Indice della letteratura comunista


I sei apporti principali del maoismo al patrimonio del movimento comunista

(Il testo in formato Word da scaricare)

Indice

 

L’ottava discriminante -->

La Voce n. 10 - marzo 2002 - anno IV

- Sulla questione del maoismo terza superiore tappa del pensiero comunista, dopo il marxismo e il leninismo

- Sulla necessità che i nuovi partiti comunisti siano marxisti-leninisti-maoisti e non solo marxisti-leninisti

(seconda puntata, segue da La Voce n. 9)

 

1. La guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata -->

Quale strada dobbiamo seguire noi comunisti dei paesi imperialisti per portare la classe operaia a instaurare la dittatura del proletariato, dare inizio alla fase socialista di trasformazione della società e contribuire alla seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale?

 

2. Le rivoluzioni di nuova democrazia -->

La strategia dei comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali oppressi dall’imperialismo

 

3. La lotta di classe nella società socialista -->

Il contributo storico dei paesi socialisti costruiti durante la prima ondata della rivoluzione proletaria e gli insegnamenti della loro esperienza

 

4. La linea di massa -->

La linea di massa come principale metodo di lavoro e di direzione di ogni partito comunista

 

5. La lotta tra le due linee nel partito -->

La lotta tra le due linee nel partito come principio per lo sviluppo del partito comunista e la sua difesa dall’influenza della borghesia

 

Il sesto grande apporto del maoismo al patrimonio del movimento comunista -->

La Voce n. 41 - luglio 2012 - anno XIV

- Questo apporto consiste nell’insegnamento che il Partito comunista non è solo soggetto (promotore e dirigente) della rivoluzione socialista, ma anche oggetto della rivoluzione socialista; che ogni suo membro è non solo soggetto ma anche oggetto della rivoluzione socialista.

 

NOTE -->


 

L’ottava discriminante

La Voce n. 10 - marzo 2002 - anno IV

 

“Ritengo che per noi tutti, tanto per i compagni russi che per i compagni stranieri, l’essenziale sia questo: dopo cinque anni di rivoluzione russa dobbiamo studiare (...). Ogni momento libero dalla lotta, dalla guerra, dobbiamo utilizzarlo per lo studio e per di più cominciando dal principio”.

(Lenin, al quarto congresso della IC novembre-dicembre 1922)

 

Parafrasando quello che Stalin dice trattando del leninismo,(1) premetto che esporre gli apporti che il maoismo ha dato al pensiero comunista non vuole dire esporre la concezione del mondo di Mao Tse-tung. La concezione del mondo di Mao e il maoismo non sono, per ampiezza, la stessa cosa. Mao Tse-tung è un marxista-leninista e la base della sua concezione del mondo è il marxismo-leninismo. Quindi esporre il maoismo non significa esporre tutta la concezione del mondo di Mao, ma esporre ciò che vi è di particolare e di nuovo nell’opera di Mao, ciò che Mao ha apportato al tesoro comune del marxismo-leninismo e che è legato al suo nome.(2) Questa è una discriminante tra noi e tutti quei “maoisti” che presentano il maoismo come una concezione a sé stante, assolutamente nuova e indipendente dal marxismo-leninismo, come una rottura col vecchio movimento comunista.

 

In questo articolo mi limiterò ad esporre cinque apporti di Mao al pensiero comunista. Essi illuminano alcuni dei principali problemi politici che tutti i comunisti per forza di cose attualmente devono affrontare, sono indispensabili anche per fare un giusto bilancio del vecchio movimento comunista e della prima ondata della rivoluzione proletaria ed è in forza di essi che i nuovi partiti comunisti devono essere e saranno marxisti-leninisti-maoisti.(3) I lettori che vogliono avere una conoscenza più ampia del maoismo, possono trovare altrove illustrati altri apporti di Mao.(4)

 

 1. La guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata

Quale strada dobbiamo seguire noi comunisti dei paesi imperialisti per portare la classe operaia a instaurare la dittatura del proletariato, dare inizio alla fase socialista di trasformazione della società e contribuire alla seconda ondata della rivoluzione proletaria mondiale?

 

Quando le forze soggettive della rivoluzione socialista vanno oltre un approccio spontaneo alle lotte e superano lo stadio in cui partecipano alle “lotte che ci sono”, fanno “quello che possono”, cercano di dare vigore a ogni lotta che capita e hanno fiducia che di lotta in lotta, se il numero delle lotte aumenta e così pure il numero dei lavoratori che vi partecipano, se le lotte diventano più accanite e decise (diventano più “militanti”), alla fine riusciremo a vincere, allora esse abbandonano il terreno della spontaneità (5) e si pongono il problema della via alla conquista del potere, il problema della strategia da seguire da oggi alla conquista del potere: qual è la “via da battere” per arrivare a instaurare la dittatura del proletariato, qual è l’impianto generale da cui dipende anche la strategia che seguiremo in ognuna delle fasi attraverso cui per forza di cose dovremo passare, l’indirizzo generale in base al quale fare piani a lunga scadenza e progettare le nostre singole operazioni, distinguere le iniziative che ci convengono da quelle che non ci convengono, capire quali sono le classi e le forze politiche e sociali su cui in ogni fase possiamo contare e quanto possiamo contare su ognuna e impiegare nel modo più opportuno le forze organizzate che dirigiamo. Avere una strategia giusta è rispondere in modo giusto alla domanda: quelli che già oggi sono convinti che in definitiva la classe operaia per risolvere i suoi mille problemi deve conquistare il potere e instaurare la dittatura del proletariato, cosa devono fare per avvicinarsi alla vittoria, per condurre di tappa in tappa la classe operaia a creare le condizioni necessarie perché in  conclusione nel corso dell’attuale crisi generale del capitalismo instauri il suo potere e inauguri la nuova epoca della trasformazione della società, l’epoca socialista? Ciò è anche dare una risposta, fondata sull’esperienza e la scienza del movimento comunista e non solo spontanea, istintiva o di buon senso, alla “via democratica e parlamentare al socialismo”, alla “via delle riforme di struttura”, alla “evoluzione pacifica verso il socialismo”, alla “convergenza graduale tra i due sistemi” e alle altre “vie” di cui i revisionisti sono stati i paladini nei paesi imperialisti e che hanno mostrato, negli ultimi 15 anni oramai anche nella pratica, il loro carattere utopistico.

