni agricole come Albacete, Cuenca, Jaén, Valencia, ecc.) erano la conseguenza non soltanto della mancanza di prodotti e del blocco, ma anche della disorganizzazione e del sabotaggio. Le misure approvate dal consiglio dei ministri per fare fronte a questa situazione (accentramento della distribuzione e lotta vigorosa contro gli speculatori) non vennero mai applicate. Al contrario, la situazione dell’industria di guerra registrò un miglioramento dopo il luglio del 1938 e cominciò ad essere soddisfacente in Catalogna negli ultimi mesi di guerra, mentre nella zona centrale la disorganizzazione continuava a regnare sovrana. Nell’ottobre 1938 la produzione di cariche complete per l’artiglieria ammontava a 134.000 (tre volte più che in giugno) e si mantenne pressappoco allo stesso livello nei mesi successivi; questo risultato fu compromesso in novembre da due atti di sabotaggio (incendio) che ci fecero perdere 90.000 cariche complete. La produzione di fucili passò da 300 a 600 in ottobre, 450 in novembre, 1.000 in dicembre, con una potenzia lità produttiva di 2.500. Alla fine del 1938 la produzione di mitragliatrici (zona centrale) era di 15 o meno, con una potenzialità di 50. La produzione e le riserve di cartucce per fucile pienamente sufficienti. Le riserve di proiettili per l’artiglieria contraerea erano assolutamente insufficienti e la loro produzione non poté mai essere organizzata per motivi tecnici (mancanza di spolette). La produzione e la riparazione dei cannoni cominciò a ottenere qualche risultato in novembre (costruiti 4 cannoni, 2 Oerlikon; in preparazione 16 e 22 rispettivamente e 10 anticarro). Produzione di mortai da 81 mm.: ottobre 90, novembre 100, dicembre 100. Mezzi blindati: 45 negli ultimi 4 mesi del 1938 di cui 10 nella zona centrale. In gran parte questi risultati sono dovuti alle misure di accentramento prese da Negrín, al lavoro del partito nelle officine e al lavoro personale di un consigliere (M.) che lavorava al sottosegretariato degli armamenti.

e) per quanto riguarda i problemi militari che verranno trattati a parte, tengo a sottolineare la mancata soluzione della questione concernente la direzione della marina militare; nonostante che il capo di stato maggiore della marina presso il governo fosse un comunista (Prados), nonostante le proposte fatte dal partito a Negrín e da questi accettate, nonostante le più vive insistenze, nulla fu fatto fino a gennaio e in gennaio la riorganizzazione del comando della marina fu inadeguata. Il commissariato della marina resta nelle mani di un socialista (Bruno Alonso), nemico accanito della politica di resistenza, uno dei principali responsabili dell’inattività della marina nel corso di tutta la guerra;

f) per quanto riguarda la politica interna, occorre ancora ricordare il problema della censura della stampa, rimasta per lungo tempo nelle mani dei nemici del partito. Anche in questo campo Negrín riconosceva giustificate le nostre proteste ed accettava un piano di riorganizzazione della censura, presentato dal partito, ma non lo applicava, temendo una rottura con la direzione del PS.

Nel novembre e dicembre del 1938, l’esistenza del governo Negrín fu minacciata a più riprese. Il 14 novembre Besteiro, appoggiato dai repubblicani e dai catalanisti e sotto banco anche dalla direzione del PS, cercò di aprire una crisi. L’obiettivo, si diceva, era quello di formare un governo in accordo con i disegni della Francia e dell’Inghilterra (direzione dei repubblicani moderati, ossia capitolardi; eliminazione dei comunisti). Fine novembre e inizio dicembre, alcuni ministri votarono contro molte delle proposte fatte da Negrín in sede di consiglio (istituzione del commissariato dei culti, passaggio della censura alle dipendenza della presidenza del consiglio, ecc.). Fine dicembre, nuovo tentativo di provocare una crisi da parte dei partiti catalanisti. Metà gennaio, la CNT propone un rimpasto governativo che includa Caballero e Besteiro. Tutti questi attacchi furono respinti, ma contribuirono in misura rilevante a paralizzare l’azione del governo. Inoltre, si può dire, ed è la cosa più grave, che nel corso di tutti questi mesi la direzione del PSO abbia tenuto il governo Negrín sotto la minaccia continua della crisi, annunciando il ritiro della fiducia ogni volta che aveva l’impressione fosse stato “debole” nei confronti dei comunisti; in altre parole, tutte le volte che alla fine si era deciso ad accettare le misure che si imponevano per mettere fine a situazioni pericolose, migliorare la situazione dell’esercito, lottare con più energia contro la quinta colonna, ecc., ecc.

Negrín, almeno fino alla metà di gennaio non soltanto ha mantenuto rapporti leali con il partito, ma era cosciente delle debolezze e delle lacune nell’azione del suo governo e ne individuava la causa nel “regime dei partiti”. Ciò lo spinse a farci la proposta, il 2 dicembre 1938, di creare un fronte nazionale in seno al quale tutti i partiti sarebbero spariti. Pensava così che avrebbe avuto la possibilità di governare senza dovere ad ogni istante tenere conto delle esigenze e delle intimidazioni dei diversi gruppi politici. L’idea, secondo ogni verosimiglianza, gli era stata suggerita da Rojo. Il partito lo sconsigliò di assumere questa iniziativa che non avrebbe sortito il risultato che egli si attendeva e racchiudeva invece il pericolo della dittatura personale. Noi spingemmo ancora una volta Negrín sulla via del rafforzamento dei suoi legami con il fronte popolare. Ci dette ascolto e convocò il fronte popolare, al quale chiese un appoggio più deciso, ecc. Ottenne qualche risultato, ma non decisivo. Alla fine decise di proclamare lo stato di guerra (18 gennaio), prendendo così una misura alla quale pensava da un anno e mezzo a questa parte, ma che, non essendo stata preparata dall’epurazione dell’apparato militare territoriale, doveva sortire effetti del tutto opposti a quelli che egli si attendeva.

  

La lotta del partito comunista per l’unità e per la resistenza. Il centro del partito era pienamente cosciente dell’insufficienza dell’azione governativa e del pericolo rappresentato dalla corrente disfattista. Il problema della tattica da seguire e delle misure da adottare costituiva la nostra preoccupazione quotidiana, perché quasi ogni giorno sorgeva qualche nuova reale difficoltà. Ecco, nel loro insieme, quali sono state le linee direttrici della nostra attività:

1. Sforzarci con ogni mezzo di moltiplicare e di rafforzare i nostri legami con le masse, nonostante gli ostacoli di ogni sorta che venivano opposti al nostro lavoro, e questo allo scopo di lottare energicamente contro i sintomi di stanchezza che osservavamo nelle masse stesse, contro la corrente disfattista e contro ogni tentativo di isolarci. L’affaticamento delle masse era dovuto alle difficoltà oggettive (cattivo stato dei rifornimenti; assenza di manodopera nelle campagne, bombardamenti continui delle città dell’interno, aumento del numero dei morti e dei feriti, masse di profughi dalle regioni occupate, ecc.), ma anche all’abbandono in cui l’apparato dello Stato e i partiti le avevano lasciate. La mancanza di carta, soprattutto nella zona centrale, rarefaceva la stampa; esistevano province intere nelle quali non arrivavano giornali, e non si leggevano neppure i bollettini quotidiani delle operazioni militari. I consigli municipali (come sempre durante la guerra) funzionavano male e i funzionari dello Stato e dei sindacati (i caballeristi, ma in gran parte anche gli altri) assumevano nei confronti delle masse un atteggiamento inammissibile, fatto di incomprensione e di brutalità burocratica. Invece di risolvere le difficoltà della situazione, si attribuiva sempre a questa la responsabilità di tutto, si misconoscevano i loro bisogni e si aggravava perfino la situazione con delle misure che soltanto dei sabotatori potevano ispirare (esempi tipici: l’ordinanza del comune di Madrid che proibiva ai cittadini di Madrid di andare nelle campagne circostanti a fare legna per riscaldarsi e ai contadini di venire in città a vendere i loro prodotti, la resistenza generalizzata all’utilizzazione delle donne nell’apparato produttivo, ecc.). Per gli operai il problema più grave era costituito dai rifornimenti: gli operai, soprattutto a Madrid, soffrivano la fame. Il cattivo stato dei rifornimenti fu la causa immediata delle manifestazioni delle donne a Madrid, fine dicembre 1938, che esigevano il latte per i bambini e di uno sciopero ad Alcoy (id.). La quinta colonna partecipò attivamente alla preparazione di queste due manifestazioni. Nelle campagne i contadini erano scontenti perché veniva loro impedito di vendere in proprio i prodotti della terra, perché i prezzi di Stato erano molto bassi e perché non trovavano da acquistare prodotti industriali. Inoltre, il regime collettivista sempre molto diffuso pesava sui contadini che in molti casi avrebbero voluto la terra in proprietà, ma non potevano; molte collettività agricole venivano amministrate dai sindacati in modo burocratico senza alcuna partecipazione delle masse.

La linea che l’UP tracciò al partito consisteva nello sforzarsi a dare soluzione a tutte le questioni che interessavano le masse con la loro diretta partecipazione e stimolando e organizzando l’attività dei comitati locali del fronte popolare e dei consigli municipali. Dovunque esigevamo che i comitati del partito mettessero i problemi economici all’ordine del giorno dei loro lavori. Insistevamo soprattutto sulla necessità di grandi adunanze popolari, assemblee, meetings, di organizzare i giornali murali a livello locale, le trasmissioni radio. I risultati furono assai rilevanti, soprattutto in qualche provincia (a Cuenca, a Valencia grazie all’intelligente lavoro di massa svolto dal governatore comunista, a Jaen, ad Albacete).

In ottobre, dopo la riunione del CC avvenuta a Barcellona, decidemmo di spezzare la campagna disfattista ed antiunitaria con una grande campagna del partito “per l’unità”, che doveva concretizzarsi in grandi adunanze di massa, dai capoluoghi di provincia fino ai più piccoli villaggi, indette per iniziativa del partito e con la partecipazione, dove possibile, delle organizzazioni del fronte popolare o almeno del partito socialista. La campagna ebbe inizio con manifestazioni impressionanti a Madrid (discorso di Uribe, debole e vivamente criticato da Pepe e da me); e ad Albacete (adunanza di contadini). Il fronte popolare a livello nazionale non aveva accettato di partecipare a questa campagna, analogamente aveva fatto il PS; ma a livello locale noi mobilitammo non soltanto le masse del partito, ma anche i senza partito e le masse degli altri partiti e, in molti casi, i comitati del fronte popolare e le autorità locali. Questa campagna continuò du rante i mesi di novembre, dicembre, gennaio, legata alla preparazione della conferenza del partito. L’isolamento politico del partito venne scongiurato soprattutto in questo modo.

Non ci si dimentichi però che il legame con le masse, soprattutto nell’interno, è sempre stato uno dei punti più deboli del partito. Ci si accontentava dei legami occasionali (meetings, campagne). L’influenza e il prestigio del partito non si concretizzavano organicamente, oppure ciò avveniva in misura assai insufficiente. Nei meetings del partito c’era sempre entusiasmo, ma si vedevano anche sempre le stesse persone: i militanti comunisti. Gli sforzi per arrivare alla massa senza partito sono stati limitati (a Madrid esisteva una buona organizzazione di comitati di caseggiato; l’organizzazione delle donne ha pure avuto un considerevole sviluppo, ma sempre con una impronta settaria). Nelle campagne le sezioni del partito conservavano le caratteristiche dell’organizzazione socialdemocratica con una attività molto ridotta: due o tre dirigenti più o meno attivi ed una massa di aderenti senza attività sistematica, limitata alla partecipazione saltuaria a qualche assemblea. Nelle città andavamo meglio, ma nella capitale, Madrid, il partito, nonostante l’orgoglio dei suoi dirigenti, era molto staccato dalle masse, settario, con una tendenza molto forte alla burocratizzazione (nel maggio 1938, 400 funzionari stipendiati dal comitato provinciale). Molti quadri dell’organizzazione di Madrid non vivevano più la vita delle masse e mostravano segni di corruzione.

2. Il partito si è sforzato in ogni modo di impedire la rottura o l’indebolimento del fronte popolare e per mantenere e rafforzare i rapporti unitari con il partito socialista. Ecco qual era la situazione in questo campo:

a) peggioramento sensibile dei rapporti con la direzione del partito socialista. Quest’ultima ha rifiutato sistematicamente la riunione del comitato di collegamento nel corso di parecchi mesi. I contatti con la direzione socialista si riducevano ai rapporti con il segretario del PS (Lamoneda). Nell’ultima riunione del consiglio nazionale del PS (agosto 1938) la tendenza unitaria aveva trionfato su quelle che esigevano la rottura con il PC, ma nella direzione erano stati introdotti elementi antiunitari (Lucio Martínez, uno dei capi della massoneria spagnola), riformisti (Besteiro), caballeristi. Questa decisione che venne giustificata con la pretesa di “difendere l’unità del PS”, ebbe come conseguenza la paralisi prolungata dei rapporti con noi e l’ostilità della nuova direzione nei confronti di Negrín, contro il quale facevano blocco i seguaci di Prieto e quelli di Caballero. L’UP del PC cercò in ogni modo di risolvere questa situazione, ma senza risultati definitivi. In ottobre si decise di rivedere e di rinnovare il programma d’azione comune dei due partiti, ma la cosa non venne portata a compimento. Tutto quello che saltuariamente siamo riusciti ad ottenere è stata una certa distensione nei rapporti fra le due direzioni, mai più una vera e propria collaborazione. In novembre i rapporti si inasprirono al più alto grado a causa del nostro attacco contro Besteiro, pienamente giustificato e assolutamente indispensabile; in dicembre a causa della destituzione del commissario socialista di Madrid, Piñuelas, decisa da Negrín, ma che i socialisti affermavano essere stata provocata da Jesús Hernández. A tutto ciò si aggiunse la crisi della JSU determinata dalle manovre scissioniste dei caballeristi e dei trotzkisti. Il segretario socialista Lamoneda svolse un ruolo alquanto losco in questa crisi organizzando all’interno della JSU gruppi di giovani “socialisti”, cosa che equivaleva a preparare la scissione. Fino alla fine non arrivammo ad accordarci con il PS sulla questione della JSU perché ci venivano presentate esigenze che non potevamo ammettere (costituzione di una nuova direzione “paritetica”, con un accordo fra le direzioni dei due partiti). Il fatto che fino alla fine della guerra non si sia più riusciti a fare un documento politico comune, ma soltanto brevi comunicati privi di contenuto politico concreto, è la prova più evidente dei nostri cattivi rapporti con il PS. A livello di base la situazione cambiava a seconda delle province e si modificava, si può dire, ogni settimana in relazione agli spostamenti degli elementi disfattisti e capitolardi (Caballero, Carrillo, Llopis, Zabalza, ecc.) che andavano di provincia in provincia per disfare quello che noi avevamo costruito. Nonostante tutto alla base ci sono stati momenti molto lunghi di intensa azione comune (per esempio a Valencia) e nell’insieme i rapporti con le masse socialiste, eccezion fatta per Madrid, non erano cattivi. A Madrid i due partiti non mantenevano alcun rapporto diretto. I capi socialisti caballeristi di Madrid, come condizione per stabilire rapporti permanenti, esigevano dai comunisti una dichiarazione che ritrattasse tutte le cri tiche mosse a Caballero, a Prieto, ecc., in altre parole che sconfessasse tutta la linea politica del partito. C’erano contatti occasionali e alla base un po’ di lavoro comune;

b) i nostri cattivi rapporti con il PS contribuivano a paralizzare il fronte popolare, che d’altronde non era mai stato molto attivo. Il comitato nazionale del fronte popolare si riuniva di frequente per esaminare questioni futili (destituzione del tale funzionario in una provincia, recriminazione contro quel tale militare comunista per violenza contro un membro di un altro partito, ecc., ecc.). Non si riusciva mai ad ottenere che si occupasse regolarmente di problemi seri, dell’aiuto da dare al governo in campo militare, economico, ecc. Non siamo riusciti ad ottenere in questo periodo né l’organizzazione di campagne di massa a livello nazionale, né l’invio di delegazioni al fronte. Ottenemmo tuttavia, e fu molto importante, che il FP nazionale non assumesse apertamente posizione contro il governo, nonostante i reiterati sforzi compiuti in questo senso dai repubblicani dell’IR (3) e dagli anarchici della FAI. All’inizio di gennaio il CN del FP cominciò a studiare il problema dei rifornimenti e le proposte che stava elaborando erano buone, ma il crollo del fronte non permise di continuare questo lavoro. Nelle province, al contrario, i comitati di FP erano attivi, con la tendenza ad assumere funzioni di governo, cosa che il partito disapprovava perché significava ricadere nel campanilismo e nel disordine. Casi di attività molto utile e molto positiva dei comitati locali di FP si sono verificati dove il nostro partito ha saputo lavorare in unione con i socialisti.

Dove però il nostro partito era isolato, i comitati del FP si trasformavano in centri di lotta contro il nostro partito e centrali di disfattismo. Questo il caso di Madrid dove il comitato del FP, creato dopo grandi sforzi del nostro partito, cominciò provando a difendere [sic, ma probabilmente è un errore di trascrizione, ndr] l’attività indipendente del partito comunista e fu sempre animato da spirito anticomunista;

c) il più ostile fra i partiti repubblicani era quello dell’IR (influenzato dal presidente della repubblica). Con l’UR (4) le cose andavano un po’ meglio (il suo capo Martínez Barrio ha mantenuto un atteggiamento leale fino alla perdita della Catalogna). IR in ottobre dette inizio ad una campagna per costruirsi una nuova base nelle campagne, sfruttando il malcontento dei contadini contro il collettivismo e per la mancanza di un libero mercato. Ottenne qualche successo a Toledo. Nello stesso tempo pur rimanendo nel FP reclamava il potere con l’esclusione di tutti gli altri partiti (parola d’ordine: “La repubblica ai partiti repubblicani”). Le relazioni dirette fra la direzione dei partiti repubblicani e quella del nostro partito erano molto deboli. Nonostante le mie insistenze, i membri dell’UP hanno sempre trascurato questo problema;

 

3. Si tratta della Izquierda republicana.

 

4. Si tratta dell’Unione republicana.

 

d) i sindacati della UGT e la loro direzione nazionale si sono rivelati il migliore sostegno della nostra politica unitaria e, se il partito avesse lavorato meglio, sarebbero stati un appoggio ancora più solido ed efficace. La UGT si occupava nel corso di ogni riunione del suo CN, di tutti i problemi concreti della guerra e della politica governativa, formulando le sue proposte. A partire dall’inizio del 1938 il nostro punto di vista ha trionfato su quasi tutte le questioni. La nostra minoranza, appoggiata da un piccolo gruppo di socialisti (Amaro del Rosal, Pretel, Llanos ed anche Edmundo Domínguez), era in realtà il gruppo che ispirava la politica della UGT. I caballeristi erano isolati. Gli intrighi dei disfattisti non sono riusciti a cambiare questa situazione e il centro della UGT ha funzionato, relativamente bene, anche nel caos di Figueras (particolarmente per merito di Amaro del Rosal). Il guaio è che i quadri dirigenti delle federazioni e delle sezioni sindacali non mettevano in pratica in maniera coerente ed energica la giusta linea della UGT. Per quanto riguarda l’attività di base i sindacati erano assai inattivi e i nostri compagni, che avrebbero potuto farlo, sono riusciti a renderli attivi soltanto in qualche località (Valencia) e saltuariamente. Rare le assemblee generali. La democrazia sindacale applicata in maniera assai relativa, manteneva alla direzione dei sindacati una quantità di elementi indesiderabili, caballeristi, di sfattisti che praticavano una politica diversa da quella fissata dal CN, sabotavano la produzione invece di sostenerla, fomentavano il particolarismo e l’egoismo degli operai di ogni officina anteponendolo all’interesse generale, impedivano l’ingresso delle donne nell’apparato produttivo, ecc. La situazione sarebbe cambiata se noi avessimo potuto cacciare i caballeristi dalla direzione delle tre principali federazioni operaie, metallurgica, dei trasporti, della terra, ma questo non fu possibile perché i socialisti prietisti non hanno voluto lavorare con noi in questa direzione. La federazione della terra, feudo di un caballerista (Zabalza) contribuiva a demoralizzare i contadini con la sua politica collettivista errata e “caciquista”. Al suo interno non esisteva alcuna forma di democrazia, dopo il 1936 tutti gli aderenti erano privati del diritto di voto.

I sindacati CNT a livello di base erano più attivi di quelli della UGT e si interessavano maggiormente dei bisogni delle masse. Il loro centro nazionale era minato da una sorda lotta intestina fra i partigiani della politica di resistenza, dell’applicazione sincera del patto di unità con la UGT, dell’appoggio al governo e dell’accordo con noi (Vázquez, Horacio Prieto) e gli avversari dell’unità (direzione regionale della Catalogna, Oliver, Montseny, López). La direzione nazionale della FAI, per neutralizzare e distruggere il lavoro del gruppo Vázquez, cominciò a introdurre elementi sobillatori alla base, con il risultato che le direttive approvate dal centro, nell’insieme accettabili, non venivano applicate. Sfortunatamente il nostro partito non aveva alcuna possibilità di influenzare direttamente i sindacati anarchici dall’interno perché le direttive di lavoro all’interno di questi sindacati non hanno mai avuto applicazione di sorta, e il gruppo Vázquez non ha mai voluto legarsi a noi per tema di essere accusato come agente del comunismo.

La campagna del partito per l’unità sindacale ebbe inizio con ritardo e per lungo tempo il partito la condusse da solo, appoggiato soltanto dalla forte corrente unitaria di base (alcune sezioni locali cominciavano a lavorare in comune), ma combattuta dalle due direzioni (UGT e CNT). Nonostante questo in gennaio fu compiuto un grande passo avanti verso l’unità, quando la direzione della UGT e quella della CNT si riunirono per esaminare i problemi della guerra e dare una direttiva comune alle due organizzazioni. Non abbiamo potuto trarre le conseguenze di questi atti, veri e propri preliminari di una fusione, perché la situazione precipitò, ma dovremo farlo ora e nell’avvenire.

3. Il partito, continuando con tutte le sue forze e in tutte le direzioni la sua lotta per l’unità, non poteva tollerare i soprusi e le persecuzioni contro i suoi militanti e le sue organizzazioni da parte delle autorità locali asservite ai gruppi anticomunisti. Dato che si verificava la tendenza a fermare l’attenzione su queste persecuzioni, l’UP lottò contro di essa, invitando pubblicamente tutte le organizzazioni di base a denunciare per iscritto al CC tutti i casi di persecuzione contro il partito da parte delle autorità militari e civili. Questi casi si verificavano soprattutto in qualche settore del fronte (Madrid, Andalusia) in cui predominavano gli anarchici e i caballeristi ed avevano come pretesto il lavoro politico ed organizzativo del partito e della JSU all’interno dell’esercito. Il diritto dei soldati di partecipare alla vita politica venne sempre energicamente difeso dal partito, contro l’attacco sistematico degli anarchici, dei repubblicani e dei socialisti e con l’unico appoggio da parte di Negrín. Secondo le direttive dell’UP i comunisti dovevano denunciare tutti i casi di persecuzione ai comitati di collegamento con il PS, ai comitati di fronte popolare ed alle autorità governative, allo scopo di ottenere giustizia senza venire meno alla nostra politica unitaria. Nei casi più gravi era l’UP che doveva porre la questione al governo, alla direzione del PS o al fronte popolare nazionale. Questa direttiva, che personalmente ritengo giusta, non fu mai applicata sistematicamente. Le organizzazioni di base o non reagivano affatto, oppure preferivano reagire direttamente, quando erano in grado di farlo, con la rappresaglia. La loro prassi era così un miscuglio di opportunismo e di settarismo. Cadevano spesso nelle provocazioni del nemico e l’unità ne soffriva sempre più.

4. Per quanto riguarda i rapporti con il governo, la stampa del partito ne criticava la debolezza indicando, in positivo, quello che si doveva fare e che non era stato fatto. Il ricorso alla stampa illegale, per evitare il rigore e la stupidità della censura, ebbe luogo soltanto una volta, nel corso del processo al POUM. Gli opuscoli e l’organo teorico del partito non passavano al vaglio della censura e la critica al governo e gli attacchi contro i capitolardi vi si svolgevano con più liber tà. Il partito adottava la stessa linea per i meetings. L’ultimo discorso di Diaz (28 novembre) può costituire l’esempio di come noi ci sforzavamo di legare la nostra lotta per l’unità con la critica delle debolezze della situazione. L’essenziale era di non provocare con attacchi scriteriati la rottura del fronte popolare o la rottura definitiva con il PS; questo perché eravamo profondamente convinti che tale rottura non poteva rapidamente portare altrimenti che al crollo della resistenza e alla disfatta. Per la stessa ragione, nonostante le debolezze di Negrín, avevamo evitato in questo periodo con ogni mezzo (la persuasione, le minacce, ecc.) una crisi ministeriale. Data la situazione generale una crisi ministeriale diretta all’eliminazione di Negrín non poteva concludersi che con la formazione di un governo di capitolardi o con la guerra civile. Non vedevamo un’equipe governativa diversa e soprattutto un capo di governo migliore di Negrín. M. Barrio, unico possibile candidato, era un punto interrogativo (passato reazionario; favorevole all’accordo con Franco nel luglio 1936; attivo massone). Dovevamo continuare con Negrín, difenderlo dai suoi nemici che erano nello stesso tempo nemici nostri e sforzarci di aiutarlo e costringerlo a correggere i suoi difetti. Si sarebbero potuti ottenere su questa strada risultati migliori? Personalmente sono convinto di sì, a condizione che il legame fra il lavoro generale del partito e l’attività del governo fosse stato più stretto; al contrario però era proprio questo il punto più debole di tutto il nostro lavoro, sia a causa dei legami non sempre buoni fra Uribe e la segreteria del partito (tendenza di Uribe a chiudersi nel lavoro del ministero),(5) sia a causa della debolezza generale dell’UP del PCE in tutto ciò che concerne il lavoro pratico organizzativo. Inoltre ho sempre avuto l’impressione che i membri dell’UP, tutti molto “energici” nelle discussioni in sede di UP, non fossero altrettanto energici nei contatti con Negrín e con gli altri ministri, ecc.: a tutti mancava la capacità di orientare questi contatti verso la soluzione delle questioni concrete che ci interessavano: si accontentavano molto spesso di scambi di opinione molto generali e di promesse. Neppure le ultime conversazioni di Negrín con Pepe ci hanno dato granché. Infine, tutti i membri dell’UP hanno sempre opposto una certa resistenza a stabilire e a mantenere relazioni più strette con gli altri ministri, con i dirigenti repubblicani, socialisti, anarchici. Bisognava lottare per settimane per ottenere che si organizzassero contatti e conversazioni ad alto livello. In seguito a questa “timidezza”, il cerchio di relazioni dirette dei dirigenti del partito con i dirigenti degli altri partiti era assai limitato e limitata anche la loro influenza (eccezion fatta per Mije al centro, per Palau a Valencia, per Vallenzuela a Jaen).

 

5. Fin dalle elezioni del febbraio 1936 e per tutto il periodo della guerra Vicente Uribe fu ministro dell’agricoltura.

 

Molte debolezze hanno avuto luogo nell’applicazione della linea che vi ho appena indicata. Oltre a quelle che ho già accennato, la più grave è stata il relativo abbandono della zona centrale dove i nemici del partito, al contrario, avevano il loro stato maggiore al completo. La maggior parte delle forze era concentrata a Barcellona (Diaz, Dolores, Uribe, Alfredo, Antón, Delicado fino al dicembre 1938, Manso, Moreno). Nella zona centrale: Checa, Hernández, Angelín, Uribe, Giorla fino all’estate 1938, Mije fino al novembre 1938, Cartón (militare). Nonostante tutto la direzione di Barcellona era debole, inferiore ai suoi compiti, ma ancora più debole era quella di Madrid. Io stesso ho commesso l’errore di restare nella zona centrale soltanto durante periodi molto brevi. Nel settembre del 1938 Uribe propose di rinforzare ancora il centro di Barcellona trasferendovi Checa e abbiamo perso un mese nella discussione attorno a questa proposta, che alla fine è stata respinta. L’unica vera soluzione consisteva nell’introduzione di forze nuove nell’UP (Palau, Diéguez). Era quello che ci proponevamo di fare con la conferenza del partito, preparata per il mese di febbraio.

 

Le nostre difficoltà in Catalogna e con il PSUC. In Catalogna i segni di stanchezza delle masse erano molto più numerosi che nella zona centrale, ma la situazione era complicata dall’esistenza del problema nazionale, dall’influenza dell’anarchismo e dalla politica errata nei confronti dei contadini. La nostra maggiore difficoltà consisteva nel fatto che tutto il nostro lavoro doveva realizzarsi attraverso il canale PSUC ed era qui che incontravamo sempre delle difficoltà, molto difficili da superare. È evidente che il PSUC, data la sua origine, non poteva essere un partito omogeneo, né nella  composizione, né nella direzione, ma la cosa più grave è che nella direzione ci mancava un punto di appoggio sicuro, un gruppo di compagni che lavorassero e lottassero su una linea giusta per correggere le debolezze del partito. Era impossibile fare conto sui vecchi comunisti (Valdés,(6) Ardiaca) per la loro assoluta inconsistenza politica. Il segretario generale del partito (Comorera) li dominava e li terrorizzava, così come faceva con tutta la direzione. Impossibile lavorare apertamente per cacciare Comorera, anche a causa della sua popolarità. Bisognava convincerlo e dirigerlo, cosa assai difficile, perché, dopo avere accettato una linea, una proposta, torna sempre alla sua idea e oppone una sorda resistenza alla realizzazione, orientando i “suoi” quadri come preferisce. Non siamo mai riusciti, neppure ponendo il problema con la massima energia, a separarlo dagli elementi francamente negativi della direzione (Serra Pamiés,(7) Colomer) e le cause di ciò dovranno essere attentamente studiate.

 

6. Miguel Valdés era membro del CC del PCE.

 

7. Serra Pamiés (PSUC) fu ministro agli approvvigionamenti nel governo della Generalitat della Catalogna, dalla metà del 1937 fino alla fine della guerra.

 

L’errore fondamentale del PSUC nei confronti della questione nazionale è stato quello di non avere compreso che proprio su di esso come partito catalano incombeva il compito di lottare contro il nazionalismo ottuso dei catalanisti piccolo-borghesi, contro il disfattismo e il tradimento che covavano nel seno di questi partiti e contro i loro intrighi continui. Il PCE non poteva sostituire il PSUC in questo compito senza urtare la suscettibilità catalana. Se il PSUC si fosse messo su questa strada, la sua popolarità sarebbe aumentata enormemente, perché le masse catalane erano contro i capitolardi e gli intriganti. Ma la direzione del PSUC non si è mai messa su questa strada. Essa, e in particolar modo C.[omorera], non hanno mai voluto lottare apertamente contro il disfattismo e contro gli intrighi dei partiti catalanisti. Al contrario è sempre esistita una tacita solidarietà fra la direzione del PSUC e i catalanisti, compresi i peggiori (Torradellas), nella lotta contro il governo di unione nazionale. Nei momenti di maggiore tensione politica era sull’organo centrale del PC che i quadri del PSUC dovevano cercare l’orientamento. Siamo convinti che nell’agosto 1938 C.[omorera] abbia partecipato agli intrighi che prepararono la crisi. Ad un certo momento dovette fare marcia indietro e i catalanisti l’accusarono di “tradimento”. Negrín che conosceva i retroscena della cosa non volle più avere a che fare con lui e la situazione si inasprì. Per tutto il mese successivo nel corso di numerose questioni fra il governo della repubblica e la Generalitat, il nostro ruolo di intermediari, di partigiani del rispetto dei diritti della Catalogna e della collaborazione cordiale fra i due governi, si è rivelato estremamente difficile e C.[omorera] ha sempre mantenuto una posizione equivoca. Quello che noi sappiamo è che l’Esquerra (d’accordo con IR, Besteiro e gli altri) preparava una nuova crisi e per questo rifiutò fino alla fine di entrare nuovamente nel governo, nonostante le offerte e le concessioni che le venivano fatte.

Tutto ciò non significa che fra C.[omorera] e la direzione dell’Esquerra non ci fossero contrasti. Al contrario la lotta era accanita. Nel dicembre 1938 fallì il tentativo di concludere un patto fra il PSUC e l’ERC. Nei primi giorni dell’offensiva fascista l’Esquerra fece una manovra grossolana per cacciare C.[otnorera] e il PSUC dalla Generalitat (proposta di Tarradellas, e che il PSUC non poteva accettare, di restituire tutte le case di Barcellona e della Catalogna ai loro vecchi proprietari; la crisi fu evitata perché Companys cambiò posizione all’ultimo momento e si allineò al punto di vista del PSUC). Ma il carattere delle lotte fra C.[omorera] e Tarradellas, fra la direzione del PSUC e la direzione dell’ERC aveva sempre il carattere di lotte fra complici.

Il PSUC nell’insieme teneva nei confronti degli anarchici una posizione settaria, di disprezzo e di misconoscimento della loro forza e di negligenza totale del lavoro nei sindacati CNT. D’altra parte però la posizione del PSUC e soprattutto di C.[omorera], sui problemi economici, risentiva fortemente dell’influenza anarchica (difesa accanita dei “collettivi” industriali, particolarismo, utopismo piccolo-borghese, demagogia). È stata trascurata una lotta sistematica e intelligente per minare le basi dell’anarchismo. Per questa ragione non siamo riusciti a conquistare la maggioranza della classe ope raia a Barcellona, maggiore centro industriale del paese, nonostante il peso notevole dei sindacati UGT catalani diretti interamente dal PSUC.

Nelle campagne catalane i contadini avevano ricevuto, nel corso della guerra, molto meno dei contadini del resto della Spagna, perché era stata distribuita poca terra: già prima della guerra infatti, erano largamente diffuse la piccola e media proprietà. Inoltre erano stati completamente privati della libertà di organizzazione e di commercio, obbligandoli ad entrare in una “federazione dei sindacati agricoli” che monopolizzava, a norma di legge, tutto il mercato e speculava sulle spalle dei contadini. Da ciò il diffuso malcontento e Io scarso entusiasmo per la repubblica. Il PSUC avrebbe potuto correggere la situazione, ma non ha mai voluto. Molti dirigenti del partito, a livello locale, vecchi membri di organizzazioni reazionarie, speculavano come tutti gli altri. Così come veniva fatto al centro.

Il fronte popolare della Catalogna, molto più debole che nel resto della Spagna, dilaniato dall’opposizione continua, violenta, degli anarchici, svolse un ruolo assai limitato, un po’ maggiore alla periferia che non al centro.

Infine, nel suo stesso funzionamento interno e nei suoi legami con le masse, il PSUC mostrava molte più debolezze e lacune del PCE. Quadri molto deboli, ma dotati di grande boria settaria (“noi siamo il partito dirigente, monolitico, l’ERC non conta più nulla, l’anarchismo è liquidato”, ecc.). Organizzazione di base generalmente inattiva, che si riuniva saltuariamente per ascoltare una relazione e lavorava poco per mettere in pratica le parole d’ordine del partito. Apparato centrale assai sviluppato, ma che lavorava molto male. E nascosti dappertutto molti nemici, massoni, agenti dell’Esquerra, dei trotzkisti, o gente influenzata dai trotzkisti, affaristi. Nessuna chiarezza nelle finanze del CC: nessuna quota regolare e molti affari loschi e, di conseguenza, ricatti reciproci. Nonostante questi difetti il partito, che conta una popolarità e un seguito di massa, avrebbe potuto essere risanato se nel centro stesso fin dall’inizio non se ne fossero idealizzati i difetti considerandoli una conseguenza “inevitabile” del fatto di essere un partito “unificato”, invece di considerarli come un elemento negativo di cui occorreva liberarsi al più presto con la critica e con la lotta aperta. Questo è l’errore più grave commesso dalla direzione del PSUC.

 

II. Disfatta dell’esercito repubblicano in Catalogna (8)

 

 

8. Le unità dell’esercito repubblicano avevano tentato nel luglio del 1938, mentre era in corso una vasta offensiva nazionalista nella zona centrale, di passare l’Ebro e di sferrare un attacco di sorpresa. La battaglia che si protrasse per più di 100 giorni impegnando la quasi totalità dei mezzi corazzati e di artiglieria che appoggiavano Franco, non impedì alle forze nazionaliste di sferrare una controffensiva per la conquista totale della Catalogna, che raggiungeranno nella prima decade di febbraio, dopo aver occupato Barcellona (25-26 gennaio 1939).

 

Debolezza dell’esercito. Nel mese di settembre, quando la direzione del partito fece un esame complessivo della situazione del paese, apparve chiaramente che le maggiori debolezze si manifestavano nell’esercito soprattutto di fronte alla prospettiva che gli invasori italiani e tedeschi si accingevano a fare uno sforzo straordinario per schiacciare l’esercito repubblicano in Catalogna, occupare Barcellona e tutta la Catalogna. La debolezza dell’esercito era dovuta soprattutto ai seguenti fatti:

a) esaurimento delle migliori unità d’attacco (V c.[orpo] [d’] a.[rmata]; X c.[orpo] [d’] a.[rmata], ecc.) che sull’Ebro avevano perduto i loro migliori quadri medi politici e militari e gran parte dei loro effettivi;

b) ritardo da parte del governo a richiamare alle armi nuovi contingenti, nonostante la pressione continua del partito e le decisioni del consiglio dei ministri che autorizzavano la chiamata di nuove classi. Questo ritardo deve essere attribuito, ritengo, soprattutto al generale Rojo, che continuava, di fatto, a trascurare la formazione tempestiva di riserve adeguate;

c) carenza di armamenti che si faceva sentire ogni giorno di più, nonostante il miglioramento dell’industria di guerra; estrema usura del materiale esistente, soprattutto dell’artiglieria;

 d) mancanza di unità dell’esercito che si manifestava nella rivalità fra l’armata dell’est e quella dell’Ebro, intrighi e lotte per sminuire il prestigio dei capi comunisti di quest’ultimo, persistenza di qualche divisione anarchica chiusa; rivalità fra alcuni dei capi militari comunisti, che faceva il gioco dei nemici del partito (lotta di del Barrio, comandante del XVIII c.[orpo] [d’] a.[rmata] contro Modesto e Lister, ecc.);

e) lavoro di disgregazione dei trotzkisti, soprattutto in qualche unità dell’esercito dell’est e in particolare nel X c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Trigueros) con la complicità più o meno aperta del comandante del fronte dell’est (Perea); presenza di molti elementi indesiderabili nel comando dell’esercito dell’est e nei servizi (genio, ecc.);

f) debolezza nel lavoro di fortificazione, considerato con disprezzo e trascurato sia da parte di Rojo che della maggior parte degli ufficiali di carriera;

g) occorre aggiungere che dopo Monaco il governo repubblicano riuscì ad evitare che la Francia e l’Inghilterra concedessero a Franco i diritti di belligeranza soltanto con la decisione di ritirare i volontari internazionali. Il ritiro dei volontari internazionali indebolì considerevolmente l’esercito dell’Ebro; due delle sue divisioni (35 e 45) persero quasi completamente i loro quadri; soprattutto la 35, che era stata una delle migliori unità dell’esercito, non ritrovò più la sua forza;

h) tutte le debolezze dell’esercito si riscontravano nella zona centrale in misura maggiore che in Catalogna. Nella zona centrale era maggiore il numero degli elementi indesiderabili fra i comandanti e i commissari; la disciplina era inferiore; la lotta contro il partito comunista condotta intensamente, soprattutto sul fronte di Madrid (da parte del commissario socialista Piñuelas). La prolungata inattività aveva in parte corrotto le unità della zona centrale. In qualche settore del fronte soldati e comandanti vivevano in grande tranquillità, senza preoccuparsi molto della guerra (IV c.[orpo] [d’] a.[rmata], anarchici, a Guadalajara; fronte dell’Andalusia). Il meglio dell’esercito del centro si trovava sul fronte del levante. Su questo fronte si faceva sentire la diretta influenza di Jesús Hernández, che però non riusciva a modificare la situazione degli altri fronti, in parte a causa della lotta condotta contro di lui, in parte a causa della cattiva organizzazione del suo lavoro e della mancata comprensione dei suoi compiti.