A chiunque rifletta sull’argomento, diventa poi chiaro che anche la frequenza e l’intensità delle lotte, la quantità di lavoratori che vi partecipano e l’accanimento con cui vi partecipano e, soprattutto, l’efficacia delle lotte, cioè tutto quello che per lo spontaneista è il dato da cui partire, a parità di altre condizioni in realtà dipende dall’indirizzo che diamo alla nostra attività, dalla via che seguiamo. Più e più volte ogni compagno ha vissuto situazioni in cui molti lavoratori vorrebbero fare, ma non sanno cosa fare o, se anche hanno un’idea di cosa fare, non hanno concretamente i mezzi per farlo perché non se li sono preventivamente procurati e non sono nelle condizioni per farlo perché non le hanno per tempo create. Il livello di mobilitazione delle masse popolari che effettivamente si determina di fronte ad un avvenimento non è il frutto spontaneo né casuale di tante volontà individuali né delle relazioni spontaneamente stabilite tra le masse popolari dal ruolo che esse svolgono nella società borghese. Neanche la coscienza che si ha nelle masse popolari di un avvenimento è il frutto spontaneo o casuale di tante esperienze individuali. Entrambi sono il frutto delle condizioni che la lotta politica e il precedente movimento politico hanno creato. Quante lotte ci sono, quanti lavoratori vi partecipano e con quale determinazione, che caratteristiche hanno queste lotte, sono dati che possiamo modificare con una linea appropriata: se abbiamo creato una rete organizzativa e canali di intesa, se abbiamo per tempo diffuso un orientamento giusto, se abbiamo preparato adeguatamente le lotte, se abbiamo indetto le lotte giuste al momento giusto, se abbiamo conseguito delle vittorie. Per vincere è indispensabile avere e attuare una strategia giusta, cioè conforme alle condizioni concrete in cui lottiamo, alle condizioni da cui partiamo e che non dipendono dalla nostra volontà e dalla nostra intelligenza, che non possiamo cambiare con la nostra attività o che possiamo cambiare solo conducendo per un certo tempo un’attività adeguata.

È quindi indispensabile e ovvio che noi comunisti, che ricostruiamo il partito comunista nel mezzo di una fase di instabilità e di sconvolgimento dell’ordine esistente (che chiamiamo “situazione rivoluzionaria in sviluppo”) che si protrarrà ancora per molti anni quali che siano le iniziative di individui, gruppi e partiti, definiamo, sia pure in termini generali e schematici, la strada che dobbiamo seguire nei prossimi anni, da ora fino a quando avremo instaurato la dittatura del proletariato: la nostra strategia. Una FSRS che non si occupa di ciò, anche se dichiara di lavorare alla ricostruzione del partito comunista, o è fuori strada o dà comunque un contributo limitato.

I comunisti si sono posti fin dai tempi del Manifesto del partito comunista (1848) il problema di quale era la via che dovevano seguire, l’indirizzo generale a cui dovevano attenersi per adempiere al compito di condurre la classe operaia a instaurare il suo potere.

Nel 1848 e per un po’ di anni i comunisti si sono illusi che il proletariato avrebbe conquistato il potere nel corso di una rivoluzione popolare, in modo analogo a come l’aveva conquistato la borghesia contro le forze feudali. Per sua natura la società borghese è perennemente terreno di innumerevoli lotte di interesse tra classi, gruppi e individui. Queste lotte ogni tanto “entrano in risonanza”, si acutizzano, si coalizzano fino a dividere la società in due campi contrapposti ed esplodono in un conflitto che coinvolge l’intera società. “Sarebbe successo che una minoranza, costituita da un partito proletario capace di mettersi alla testa del movimento e di esprimere coerentemente le esigenze economiche, politiche e culturali del proletariato e della maggioranza della popolazione, sarebbe stata in grado, lottando contro la minoranza borghese in alleanza con la quale era stata combattuta la prima fase della rivoluzione, di guidare la maggioranza del popolo alla vittoria contro la borghesia”.(6)

 Nel 1895 Engels riconobbe che la storia aveva smentito questa concezione condivisa anche da lui e da Marx e aveva fatto capire che la classe operaia “onde poter rovesciare la società borghese, doveva, almeno fino ad un certo punto, aver elaborato gli strumenti e le condizioni del suo potere già all’interno di essa”.