 

9. Valentín González detto “el campesino” (il contadino), era un comandante comunista noto in tutta la Spagna repubblicana per la sua statura e per la sua forza poderosa: giovanissimo aveva fatto saltare un posto di guardia nell’Estremadura, più tardi aveva combattuto valorosamente in Marocco. Esteban Vega era invece un membro supplente del CC del PCE. José del Barrio era un rappresentante dell’Unione generale dei lavoratori nel Comitato centrale della Milizia antifascista costituitasi all’indomani dello scoppio della guerra civile spagnola oltre ad essere stato un membro del CC del PCE.

 

Per quanto riguarda l’inquadramento dell’esercito della Catalogna, i membri del partito e del PSUC vi ricoprivano un ruolo decisivo, in altre parole la maggior parte dei capi e dei commissari erano membri dei due partiti. Ma già prima dell’inizio della grande offensiva fascista qualcuno di loro aveva manifestato gravi debolezze (Campesino, Vega, Navarro, del Barrio,(9) ecc.). Quasi tutti i comandanti provenienti dalle milizie, promossi nel corso degli ultimi mesi, incontravano gravi difficoltà a comandare le nuove unità che erano state loro affidate (divisioni e corpi d’armata invece di brigate o divisioni). Nello stesso tempo si notava fra di loro la tendenza alla burocratizzazione; si chiudevano negli Stati maggiori e perdevano il contatto diretto con la massa dei soldati, che era stato uno dei caratteri positivi delle milizie. L’accrescimento numerico dell’esercito repubblicano si accompagnava inoltre all’indebolimento dei suoi quadri medi, soprattutto per quanto riguarda la capacità di manovra e la capacità di controllare le unità nel corso del combattimento. Durante tutta la campagna di Catalogna l’esercito nemico dimostrò di possedere una grande capacità di manovra, anche a livello delle più piccole unità, cosa che mancava quasi del tutto alle nostre.

Credo di avere segnalato a suo tempo le debolezze dell’esercito come uno dei fatti più preoccupanti. Tutti i problemi concernenti il rafforzamento dell’esercito furono messi all’ordine del giorno del partito, ma i risultati raggiunti non portarono ad un radicale mutamento della situazione.

 La valutazione della forza e della capacità di combattere dell’esercito dataci dal compagno Sa. nei vari contatti che abbiamo avuto con lui e particolarmente in una riunione dell’UP alla presenza di Pepe, Dolores, Comorera, ecc., che ebbe luogo prima della fine delle operazioni sull’Ebro, era molto ottimista, troppo ottimista. La sua conclusione era che l’esercito fosse in grado di fare fronte a qualsiasi attacco del nemico. Credo che il compagno giudicasse l’esercito senza tenere conto della sua situazione reale. D’altra parte mi pare anche che questo compagno riponesse troppa fiducia nel generale Rojo e non assumesse una posizione sufficientemente critica nei confronti del suo lavoro. Le informazioni del compagno Sa. sulla situazione dell’esercito mantennero lo stesso tono ottimista fino alla perdita di Tarragona e di Cervera.

 

Mancanza di aiuto effettivo all’esercito della Catalogna da parte dell’esercito della zona centrale. Dopo l’inizio delle operazioni sull’Ebro, che impedirono la caduta di Valencia nel luglio 1938, l’esercito della Catalogna non ricevette nessun aiuto effettivo da parte dell’esercito della zona centrale. Questa fu la conseguenza non soltanto della situazione generale delle unità della zona centrale, ma del sabotaggio e dell’azione nefasta del generale Miaja e degli altri comandanti del centro.

L’aiuto poteva essere portato in due modi: a) organizzando operazioni offensive generali nella zona centrale oppure b) inviando tempestivamente forze considerevoli (uno o due corpi d’armata) dalla zona centrale della Catalogna.

Lo stato maggiore repubblicano si orientò verso la prima soluzione: fu così progettata un’operazione offensiva generale sui fronti meridionali (Estremadura, Andalusia, costa mediterranea), che se fosse stata coronata dal successo avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra. Avvenne invece il contrario. Il piano consisteva nella ripetizione in condizioni diverse di quello che era riuscito con la presa di Teruel, ossia prevenire l’offensiva del nemico con una manovra a sorpresa e in tal modo distruggere i suoi piani. L’attacco doveva avvenire con l’appoggio della marina, operando uno sbarco in direzione di Motril fra l’8 e l’11 dicembre, e questa operazione doveva essere seguita, a pochi giorni di distanza, da un attacco in forze nell’Estremadura, in direzione di Zafra, con l’obiettivo di tagliare la strada che congiunge Siviglia a Badajoz, cosa che avrebbe significato, praticamente, tagliare in due il territorio nemico.

L’operazione di Motril non ebbe luogo: i trasporti truppe ricevettero l’ordine (dopo una serie di telegrammi contraddittori scambiati fra i diversi capi militari) di tornare alla base quando si trovavano già in mare. Oggi non c’è dubbio che si trattasse di un atto di sabotaggio e di un tradimento il cui autore deve essere ricercato fra i tre responsabili di tutto questo affare (Miaja, Rojo, Matallana). Ubieta, comandante della marina militare, svolse un ruolo quanto mai sospetto. Abbiamo commesso l’errore di accontentarci, allora, delle spiegazioni che ci vennero date (malintesi fra Miaja e Rojo, fra Miaja e Matallana, ecc.). Avremmo dovuto approfondire la questione ed esigere la ricerca delle responsabilità, ma questo avrebbe significato mettere in discussione la lealtà dei supremi capi militari. Occorre anche dire che il partito fu informato assai male e con grande ritardo di tutta questa storia.

L’operazione nell’Estremadura fu fissata per il 18 dicembre. Ma quando tutte le forze erano già concentrate sul posto, lo SM generale cambiò i piani, decise che l’attacco doveva essere sferrato in direzione di Granada, cosa che obbligò a cambiare radicalmente il dispositivo di combattimento, trasferendo un esercito da un fronte ad un altro attraverso strade in pessime condizioni. Quando tutto fu pronto per l’attacco su Granada, nuovo cambiamento. Lo SM generale sconsiglia l’operazione contro Granada, ma lascia libero lo SM della zona centrale di operare dove ritiene opportuno. Questo decide nuovamente per l’Estremadura; le truppe vengono nuovamente trasferite in mezzo a un disordine inaudito e l’attacco ha luogo soltanto il 5 gennaio, 13 giorni dopo la rottura del fronte sul Segre, quando il nemico aveva già riportato in Catalogna successi assai importanti.

Nonostante questo il nemico fu colto di sorpresa e l’operazione avrebbe potuto avere una notevole ripercussione se dopo la rottura del fronte e il primo successo si fosse manovrato con audacia, gettando tutte le forze nella breccia ed  avanzando con decisione (così come l’esercito fascista faceva in Catalogna) sul fianco e alle spalle del nemico, in una regione non fortificata, poco difesa, dove avremmo potuto contare sull’appoggio di gruppi partigiani e minacciato direttamente Siviglia da un lato e la strada di Badajoz dall’altro. Questo non venne fatto per incapacità e indecisione del comando e in particolare dei comandanti delle unità e delle divisioni. Sfortunatamente erano nella maggior parte comunisti (Cartón, membro dell’UP, Marquina, Torral, ecc.). Cominciarono a litigare fra di loro, a frenare quelli che volevano avanzare audacemente (Recalde),(10) a segnare il passo senza muoversi, lasciando al nemico il tempo di radunare le sue riserve locali e alcune forze tolte dagli altri fronti (levante), per farci fronte e respingerci sulle nostre posizioni di partenza. L’operazione nell’Estremadura (11) è una delle migliori occasioni perdute dall’esercito repubblicano di assestare al nemico un colpo assai grave. Nel modo in cui si sviluppò, non ebbe alcuna ripercussione sul corso delle operazioni in Catalogna.

 

10. Recalde, comunista, fu il comandante della 47a divisione del XXII corpo d’armata.

 

11. Il 5 gennaio 1939 il XXII corpo d’armata repubblicano comandato dal tenente colonnello Ibarrola ruppe il fronte e iniziò una vasta penetrazione in Estremadura. Ma allo sfondamento delle linee avversarie corrispose però l’immobilismo: 90.000 uomini restarono paralizzati e quasi imprigionati con difficoltà di trasporto, date le pessime vie di comunicazione, dando così ai nazionalisti la possibilità di concentrare riserve che furono infatti inviate dal comando di Burgos. Ai primi del febbraio 1939, i repubblicani dopo aver tentato un’ultima offensiva, ripiegarono sulle posizioni di partenza.

 

Parte della responsabilità di questo insuccesso ricade anche su Jesús Hernández, commissario generale dell’esercito della zona centrale. Egli non era sul posto nel periodo di preparazione, arrivò il giorno stesso in cui iniziava l’operazione e riparti due giorni dopo, proprio nel momento critico, quando la sua presenza sarebbe stata più necessaria. L’UP decise di mandare Dolores, che però non poté mutare una situazione già compromessa in modo così grave.

Per quanto riguarda l’invio di forze dalla zona centrale alla Catalogna, una decisione in questo senso non fu presa che con grande ritardo e male, soltanto per un piccolo numero di uomini (al massimo una divisione).

Invece di trasferire unità complete e scelte fra le migliori, con il loro SM, ecc., vennero mandati in Catalogna soldati prelevati da tutto l’esercito (quelli che lo chiedevano e quindi nella maggior parte catalani che si offrivano perché volevano rivedere i loro familiari). Naturalmente ogni comandante lasciò partire soltanto i peggiori. Le prime migliaia arrivarono a Barcellona quando Tarragona era già caduta. Gran parte disertò prima ancora di essere mandata al fronte. Una brigata alla quale era stata affidata la difesa della Sierra di Garraf (ultima linea di difesa della capitale) fuggi al completo dinanzi al nemico.

 

La campagna di Catalogna. Dopo la ritirata dell’esercito di Modesto sulla riva sinistra dell’Ebro e quando l’offensiva fascista era da considerarsi imminente, il rapporto di forze fra il nostro esercito e quello nemico, che si apprestava ad attaccarci sul fronte catalano, era pressappoco il seguente:

fanteria

uno a due

artiglieria

uno a tre

aviazione da caccia

uno a due e mezzo

aviazione da bombardamento

uno a quattro

Dato che noi eravamo sulla difensiva e che alcuni settori del fronte erano ben presidiati (XI c.[orpo] [d’] a.[rmata]; XVIII c.[orpo] [d’] a.[rmata]; XII c.[orpo] [d’] a.[rmata]), questo rapporto di forze non ci era troppo sfavorevole. In queste condizioni un buon esercito poteva resistere vittoriosamente e da questo punto di vista la valutazione ottimistica del compagno Sa. era giustificata. Ma la verità è che il nostro esercito, oltre alle sue consuete debolezze organiche, era in quel momento particolarmente indebolito per i motivi già indicati.

 Inoltre, una volta sferrato, l’attacco fascista risultò più forte del previsto. Ci si attendeva un attacco da parte di 22 divisioni; il 7 gennaio, 14 giorni dopo l’inizio dell’offensiva, il nemico aveva mandato in linea 22 divisioni, ma ne aveva a disposizione ancora 4 in posizione di immediato rincalzo e, ancora, altre 5 o 6 di fanteria per operare in Catalogna. La sua superiorità si rivelava schiacciante soprattutto per quanto riguarda l’artiglieria e la rapidità di manovra.

L’esercito repubblicano si batté bene (con la grave eccezione del XII c.[orpo] [d’] a.[rmata] di Vega, che abbandonò il fronte durante il primo giorno due ore dopo l’attacco, quasi senza combattere; e con le debolezze di sempre) pressappoco per 15 giorni. Nei primi giorni di gennaio si notava la caduta del morale e il venir meno della disciplina nel XV c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Tagüeña) e nel XXIV. Il 19 gennaio la situazione delle forze repubblicane al fronte era la seguente:

X c.[orpo] [d’] a.[rmata] (anarchico)

(?)

XI c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Márquez)

21-22.000 uomini

XVIII c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Del Barrio)

7-8.000 "

XII c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Galán)

6.000 "

V c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Lister)

10.000 "

XV c.[orpo] [d’] a.[rmata] (Tagüeña)

6-7.000 "

XXIV c.[orpo] [d’] a.[rmata] (?)

7.000 "

(Gli effettivi normali di un corpo d’armata avrebbero dovuto assommare a 30-32.000 uomini).

Dal quel momento in poi la caduta del morale e della disciplina divenne generale. Le posizioni chiave vennero abbandonate senza combattere. Il decreto di mobilitazione generale (18 gennaio), accolto con entusiasmo da parte del popolo, non poteva ancora arrivare a qualche risultato. I nuovi mobilitati affluivano in massa ai centri di reclutamento, ma quelli che venivano inviati al fronte, senza alcuna preparazione, contribuivano a peggiorare la situazione perché fuggivano per primi. L’iniziativa del governo di chiedere ai partiti di formare battaglioni di volontari non sortì che effetti molto limitati, soprattutto perché tutti gli uomini o quasi erano nello stesso tempo mobilitati. Vennero inviati in quei battaglioni soprattutto gli imboscati nei vari apparati dello Stato ed essi pure offrirono una pessima prova. L’esercito in ritirata, fra il 20 e il 25 alle porte di Barcellona, era già un esercito incapace di combattere, eccezion fatta per qualche unità (XI divisione). Due divisioni, tenute di riserva dallo SM generale, a malapena bastarono a tappare temporaneamente qualche falla. La decisione di mandare nuovamente al fuoco gli internazionali che ancora aspettavano di essere evacuati (tedeschi, italiani, polacchi, ecc.) fu presa troppo tardi e gli internazionali [effettivi delle Brigate Internazionali, ndr] mandati in linea dopo la caduta di Barcellona, abbandonarono anch’essi il fronte senza combattere (alla Garrica e dopo Gerona). L’unica cosa buona che fecero fu la sorveglianza delle strade alla retroguardia, durante le ultime due settimane, fra Figueras e la frontiera francese.

La città di Barcellona probabilmente avrebbe potuto resistere qualche giorno di più a) se il popolo fosse stato chiamato alla difesa e b) se non fossero sopraggiunti fatti spiegabili soltanto con il tradimento e con il sabotaggio.

a) Per quanto riguarda il primo punto (mobilitazione del popolo) a Barcellona si manifestarono alcuni dei sintomi che nella zona centrale dovevano divenire predominanti nei due mesi successivi.

Uno di questi fu in primo luogo la grande stanchezza delle masse, sia di quelle che ci avevano sempre seguito, sia di quelle che avevano seguito gli altri partiti. Il 25 dicembre dovette essere rinviato un grande meeting convocato dai capi anarchici più conosciuti in Catalogna (Capdevila, Oliver, ecc.) perché il pubblico si riduceva a sei persone, fatto senza precedenti in una città come Barcellona. Le masse della piccola borghesia nazionalista non manifestarono alcun entusiasmo per la lotta in nessun momento della campagna. La massa senza partito si mostrava indifferente e talvolta ostile nei confronti di chi predicava ed organizzava la resistenza. I gruppi di giovani che costruivano barricate si scontravano con gruppi di popolane che, piangendo, toglievano loro di mano gli strumenti di lavoro. I nervi degli abitanti di Barcellona  erano spezzati dalle privazioni, dall’indigenza, dai continui bombardamenti, ecc. Per quanto riguarda il PSUC apparve chiaro che la sua pretesa posizione dominante a Barcellona era un’illusione.

Le direzioni dei vari partiti si rifiutarono di intraprendere qualsiasi azione comune efficace. Vennero stampati manifesti e niente più. All’interno del fronte popolare - ancora 10 giorni prisma della caduta della città - si lottava per provocare una crisi del consiglio della Generalitat. Il consiglio comunale di Barcellona rifiutò di riunirsi fino alla vigilia dell’ingresso delle truppe italiane. Quando si riunì, il 25 gennaio, erano presenti soltanto i membri del PSUC (8) ed altri 4 consiglieri (catalanisti). Tutti gli altri avevano già tagliato la corda. I sindacati anarchici fecero appelli sulla stampa, ma non svolsero un lavoro efficace. La loro direzione se la squagliò fra i primi. Nel settore catalanista niente altro che demoralizzazione, panico e intrighi.

Il PC non aveva una sua organizzazione cittadina. La direzione del PC decise di funzionare in comune con quella del PSUC; inoltre quadri fidati del PC furono messi a disposizione di ogni organizzazione del PSUC (organi del CC, comitato cittadino, comitati di reparto, ecc., ecc.), mentre la maggior parte dei compagni che avevamo a disposizione veniva mandata al fronte. I risultati non furono però di rilievo.

Tutte le debolezze del PSUC e in primo luogo della sua direzione si manifestarono in pieno. Il primo discorso di C.[omorera], pronunciato nei primi giorni di gennaio e che avrebbe dovuto orientare tutto il partito e tutto il popolo, fu politicamente errato. La mira era stata fissata non sulla necessità di mobilitare fino all’ultimo uomo per fare fronte al nemico, ma contro il governo di Negrín, pressappoco nello stile di tutti i partiti catalanisti e contribuendo così a demoralizzare e a scoraggiare tutti. Un secondo discorso ai quadri del partito, giusto per quanto riguarda la linea politica, era estremamente debole nel tono, privo di energia e di entusiasmo. C.[omorera] dimostrò di essere personalmente coraggioso, uscendo dalla città quando i carri armati italiani erano sulla piazza Catalogna, ma le sue debolezze politiche, la sua diffidenza nei confronti della direzione del PC, il suo nazionalismo ottuso, l’eccessiva confidenza con l’apparato marcescente del suo ministero, non gli permisero di svolgere il ruolo che avrebbe dovuto e potuto. Nonostante le nostre continue pressioni non riuscimmo ad ottenere che intrattenesse un legame diretto con il popolo, organizzando meetings nelle piazze, andando a parlare nelle fabbriche, agli operai che si organizzavano per andare a costruire trincee, ecc. Accettava i nostri consigli, le nostre direttive, ma non lottava per realizzarle e tutta la direzione assieme a lui si lasciava andare, più o meno, alla corrente disfattista.

Parte dei membri della direzione dettero prova di vigliaccheria. Valdés segretario dell’organizzazione, dopo avere lavorato assai male per qualche giorno (occupato più dall’evacuazione delle famiglie verso la frontiera che dalla lotta), quando la città cominciò ad essere bombardata ogni 20 minuti, si abbandonò ad una vergognosa crisi di nervi nel bel mezzo della sede del partito e dovette essere evacuato verso la frontiera. Vicino a Figueras, 10 giorni dopo, nuovi bombardamenti e nuova crisi; venne evacuato in Francia. Vidiella, malato e incapace di lavorare, venne ugualmente evacuato nei primi giorni. Ferrer e Molinero dirigenti della UGT rimasero fino agli ultimi giorni, ma incapaci di lavorare; non riuscirono a mobilitare le masse dei loro organizzati né per i lavori di fortificazione né per i combattimenti nelle strade. Ardiaca, segretario della sezione agit-prop, quando la situazione si aggravò decise di andare ad abitare a 40 km dalla città. Tornato per decisione della segreteria, non fu in grado neppure di garantire l’uscita quotidiana dell’organo del partito. Colomer, il vecchio, si comportò come un trotzkista ed un agente del nemico. D’accordo con il segretario di C.[omorera] (un certo Tons) fece pubblicare a Barcellona nei primi giorni di gennaio, in qualità di “organo teorico” (!) del PSUC, una rivista dal contenuto trotzkista che imposi fosse ritirata dalla circolazione. I quadri medi dei sindacati si rivelarono quasi tutti deboli e in gran parte abbandonarono la città furtivamente, con le loro famiglie, molti giorni prima della caduta.

Fra coloro che lavorarono bene, occorre menzionare Asner, che sostituì Va.[ldés] come segretario dell’organizzazione; la compagna Dolores Piera, che riuscì a mobilitare le donne del partito per il lavoro nelle strade e per le fortificazioni; il  segretario dell’organizzazione di Barcellona Muni, benché debole dal punto di vista organizzativo.