Nello scritto cui qui si fa riferimento (F. Engels, Introduzione a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di K. Marx, 1895), Engels spiegava che la rivoluzione socialista si distingue da tutte le rivoluzioni che nella storia l’hanno preceduta. Tutte le rivoluzioni erano state rivoluzioni di minoranze, anche quando il grosso della popolazione prendeva in esse una parte attiva. Si era sempre trattato della sostituzione del dominio di una classe sfruttatrice con quello di un’altra. Una minoranza dominante veniva rovesciata e un’altra minoranza prendeva il suo posto. Per sua natura la rivoluzione socialista invece esige non solo la partecipazione attiva del grosso della popolazione al rovesciamento del vecchio potere, ma anche la sua partecipazione attiva alla creazione del nuovo potere e alla trasformazione sociale a cui esso presiede. Inoltre tra la massa dei lavoratori e qualsiasi minoranza sfruttatrice vi è una differenza qualitativa che non vi è tra l’una e l’altra minoranza sfruttatrice. Tanto meno l’accesso della massa dei lavoratori al potere è della stessa natura della successione di un partito borghese ad un altro nella direzione dello Stato. Il nuovo potere non può consistere nella presa di possesso del vecchio Stato e delle sue istituzioni alla cui attività si tratterebbe solo di dare un orientamento diverso e nuove leggi. È necessario distruggere il vecchio Stato, le sue istituzioni e il suo ordinamento e sostituire a ciò un nuovo Stato su misura della nuova classe dominante e dei suoi obiettivi, con le sue proprie istituzioni e i suoi propri ordinamenti. Ciò comporta quindi un’adeguata preparazione del grosso della popolazione a questo ruolo, un’accumulazione delle forze rivoluzionarie che si deve attuare non a cose fatte, dopo la conquista del potere, ma nell’ambito di questa stessa società, mentre permane il potere della borghesia. Una parte di questo lavoro era stato fatto, diceva Engels nel 1895. Nei maggiori paesi capitalisti dell’Europa, riconosceva Lenin vent’anni dopo, “nell’ultimo terzo del secolo XIX e all’inizio del secolo XX, nel lungo periodo ’pacifico’ della più crudele schiavitù capitalista e del più rapido progresso capitalista, la Seconda Internazionale ha compiuto la sua parte di utile lavoro preparatorio, di organizzazione delle masse proletarie” (Lenin, La situazione e i compiti dell’Internazionale socialista , 1° novembre 1914). Essa in vari paesi europei aveva portato milioni di proletari a coalizzarsi in partiti, a proporsi alcuni comuni obiettivi e ad esercitare, come collettivo e grazie al loro numero, quegli stessi diritti politici che la borghesia voleva riconosciuti a ogni individuo (maschio), ma che nessun proletario, a causa della sua condizione economica, individualmente poteva esercitare. Il partito proletario era giunto ad usufruire di quei diritti ed esercitava sulla vita politica del paese quell’influenza a cui ogni borghese poteva giungere individualmente grazie alle sue ricchezze e al suo ruolo nella società civile. Già nel 1895 Engels affermava però che la borghesia dei paesi europei avrebbe violato essa stessa la propria legalità, come gli avvenimenti successivi hanno abbondantemente confermato. Egli annunciava il passaggio del sistema politico borghese dalla democrazia borghese alla controrivoluzione preventiva e, da parte del partito comunista, un’accumulazione delle forze rivoluzionarie che non si sarebbe più svolta principalmente nelle lotte elettorali e parlamentari né in generale nell’ambito degli ordinamenti esistenti.

Quindi non solo era impossibile che la classe operaia instaurasse il suo potere in modo analogo a come aveva fatto la borghesia, ma era fuor di luogo anche puntare su una conquista del potere per via elettorale e parlamentare e ritenere adeguate ai compiti che la classe operaia e le masse popolari dovevano svolgere, quella aggregazione, organizzazione e unificazione ideologica e politica di esse che si attuavano attorno alle lotte parlamentari e alle croniche lotte di interessi, del tutto connaturate e fisiologiche alla società borghese, che ad esse facevano capo e che davano luogo alla formazione di partiti elettorali, sindacati, cooperative e altre organizzazioni di massa. Ma Engels non diceva come il partito comunista avrebbe dovuto rispondere a quella trasformazione del regime politico della borghesia, che avrebbe posto fuori gioco il modo su cui esso aveva fino a quel momento operato per accumulare forze rivoluzionarie in seno alla società borghese.(7) Nell’articolo già citato Lenin a sua volta aggiungeva che “all’Internazionale Comunista spetta il  compito di organizzare le forze del proletariato per l’assalto rivoluzionario contro i governi capitalisti, per la guerra civile contro la borghesia di tutti i paesi, per il potere politico, per la vittoria del socialismo!”. Restava indefinito come la nuova Internazionale avrebbe realizzato questo compito.

La prima Internazionale Comunista non ha portato all’instaurazione della dittatura del proletariato in Europa, ma, nel corso della lunga crisi che nella prima metà del secolo scorso ha sconvolto il continente, ha fatto molto a questo fine. Le concezioni e i metodi con cui la IC ha cercato di indirizzare le vicende di quel periodo e ha impegnato nella lotta le forze di cui disponeva e i risultati della sua attività costituiscono un prezioso materiale sperimentale. Noi comunisti dobbiamo adoperarlo per elaborare le concezioni e definire i metodi e i criteri con cui affrontiamo a nostra volta lo stesso compito nel corso della nuova crisi generale che già da circa trent’anni scuote i nostri paesi, rimette in discussione gli ordinamenti di ogni paese e internazionali ed elimina una dopo l’altra le conquiste che le masse popolari dei nostri paesi avevano strappato. In breve, dobbiamo adoperare l’esperienza della prima IC per elaborare la nostra strategia che mira a instaurare la dittatura del proletariato.(8)

Il bilancio delle esperienze della prima IC porta alcuni compagni a conclusioni che, pur diverse tra loro, non solo non illuminano e inquadrano gli avvenimenti né indirizzano e stimolano il lavoro che dobbiamo fare, ma in varia misura intralciano sia la comprensione sia il lavoro pratico e demoralizzano le nostre forze. Queste conclusioni hanno in comune la sottovalutazione delle potenzialità rivoluzionarie della classe operaia e delle masse popolari dei paesi imperialisti. Non volendo riconoscere che le concezioni e i metodi della prima IC erano inadeguati all’obiettivo che perseguiva, devono ripiegare sulla tesi che la classe operaia dei paesi imperialisti non vuole il socialismo o che l’instaurazione del socialismo nei paesi imperialisti è impossibile o per lo meno a non sapere cosa fare salvo sperare nel movimento rivoluzionario dei paesi oppressi o nella fortuna. In linea generale si tratta di bilanci inficiati di empirismo.(9) Un bilancio basato sui fatti ma condotto alla luce del materialismo dialettico porta invece alla conclusione che anche nei paesi imperialisti la via alla conquista del potere da parte della classe operaia, la forma della rivoluzione socialista, è la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata.(10)

A differenza della Seconda Internazionale, la IC ha tenuto presente nella sua pratica la differenza qualitativa tra le lotte di interessi (connaturate alla società borghese e croniche) e la lotta per il socialismo. Essa però ha costantemente contrapposto, come elementi l’uno dei quali esclude l’altro, lotta pacifica e lotta violenta, lavoro all’interno della società borghese e lavoro contro la società borghese, attività parlamentare e guerra civile, alleanza e lotta, contraddizioni non antagoniste e contraddizioni antagoniste, contraddizioni tra masse popolari e borghesia imperialista e contraddizioni tra gruppi della classe dominante, politica rivendicativa e politica rivoluzionaria, organizzazione legale e organizzazione clandestina. Al contrario, nella realtà, questi elementi costituiscono unità di opposti. La strategia della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata riconosce queste unità di opposti, sviluppa entrambi i termini dell’unità e compone con essi la lotta della classe operaia per minare e in definitiva eliminare il potere della borghesia imperialista e instaurare il suo potere. I conflitti cronici (strutturali, fisiologici) della società imperialista contrappongono i membri delle masse popolari (come individui, come collettivo di lavoro, come categoria, come classe) alla borghesia imperialista, ma di per se stessi non li uniscono in modo permanente in un fronte antagonista alla società borghese. Perché contemporaneamente, mentre lo coinvolge in conflitti ripetuti e cronici con il capitalista e il suo Stato, la società borghese sottopone ogni membro delle masse popolari alla direzione e all’influenza ideologica e morale della borghesia e smussa ed erode il lato antagonista che per altro verso ha creato e continuamente ricrea.

Si tratta allora per il partito comunista di raccogliere e consolidare in apposite istituzioni il lato antagonista che la società borghese stessa ha in sé e che da essa ripetutamente emerge. Si tratta di raccogliere e unire in organizzazioni tutto quanto di antagonista la società borghese cronicamente genera, educare all’antagonismo tutti quanti l’esperienza ha portato a imboccare questa strada, rafforzare il loro antagonismo con la forza dell’organizzazione e dell’azione, di  fare in modo che esso eserciti la sua influenza su tutta la società pur essendo ad essa esterno e contrapposto. In breve in ogni paese imperialista il partito comunista deve porsi il compito di promuovere, organizzare e dirigere la guerra delle masse popolari contro la borghesia imperialista. Ma non si tratta per i partiti comunisti di dichiarare una guerra che non esiste. Si tratta al contrario da parte dei partiti comunisti di prendere coscienza della guerra non dichiarata già in atto e di portare per tappe le masse popolari a condurla anch’esse in modo sempre più adeguato.