Il comitato cittadino del partito di Barcellona lavorò fino all’ultimo momento, ma i suoi legami con le masse erano deboli, insufficienti per fare fronte ad una situazione così grave. I comitati di reparto funzionarono male. Già 10 giorni prima della fine il numero dei militanti che ciascuno di essi aveva a disposizione per il lavoro, cominciò a cadere in modo impressionante. Negli ultimi giorni in qualche reparto lavoravano soltanto due o tre compagni (donne).

Queste debolezze del partito a Barcellona non si spiegano completamente se non con la penetrazione nel partito stesso dell’influenza demoralizzatrice del nemico, tramite il canale dei legami massonici e l’influsso dei partiti catalanisti. Inoltre, non si può negare che ci sia stata un’influenza trotzkista che ha impedito di comprendere quale dovesse essere il ruolo della classe operaia e delle sue organizzazioni nella difesa del paese contro l’invasore straniero.

Il numero degli operai che negli ultimi giorni riuscivamo a mobilitare per i lavori di fortificazione arrivava a malapena a duemila.

Un ruolo positivo fu svolto dalla organizzazione della gioventù consigliata da [Santiago] Carillo e diretta dal giovane Colomer.

b) Per quanto riguarda il secondo punto (sabotaggio e tradimento) il fatto più grave è l’assenza completa di iniziative da parte dello SM generale per fortificare la città. Il piano era stato elaborato fino dal mese di agosto, ma niente era stato fatto per metterlo in pratica. Quando cominciammo a mandare centinaia e migliaia di operai per i lavori di fortificazione, vennero mandati indietro dalle autorità militari e ci fu una vera e propria lotta per ottenere che venisse organizzato il loro lavoro. In questo campo tutto dovette essere organizzato dalia direzione del partito (ricerca di camion, di strumenti di lavoro, di rifornimenti, ecc.).

Infine come causa immediata della caduta della città vengono le disposizioni impartite dallo SM nei giorni 24 e 25 gennaio. Secondo queste disposizioni il colonnello Modesto che si ritirava in questo settore non doveva preoccuparsi della difesa di Barcellona, affidata al vecchio generale Sarabia, repubblicano, massone e imbecille. Le truppe di Modesto dovevano passare agli ordini di questo generale per tutto il periodo della loro permanenza nella zona di Barcellona; ma l’ordine del “fuoco” dato da Sarabia nella notte del 25 già prevedeva la loro uscita e l’evacuazione della città, prima ancora che ne avessero tentato la difesa. Nella stessa notte duemila guardie d’assalto, ben armate di fucili, mitragliatrici, autoblindo, ricevevano l’ordine di abbandonare la città, cosa che finì di demoralizzare e di gettare nel panico gli abitanti. Non si è ancora potuto stabilire chi abbia dato quest’ordine. Sarabia afferma che venne dal ministro dell’interno; questi lo nega energicamente. La conclusione è che esisteva un piano concepito e messo in atto da capitolardi e traditori per rendere impossibile ogni difesa della capitale catalana e soprattutto per evitare che avessero luogo combattimenti nelle strade.

Occorre aggiungere che la manovra nemica per accerchiare Barcellona si sviluppò con fulminea rapidità. Gli italiani erano appena entrati in città e già la strada verso il nord era interrotta dall’artiglieria e dalle colonne motorizzate fasciste. La direzione del partito, rimasta in città fino all’ultimo momento, si salvò per miracolo.

 

Crollo dell’apparato dello Stato. Dopo Barcellona l’apparato dello Stato crollò completamente, in mezzo a un disordine e a un panico inauditi. Negrín aveva dato l’ordine di evacuazione dei ministri verso la regione Gerona-Figueras e consigliò la partenza a tutti i dirigenti politici. Questo, otto giorni prima della caduta. Ma né lui né alcuno dei ministri prese misure pratiche per organizzare l’evacuazione mantenendo il funzionamento di un apparato direttivo e perciò fu una fuga disordinata, con i burocrati che si portavano sui camion perfino il loro tavolo di lavoro e i loro calamai, per non parlare dei letti, dei materassi, delle donne, dei bambini, degli amici, ecc. Uno spettacolo tragico e grottesco che contribuì a demoralizzare tutta la città. Le vie per la frontiera furono intasate per dieci giorni. Nella zona di Gerona-Figueras nulla era stato preparato e tutta questa massa finì per accamparsi nella campagna e sulle strade, intorno al castello di Fi gueras e nel castello stesso, sede provvisoria del governo e sede del caos più penoso. Non funzionava più nulla, né il telefono, né il telegrafo, né le ferrovie, né i trasporti, né le strade, né la polizia, né il commissariato di guerra. L’apparato dei carabinieri e delle guardie d’assalto preparato in previsione di una simile situazione, come ultima riserva del governo, crollò. I carabinieri furono fra gli organizzatori del panico. Le guardie d’assalto resistettero un po’ di più, ma sparirono a loro volta nello sfacelo. Nello stesso modo sparirono i centri di reclutamento e le poche riserve ancora esistenti. Soltanto lo SM mantenne una minima capacità di funzionare e un apparato di collegamento con i fronti, tuttavia con enormi difficoltà e insufficienze. Con una simile retroguardia in totale decomposizione ed esso stesso scosso da ondate di panico, l’esercito non era più in grado di combattere. Nonostante tutto ancora resisteva davanti a Granollers (XI divisione) e intorno a Gerona e si ritirava in modo relativamente ordinato, mettendo in atto sistematicamente il piano di distruzione delle strade, dei ponti, dei depositi di munizioni ecc., ecc., permettendo così l’evacuazione in Francia della popolazione civile e della quasi totalità dell’armamento.

Negrín fu completamente sopraffatto: di sua iniziativa non prese alcuna misura concreta di organizzazione. Lasciò però fare al partito. Ogni giorno doveva fare fronte, in sede di consiglio dei ministri che “sedeva” quasi in permanenza, all’offensiva dei capitolardi, che adesso erano, apertamente, tutti i ministri con l’eccezione di Uribe. Il compagno Moix, ministro del lavoro, membro del PSUC, il 30 gennaio, nel corso del consiglio durante il quale Negrín, dopo avere letto una lettera perfida di Rojo riguardo ai nostri amici, chiedeva un voto di fiducia che lo lasciasse libero di decidere il momento in cui il governo dovesse trasferirsi nella zona centrale, non trovò nulla di meglio da fare che mettersi a piangere. Gli altri ministri, il presidente della repubblica, quasi tutti i capi degli altri partiti, i capi militari non comunisti, ecc., esigevano tutti che Negrín mettesse fine alla guerra riconoscendo l’impossibilità di ogni ulteriore resistenza e chiedendo l’intervento della Francia e dell’Inghilterra per ottenere da parte di Franco condizioni “dignitose” ... Quali potessero essere queste condizioni nessuno lo sapeva né cercava di precisarlo: in generale si pensava alla facoltà di evacuare dalla zona centrale qualche migliaio di dirigenti compromessi e niente altro. Francia ed Inghilterra premevano nello stesso senso ed assumevano atteggiamenti brutali e ricattatori (minaccia di chiudere la frontiera francese e di lasciare che i fascisti catturassero l’esercito al completo; embargo sulle armi che si trovavano in Francia con destinazione Spagna). Era chiaro che anche Negrín aveva perduto la fiducia nella continuazione della lotta, ma rimaneva sempre attaccato alla sua vecchia linea politica che era quella della resistenza. Da questa situazione sono venuti fuori i tre punti di Figueras e il voto di fiducia che le Cortes concessero a Negrín sulla base della formulazione dei suoi tre punti. Proprio qui stava l’equivoco. Per Azaña, per i repubblicani, per i capi socialisti, per Rojo e per i militari di carriera, i tre punti di Figueras dovevano costituire la base per un intervento diplomatico franco-inglese che il governo della repubblica doveva sollecitare. Negrín non accettava questa seconda parte e lasciò cadere le offerte di mediazione, che d’altra parte non avevano alcuna base concreta ed erano inviti. alla capitolazione pura e semplice. Questo forni ad Azaña il pretesto, 15 giorni dopo, per non tornare dalla Francia nella zona centrale, affermando che “le condizioni stabilite fra lui e il governo non erano state rispettate”.

Quello che c’era di contraddittorio nella posizione di Negrín era che, pur riaffermando in modo platonico la resistenza, non faceva poi niente per organizzarla. La maggiore responsabilità è quella di non avere dato, negli ultimi giorni di Figueras, gli ordini necessari per fare trasferire a Valencia e a Madrid almeno una parte delle armi che ci stavano arrivando.

In questo periodo il partito lavorò in condizioni di estrema difficoltà, ma fino all’ultimo momento. Il centro del PC si installò a Figueras nella sede del partito nel centro della città, dove noi abbiamo lavorato. Era imprudente ma necessario in un momento di generale vigliaccheria. Il centro del PSUC si installò in campagna ad Espanella. In seguito ci siamo trasferiti nel castello di Figueras e ad Agullana (ultima sede del governo). I nostri compiti principali erano di ordine pratico. Organizzare prima di tutto l’ordine sulle strade, cosa che siamo riusciti ad ottenere (relativamente) con l’aiuto  dell’aviazione. Combattere il panico con un lavoro di agitazione (meetings, manifestazioni di piazza, pubblicazione dell’organo del partito a Gerona e a Figueras, radio, giornali murali, ecc.). Ricostituzione in ogni città e villaggio dei consigli municipali, con uomini coraggiosi, membri del partito, al posto di quelli che erano scappati. Aiuto nella costruzione di linee fortificate. Tentativo di organizzare un servizio di recupero dei soldati che abbandonavano il fronte. Aiuto nel funzionamento dell’apparato militare. Visite al fronte. Il metodo era quello di mettere dappertutto i nostri uomini (comandanti di piazza, capi del controllo sulle strade, ecc., ecc.) senza chiedere il permesso a nessuno. E poiché i nostri erano gli unici che lavoravano e non avevano paura, si imponevano a tutti. Tutti i membri dell’UP che si trovavano nella zona (Giorla, Mije, Antón, Manso) hanno lavorato. Per quanto riguarda il PSUC, la sua direzione rimase un po’ più nascosta e si occupò troppo dell’evacuazione in Francia di vari oggetti di valore; tuttavia un gruppo di quadri medi diretti dal compagno italiano Fedeli,(12) lavorò e lottò con tenacia ed entusiasmo fino all’ultimo istante. Fra di loro si trovava il vecchio Arlandis (13) che fu ucciso da una bomba d’aeroplano. I quadri dell’organizzazione locale del PSUC lavorarono meglio di quelli dell’organizzazione di Barcellona. In quei giorni abbiamo avuto la prova che la base del PSUC era molto migliore della sua direzione.

 

12. Armando Fedeli, operaio perugino, militante comunista, ricoprì incarichi importanti nell’organizzazione delle Brigate internazionali.

 

13. Hilario Arlandis aveva sostenuto nell’aprile del 1921, in coincidenza con la formazione del Partito comunista operaio e nel Plenum dei delegati regionali della CNT l’opportunità di prendere parte al congresso costitutivo della Internazionale sindacale rossa. Nei primi anni trenta aveva avuto incarichi di responsabilità e direzione nella Federazione comunista catalano-baleare e nel Blocco operaio del Campesino, aveva poi aderito al PCE.

 

Completamente assorbiti da quei compiti organizzativi, dominati fino all’ultimo giorno dalla speranza o dall’illusione di potere ristabilire la situazione con il nostro lavoro e di impedire la perdita della Catalogna, abbiamo commesso un grave errore politico: quello di non tenere conto della situazione concreta e di non valutare tempestivamente, in tutta la loro portata, le conseguenze della disfatta. Già nella notte del 27 gennaio il compagno Sa. ci diceva (riunione con Antón e con Alfredo) di essere convinto che l’esercito non potesse più tenere duro, che la Catalogna fosse irrimediabilmente perduta e che, una volta perduta la Catalogna, considerasse inevitabile il crollo e impossibile la resistenza nella zona centrale. Questa era l’opinione di tutti i militari di carriera, comunisti e non comunisti. Noi non abbiamo tenuto conto di questo fatto. Avremmo dovuto cambiare il modo in cui ponevamo alle masse e agli altri partiti il problema della resistenza così come avremmo dovuto mutare il nostro linguaggio e le nostre argomentazioni. Non abbiamo compreso questa necessità. Eravamo quasi completamente isolati nel nostro lavoro. A Figueras non siamo riusciti ad ottenere il benché minimo funzionamento né del fronte popolare né del comitato di collegamento con il PSO. La direzione della UGT funzionava soltanto grazie allo sforzo dei comunisti. Noi spiegavamo quel fatto con la vigliaccheria degli altri, senza vedere che oltre alla vigliaccheria esisteva un problema politico che avremmo dovuto studiare e risolvere tempestivamente. Questo ebbe gravi ripercussioni su tutta la nostra politica successiva. Ancora, adesso ho chiaro che avremmo dovuto iniziare il trasferimento della direzione a Madrid e non opporci al trasferimento di una parte almeno del governo nella zona centrale prima della perdita totale della Catalogna.

 

Il tradimento e il sabotaggio. Ho già parlato del ruolo avuto dal tradimento nella perdita di Barcellona senza colpo ferire. Atti isolati di tradimento si sono verificati su tutto il fronte nel corso di tutta la campagna, ma è difficile stabilire caso per caso se si trattasse di tradimento, o soltanto di incapacità e di vigliaccheria. All’interno dell’apparato dell’industria bellica esisteva senza alcun dubbio il sabotaggio; così si spiega che diversi treni carichi di armi e di munizioni furono trovati dalle truppe in ritirata in luoghi dove nessuno ne supponeva l’esistenza. Le ondate di panico sul fronte interno erano anche dovute, molte volte, al lavoro ostile della quinta colonna (soprattutto sulla costa a Puerto della Selva  Palamós, a Caldetas dove venne abbandonato materiale importante). Rimane da esaminare se si sia verificato il sabotaggio nella condotta generale della campagna. Il problema che si pone concretamente è quello di Rojo e della sua lealtà.

Rojo per noi è sempre stato un problema, ma nonostante le riserve e i dubbi che ispiravano la sua origine, i suoi legami e il suo passato, il partito aveva finito per dargli fiducia. Rojo ha sempre saputo coltivare con grande abilità i suoi rapporti con il partito. È almeno strano rilevare che, in ogni momento in cui stava per verificarsi un disastro militare, egli facesse un passo verso il PC. Nel 1937-1938, prima della seconda fase delle operazioni di Teruel, dichiarava che l’unico partito in cui sarebbe potuto entrare era il PC. Nel 1938, alla vigilia dell’offensiva fascista, suo figlio chiese la tessera del partito e Rojo stesso chiese a Negrín di essere autorizzato ad entrare nel partito comunista (Negrín gli negò l’autorizzazione). Se teniamo presente che nello stesso tempo proteggeva gli elementi più sospetti di tutto l’esercito (Muedra, Garijo), ostentava la sua amicizia con il generale Asensio, nemico accanito del partito, e manteneva lo SM in stato di disorganizzazione, le sue dichiarazioni filocomuniste sembrerebbero perlomeno strane.

Nel 1938, lo studio delle operazioni militari da gennaio a marzo (perdita di Teruel, rottura del fronte aragonese) lascia sussistere il dubbio dell’esistenza di un sabotaggio da parte dello SM generale (errato impiego delle riserve, esaurimento dell’esercito di campagna con spostamenti inutili, enorme ritardo nel cambiamento del dispositivo di combattimento per fare fronte all’offensiva nemica quando l’obiettivo di questa era già chiarissimo). Questi errori tuttavia possono essere spiegati anche con la demoralizzazione che il disfattismo del ministro della guerra (Prieto) determinò all’interno dello SM generale.

Durante la resistenza nel levante (maggio-giugno 1938), l’influenza di Rojo venne esercitata in direzione sbagliata. Invece di concentrare lo sforzo nell’organizzazione di una robusta linea di resistenza fortificata, consigliava l’invio al fronte, in campo aperto, delle riserve dell’esercito a piccoli gruppi, cosa destinata a provocare il loro esaurimento senza risultati. Quando la tattica venne cambiata, il nemico poté essere fermato.

A Rojo spetta la responsabilità diretta del fallimento delle operazioni nell’Estremadura. Altri fatti devono essere studiati. Incomprensibili risultano le proposte da lui fatte nel corso di una visita nella zona centrale di ridurre gli effettivi delle brigate a 1.700 uomini, di sciogliere la sola unità di guastatori esistente a Madrid e l’unica di pontieri esistente nella zona centrale. Incomprensibile lo scopo del suo viaggio a Minorca in un momento in cui il mare non era sicuro (ottobre 1938). Assai losco il suo ruolo nella designazione di Ubieta a comandante di Minorca, il traditore che consegnò d’isola a Franco, destituendo Brandaris, uomo leale e coraggioso, che avrebbe difeso la piazza.

Nel 1939 in Catalogna la tattica di Rojo fu la stessa che nel 1938 consigliava nel levante. L’esercito si esaurì nella difesa di una serie di posizioni successive, assai poco distanti l’una dall’altra e precedentemente poco o punto preparate. Nessun lavoro serio per fortificare e concentrare le riserve fresche in una posizione arretrata solida. La conseguenza era che non soltanto si perdevano uomini ed armi, ma le unità, ritirandosi continuamente senza alcuna prospettiva o possibilità di riorganizzarsi, si demoralizzavano molto presto. Nel corso della campagna non venne fatto alcun tentativo di manovra, forse per la mancanza di riserve. Lo sfondamento di un settore del fronte significava sempre che tutto il fronte cedeva per tutta la sua estensione. È chiaro che il problema dovrà essere studiato da parte di tecnici militari. La cosa certa è che Rojo ha sempre trascurato tanto la fortificazione che la formazione delle riserve. Il 30 gennaio nel corso di una conversazione con l’UP sviluppò cinicamente la teoria della totale inutilità delle fortificazioni.

Adesso sappiamo che Rojo, subito dopo la caduta di Barcellona, propose a Negrín di mettere fine alla guerra impartendo ad ogni comandante di battaglione l’ordine scritto di alzare bandiera bianca e passare al nemico. Negrín però non disse niente né al partito né al compagno Sa. Il generale Rojo, nel consiglio dei ministri del 29 gennaio e successivamente, dimostrò che la resistenza era impossibile e, pur rimanendo al suo posto e continuando a dare ordini, non faceva niente per tentare veramente di salvare una situazione che giudicava disperata. Come tutti gli altri, considerava impossibile continuare la lotta nella zona centrale e comunicò questa opinione al generale Matallana, tramite una lettera seque strata da Negrín a Madrid e affidata ad un corriere speciale. Il generale Matallana era uomo di assoluta fiducia di Rojo: nel 1937 era stato sospettato di contatti con il nemico, ma non era stato accertato nulla di concreto. Al contrario Rojo ostentava disprezzo e odio per il colonnello Casado.

Esaminando l’insieme dei fatti e gli ultimi atteggiamenti di Rojo, mi sembra si possa concludere che egli sia un elemento che politicamente ha tenuto i piedi in due staffe e i cui legami con il nemico non sono mai stati interrotti. In quale misura egli ci abbia tradito coscientemente nella direzione delle operazioni, è una cosa che soltanto un esame approfondito delle operazioni militari condotto da persone competenti potrà stabilire.

 

14. Si tratta di un allegato dal titolo Forze dell’esercito della zona centrale alla vigilia del colpo di Stato del colonnello Casado, che contiene, suddivisi per fronte e per corpo d’armata, i nomi dei comandanti, il numero delle divisioni e delle brigate, l’affiliazione politica dei comandanti e dei commissari e il numero delle armi possedute.