La seconda crisi generale del capitalismo e la connessa situazione rivoluzionaria in sviluppo sono il contesto del disfacimento dell’attuale società e della lotta per l’affermazione della società socialista nei paesi imperialisti. La borghesia imperialista per valorizzare il suo capitale conduce già oggi anche contro le masse popolari dei paesi imperialisti una guerra non dichiarata nel corso della quale essa schiaccia e in vario modo tortura fisicamente e spiritualmente gran parte della popolazione dei paesi imperialisti. Essa stessa distrugge gli ordinamenti e le pratiche entro cui la soggezione delle masse popolari dei paesi imperialisti alla borghesia era diventata abitudine. Il corso che la cupola dei gruppi imperialisti americani ha impresso agli avvenimenti a partire dalla passata estate conferma in modo ancora più lampante che il bersaglio principale dei gruppi imperialisti sono proprio le masse popolari dei paesi imperialisti. È chiaro del resto che finché essi riusciranno a tenere in qualche modo sottomesse le masse popolari dei paesi imperialisti, essi riusciranno anche a tenere a bada i popoli dei paesi oppressi: dividendoli, contrapponendoli l’uno all’altro, bombardando gli irriducibili e terrorizzando. D’altra parte i gruppi imperialisti possono fare il gendarme mondiale solo se instaurano nei paesi imperialisti Stati sempre più di polizia e una crescente mobilitazione reazionaria delle masse. Questo è il processo della crisi generale del capitalismo. Esso si sviluppa con una straordinaria varietà di forme e con frequenti trasformazioni. Esso procede con alti e bassi, in modo molto irregolare e differenziato. Periodi in cui l’oppressione colpisce in modo particolarmente crudele si alternano a periodi quasi di tregua. Periodi in cui l’oppressione colpisce acutamente ampi settori delle masse popolari si alternano a periodi in cui i colpi peggiori sono concentrati su settori ristretti. Ora un gruppo ora l’altro subisce ora quella ora l’altra forma di attacco da parte della borghesia. A questa guerra ogni individuo, gruppo, categoria e classe delle masse popolari attualmente reagisce in ordine sparso come meglio può. La borghesia dispone di vari mezzi per dividere, per colpire un gruppo dopo l’altro, per ostacolare la concentrazione delle classi e dei gruppi colpiti, per metterli l’uno contro l’altro. Ma è un processo che proseguirà finché l’attuale crisi generale non avrà fine o nella rivoluzione socialista o in una nuova guerra interimperialista che definirà un nuovo ordinamento mondiale per il capitalismo (che non possiamo in assoluto escludere). Si tratta quindi per ogni partito comunista di trasformare per tappe questa guerra non dichiarata e dalle masse popolari solo subita, in una guerra che le masse popolari conducano in forma sempre più organizzata, sempre più unificate e prendendo sempre più in mano l’iniziativa. L’esperienza della Resistenza contro il nazifascismo in Italia e in Francia mostra che anche nei paesi imperialisti più sviluppati la guerra rivoluzionaria è possibile: tutto dipende da quanto le masse popolari vi partecipano. Ogni partito comunista deve comprendere in forma sempre più profonda la guerra non dichiarata in corso, raccogliere le forme di resistenza che le masse oppongono, elaborarle, socializzarle e portarle a un livello superiore. Combinare tutte le forme di lotta che le masse praticano, legali e violente, aperte e clandestine. Trovare i modi di far sempre più confluire tutti i gruppi, le categorie e le classi delle masse popolari in un fronte unico che si opponga al campo della borghesia imperialista. Ovviamente ogni partito dovrà imparare, e sarà certamente un processo lungo, tortuoso e doloroso, ad applicare al proprio particolare e ad ogni particolare le tesi generali, dovrà fare uno sforzo costante per trarre il generale dal particolare, facendo tanto più leva sul particolare quanto più la situazione politica è arretrata. La strategia della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata è una strategia per la trasformazione della classe operaia in classe dirigente, per far passare le masse popolari dalla direzione della borghesia alla direzione della classe operaia e per instaurare la dittatura del proletariato spazzando via la dittatura della borghesia. La guerra popolare rivoluzionaria è una guerra di tipo speciale, diversa da quelle finora viste, che la  classe operaia condurrà a sua maniera. All’interno di questa guerra l’aspetto militare è essenziale, ma l’importanza del suo ruolo varierà grandemente di tappa in tappa. Solo lo sviluppo pratico ci permetterà di definire via via meglio i compiti da assolvere. In termini generali ora si può dire che per ogni partito si tratterà

1. di individuare le fasi per arrivare all’instaurazione della dittatura del proletariato, di scoprire per ogni fase gli obiettivi e le linee giuste (cioè conformi all’oggettivo sviluppo delle contraddizioni del mondo attuale e dello specifico paese) e di organizzarsi in modo adeguato per realizzarli;

2. di mobilitare ogni classe e gruppo delle masse popolari a difendere con la maggiore efficacia possibile ogni suo interesse particolare contro la borghesia imperialista e di sfruttare in ogni modo le croniche lotte di interessi che si svolgono nella società borghese e nelle sue istituzioni come aspetto ausiliario dello sviluppo del processo rivoluzionario;(11)

3. di portare, identificandosi con la sua avanguardia organizzata, la classe operaia ad agire in conformità alle linee e agli obiettivi indicati dal partito e ad assumere la direzione del resto delle masse popolari;(12)

4. di muovere in ogni circostanza le parti avanzate delle masse in modo da aprire la strada della lotta alle parti più arretrate che possono radicalizzarsi solo se danno espressione pratica alla tendenza anticapitalista dettata dall’esperienza pratica dell’oppressione e dello sfruttamento;(13)

5. di costruire e dirigere (direttamente o indirettamente) dal di fuori dei rapporti politici borghesi (quindi il partito è per forza di cose illegale) il fronte più ampio possibile di classi e di forze politiche per realizzare gli obiettivi di ogni fase, promuovendo la massima organizzazione delle masse in organismi pubblici e clandestini, legali e illegali, pacifici e combattenti;

6. di curare in ogni modo lo sviluppo di forze armate rivoluzionarie dirette dal partito perché in definitiva alla lotta armata spetta un compito decisivo e conclusivo per realizzare le aspirazioni delle masse popolari e instaurare la dittatura del proletariato (“il potere nasce dalla canna del fucile”).

Insomma si tratta di sviluppare tutto il potenziale della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, costruendo un ampio fronte di forze e classi rivoluzionarie attorno al partito che ha con ogni parte del fronte un rapporto di unità e di lotta.(14)

Mao Tse-tung ha elaborato l’esperienza della rivoluzione russa e della rivoluzione cinese fino a ricavarne la più avanzata teoria della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Egli ha sviluppato in modo sistematico la scienza di questa guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata. Essa è la teoria più compiuta della forma della rivoluzione proletaria, della via che la classe operaia deve battere anche nei paesi imperialisti per prendere il potere. Essa inoltre illumina e chiarisce l’esperienza della prima Internazionale Comunista i cui passaggi ed esiti senza di essa restano misteriosi, mentre alla luce di quella teoria diventano altamente istruttivi.

 

 2. Le rivoluzioni di nuova democrazia

La strategia dei comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali oppressi dall’imperialismo

 

La prima ondata della rivoluzione proletaria e lo sviluppo dell’imperialismo hanno fatto ulteriormente maturare le condizioni della rivoluzione democratica nei paesi coloniali e semicoloniali dove vive la maggioranza dell’umanità e hanno fatto avanzare anche alcune delle più importanti condizioni per il suo successo. Gli operai (i lavoratori assunti nelle aziende capitaliste) sono più numerosi. Il livello culturale e la capacità organizzativa sono enormemente cresciuti. Una grande esperienza rivoluzionaria è stata accumulata durante la prima ondata della rivoluzione proletaria e la lotta che ha eliminato il sistema coloniale. In numerosi paesi operano gruppi e partiti comunisti, in alcuni (Perù, Colombia, Filippine, Nepal, Bangladesh, India, Turchia, ecc.) sono in corso guerre popolari rivoluzionarie e in altri paesi vi sono  forti movimenti rivoluzionari. La sconfitta del vecchio sistema coloniale e il fallimento del neocolonialismo hanno mutato in modo irreversibile la situazione. Il capitale finanziario ha infine distrutto su scala più larga le condizioni che rendevano possibile la miserabile sopravvivenza degli altri lavoratori che esso spoglia con imposte, interessi, diritti, tariffe e prezzi di monopolio. Mossi dalla crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale che li attanaglia, i gruppi imperialisti in concorrenza tra loro hanno invaso e depredano più in profondità i paesi oppressi e li sottopongono a nuove aperte aggressioni. La “politica dei bombardieri” rinnova con maggiore potenza e ferocia le “imprese civilizzatrici” della “politica delle cannoniere” dell’inizio del secolo XX e conferma a tutti i popoli la “superiorità della civiltà cristiana” impersonata dalla coppia conflittuale di amici-nemici Bush e Woityla: il boia che ammazza e il cappellano che conforta. I gruppi imperialisti avanzano pretese senza fine di ogni genere e in ogni campo. E le avanzano con un’arroganza tanto più aperta quanto maggiore è la resistenza a soddisfarle. Questo è il terreno da cui nasce il fermento che cresce in tutti i paesi oppressi. La ribellione che cova in questi paesi e che dà luogo ad esplosioni via via più frequenti, è una manifestazione dei grandi passi in avanti compiuti dall’umanità durante la prima ondata della rivoluzione proletaria e delle condizioni migliori con cui essa affronta la seconda ondata. Il declino del vecchio movimento comunista e l’aggressione dell’imperialismo non hanno cancellato che una parte delle conquiste raggiunte, mentre rendono oggettivamente contraddittorie e soggettivamente intollerabili le nuove e crescenti pretese dei gruppi imperialisti e dei loro fantocci e agenti locali.(15) Ciò che appunto li spinge ad avanzarle con un’arroganza sempre più aperta e intollerante, con armi più potenti e con un terrorismo più feroce. La lotta di classe diventa più acuta man mano che il capitalismo si avvicina alla sua fine, benché gli avvenimenti e gli schieramenti nei dettagli non seguano tutte le istruzioni dei nostri manuali.

Tutto ciò fa assumere ai paesi coloniali e semicoloniali nella nuova ondata della rivoluzione proletaria che avanza, un ruolo ancora più importante di quello che ebbero nella prima ondata, nella sua preparazione e nel suo svolgimento.(16) I paesi coloniali e semicoloniali stanno già oggi dando un importante contributo allo sviluppo della seconda ondata della rivoluzione proletaria. Lì per il momento si svolgono le battaglie più cruente. La lotta per l’affermazione nel movimento comunista del maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista è stata lanciata dal Partito comunista peruviano e dal suo presidente Gonzalo. I partiti comunisti dei paesi coloniali e semicoloniali esercitano una grande influenza nella formazione dei nuovi partiti comunisti nel mondo intero. Il movimento politico dei paesi coloniali e semicoloniali, grazie ai colpi che porta agli interessi dei gruppi imperialisti, alimenta in misura crescente il movimento politico dei paesi imperialisti e lo accelera. Quali che ne siano i promotori, organizzatori ed esecutori, gli attentati di martedì 11 settembre a New York e Washington sono effetto anche del movimento di ribellione dei paesi coloniali e semicoloniali: o da lì sono venuti i loro promotori oppure è anche per prendere la testa della serie di colpi inferti ai loro interessi nei paesi arabi che i gruppi imperialisti americani hanno dato il via alla strategia della tensione a livello planetario.