 

 

III. Preparazione del colpo di Stato di Casado. Tattica e misure preventive del partito

Perduta la Catalogna, la corrente disfattista e capitolarda prese rapidamente il sopravvento nella zona centrale. Ecco per quali ragioni e in che modo:

1. la grande maggioranza dei dirigenti politici e militari aveva perso totalmente la fiducia nella possibilità di continuare la resistenza. La convinzione che l’esercito della zona centrale non potesse fare fronte ad un attacco del nemico a causa della sua superiorità numerica schiacciante, della mancanza di armamenti, di aviazione, di trasporti e per la sua debolezza organica, era generalizzata. Ci si attendeva l’attacco di 40 (?) divisioni di manovra, in due scaglioni principali operanti sulle direttrici Guadalajara-Tarancón e Toledo-Albacete, in modo tale da far cadere il fronte per accerchiamento; e un attacco generale su tutti gli altri fronti. La nostra forza assommava a 50 divisioni in tutto (vedere l’annessa tabella).(14) Tutti gli ufficiali di carriera senza alcuna eccezione, compresi i comunisti, erano dell’opinione che la resistenza fosse impossibile. L’unica eccezione della quale sia a conoscenza, fra i comunisti, è quella di Cintat, che riteneva inevitabile la disfatta, ma credeva fosse possibile ritirarsi combattendo, prolungando così la lotta di 40-50 giorni. Alla partenza da Tolosa per Madrid Cordón (sottosegretario alla guerra) e Hidalgo de Cisneros (comandante dell’aviazione) ci avevano dichiarato apertamente che non credevano nella resistenza della zona centrale, analogamente a Núñez Maza (15) (sottosegretario all’aviazione), ecc. L’opinione del compagno Sa., che vidi per l’ultima volta a Perpignan, era che la resistenza fosse possibile, a condizione però che una parte dell’esercito e delle armi evacuate in Francia e una parte almeno delle armi che erano in viaggio fossero trasferiti nella zona centrale. Credo che la convinzione che non si potesse più resistere fosse parecchio diffusa anche fra i comandanti provenienti dalle milizie. Questa convinzione era generalizzata fra i quadri dei partiti repubblicani, socialisti ed anarchici; nella polizia e nell’apparato dello Stato. Il problema che si poneva e che era in discussione non era dunque più quello di come organizzare la resistenza, ma quello del modo di mettere fine alla guerra “con onore e dignità”. Su quest’ultima questione le opinioni potevano essere differenti, perché gli uni pensavano soltanto a salvare le loro vite e i loro beni, mentre gli altri ponevano il problema generale: finire la guerra nelle migliori condizioni possibili. Ma c’era un punto sul quale tutti erano d’accordo: e cioè che l’unico ostacolo a una azione mirante a mettere fine alla guerra, gli unici “nemici della pace”, fossero i comunisti. Così i disfattisti avevano trovato finalmente il modo di isolare il partito comunista dalle masse, cosa che in precedenza non avevano mai potuto ottenere; il blocco anticomunista trovava il suo cemento nella parola d’ordine più popolare: la pace; altro cemento: la paura. Non esistendo più le frontiere tutti (ad eccezione del partito) preparavano la fuga via mare; ognuno lavorava per conto suo e tutti individuavano nel partito l’ostacolo alla fuga generale.

 

15. Cordón, Ignacio Hidalgo de Cisneros, Núñez Maza erano tutti e tre comunisti.

 

2. Nelle masse la stanchezza della guerra e il malcontento per le sue sofferenze assumevano le forme concrete dell’aspi razione profonda, generale, alla pace. In tutto il paese si attendeva un fatto nuovo che mettesse fine alla guerra. E non si pensava più alla vittoria della repubblica. Si prevedeva e si parlava apertamente della vittoria di Franco, del ritorno degli antichi borghesi e dei proprietari terrieri, ma ci si illudeva che, se si fosse messa fine alla guerra immediatamente, si sarebbe potuta evitare una repressione troppo dura. “Verranno puniti quelli che hanno commesso i crimini — si diceva nei villaggi — ma chi non ha fatto altro che lavorare, non sarà perseguitato.”. I nemici del partito, i traditori, la quinta colonna fomentavano questi stato d’animo e l’isolamento del partito diventava ogni giorno più grande.

3. Nelle masse di soldati al fronte, situazione un po’ migliore che nel fronte interno; le diserzioni aumentavano però in maniera impressionante. Soprattutto i soldati catalani passavano al nemico per poter tornare nella loro terra. Nel complesso del fronte si registravano 200 casi di diserzione ogni giorno (verso il nemico). Sul fronte del levante, 2.000 disertori ogni settimana verso il nostro interno. Il lavoro dei commissari paralizzato, eccezion fatta del fronte del levante dove lavoravano bene sotto la direzione personale di Jesús Hernández. I membri del partito occupavano la maggior parte dei posti di comandante e di commissario, ma non avevamo nessun posto di comando di settori del fronte, ossia nessuna armata a nostra completa disposizione.

Il decreto di mobilitazione generale aveva incontrato l’opposizione dei repubblicani, degli anarchici, dei caballeristi; ma il partito con una buona campagna era riuscito a superare questa opposizione e la mobilitazione si stava realizzando. Il sabotaggio avveniva nei centri di raccolta delle reclute, che lavoravano con enorme lentezza e dichiaravano inabili al servizio gran parte dei mobilitati. Il primo di febbraio nei centri di reclutamento e istruzione (CRIM) si trovavano 89.000 uomini.

4. La quinta colonna lavorava quasi alla luce del sole. I reazionari e i fascisti che erano rimasti nascosti fino ad allora uscivano dall’illegalità stabilendo contatti con gli ufficiali di carriera e con i funzionari dello Stato reazionari. Dappertutto si costituivano sezioni fasciste (falange), ma invece di lavorare nell’illegalità come in precedenza (scritte sui muri, sabotaggio), erano occupate in modo più o meno aperto a dare vita ad organismi che si preparavano a prendere il potere a livello locale. La direttiva di Franco ai falangisti era di fare tutto il necessario per evitare che la caduta del potere repubblicano fosse accompagnata dal disordine. Per questo motivo la quinta colonna cominciò ad entrare in contatto con i disfattisti e con i capitolardi del campo repubblicano. Questo processo di decomposizione era assai avanzato particolarmente nel levante (soprattutto a Murcia e a Cartagena).

5. In questo ambiente il lavoro dei disfattisti e dei capitolardi aveva assunto forma concreta politica ed organizzativa:

a) i governatori militari e l’apparato di polizia. La proclamazione dello stato di emergenza aveva avuto come conseguenza, prevista dalla Costituzione, di far passare il potere nelle mani delle autorità militari, ovvero in altre parole, su tutto il territorio nelle mani del generale Miaja e dei comandanti militari locali in ogni provincia e località. Questi erano vecchi ufficiali di carriera, di lealtà assai dubbia, addetti a quegli incarichi perché non poteva essere loro affidato un settore del fronte. Tutti convinti della inevitabilità della disfatta e preoccupati di mettere al sicuro la loro pelle dalle persecuzioni dei fascisti, cominciarono a perseguitare i comunisti per farsene un titolo di merito e a lavorare per aprire le porte a Franco. Miaja peggiorò ancora la situazione affidando la carica di capo della polizia al colonnello Burillo, ex-comunista, massone, animato di odio feroce contro il partito. Burillo svolse la maggior parte del lavoro organizzativo del colpo di Stato di Casado. Sotto la sua direzione le guardie d’assalto, in precedenza uno dei corpi di fiducia del partito, mutarono aspetto tornando alle loro vecchie tradizioni e ai quadri reazionari. I carabinieri, dominati dai quadri socialisti capitolardi, erano assai facilmente mobilitabili per la lotta contro il partito. I governatori militari avevano nelle loro mani la censura sulla stampa. Veniva a crearsi così una situazione nella quale il vero apparato del potere veniva diretto contro di noi, in una lotta non più sorda e nascosta, ma aperta, quotidiana e prendeva misure per schiacciare al momento opportuno;

b) nell’esercito il centro del complotto si trovava nell’esercito del centro, presso il colonnello Casado, militare incapace,  responsabile della perdita di carri armati a Saragozza nell’ottobre del 1937 e della prolungata inattività del fronte di Madrid, politico astuto, legato alla CNT, ma che a Madrid non aveva trascurato i rapporti con il PC. I militari di carriera si orientavano verso di lini, aveva legami e prestigio nell’esercito di Franco ed era il centro del lavoro degli agenti stranieri. In un primo momento l’Inghilterra aveva probabilmente considerato Miaja, completamente abbrutito dall’alcool e dalla droga, l’uomo capace di ripetere su tutta la zona centrale il colpo di Minorca (16) (vedere la stampa inglese di quei giorni), ma l’arrivo di Negrín aveva fatto fallire il piano. Matallana, circondato di ufficiali filofascisti, aiutava Casado, ma senza troppo compromettersi apertamente;

 

16. Il 9 febbraio con una manovra assai strana Minorca capitolava: mentre a Maiorca il console inglese e le autorità franchiste negoziavano alcune condizioni per imporre la resa di Minorca, nelle acque territoriali dell’isola si presentava l’incrociatore britannico Devonshire. Ma nel momento in cui il comandante della base l’ammiraglio Ubieta, saliva sulla nave inglese, per scambiare il saluto, l’isola veniva violentemente bombardata e alcuni seguaci di Franco davano il via ad una sollevazione. Sul Devonshire vi era però il governatore di Maiorca che con la forza e l’intimidazione, di fatto, costrinse Ubieta alla resa.

 

c) i quadri del movimento anarchico, in primo luogo della FAI. Il loro penoso lavoro consisteva nel diffondere la mentalità anticomunista, nel provocare la discordia a livello locale, diffondendo ad ogni istante la voce che i comunisti stavano per sollevarsi e per prendere il potere, nel sabotare il lavoro dei comitati del FP e nello stabilire legami fra i militari di carriera che preparavano il colpo di Stato e le masse degli operai, dei contadini e dei soldati aderenti alla CNT. Gli anarchici usavano largamente in questo lavoro di provocazione l’ideologia e il linguaggio del trotzkismo. A Madrid alla vigilia del colpo di Stato furono le pattuglie d’azione anarchiche ad essere mobilitate per sorvegliare la sede del partito e occupare i punti strategici della città. Non fecero però nulla di straordinario. In questo periodo il partito sindacalista (partito di Angel Pestava), considerato da tutti (anche dalla direzione nazionale della CNT) come un ricettacolo di provocatori e mai ammesso nel FP, svolse a sua volta un ruolo di primo piano;

d) i socialisti caballeristi e i trotzkisti in collegamento con Besteiro. Approfittando dell’assenza della direzione del partito, rimasta in Francia, i dirigenti socialisti di Madrid (ASM) (17) presero di fatto nelle loro mani la direzione di tutto il partito socialista della zona centrale. Erano in maggioranza caballeristi trotzkisteggianti e i non-caballeristi (Henche) erano tuttavia avversari del PC. Il PS deteneva la maggior parte dei governatori civili, aveva nelle sue mani quasi tutto il SIM (polizia militare), la polizia di Madrid, i carabinieri, e tramite l’apparato della federazione della terra orientava gran parte delle masse contadine;

e) i partiti repubblicani, che di colpo avevano ricominciato a svolgere un ruolo importante e reclamavano apertamente, ormai, sulla stampa tutto il potere per concludere una pace degna;

f) gli agenti stranieri, del Deuxième bureau, dell’Intelligente service,(18) ecc. che pullulavano dovunque e soprattutto vicino alle autorità militari e a Besteiro.

 

17. Agrupación socialista madrilena.

 

18. Organizzazioni dei servizi di sicurezza, rispettivamente francese e inglese.

 

 

Isolamento del partito. Quando arrivai a Madrid da Tolosa (16 febbraio 1939) la situazione del partito era assai grave. Il partito era isolato. Negli ultimi giorni della resistenza in Catalogna, a Madrid era pervenuta l’ultima dichiarazione politica redatta dall’UP a Figueras. Questa dichiarazione corrispondeva al nostro orientamento e al lavoro di quei giorni, del quale ho indicati gli aspetti negativi. Era un documento assai violento di denuncia delle debolezze del governo e soprattutto degli intrighi e del tradimento dei capitolardi e dei vigliacchi. Il colpo principale era diretto contro Caballero, per ché era fuggito in Francia due giorni dopo la caduta di Barcellona. Tutto ciò era già buono ed ebbe come risultato di far paura agli organizzatori del complotto. Mancava però nel documento il tono che si sarebbe dovuto prendere dopo la disfatta, mancava, qualsiasi allusione al nuovo problema che si poneva alle masse dopo la perdita della Catalogna, il problema della pace e delle sue condizioni. Se un documento simile era ammissibile quando era ancora in corso la lotta in Catalogna, nella zona centrale la sua pubblicazione dovette fare al partito più male che bene. La censura non ne permise la pubblicazione. L’UP decise e attuò la diffusione illegale di massa. Conseguenze: rottura dei rapporti con il PS in tutta una serie di province, a partire da Madrid, risoluzione pubblica del FP di Madrid di condanna e di denuncia della posizione del PC come antiunitaria; in altre province il partito venne cacciato dal FP, poiché gli altri partiti si dichiararono “incompatibili” nei suoi confronti; l’autorità militare ordinò in due o tre grandi città l’arresto dei dirigenti del partito. Il partito non trovò un appoggio deciso nelle masse. Il fatto è che il documento stesso era stato presentato alle masse da parte dei nostri nemici come la prova che i comunisti non volevano la pace e si preparavano a compiere un atto di forza per impedire la conclusione della pace che militari ed uomini politici “ragionevoli” stavano preparando. Noi apparimmo alle masse, sotto l’influenza di questa propaganda, come “il partito della guerra” in lotta contro il “partito della pace”.

Il partito commise altri errori nella stessa direzione. Tutto il tono della conferenza del partito di Madrid (inizio di febbraio del 1939) era errato, inadatto alla situazione, non tenendo conto alcuno delle nuove condizioni di lotta e dello spirito delle masse. Il discorso di Dolores alla conferenza, chiaro e violento nella denuncia alle masse del complotto dei capitolardi, nell’attacco ai traditori, a Miaja, a Casado, non era giusto nel merito, non poteva essere compreso dal popolo. Anche il discorso fu pubblicato contro gli ordini della censura ed accentuò il nostro isolamento rispetto a tutte le altre forze politiche di Madrid. Ritengo che nell’errata impostazione della linea di questa conferenza esista una diretta responsabilità da parte di Mo. inviato a Madrid dal 27 gennaio e che, in questa occasione, ha dato prova di completa passività e cecità politica.

La direzione del partito (Checa, Uribe, Dolores, Delicado, Diéguez e Mo. a Madrid), invece di fare fronte alla situazione, si trovava in un tale stato di demoralizzazione e di disorientamento che era impossibile pensare più grande. A distanza di una settimana dall’arrivo di Negrín nella zona centrale, l’UP non aveva ancora potuto parlare con lui. I rapporti fra Uribe (che veniva considerato responsabile di questo fatto) e l’UP erano estremamente tesi, fino a rendere impossibile la collaborazione. D’altra parte soltanto l’intervento personale di Negrín rese possibile la liberazione dei compagni arrestati nelle varie province. I difetti di sempre del centro del partito (mancanza di intraprendenza, chiacchiere invece di azione, eccessivo nervosismo) giunsero all’estremo. Soprattutto venne trascurato il problema dei rapporti con le masse. Per esempio: coscienti della debolezza e dell’isolamento del partito a Madrid e della difficoltà di migliorare la situazione tramite meetings (proibiti), si era incaricato Dolores di contribuire a mutare la situazione stabilendo contatti con le fabbriche, tramite incontri e conversazioni con delegazioni di operai delle fabbriche nelle quali Dolores faceva distribuire dei viveri. Mai una volta che questa direttiva fosse applicata. L’organizzazione del partito di Madrid era riuscita a migliorare un po’ il suo lavoro nei sindacati, ma le sue debolezze organiche continuavano ad esistere. Con orgoglio inaudito e nutrendo sempre l’errata opinione di essere il partito dominante della città, i comunisti di Madrid erano isolati dalle masse più ancora del solito e nell’organizzazione cominciavano a rivelarsi gli stessi sintomi di indebolimento di quella di Barcellona (diminuzione dell’attività dei comitati di reparto).

Ciò che il partito stava facendo su larga scala e con energia era l’invio al fronte di una considerevole quantità di nostri quadri. Ecco la lista dei quadri mandati al fronte dall’organizzazione di Madrid:

direzione provinciale del partito, commissione del CP

18

direzione dei comitati di reparto

60

consiglieri municipali e provinciali

10

membri dei consigli direttivi dei sindacati

150

membri dei comitati di controllo, delegazioni sindacali, responsabili di cellule, ecc.

1.000
  1.238

 

In tutte le province la situazione era analoga. Era indispensabile, ma l’organizzazione del partito si indeboliva terribilmente sul fronte interno, mentre nell’esercito i nuovi arrivati non svolgevano ancora un ruolo di qualche entità quando ebbe luogo il colpo di Stato di Casado.

Il compagno Checa fu il primo a comprendere la necessità di cambiare le cose, correggendo per prima cosa la linea del partito e accettò subito consigli e indicazioni in quel senso.

La correzione consistette nel porre apertamente il problema della pace, dichiarando che anche noi come tutto il popolo volevamo la pace, ma che la pace non significava capitolare senza combattere e tradire, che la pace era possibile sulla base dei punti fissati da Negrín a Figueras, ma che per ottenere il loro riconoscimento occorreva continuare la resistenza (risoluzione dell’UP del 22 febbraio), spezzare gli intrighi dei capitolardi, mantenere e rafforzare l’unità e il FP, ecc.

Il documento suscitò enorme impressione. Noi organizzammo nello stesso tempo contatti fra la nostra direzione e il maggior numero possibile di uomini politici e di capi militari di tutta i partiti, per spiegare il nostro punto di vista. Ottenemmo qualche risultato. Vennero ristabiliti rapporti con la direzione (provvisoria) del PS, che dichiarò liquidato l’incidente causato dalla risoluzione di Figueras. Il PC venne ammesso di nuovo nel FP, dal quale era stato escluso. Si arrivò a ricostituire e a far funzionare un CN del FP che dette il suo appoggio al governo e respinse all’unanimità la proposta degli anarchici di sostituirlo con una Junta, proposta fatta dalla FAI e dalla CNT nel corso di una riunione del FP del primo marzo 1939.

Noi però sapevamo che la preparazione del complotto continuava e al punto in cui stavano le cose, con la stampa del partito assai ridotta e censurata barbaramente, sicuri che ogni diffusione illegale di massa avrebbe scatenato l’attacco contro il partito, i nostri rapporti con le masse già molto indeboliti, era assurdo pensare che potessimo fare fronte alla situazione con qualche conversazione politica. Occorreva una energica azione, misure concrete contro i congiurati per scardinare i loro piani, prevenire la loro azione. Noi avevamo il diritto di chiedere quelle misure soprattutto al governo, a Negrín.

 

Inattività del governo. Complicità di Negrín? Il governo non faceva niente. I ministri (ad eccezione di Uribe e compreso Moix del PSUC) per prima cosa si erano rifiutati di partire da Tolosa per Madrid. Arrivati nella zona centrale dopo che Negrín ebbe posta la questione con energia, continuarono a fare a Madrid quello che facevano a Figueras: esigere riunioni del c.[onsiglio] dei m.[inistri] dove dimostravano la necessità di capitolare, l’impossibilità di resistere ulteriormente, chiedevano che si sollecitasse l’intervento franco-inglese, ecc. Nessun lavoro pratico da parte loro. Una parte di loro era in collegamento con quelli che preparavano il complotto: senza dubbio i repubblicani, González Peña, Paulino Gómez, Segundo Bianco,(19) ossia il governo al completo, ad eccezione dei nostri e di del Vayo che era a Parigi. Ma complottando con i traditori e partecipando attivamente alla campagna anticomunista, i ministri facevano propaganda contro Negrín, accusandolo di essere il responsabile dell’inattività del governo.

 

19. Segundo Bianco, esponente della CNT, era stato ministro della pubblica istruzione nel secondo ministero Negrín.

 

Negrín non aveva mai messo in dubbio la necessità che il governo e lui stesso si trasferissero nella zona centrale; tuttavia non aveva fiducia nella possibilità di continuare la resistenza. Tutto il suo SM era disfattista. Rojo rifiutava di venire nella zona centrale e cercava di demoralizzare Matallana. Soltanto i capi militari comunisti avevano obbedito all’invito di tornare dalla Francia a Madrid. Si dimostrava molto preoccupato della situazione finanziaria. Nonostante questo al  suo arrivo nella zona centrale rilasciò dichiarazioni molto buone a nome del governo, del quale fissò la sede a Madrid. Questo era un primo errore, perché a Madrid i ministri non potevano lavorare e tutti sapevano che, non appena il nemico avesse cominciato ad attaccare, la sede del governo avrebbe dovuto essere trasferita in luogo sicuro (ad Albacete o a Cartagena). Le dichiarazioni non furono però seguite da nessuna azione. Negrín iniziò a percorrere tutto il paese, a visitare tutte le autorità civili e militari e, in apparenza, a perdere tempo. L’unica cosa positiva che fece fu di ordinare di colpire la quinta colonna a Murcia e nel levante, dove la situazione era già quasi di aperta ribellione. Vennero arrestati 200 fascisti.