Le posizioni più avanzate da cui partono i paesi coloniali e semicoloniali, assieme alle condizioni più avanzate della lotta contro la discriminazione razziale, contro l’oppressione nazionale e contro la discriminazione e l’oppressione delle donne, contribuiscono ad assicurare che con la seconda ondata della rivoluzione proletaria le classi sfruttate, i popoli, le nazioni e le razze oppresse e le donne raggiungeranno successi e conquiste maggiori di quelli raggiunti con la prima ondata.

L’importanza che ha la rivoluzione dei paesi coloniali e semicoloniali è tale che porta alcuni gruppi e partiti, anche di paesi imperialisti, a ritenere che essa, e non la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, sia il centro motore della nuova ondata della rivoluzione proletaria a livello mondiale e il terreno in cui in definitiva si deciderà il suo risultato. Questa concezione nel complesso è sbagliata. La contraddizione tra paesi oppressi e paesi imperialisti, come la contraddizione tra gruppi imperialisti, assume in determinate fasi della seconda ondata il ruolo principale, ma esso nel  complesso della seconda ondata è svolto dalla contraddizione tra classe operaia e borghesia imperialista. La rivoluzione proletaria è anzitutto una rivoluzione socialista. Quella tesi sbagliata rafforza la sottovalutazione delle potenzialità rivoluzionarie della classe operaia e delle masse popolari dei paesi imperialisti e quindi ha un effetto negativo sull’attività rivoluzionaria dei comunisti dei paesi imperialisti e in definitiva indebolisce tutto il movimento rivoluzionario.

Nella maggior parte dei paesi oppressi, coloniali e semicoloniali, la rivoluzione che si sta sviluppando è una rivoluzione per sua natura democratica. I suoi compiti principali sono 1. l’eliminazione dei residui feudali e delle altre forme di economia basata sui rapporti personali di dipendenza e di oppressione e 2. la liberazione dalla dominazione imperialista, quindi la lotta contro l’imperialismo e i suoi agenti locali (la borghesia compradora e burocratica).

La sola strategia con cui è possibile sviluppare pienamente la rivoluzione nei paesi oppressi e portarla al successo è la strategia della rivoluzione di nuova democrazia: una rivoluzione democratica che è diretta dalla classe operaia tramite il suo partito comunista, che è parte della rivoluzione proletaria mondiale e che crea le condizioni per l’inizio della trasformazione socialista della società.

Mao Tse-tung ha sviluppato la concezione di Lenin sull’alleanza tra operai e contadini e tra operai delle metropoli e popoli oppressi delle colonie e semicolonie e sulle due tappe della rivoluzione. Egli ha elaborato una dottrina sistematica e relativamente completa della rivoluzione di nuova democrazia e del suo sviluppo in rivoluzione socialista. Quindi anche per questo verso si conferma che il maoismo è la terza superiore tappa del pensiero comunista.

 

 3. La lotta di classe nella società socialista

Il contributo storico dei paesi socialisti costruiti durante la prima ondata della rivoluzione proletaria e gli insegnamenti della loro esperienza

 

È impossibile sviluppare oltre un livello elementare e spontaneo la rinascita del movimento comunista senza un bilancio dell’esperienza dei paesi socialisti. L’Unione Sovietica, la Repubblica popolare cinese e il campo socialista avevano assunto un ruolo molto importante nella rivoluzione proletaria mondiale. La degenerazione prima e poi il crollo del campo socialista hanno prodotto e producono effetti negativi su tutto il movimento comunista mondiale e su ogni sua parte. Nel 1926 Stalin aveva detto: “Cosa succederebbe se il capitalismo riuscisse a soffocare ed annientare la repubblica dei soviet? Subentrerebbe l’epoca della più nera reazione in tutti i paesi capitalisti e coloniali, verrebbero soffocati la classe operaia e i popoli oppressi, sarebbero perdute le posizioni del comunismo internazionale”.(17) Ciò che egli aveva detto nel lontano 1926 è arrivato a compimento un po’ più di 60 anni dopo e ancora pesa su di noi.

La borghesia diffonde ancora oggi la favola che Reagan e la sua lotta contro “l’impero del Male” e Woityla con la Madonna di Fatima avrebbero fatto crollare il campo socialista. Ogni comunista deve avere una comprensione chiara dei motivi della degenerazione e del crollo del campo socialista e in particolare dell’Unione Sovietica. È un elemento indispensabile sia per la saldezza ideologica nella lotta che dobbiamo condurre sia per evitare di ripetere gli errori già commessi. Inoltre la storia seppur breve dei primi paesi socialisti illumina di nuova e feconda luce tutta la dottrina e l’esperienza del movimento comunista: come in generale un’esperienza più avanzata permette di meglio comprendere anche il passato e le esperienze più arretrate.