Dai primi contatti, però, Negrín doveva avere acquisito piena coscienza del colpo di Stato in preparazione. Riunì ad Albacete tutti i grandi capi militari (SM generale, comandanti dei fronti, SM della marina). Alla riunione non venne però invitato né il compagno Hernández (commissario di tutto l’esercito della zona) né il nostro amico Scil. Alla fine della riunione, tutti i presenti si impegnarono a non fare parola di quello che era stato discusso e noi non l’abbiamo mai saputo, fatta eccezione per una vaga informazione (Matallana) secondo la quale tutti, senza eccezione, avevano negato la possibilità della resistenza. Le intenzioni e gli intrighi di Casado erano stati messi a conoscenza del primo ministro fino dal suo arrivo. Questi ebbe con Casado un abboccamento durato 5 ore. Ricevette da Casado un lungo memorandum disfattista. Rese visita al tenente colonnello Mera, presso il quale rimase due giorni, consacrando una mezza giornata alla visita delle case di tolleranza modello organizzate dal IV c.[orpo] [d’] a.[rmata] nella città di Guadalajara. Andò a Cartagena, a Valencia, nel Mezzogiorno. Nessuno dei suoi viaggi ebbe risultati pratici. Al centro mancava una qualsiasi istanza che ordinasse, che prendesse iniziative. Invece di giungere alla formazione del suo nuovo SM immediatamente dopo la diserzione di Rojo, Negrín nominò Rojo luogotenente generale. Invece di destituire Casado e di sostituirlo sulla base del materiale abbondantissimo che lo smascherava (soprattutto il rendiconto della riunione dei comandanti di c.[orpo] [d’] a.[rmata] del 22 febbraio nel corso della quale Casado aveva posto apertamente il problema della capitolazione), lo nominò generale. Aveva preso contatti con i partiti del FP incitandoli alla resistenza, ma evitò il contatto con l’UP del partito. Nella stessa notte in cui arrivai a Madrid, assistetti ad una conversazione telefonica che egli ebbe con Uribe, durante la quale minacciò di fare arrestare e fucilare l’UP del partito. Due ore dopo si scusò dicendo di averlo fatto per infinocchiare alcuni ministri, con i quali stava intrattenendo una violenta discussione a proposito della lealtà del nostro partito e del FP della zona di Madrid. Per apparire imparziale, ci disse, aveva minacciato tutti e due.

La situazione si complicò ulteriormente fra il 25 e il 28 febbraio, a causa del rifiuto di Azaña di venire a Madrid per adempiere il suo dovere presidenziale e della tendenza sempre più chiara della Francia e dell’Inghilterra a riconoscere Franco. Questi due fatti, più di tutti quelli che li hanno preceduti, hanno contribuito a demoralizzare i dirigenti e il popolo. Gli uni vedevano venire meno insieme con l’esistenza di un potere “legale”, la possibilità di poter “contare”, gli altri perdevano la poca speranza che ancora rimaneva loro nel cambiamento a nostro favore della situazione internazionale. Nonostante tutto la posizione assunta dal governo e dal FP sulla questione Azaña fu giusta e unanime: per l’ultima volta gli fu ingiunto di venire ad occupare il suo posto. Ma gli intrighi e la preparazione del colpo di Stato continuarono.

Per concludere su Negrín, la mia opinione è che in questi mesi si sia comportato come un uomo che cercasse di tirarsi fuori, personalmente, da una situazione che riteneva disperata, ma che non voleva tradire apertamente né il nostro partito né il suo passato. Se egli lasciò fare i traditori, questo non è dovuto soltanto alla debolezza e all’errato orientamento politico, ma anche al fatto che il colpo di Stato dei traditori si presentava come una via d’uscita per lui personalmente, liberandolo della sua responsabilità. Anche la sua vita sregolata e la paura fisica hanno avuto il loro peso. D’altronde occorre constatare che la sua posizione nei confronti del partito cambiò quando il partito corresse la sua linea politica. Dopo la pubblicazione della risoluzione del 22 febbraio (corretta nella sua redazione definitiva da Negrín in persona) si mise al lavoro e concesse al partito molto più di quanto non gli fosse stato chiesto. Il discorso che Negrín preparava per il 6 marzo (redatto nella mattina del 5 da Alfredo e dal segretario del presidente e accettato dal presidente) era molto  buono.

 

La nostra tattica. Quale doveva essere la nostra tattica in questa situazione? Cosa dovevamo fare?

Come partito potevamo prendere di nostra iniziativa le misure necessarie per prevenire con la forza il colpo di Stato, di fronte all’impotenza e alla carenza del governo? Discutemmo la questione quando vedemmo che la situazione peggiorava di giorno in giorno. A questo proposito ho anche chiesto un consiglio, senza ottenere risposta a causa di incidenti tecnici. Il nostro orientamento e il mio, in particolare, fu che noi non potessimo seguire questa linea; e per le seguenti ragioni: non ci trovavamo nella situazione di Figueras, dove tutti, gli occhi rivolti alla frontiera, ci lasciavano fare considerandoci poco meno che folli. Qui invece ci trovavamo dinanzi ad un apparato statale, civile e militare, mobilitato contro di noi e l’ostilità e la resistenza del quale potevano essere spezzati soltanto con la forza. Per una simile azione di forza non potevamo contare su alcun alleato, tutti sarebbero stati contro di noi. Avremmo dovuto prendere il potere come partito. Questo avrebbe presupposto politicamente che il partito si assumesse la responsabilità di spezzare il fronte popolare con le armi. Tutta la direzione del partito era contraria. Inoltre, secondo la mia opinione personale esisteva un’altra ragione, la più profonda che mi abbia indotto a sconsigliare al partito di imboccare questa strada. Ero convinto, data la conoscenza che avevo del partito e delle sue forze in quel momento, che noi saremmo stati rapidamente e irrimediabilmente battuti, perché le masse disorientate, desiderose solo della pace, non ci avrebbero seguiti ed anche le forze militari comandate da comunisti non ci avrebbero appoggiato con l’energia e con la decisione necessarie. Molto probabilmente una parte si sarebbe schierata contro di noi. E ancora con molta probabilità gran parte del partito avrebbe esitato (già ad Almeria soltanto a causa della pubblicazione del documento di Figueras, la direzione del partito si era divisa, poiché una parte disapprovava e sconfessava il documento). Al contrario eravamo tutti convinti che se Negrín fosse rimasto alla guida del governo e ci avesse dato la possibilità di occupare tutta una serie di posizioni decisive che gli avevamo chieste, ci sarebbe stato possibile impedire il colpo di Stato o schiacciarlo con una lotta rapida, che, avendo in questo caso il carattere della lotta in difesa del governo e del FP, avrebbe ottenuto l’appoggio delle masse e dell’esercito. Analogamente non avevamo preso in considerazione l’ipotesi di formare un nuovo governo di FP guidato da un uomo nuovo: quest’uomo non esisteva; Miaja, l’unico che qualche mese prima sarebbe stato da prendere in considerazione, era già un nemico. Tale impossibilità di trovare un altro capo di governo e il timore di spingere Negrín nel blocco dei capitolardi ci hanno impedito di attaccarlo apertamente di fronte alle masse.

È in questo senso, dunque, che noi abbiamo orientato il partito. Ripeto: mantenere ad ogni costo il FP; rompere l’isolamento del partito all’interno delle masse; preparare il partito a fare fronte rapidamente alla situazione nel suo complesso (vedere geli ultimi punti della risoluzione del 23 febbraio); orientare nello stesso senso la nostra organizzazione militare. Quello che non si può stabilire con esattezza è il modo in cui questa linea venne in concreto comunicata a tutto il partito. Sono a conoscenza del fatto che Checa ha lavorato assai intensamente, inviando compagni nelle province nelle quali si continuavano le conferenze di partito. La direzione del partito a Madrid fu orientata bene. I quadri militari del fronte centrale tenevano contatti permanenti con il partito. Delicado, Modesto, Lister furono mandati a Valencia (sede della commissione militare del CC) per organizzare il lavoro militare nel resto del paese.

Le nostre proposte scritte a Negrín furono presentate con grande ritardo (soltanto 3 o 4 giorni dopo il mio arrivo). Essenzialmente, oltre alla riorganizzazione della direzione dell’esercito secondo i consigli dei nostri amici e all’organizzazione di un centro di lavoro vicino al presidente, prevedevano la designazione del colonnello Modesto a comandante dell’armata di Madrid al posto di Casado e di militari comunisti al comando delle città del Levante (Valencia, Alicante, Murcia, Cartagena) e di Albacete, principale nodo stradale. Consideravamo posizioni sicure Cuenca (governatore civile comunista, presenza nella provincia di forze di riserva comandate da comunisti) e l’Estremadura (presenza nella regione dell’agrupación di riserva di Toral, comunista). Ad Almeria avevamo già un comandante militare comunista.

 Negrín non accettò tutto, ma accettò molto e finalmente dette l’impressione di mettersi al lavoro appoggiandosi ad un piccolo apparato del ministero della guerra diretto da Cordón (comunista) e su un apparato di propaganda (completamente nelle nostre mani). Il centro del lavoro governativo fu trasferito nel Levante, fra Alicante e Villena, e il partito spostò il suo gruppo dirigente (Checa, Dolores, Delicado, Alfredo) in questa regione, dove avrebbe dovuto essere trasferito anche il FP. Ma mentre Negrín si installava lontano dai grandi centri abitati (a Elda), noi restavamo vicino a Murcia in modo da avere sempre la possibilità di appoggiarci su una organizzazione di. partito di qualche entità.

Quello che Negrín non accettò fu di nominare Modesto comandante dell’armata di Madrid e di destituire ed arrestare Casado. Decise di trasferire Casado allo SM e designò comandante dell’armata di Madrid un comunista, il tenente-colonnello Bueno (II c.[orpo] [d’] a.[rmata]). Per quanto riguarda il Levante, ci dette l’essenziale (Albacete, Murcia, Cartagena, Alicante). A Modesto affidò il comando di un’armata di manovra (in creazione). A Lister il fronte dell’Andalusia. Affermo che se tutte le misure concesse con ritardo da Negrín fossero state realizzate, il colpo di Stato di Casado sarebbe stato impossibile. In questa occasione si verificò però il primo fenomeno, preoccupante e fatale, di cedimento di quadri sui quali il partito contava. Il tenente-colonnello Bueno rifiutò di assumere il comando dell’armata del centro: perdemmo casi quella che avrebbe dovuto essere la chiave della nostra azione preventiva. Mendiola, nominato comandante di Murcia, rifiutò. Curto, nominato comandante di Albacete, rifiutò. Paco Galán, nominato comandante di Cartagena, arrivò a Cartagena con due giorni di ritardo e, disobbedendo agli ordini del partito di entrare nella città soltanto alla testa di una brigata di fanteria che era stata messa a sua disposizione (conversazione con Galán, pomeriggio del 4 marzo, di Checa, Dolores ed Alfredo), entrò in auto, senza scorta, cosa che consentì agli altri di arrestarlo. Vega, nominato comandante di Alicante, occupò il suo posto, ma non prese serie precauzioni e venne arrestato nel pomeriggio del 6 da un piccolo gruppo di guardie d’assalto.

Per quanto riguarda Bueno, Mendiola e Curto, il cedimento non può essere spiegato altrimenti con un legame diretto o indiretto, probabilmente di tipo massonico, con i militari che preparavano il colpo di Stato. Quello che in seguito successe a Madrid, il fatto che il 5 e il 6 Bueno fornisse a Casado gli uomini della sua guardia personale, l’atteggiamento di Mendiola che rifiutò a Checa ed a me qualsiasi aiuto dopo il nostro arresto, confermano questa ipotesi. Per quanto riguarda Galán e Vega probabilmente si tratta soltanto di leggerezza.

Alla vigilia del colpo di Stato, a causa dell’atteggiamento di Negrín e dell’inizio del cedimento di una parte dei nostri quadri militari, il nostro piano d’azione preventiva era stato realizzato soltanto in piccolissima parte e non quella essenziale.

Inoltre si verificava un fatto assai spiacevole. Tutte le misure prese da Negrín furono rese di pubblico dominio su un numero straordinario del Giornale ufficiale. Il numero conteneva quasi esclusivamente decreti di avanzamento e di nomina di comunisti, a cominciare con l’avanzamento di Modesto e di Cordón (che firmava tutti gli altri decreti) al grado di generale, di Lister al grado di colonnello, ecc. Dei provocatori non avrebbero potuto fare di meglio. Il numero fu utilizzato dai nemici come prova del fatto che i comunisti, d’accordo con Negrín, si apprestavano a prendere tutto il potere. Altri affermavano che si trattava di un falso fabbricato dallo stesso PC, e tutto ciò ebbe conseguenze assai gravi nei giorni seguenti.

 

IV. Il colpo di Stato di Casado e la fine della guerra

 

Le misure prese da Negrín, il modo in cui furono prese e l’annuncio del suo discorso per il 6 marzo, dato subito dopo la notizia delle dimissioni di Azaña e del riconoscimento di Franco da parte della Francia e dell’Inghilterra, fecero precipitare gli avvenimenti.

Le informazioni oggi in nostro possesso permettono di stabilire che il colpo di Stato di Casado non doveva avvenire sol tanto a Madrid. L’insurrezione di Cartagena ne costituiva parte integrante. La constatazione è importante per la caratterizzazione del movimento casadista. In effetti l’insurrezione di Cartagena, inizialmente anticomunista ed antigovernativa, divenne subito apertamente franchista (bandiera rosso e oro; parola d’ordine: “Viva Franco! Arriba España”), e gli insorti si rivolsero immediatamente a Franco via radio chiedendo aiuti. Gli aiuti arrivarono quando la città era già nuovamente nelle nostre mani; un battello che tentava di entrare in porto carico di soldati fascisti fu colato a picco e 400 soldati vennero fatti prigionieri. Il piano di Casado, in collegamento con lo SM di Franco, consisteva dunque nell’aprire ai fascisti contemporaneamente le porte di Cartagena e le porte di Madrid. Se a Cartagena avessero preso terra le forze fasciste sia pure di trascurabile entità, fatalmente sarebbe crollato subito tutto il resto, perché il Levante sarebbe stato completamente conquistato in pochi giorni e tutti i fronti presi alle spalle. La resistenza e la repressione dell’insurrezione di Cartagena mutarono sensibilmente il corso degli eventi.

 

Repressione dell’insurrezione di Cartagena. L’insurrezione ebbe luogo la sera del 4 marzo (sabato). Galán, entrato nella città lasciando la sua brigata (205) a qualche chilometro di distanza, venne arrestato insieme al comandante della 205, che era andato con lui. Iniziarono subito i combattimenti nelle strade e l’organizzazione del partito si batté bene. Da segnalare l’energica azione della compagna Isabel Garcia, uno dei migliori quadri femminili del partito. Un gruppo di compagni resistette fino al giorno dopo, nella sede del comitato provinciale. La notizia della rivolta arrivò nella notte al segretario del partito (nei pressi di Murcia); noi la comunicammo subito al ministero della guerra (Cordón, comunista), ma la nostra informazione non fu creduta, mentre venne dato credito ad un telegramma apocrifo firmato “Galán” inviato al ministero dai fascisti insorti. Attraverso enormi difficoltà e con l’aiuto degli operai della centrale telefonica di Murcia, Checa, Delicado e io riuscimmo alle 4 e alle 6 del mattino a stabilire un contatto telefonico con lo stesso Galán, che ci fece comprendere quale fosse la situazione, perché, approfittando del disordine esistente nella direzione degli insorti e utilizzando il suo prestigio di vecchio ufficiale della Guardia nazionale (sarà necessario chiarire bene questo punto con Galán), era riuscito, a rischio della vita, a rimanere nel posto di comando della piazza. È allora (le otto o le nove del mattino) che noi (la segreteria del partito) abbiamo dato alla brigata 205 l’ordine di attaccare Cartagena e di liquidare l’insurrezione ad ogni costo, energicamente e brutalmente, mobilitando tutti i quadri del partito che avevamo a nostra disposizione, per essere sicuri che questo ordine venisse eseguito. Dopo qualche tempo, mandato dal governo, arrivò il t.[enente]-c.[olonnello] Rodríguez (comunista) che, istruito da noi, assunse la direzione militare dell’operazione, aiutato dal socialista Virgilio Llanos e da altri compagni. L’attacco fu un po’ lento, ma verso le 3 o le 4 del pomeriggio si entrava nella città e alle 7 della sera i punti nevralgici e quasi tutti i forti erano occupati. I fascisti continuavano la resistenza in diversi edifici. Il nostro timore era che, se l’insurrezione non fosse stata combattuta con la necessaria energia e se i fascisti fossero rimasti per qualche giorno nella città, questo sarebbe stato il segnale del crollo della resistenza in tutto il paese. Per questa ragione, dopo avere mandato Dolores nel luogo dove si trovava il governo, perché non ritenevamo abbastanza sicuro il nostro posto, Checa ed io siamo stati a Cartagena fino a notte. Al nostro rientro abbiamo riunito la direzione del partito di Murcia e tutti i quadri del partito di Cartagena che si erano rifugiati a Murcia per dare loro le direttive della azione successiva e soprattutto della repressione che doveva essere esercitata, con estremo rigore, nella città riconquistata.

Nell’azione di Cartagena Rodríguez, Llanos, Artemis (comandante della 205) si comportarono bene. Galán, prigioniero e ferito, fu trasferito su una nave da guerra quando la marina abbandonò il porto per fuggire a Biserta. La decisione della fuga fu presa dai capi della marina e dal commissario Bruno Alonso (socialista) che se la intendevano con Casado nel momento in cui la nostra brigata cominciò l’attacco. Il commissario generale di guerra Ossorio y Tafall (IR), che si trovò tre volte nei pressi di Cartagena, svolse un ruolo ambiguo, non fece niente, tentò di frenare il nostro lavoro e finì per salvare sulla sua auto (verso Madrid) il vecchio comandante della base navale Bernal (un traditore), che volevamo avere  nelle nostre emani. Adesso pare che l’ordine di strappare quel tipo dalle nostre mani gli sia stato dato da Negrín (informazione di Uribe). L’annientamento dell’insurrezione di Cartagena costituisce l’unico successo riportato dal partito in quei giorni. Fu dovuto al rapido ed energico funzionamento della direzione (Checa) ma anche al fatto che, avendo l’insurrezione assunto subito carattere apertamente fascista, il 5 marzo il partito venne appoggiato nella sua lotta dagli altri partiti del luogo (per esempio: dal governatore civile di Murcia, socialista (?)), dalle forze d’assalto che si trovavano a Murcia comandate da un comunista (non ricordo il nome; adesso deve trovarsi nell’US) e da una sezione di carri armati.

 

La diserzione del governo. Casado annunciò il suo colpo nella tarda notte fra il 5 e il 6 marzo. Il governo era riunito a Elda per approvare il testo del discorso di Negrín e per regolare il problema costituzionale creato dalle dimissioni di Azaña e dal trasferimento della carica di presidente della repubblica a Martínez Barrio. Erano stati invitati i capi militari (Miaja, Matallana, Casado, Menéndez), ma soltanto Matallana aveva accettato l’invito. Una parte della direzione del partito si trovava presso il governo (Dolores, Delicado che venne subito a informarci, Uribe e Moreno). Erano anche presenti Modesto e Lister e, credo, Castro.(20)

 

20. Enrique Castro Delgado, comunista spagnolo, era l’organizzatore del V reggimento formato in prevalenza da membri della gioventù socialista e comunista.

 

Negrín si mise in comunicazione telefonica con Casado e gli comunicò la sua “destituzione”. Cordón (credo) parlò con tutti i comandanti di fronte e ricevette risposte normali dall’Andalusia (Moriones) e dall’Estremadura (Escobar). Dal Levante Menéndez rispose minacciando di marciare contro al governo se questo avesse dato l’ordine di attaccare Casado e se Matallana non fosse stato immediatamente liberato. Non so se i compagni della direzione del partito presenti sul posto e i comunisti dell’apparato centrale (Cordón, ecc.) abbiano proposto a Negrín di prendere misure repressive. Credo che non l’abbiano fatto e soprattutto non abbiano osato fare quello che abbiamo fatto a Cartagena: dare ordine di attaccare senza tenere conto dell’opinione di Negrín. Questi durante il consiglio dei ministri non impostò la questione dal punto di vista della repressione. Al contrario fino alla fine si dichiarò contrario ad iniziare la lotta aperta. Con l’intermediazione di Menéndez (il filo diretto con Madrid era già stato tagliato), tentò ancora abboccamenti con Casado, ma invano. Nel consiglio si determinò perciò un’atmosfera di panico e di catastrofe. Finì per prevalere l’opinione che il governo dovesse presentare le dimissioni a Martínez Barrio, ma l’opposizione di Uribe, che si rifiutò di accettare quel punto di vista, impedì che quella decisione venisse messa in pratica. Si propose allora semplicemente di partire, sempre con la violenta opposizione di Uribe. L’unica decisione concreta fu quella di incaricare il sottosegretario alla guerra, la sola persona in quel momento in grado di controllare l’apparato militare, di andare al campo d’aviazione per sorvegliare gli apparecchi pronti a volare che vi si trovavano. E costui (Cordón) non soltanto vi andò, ma partì per primo senza attendere nessuna decisione del partito. Il consiglio terminò la sua riunione nelle prime ore del mattino, nel disordine e senza avere preso nessuna decisione, con Uribe che si rifiutava di partire insieme con gli altri. I ministri salirono in aeroplano; Negrín e del Vayo si recarono alla villa dove si trovava la direzione del partito. Sembrava che Negrín non volesse partire abbandonando i comunisti con i quali, affermava, aveva un debito d’onore.

 

La direzione del partito. Checa, Delicado ed io arrivammo da Murcia alla villa dove si trovava la direzione del partito verso le nove del mattino del 6 marzo (lunedì). Lo smarrimento era totale. Tutti in stato di disperazione. I collegamenti con il resto del paese non esistevano più. Cercai subito la stazione radio preparata per il discorso del presidente, ma la stazione era stata smontata nel corso della notte non so per ordine di chi ed era inutilizzabile. Analogamente fu impossibile avere informazioni precise su quello che era successo nel consiglio. Negrín e del Vayo vi si trovava insieme con qualche alto funzionario (Galcés, Sánchez Arcas, Ossorio y Tafall). Dopo una breve consultazione consigliai ai compa gni le cose seguenti: a) chiedere a Negrín di rivolgersi ancora una volta a Casado, proponendogli di incontrarsi per evitare una guerra civile nelle retrovie. Questo allo scopo di trattenere Negrín e guadagnare qualche ora di tempo. Del Vayo era contrario, ma Negrín accettò subito e scrisse il testo di una nuova comunicazione a Casado che probabilmente non fu trasmesso; b) mobilitare tutti i compagni presenti che erano disponibili e inviarli in tutte le località del Levante e ad Albacete allo scopo di prendere nelle nostre mani questa zona, cosa che ritenevamo possibile (appoggiandoci su Alicante che era nelle nostre mani, su Murcia e su Cartagena, sull’esercito del Levante e sulle altre forze leali che si potevano trovare nella zona). Nello stesso tempo decidemmo di fare uscire Dolores dalla Spagna, non potendone più garantire la vita nelle condizioni in cui ci trovavamo. Insieme con lei partì Moreno, che non ritenni di trattenere perché non possiede alcuna delle qualità necessarie in quei momenti. Durante la notte non aveva trovato niente da proporre alla direzione presso la quale si trovava. Ci dividemmo immediatamente i compiti. Io stesso mi incaricai di andare a istruire i compagni di Cartagena e di Murcia. Checa rimase per dirigere l’insieme del lavoro. Feci l’errore di non rimanere perché il lavoro al centro era più importante del lavoro a Cartagena, ma avevo piena fiducia in Checa e credo che se anche lui fu sopraffatto questo non sia dipeso da errori suoi.

Quando arrivai a Murcia mi venne trasmesso che i compagni della direzione mi ordinavano telefonicamente di tornare d’urgenza a raggiungerli. Nonostante ciò riunii Rodríguez e Llanos, ai quali detti l’ordine di continuare l’azione di Cartagena con la massima energia (in mattinata avevamo subito un insuccesso: i fascisti avevano occupato di nuovo il palazzo delle poste) e, una volta conquistata la città, di tenerla ad ogni costo. Riunii alcuni compagni di Murcia e detti loro la direttiva di appoggiare l’azione di Cartagena e di sforzarsi di mantenere a Murcia una situazione di fronte popolare. Per quanto riguarda il nostro apparato, durante la mia assenza (dalle sei del mattino alle due del pomeriggio) era avvenuto un fatto inaudito, che dimostra quanto la demoralizzazione fosse già penetrata all’interno del partito. Un compagno dell’apparato del CC (Arguelles) si era presentato nella nostra sede consigliando ai compagni che vi si trovavano (3 segretari, autisti, guardie, ecc.) di fuggire dalla Spagna con un battello che partiva da Cartagena, perché, diceva, “qui tutto è finito” (questo episodio mi fu raccontato qualche giorno dopo). Detti ordine all’apparato del CC di distruggere gli archivi del partito e incaricai un compagno (Lucio Santiago) della responsabilità del posto.

Mi trovavo nuovamente a Elda fra le sette e le otto della sera (6 marzo). Laggiù era crollato tutto. Checa era impegnato in una riunione di nostre guardie ed autisti, che avevano fatto una specie di pronunciamiento. Uribe e gli altri erano già al campo di aviazione di Monovar (dove si trovavano 3 apparecchi preparati in anticipo per servire ad ogni evenienza alla direzione del partito). La sede doveva essere abbandonata perché un gruppo di guardie d’assalto avanzava da Alicante e da Novelda. Era successo questo: verso le tredici le guardie d’assalto casadiste si erano impadronite di Alicante, facendo prigioniero Vega, che non aveva preso nessuna misura precauzionale. La caduta di Alicante aveva paralizzato tutta l’azione che avevamo prevista. Negrín aveva deciso improvvisamente di partire, era partito per Tolosa e i nostri compagni si trovavano là con una piccola guardia di 80 guerriglieri (molto bravi, ma insufficienti per una qualsiasi azione). Inoltre, verso le cinque del pomeriggio giunse la notizia che il capo di SM dell’aviazione (Alonso, comunista) si era unito a Casado. Veniva così a cadere il nostro punto di appoggio principale ad Albacete, sulla strada di Madrid: ci trovavamo a Elda in una specie di trappola per topi.

Dissi subito a Checa che consideravo inammissibile, nonostante tutto, la partenza di tutta la direzione del partito, ed egli si disse d’accordo. I compagni della direzione si riunirono dunque di notte sul campo d’aviazione di Monovar. Venne rapidamente esaminata la situazione. Il morale di tutti era assai basso. Posi a Modesto e a Lister la questione se ritenevano possibile, militarmente, di riprendere in mano la situazione. Tutti e due risposero che non era possibile e che il partito, solo e privato dell’appoggio del governo, non poteva far niente. Tuttavia insistetti perché una parte dei compagni presenti non partisse. E così fu deciso. L’UP, riunito a parte, designò che rimanessero Checa, io stesso e Claudin (segretario della JSU). La ragione per la quale proposi che una parte della direzione del partito restasse era che non ritenevo  che il colpo di Casado e la fuga di Negrín significassero la fine della guerra; si poteva ancora provare a fare qualcosa con le forze del partito e in ogni caso era necessario orientare i quadri comunisti, preparare la loro evacuazione e organizzare una nuova direzione illegale. Nella breve discussione che seguì, ebbi l’impressione che i compagni non fossero del tutto d’accordo con me nella valutazione dei fatti. Sottolineavano (soprattutto Uribe) che il colpo di Casado significava, immediatamente o quasi, l’apertura del fronte e il crollo totale. La discussione non fu approfondita (le circostanze non lo permettevano). Le direttive per i compagni che restavano furono le seguenti: a) orientare il partito sulla base della conoscenza della situazione generale del paese, conoscenza che allora non avevamo; b) si prevedeva la possibilità, data la fuga del governo e se la situazione lo avesse consigliato, di prendere contatto con la Junta; c) formare una nuova direzione del partito, in grado di lavorare in condizioni di semi-legalità o di illegalità; d) prendere le misure necessarie per l’evacuazione dei quadri del partito.

Per quanto concerne il gruppo che restava, sconsigliai tutti gli altri compagni oltre Checa, perché li vedevo tutti troppo avviliti. La fuga di Negrín li aveva gettati tutti nello smarrimento più profondo. Occorre però aggiungere che il morale delle guardie d’assalto che quella notte ci fecero prigionieri era tale che, se Modesto o Lister fossero stati con noi, li avrebbero uccisi sul posto. Noi non siamo stati liquidati perché eravamo elementi poco noti o del tutto sconosciuti.

Uscendo in auto dal campo d’aviazione, mentre tentavamo di dirigerci verso la nostra sede di Murcia, Checa, io e Claudin fummo arrestati dalla polizia militare e dalle guardie d’assalto casadiste. Questo sfortunato incidente ci impedì per tre o quattro giorni di influenzare in qualche modo il corso degli avvenimenti. L’arresto fu operato verso l’una della notte fra il 6 e il 7 marzo. Fummo in grado di rimetterci in contatto con il partito e di ricominciare a lavorare soltanto il 9 marzo ad Albacete, dopo una serie di complicate peripezie.

 

La lotta a Madrid. Non ho preso parte a questa lotta e ne conosco gli sviluppi soltanto tramite i rapporti che ci sono stati fatti. La mia valutazione sulla base dei rapporti è la seguente: l’orientamento della direzione del partito, diretta da Arturo Giménez e da Diéguez, membro dell’UP, è stato fino dal primo momento giusto. Non hanno esitato un istante a mettersi al lavoro per rovesciare la Junta con le armi. Questa era la direttiva che avevano ricevuto dall’UP. Nel corso della realizzazione di questa direttiva sono però intervenuti due ordini di fattori che hanno reso impossibile battere Casado.

1. I compagni comunisti militari di carriera, sui quali doveva inevitabilmente basarsi l’azione militare contro Casado, non hanno risposto, e questo nonostante tutti i precedenti accordi con loro. Bueno (Il c.[orpo] [d’] a.[rmata]) si rifiutò di prendere il comando del fronte di Madrid. Barceló (I c.[orpo] [d’] a.[rmata]) fece la stessa cosa. I due negarono al partito le forze necessarie per schiacciare Casado in poche ore, cosicché l’azione militare risultò ritardata, lenta, inefficace. Ortega (III c.[orpo] [d’] a.[rmata]) non soltanto non fornì le forze necessarie, ma consentì il transito nel suo settore (attraverso il famoso ponte di Arganda,(21) che si trovava sotto il fuoco dei fascisti — i quali questa volta sospesero il fuoco) di due divisioni anarchiche provenienti dal fronte dell’Estremadura e che furono quelle che a Madrid schiacciarono i nostri compagni. Ortega inoltre disorientò il partito con informazioni errate e si tenne per tutto il tempo in collegamento con Casado. I tre (Bueno, Barcelò e Ortega) erano massoni. Inoltre il compagno Juanin, che si trovava con una divisione sulla direttrice Aranjuez-Alcalá de Henares, si rifiutò di marciare su Madrid ed anche lui lasciò passare le forze anarchiche. Queste sono le cause fondamentali della disfatta militare dei nostri compagni. Altri gravi cedimenti si verificarono in città (quello del... [Parola illeggibile] del sottosuolo che doveva fare saltare il palazzo dove si rifugiò Casado è fra i più gravi).

 

21. Nei pressi di Madrid e conteso dai fascisti, che miravano ad infrangere le comunicazioni fra la capitale e Valencia.

 

2. La direzione fu debole, indecisa, disordinata, senza un vero capo e uno stato maggiore deciso. Si perse tempo, si tenne la posizione, senza seguire la tattica audace che si impone in quei casi e si dette al nemico il tempo di radunare le for ze e di batterci. Anche in questo caso sono stati i difetti di molti dei nostri compagni dirigenti spagnoli dal punto di vista organizzativo che hanno paralizzato in gran parte la loro azione.

 

La situazione nel Levante. I compagni del Levante furono diretti da Jesús Hernández, Uribes, Larrañaga.(22) Qualche ora prima del colpo di Casado, Hernández si era rivolto telefonicamente a Negrín comunicandogli che l’atteggiamento di Miaja e dei componenti lo SM gli sembrava dubbio e proponendogli una azione contro di loro. Negrín gli ordinò di non fare niente (testualmente: “El mando manda basta que no se subleve”). Dopo il colpo di Casado, si consultò con l’amico Scil, ma sembrava dissuaso dall’intraprendere una azione militare (da verificare). La sua linea fu la seguente: appoggiandosi sulle forze comuniste dell’esercito del Levante (soprattutto sul XXII c.[orpo] [d’] a.[rmata], le cui 3 divisioni erano comandate da comunisti e il cui comandante si lasciò arrestare senza protestare) e minacciando il generale Menéndez di una azione armata, obbligarlo a rompere con la Junta, a cessare tutte le persecuzioni contro il partito e a tornare ad una politica di fronte popolare. Gran parte di questi obiettivi venne raggiunta (legalizzazione del partito e liberazione della sua stampa a Valencia, liberazione dei comunisti imprigionati il 7 e 1’8, misure contro la stampa anarchica per i suoi attacchi contro il partito) e Menéndez a partire da quel momento si comportò come un difensore del partito contro la Junta. Se a Madrid la Junta fosse stata schiacciata, i risultati ottenuti nel Levante sarebbero stati decisivi per permetterci di ricostituire un qualsiasi potere con carattere unitario. Quello che i compagni del Levante non fecero fu di inviare truppe in aiuto di Madrid. Nessuno però aveva dato loro questa direttiva e tutti in provincia erano convinti che Madrid non avesse bisogno di aiuto perché era là che il partito disponeva del maggior numero di “posizioni” all’interna dell’esercito.

 

22. Jesús Larrañaga e Antonio Uribes erano entrambi membri del CC del PCE.

 

23. Cfr. la relazione dei 12 marzo 1939, in questo volume [ il volume 4 delle Opere di Togliatti , Ed. Riuniti, ndr] a p. 325.

 

Il documento del 10 marzo.(23) Nei giorni 9-10 marzo Checa ed io avevamo ripreso i contatti con la situazione e con l’organizzazione del partito ad Albacete. È allora che abbiamo redatto il documento intitolato La verdad sobre los acontecimientos de los últimos días [ la verità negli avvenimenti degli ultimi giorni, ndr]. Quel documento porta erroneamente le date del 12 o del 9. Fu scritto il 10 marzo in una casa di Albacete, nella quale eravamo nascosti, e il giorno stesso consegnato ai compagni di Albacete per la diffusione. La situazione che ci stava di fronte in quel momento era la seguente (secondo le informazioni che allora avevamo):

a) Madrid. Il piano di schiacciare la Junta con una azione rapidissima era fallito. Questo significava che eravamo stati sconfitti. I compagni negoziavano già con la Junta per mettere fine alla lotta.

b) Levante. La situazione che ho appena descritto.

c) Cartagena. Legalmente nelle nostre mani.

d) Nel resto della Spagna situazione di estrema confusione, ma generalmente caratterizzata dalla persecuzione contro il partito e dalla sua disfatta. Tutto il sistema di comunicazioni e la rete stradale, tutta l’aviazione nelle mani di Casado. Il partito, che conservava una condizione di semi-legalità in qualche centro e soltanto con grande difficoltà, in altri era stato schiacciato. Non trovava appoggio nella massa perché la massa aspettava la pace da un momento all’altro e, dominata dalla furiosa campagna anticomunista, non voleva sapere del partito. Le “sedi”, le leve del comando delle quali il partito in precedenza disponeva, non rispondevano più, con pochissime eccezioni.

e) Era chiaro che la guerra stava terminando, ma non era ancora chiaro in che modo e la possibilità di un’ultima resistenza non poteva essere esclusa, a condizione di riuscire a tornare ad una situazione di fronte popolare, almeno per riuscire a salvare un maggior numero di quadri e in maniera più ordinata.

 In questa situazione, ritenendo impossibile, da tutti i punti di vista, di chiamare alla lotta armata per rovesciare la Junta, ci sembrò che prima ancora di fare un documento che fissasse le responsabilità storiche, noi dovessimo tentare un’ultima azione politica allo scopo: a) di guadagnare qualche giorno di tempo per potere organizzare meglio il recupero e l’evacuazione dei nostri quadri; b) di offrire una base di intesa e di unità agli elementi che disapprovavano la persecuzione contro i comunisti ed erano scontenti della politica della Junta; c) se possibile, e nel caso in cui la situazione si fosse protratta, di tornare ad una politica di fronte popolare con l’appoggio di quegli elementi.

Per tutte queste ragioni il documento, pur contenendo un duro giudizio sulla Junta, è redatto in un linguaggio moderato e pone alla fine le condizioni per il riconoscimento della Junta da parte del partito, condizioni che non potevano essere accettate, ma potevano costituire la base di una concentrazione unitaria degli amici del partito contro la Junta.

È interessante notare che i compagni che dirigevano l’azione del partito nel Levante (Hernández), privi di qualsiasi collegamento con noi, scrivevano anch’essi il giorno 9, credo, un documento (l’unica copia che avevo l’ho data al compagno Diaz) che dal punto di vista politico coincide esattamente con il nostro, ma non contiene nessun attacco contro la Junta, mentre nel nostro la si accusa di “crimine e di tradimento” e di avere agito nell’interesse di Franco e dello straniero. E il nostro documento fu giudicato troppo violento dai compagni che dovevano stamparlo e diffonderlo.

 

Ultimi tentativi di azione politica. L’11 marzo (sabato) Checa ed io riuscimmo finalmente a riunirci con Jesús e con gli altri dirigenti del Levante nel posto di comando di Jesús sulle montagne vicino a Valencia. Esaminammo la situazione ed arrivammo tutti alla conclusione che sulla strada della lotta armata non c’era più niente da fare, ma che esisteva ancora una minima possibilità di mutare la situazione a nostro favore appoggiandoci su una serie di elementi i quali, pur avendo aiutato la Junta nei primi giorni, erano adesso scontenti, capivano di avere commesso una bestialità perché Casado non aveva la pace bell’e pronta, come aveva loro lasciato intendere, e, soprattutto, volevano tornare alla collaborazione con il partito comunista. Decidemmo di saggiare questa possibilità. Fra questi elementi erano: il generale Menéndez, comandante supremo di tutto l’esercito, il repubblicano Just, di Valencia; il socialista Rodríguez Vega. Menéndez dichiarò che non voleva sollevarsi contro la Junta, ma lasciò capire che, se avessimo condotto Miaja a Valencia, si sarebbe potuta organizzare un’azione politica contro Casado. Abbiamo tentato di farlo, ma Casado, fiutato il pericolo, impedì a Miaja di uscire da Madrid.

I contatti con Menéndez e Just, per tentare di cambiare la situazione sono durati parecchi giorni. Ma la prospettiva (o l’illusione) che ancora avevamo venne meno completamente dopo il viaggio di Menéndez a Madrid, verso il 15 marzo. Fu il socialista Carrillo [Wenceslao, ndr] che, d’accordo con i più accaniti anticomunisti di tutto il paese e agli ordini diretti di Casado, riuscì a prendere nelle sue mani la situazione e fece fare marcia indietro a Menéndez, minacciandolo di destituzione. Ma questo ultimo tentativo di azione politica ci ha fornito molte cose positive. Primo, protetti a Valencia da Menéndez stesso, ci ha consentito di lavorare un po’ più liberamente e di legarci con quasi tutte le organizzazioni di base per meglio organizzare l’evacuazione dei nostri quadri. Secondo, ci ha permesso di evitare che i nostri militari fossero cacciati dall’esercito ed arrestati immediatamente e in ogni luogo. Menéndez si rifiutò di farlo. Terzo, è stato possibile evitare l’espulsione dei comunisti dalla UGT: nel corso di una riunione della direzione della UGT, tenuta a Valencia (il 15 o il 16), Vega fece blocco in questo senso con i nostri compagni contro i caballeristi che chiedevano l’espulsione. Quarto, ci ha consentito di utilizzare qualche possibilità legale per l’evacuazione dei nostri quadri. Quinto, ci ha permesso di fare una vera e propria diffusione di massa del manifesto del partito compilato fra il 16 e il 17 (24) e contenente la valutazione storica e politica completa della situazione nella quale la guerra stava terminando. E infine ci ha permesso di tenere fino alla fine posizioni importanti e molto utili a Cartagena.

Le organizzazioni di base del partito, nel corso di questo ultimo periodo, non hanno risposto bene. I compagni, isolati dalle masse, espulsi dal FP, dalle municipalità, da tutte le parti, avevano grande paura di qualsiasi azione o dichiarazio ne. Nel lavoro pratico, il brusco cambiamento della situazione aveva disorientato quasi tutti. Abituati al potere e alle possibilità di azione che questo offriva, non si riuscì più ad agire rapidamente in una situazione di semi-illegalità. Occorre segnalare come una bella eccezione l’atteggiamento energico di un compagno, membro del consiglio municipale di Valencia, che denunciò con straordinaria energia in sede di consiglio il tradimento di Casado e difese la nostra politica unitaria. Venne imprigionato e non so dove si trovi adesso. A Valencia, secondo il mandato ricevuto, abbiamo costituito una nuova direzione del partito composta dai seguenti compagni: Larrañaga, Rosas, Sosa, Navarro Ballesteros, Montolín, Pinto, un giovane. Nel corso degli ultimi giorni abbiamo lavorato con questa nuova direzione.

Intorno al 20, quando questa nuova direzione aveva già organizzato il suo lavoro, ci venne comunicato di andare a Cartagena dove si offriva una possibilità di uscire. Jesús era già sul posto. Quando arrivammo (nella notte del 21 marzo) constatammo che questa possibilità non esisteva e la mattina del 24 fummo obbligati ad impadronirci con la forza di un campo d’aviazione e di tre aeroplani. Partiti da Totana (Cartagena) alle sei, atterrammo verso le dieci a Mostaganem (Algeria). Erano con me Jesús Hernández, Checa, Diéguez, Uribes, Palau, Virgilio Llanos, ecc.

 

24. Il testo è pubblicato in questo volume, 1, pp. 333-342.

 

 

Conclusioni

 

Esaminando l’insieme dei fatti che hanno condotto alla disfatta e alla fine della guerra, mi sembra che si possano trarre 1e seguenti conclusioni:

1. la linea politica generale del partito comunista, linea di lotta per il fronte popolare, per la più stretta unità d’azione con il PS [ Partito Socialista, ndr] e per l’unità di tutto il popolo attorno al governo di unione nazionale, è stata giusta. Soltanto l’esistenza del fronte popolare e dell’unità d’azione fra il PS e il PC hanno permesso al popolo spagnolo di resistere per 32 mesi all’offensiva del fascismo, e questo nonostante gli intrighi degli elementi capitolardi e degli agenti del nemico e nonostante la situazione internazionale sempre più sfavorevole. La giustezza della politica di fronte popolare esce pienamente confermata dall’esperienza spagnola;

2. se la resistenza ulteriore e la vittoria non sono state possibili, le cause fondamentali devono essere ricercate nella situazione internazionale sfavorevole, nell’appoggio che i governi francese e inglese hanno dato agli invasori italo-tedeschi con la politica di “non-intervento” e con le sue nefaste conseguenze, nel tradimento del popolo spagnolo da parte dei grandi paesi “democratici” dell’Europa occidentale (Francia e Inghilterra) e della socialdemocrazia internazionale, nell’insufficiente aiuto politico da parte del proletariato dei paesi capitalistici il quale, pur simpatizzando per la repubblica e offrendole un grande aiuto materiale (attività soprattutto dei partiti comunisti; Brigate internazionali [ parola illeggibile, ndr], non è riuscito a mettere fine all’intervento italo-tedesco, né a mettere fine alla politica di non-intervento [ per capire come invece il proletariato dei paesi capitalisti riuscì a evitare che la II Guerra Mondiale incominciasse con l’aggressione dei grandi paesi “democratici” (Francia, Inghilterra e USA) al seguito di Hitler contro l’Unione Sovietica, raccomandiamo l’articolo Un libro e due lezioni di Umberto C. in La Voce 24, ndr];

3. nello stesso tempo è necessario riconoscere che una resistenza molto più efficace e più lunga, successi più cospicui della repubblica spagnola in campo politico e militare e, forse, la vittoria, sarebbero stati possibili, anche in presenza di questa situazione [internazionale, ndr] sfavorevole, se non si fosse verificata una serie di debolezze interne [alla Spagna e al Fronte Popolare, ndr] che ha contribuito a diminuire e alla fine a spezzare la resistenza del popolo, del suo esercito e del suo governo. È necessario concentrare l’attenzione sui fatti seguenti:

a) l’unità dei vari partiti ed organizzazioni popolari antifasciste non era sufficiente; sotto molti punti di vista era formale, esteriore, non arrivava all’accettazione e alla collaborazione leale di tutte le forze antifasciste alla realizzazione  di un programma comune di misure indispensabili per organizzare la resistenza e battere il nemico. Quasi tutti i partiti per lungo tempo hanno anteposto i loro interessi particolari a quelli generali del popolo e della guerra e tornarono ad una vera politica unitaria soltanto sotto la dura lezione della disfatta, dopo avere perso tempo prezioso e avere dato al nemico il tempo di organizzarsi e di prendere il sopravvento. Da questo punto di vista si deve fare eccezione soltanto per il partito comunista. Questa mancanza di unità è dovuta in gran parte al fatto che nonostante la posizione giusta e vigorosa del nostro partito, il carattere della guerra come guerra di indipendenza non venne riconosciuto dalle altre organizzazioni antifasciste fin dall’inizio, ma soltanto assai tardi e che esse, e soprattutto il governo della repubblica, non hanno rapidamente tratto tutte le conseguenze che da questo fatto dovevano essere tratte. Per lungo tempo non si è lavorato né lottato come si sarebbe dovuto fare in una guerra d’indipendenza contro grandi paesi imperialistici, ma come si sarebbe potuto fare in una guerra civile spagnola del secolo scorso. Così si spiega anche la scomparsa di fatto degli organismi di fronte popolare durante tutto il primo periodo della guerra. L’unità si riduceva ad una parola d’ordine agitata da tutti, mentre nel paese regnava una discordia feroce e, di conseguenza, un disordine inaudito;

b) la classe operaia si presentava all’inizio della guerra profondamente divisa non soltanto in due, ma in tre settori (comunisti, socialdemocratici, anarchici) e, nel corso di tutta la guerra, questa situazione di scissione del proletariato non si è mai potuta liquidare. È stato impossibile realizzare l’unità sindacale. L’unità d’azione fra il partito comunista e il partito socialista è stata realizzata soltanto nel corso del secondo anno di guerra e non è mai stata completa. Non si è potuto dare vita al partito unico della classe operaia. Per conseguenza il proletariato non ha potuto svolgere, in seno al fronte popolare e al popolo, il ruolo che gli incombeva, di cemento dell’unità di tutte le forze antifasciste e di tutta la nazione e vera forza dirigente nella guerra e i nemici hanno approfittato della sua divisione. Una parte della classe operaia si è lanciata nella realizzazione delle teorie sociali errate dell’anarchismo provocando disordine e spreco, urtando 1a piccola borghesia e i contadini antifascisti e non arrivando mai, fino alla fine della guerra, a capire il vero carattere della guerra e della rivoluzione. Il particolarismo corporativo non ha mai potuto essere superato ed ha reso estremamente difficile organizzare la produzione e l’economia;

c) durante tutta la guerra non è mai esistito un vero e proprio regime democratico nella Repubblica democratica spagnola e nella vita politica del paese. Al contrario, il personale dirigente dei partiti e delle organizzazioni sindacali si è sempre sforzato di impedire la partecipazione attiva e continua delle masse su basi democratiche alla direzione della vita politica. L’idea di organizzare consultazioni popolari regolari per eleggere le municipalità, i deputati, ecc., è sempre stata respinta. Non si è mai accettato di costruire l’organizzazione del fronte popolare sulla base di comitati eletti e controllati direttamente dalle masse. Anche all’interno dei sindacati sono state create e mantenute limitazioni assai gravi alla democrazia. Si è così ricaduti poco a poco nelle vecchie forme di organizzazione reazionarie della vita politica spagnola, basate sul “caciquismo” [ ogni zona è sotto l’autorità tradizionale di una famiglia di notabili, ndr] e sulle clientele personali in lotta feroce le une contro 1e altre. Questa assenza di partecipazione diretta delle masse alla direzione della vita politica del paese ha accentuato il ritardo nella soluzione dei problemi, la difficoltà a fare trionfare l’interesse generale sugli interessi particolari e, soprattutto, la difficoltà di rinnovare a fondo il personale dirigente del paese. A livello centrale e locale sono rimasti ai posti di direzione molti elementi contrari all’unità, incapaci di comprendere il carattere della guerra, che non lavoravano energicamente per la vittoria e, in un modo o in un altro, frenavano e sabotavano. Avere trascurato la propaganda e gli ostacoli posti al suo sviluppo hanno sortito lo stesso effetto. Questa assenza di democrazia conseguente obbligava il partito comunista e i partigiani sinceri dell’unità nella resistenza ad accettare sempre dei compromessi, a manovrare in mezzo a intrighi e a nemici più o meno nascosti. Neppure il partito comunista ha ben compreso che una delle cause fondamentali delle debolezze della repubblica era costituita dall’assenza di democrazia. Il partito ha accettato e condotto senza convinzione la campagna per indire le elezioni;

d) la lotta contro i nemici del popolo e del regime repubblicano, contro i traditori che Franco aveva lasciato nell’esercito  e nell’apparato statale, contro gli agenti del fascismo, contro i trotzkisti, contro la quinta colonna [ espressione invalsa proprio durante la guerra di Spagna per indicare gli infiltrati che collaboravano con le quattro colonne militari di Franco che assediavano Madrid, ndr] e contro gli elementi sleali in generale, così come contro i capitolardi non è stata condotta da parte del governo e del FP con energia, vigilanza e coerenza. Gran parte di quegli elementi, infiltrati nei vari partiti, protetti dai vari capi politici, difesi (trotzkisti) dai dirigenti della II Internazionale e dai rappresentanti dei governi stranieri, sono rimasti all’interno delle organizzazioni antifasciste e del FP, hanno occupato posti di comando e di lavoro assai importanti, hanno sabotato la realizzazione della politica di FP e le giuste decisioni del governo, hanno minato l’unità del popolo e demoralizzato parte delle masse. Alla fine della guerra il tradimento ha potuto contare su questi elementi;

e) d’altra parte tutte le organizzazioni del fronte popolare (ivi compreso il partito comunista) e il governo della repubblica hanno trascurato il lavoro nella zona occupata da Franco e dall’esercito invasore. È stato dimenticato che in quella zona e soprattutto nell’esercito di Franco esisteva una massa di contadini e di operai che costituiva una formidabile riserva per il fronte popolare e che, se si fosse lavorato al suo interno, avrebbe potuto svolgere un ruolo decisivo nell’indebolimento del regime fascista e costituire la base di un movimento partigiano nelle campagne. È necessario considerare soprattutto come molto grave il fatto che nel corso di tutta la guerra e nonostante gli sforzi compiuti nel 1938, il partito comunista in particolare non è riuscito a compiere alcun lavoro serio nella zona di Franco.

Queste debolezze politiche fondamentali sono state la causa di tutta una serie di errori e di debolezze concrete che sarebbe troppo lungo elencare in questa sede. Considero le seguenti fra quelle principali:

- ritardo nell’organizzazione dell’esercito e sua debolezza fino alla fine, in rapporto all’esercito nemico; scarsa unità politica dell’esercito; livello molto basso della disciplina militare; assenza di un vero “segreto militare” osservato da tutti; politica delle riserve errata; disprezzo per il lavoro di fortificazione, mancanza di una completa epurazione dei comandi supremi dell’esercito; enorme ritardo nell’adozione, durante tutta la guerra, delle misure che si imponevano; assenza di un regolare funzionamento e inattività della marina da guerra, feudo di elementi sleali e sospetti;

- ritardo enorme nell’organizzazione dell’industria di guerra, a seguito dell’illusione che si potesse ricevere tutto dall’estero; incomprensione, fino all’ultimo momento, di gran parte dei dirigenti sindacali, dei compiti organizzativi dell’industria di guerra;

- politica contadina errata, con l’imposizione ai contadini di un regime di collettivizzazione che gran parte di essi non poteva né comprendere né accettare;

- eccessi e fatali conseguenze del regime di “sindacalizzazione” dell’industria che costituì uno degli ostacoli maggiori allo sfruttamento razionale di tutte le risorse economiche del paese e condusse, al contrario, allo spreco e alla disorganizzazione;

- mancanza di epurazione radicale dell’apparato statale, presenza al suo interno di sabotatori, di speculatori, di agenti del nemico; conseguenza: la disorganizzazione oggettivamente ingiustificata di servizi fondamentali come i trasporti, i rifornimenti alimentari, l’elettricità, le ferrovie, ecc.;

- errata politica nazionale: incomprensione del problema nazionale da una parte e nazionalismo acceso e regionalismo dall’altra;

- mancanza di modestia nella vita personale della quasi totalità dei dirigenti dei partiti, dei sindacati, dell’esercito e dello Stato, cosa che, oltre ad essere fonte di spreco, allontanava quei dirigenti dalle masse. Il nostro partito non è stato esente da questi difetti.

Per quanto riguarda il nostro partito, che ha tenuto una linea giusta ed ha lottato con coerenza nel corso di tutta la guerra per l’unità e per la resistenza contro i capitolardi, contro i nemici del popolo e per un giusto programma di governo, occorre anche segnalare tutta una serie di debolezze che non gli hanno permesso di svolgere un ruolo maggiore:

a) il difetto fondamentale del partito consiste, credo, nel fatto che, pur essendosi sviluppato enormemente nel corso  della guerra, non è riuscito a conquistare una influenza decisiva nei due maggiori centri operai, Barcellona e Madrid. Il proletariato di Barcellona è rimasto in grande maggioranza sotto l’influenza dell’anarchismo; il proletariato di Madrid è rimasto in gran parte sotto l’influenza degli elementi antiunitari della socialdemocrazia (caballeristi [seguaci di Largo Caballero, presidente del primo dei governi di Fronte Popolare, ndr], trotzkisti). I collegamenti e il lavoro organizzato all’interno della massa anarchica sono sempre stati trascurati; per quanto riguarda il partito socialista, non sempre è stata fatta la distinzione fra i capi contro i quali era necessario lottare a causa della loro politica errata e i quadri medi e le masse che potevamo influenzare e conquistare;

b) l’attenzione del partito ed anche del suo centro dirigente si è concentrata, generalmente, piuttosto sulla lotta, assolutamente necessaria, per la conquista dei centri di direzione, soprattutto dell’esercito che non sul lavoro di rafforzamento e di organizzazione sistematica dei legami del partito con le masse. Conseguenze: il lavoro sindacale del partito, in un primo tempo completamente trascurato e debole anche in seguito; trascurato il problema dell’organizzazione delle masse senza partito; scarsa attenzione fino agli ultimi mesi per la soluzione dei problemi economici che interessavano più da vicino le masse (rifornimenti, distribuzione, ecc.);

c) i quadri del partito, in gran parte venuti a noi alla vigilia o nel corso della guerra, non sono stati educati, assimilati, bolscevizzati con la necessaria rapidità. Nonostante i grandi sforzi compiuti in questo senso, i quadri dell’organizzazione del partito sono sempre stati, in maggioranza, deboli e scarsamente dotati di iniziativa, con la tendenza ad applicare all’interno della nostra organizzazione metodi tipici del “caciquismo”. Per quanto riguarda particolarmente i quadri militari, il partito ha accettato molti elementi (di carriera) senza controlli e senza fare lo sforzo di educarli da comunisti, senza pretendere che rispondessero sempre di fronte al partito delle loro azioni (nessun militare conosciuto è mai stato punito pubblicamente dal partito per le sue mancanze o errori. Lo stesso Burillo [ Ricardo Burillo Stohle, ufficiale dell’esercito spagnolo, di famiglia nobile e massone, aderì al partito comunista, si distinse per imprese militari di grande risonanza, ma come molti altri ufficiali negli ultimi mesi tradì la repubblica. Alla fine si consegnò ai franchisti che nel 1940 lo fucilarono, ndr] non fu mai espulso pubblicamente). Questa è una delle ragioni del perché tanti militari comunisti ci hanno tradito negli ultimi momenti;

d) 1a campagna per l’unità sindacale fu iniziata tardi; ritardo nella lotta contro il trotzkismo ai tempi del processo del POUM [ Partito Operaio di Unità Marxista, formato dai socialisti catalani contrari all’adesione all’Internazionale Comunista. Si rese responsabile di varie operazioni provocatorie al limite del tradimento della repubblica, come l’insurrezione di Barcellona del maggio 1937. Il suo maggiore esponente era Andrés Nin che il 26 giugno 1937 sparì, secondo alcuni passando nel campo franchista, secondo altri rapito e ucciso da esponenti delle forze repubblicane, ndr]; enorme ritardo e vera e propria impotenza nel lavoro nella zona occupata da Franco, ecc.;

e) il metodo dell’autocritica non è stato applicato in modo continuo e sistematico per educare il partito e i suoi quadri, stimolarli, correggerli. Nel partito c’è sempre stato più orgoglio, non sempre giustificato, che spirito critico;

f) la direzione del partito, in particolare, è sempre stata più forte nel lavoro di propaganda che nell’organizzazione. Il suo lavoro durante interi periodi è stato profondamente disorganizzato. Nel 1937 ha trascurato l’aiuto al nord. Nel 1938 ha trascurato il lavoro nella zona centrale. Il collegamento fra l’attività nel governo e il lavoro del partito in generale è sempre stato debole, così come l’organizzazione dei contatti diretti con le direzioni delle altre organizzazioni antifasciste. Il senso di responsabilità dei compagni dirigenti del partito non era sempre molto elevato. Una parte di essi aveva perduto i contatti diretti con le masse (nell’UP [ Ufficio Politico del Comitato Centrale del partito, ndr] non c’era nessun dirigente sindacale, mentre i dirigenti del PS erano quasi tutti contemporaneamente dirigenti di grandi organizzazioni sindacali. Ricordo pochi casi di partecipazione coerente e diretta di dirigenti conosciuti del partito all’attività di un sindacato);

g) per quanto riguarda l’ultimo periodo della guerra, credo che 1e lacune e gli errori che si sono manifestati in questo periodo debbano essere considerati soprattutto come la conseguenza di tutte quelle debolezze generali e permanenti del partito e della sua organizzazione. Politicamente, il timore di rompere il fronte popolare in un momento in cui l’unità  era seriamente messa in pericolo e nel quale tutti gli altri partiti tendevano alla rottura, ha frenato e in certi momenti paralizzato l’azione del partito al centro e alla base. In questo periodo il partito ha fatto dipendere troppo la sua azione da quella del presidente Negrin [ presidente dell’ultimo governo di Fronte Popolare, ndr] ed ha commesso errori nei rapporti con le masse, cosa che ha contribuito al suo isolamento. La preparazione della repressione del colpo di Stato [del colonnello Casado che tra marzo e aprile 1939 consegnò la repubblica a Franco, ndr] si è rivelata debole dal punto di vista organizzativo, non abbastanza decisa e lungimirante. Sono stati commessi molti errori pratici di carattere politico-militare (avere forze dirigenti troppo scarse a Madrid, fidandosi di elementi non sicuri, avere concentrato troppe forze dirigenti vicino al governo, dove non avevano niente da fare, non avere trasferito parte di quelle forze a Madrid subito dopo la notizia del colpo di Stato, allo scopo di rafforzare l’azione in quel luogo decisivo, ecc.). Come conseguenza di tutto ciò ad un certo momento, la direzione è stata sopraffatta e non è più stata in grado di dominare gli avvenimenti e di battere gli avversari, cosa che, data la situazione oggettiva, era senza dubbio assai difficile, ma non impossibile.