Mao Tse-tung ha sviluppato un bilancio sistematico e relativamente completo del tratto di transizione dal capitalismo al comunismo compiuto nei primi paesi socialisti. In particolare egli ha illustrato le leggi della transizione sulla base dell’esperienza compiuta in URSS e nella RPC.(18)

Era già dottrina acquisita del movimento comunista e ripetutamente illustrata da Marx, da Engels, da Lenin e anche da Stalin (sia pure con qualche contraddizione circa il livello a cui era giunta in URSS l’estinzione degli antagonismi di  classe), 1. che il socialismo era la fase di transizione dal capitalismo al comunismo, della trasformazione dei rapporti di produzione, degli altri rapporti sociali e delle idee, concezioni e sentimenti che ad essi corrispondevano, fino a eliminare le fondamenta e le manifestazioni della società capitalista e instaurare rapporti sociali basati sul principio “da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” e le concezioni corrispondenti; 2. che questa transizione avrebbe occupato un intero periodo storico e che si sarebbe completata a livello mondiale con la conseguente estinzione degli Stati, delle barriere di razza e di nazione che dividono ancora gli uomini e di ogni forma di oppressione sulle donne, 3. che, finché questo processo non era compiuto, sopravvivevano, sia pure in misura decrescente e specifica, gli Stati e le divisioni in classi sfruttate e classi sfruttatrici e la lotta di classe restava il motore della trasformazione della società.

Mao ha mostrato che per comprendere la lotta di classe nei paesi socialisti occorre considerare chiaramente tre distinti aspetti dei rapporti di produzione: 1. la proprietà dei mezzi e delle condizioni della produzione, 2. le divisioni tra gli uomini nella produttiva (divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, divisione tra dirigenti e diretti, divisione tra uomini e donne, divisione tra città e campagna, divisione tra zone e settori avanzati e zone e settori arretrati, ecc.), 3. i rapporti di distribuzione del prodotto. Considerando tutti questi tre aspetti era possibile cogliere con sicurezza dove era la borghesia nei paesi socialisti (essa era costituita dai dirigenti del partito, dello Stato e delle altre istituzioni sociali che patrocinavano la via verso il capitalismo) e fare un’analisi completa di classe delle società socialiste e quindi dirigere la lotta delle classi oppresse nell’ambito delle nuove condizioni politiche e culturali specifiche della società socialista. La Rivoluzione culturale proletaria fu una manifestazione pratica della forza che la lotta di classe poteva sprigionare a favore del comunismo nella società socialista.

Egli ha mostrato che la trasformazione dei rapporti sociali e delle concezioni e sentimenti connessi avveniva per tappe (ognuna delle quali alternava evoluzioni graduali e salti). La trasformazione poteva quindi essere studiata con precisione ("con la precisione di una scienza sperimentale") e in una certa misura diretta in conformità alle sue proprie leggi che andavano ricercate, scoperte e applicate.(19) Era possibile sia avanzare nella trasformazione sia retrocedere. Nella società socialista si presentavano due vie (andare avanti verso il comunismo o andare indietro verso il sistema capitalista), combattevano tra loro due classi (la borghesia e la classe operaia) e quindi due linee si contendevano la direzione del partito comunista, dello Stato e delle altre istituzioni della società. Ciò offriva anche le basi per affrontare la lotta contro la restaurazione dopo che i revisionisti moderni avevano preso la direzione.(20) Nessuna analisi dei paesi socialisti al di fuori del maoismo permette di valorizzare la loro esperienza, mettere in luce i limiti e i problemi reali e indicare una via di avanzamento. Tutte cercano di leggere i paesi socialisti con le lenti deformanti delle categorie di società più arretrate (capitalismo di Stato, modo di produzione asiatico, sistema burocratico, ecc.). Anche se la Repubblica popolare cinese, stante la sua arretratezza complessiva, non ha potuto sostituire l’Unione Sovietica come base della rivoluzione proletaria mondiale ed è caduta nelle mani dei revisionisti moderni (Teng Hsiao-ping e i suoi successori), il maoismo permette ai comunisti di tutto il mondo di comprendere l’esperienza dei paesi socialisti e di trarne lezioni costruttive.

La profondità e giustezza del bilancio fatto da Mao Tse-tung sulla società socialista sono confermate anche dal fatto che egli, che pure aveva diretto la Rivoluzione culturale proletaria e la lotta per cacciare i dirigenti del partito e dello Stato che patrocinavano la via capitalista, indicò tuttavia che i risultati raggiunti nella Repubblica popolare cinese erano precari ed era elevata la probabilità che i revisionisti moderni riuscissero a impadronirsi della direzione del PCC e a far regredire la RPC dalle posizioni raggiunte, se non ci fosse stato un rivolgimento comunista in Unione Sovietica.(21)

 

 4. La linea di massa

La linea di massa come principale metodo di lavoro e di direzione di ogni partito comunista

 

Ogni partito comunista si è trovato e si troverà ancora ad affrontare l’antinomia tra l’autonomia ideologica e organizzativa del partito e lo stretto legame del partito con le masse. La prima è la condizione necessaria perché il partito possa “elaborare” una linea giusta. Il secondo è la condizione necessaria perché il partito possa “scoprire” e “attuare” la linea giusta. Ogni partito comunista si è trovato e si troverà ancora ad affrontare l’antinomia tra gli obiettivi immediati, l’obiettivo della fase e l’obiettivo finale. Ogni partito comunista si è trovato spesso e si troverà a lottare contro due opposte deviazioni: l’avventurismo di chi si stacca dalle masse convinto di poter andare più rapidamente verso l’obiettivo e il codismo di chi si confonde tra le masse e si riduce a illustrare quello che già le masse fanno, riflette lo stato medio, generale, comune, diffuso delle masse.

La linea di massa è il superamento di quelle antinomie e il criterio per sfuggire ad entrambe le deviazioni.

Essa consiste nel raccogliere gli elementi di conoscenza sparsi e confusi che esistono tra le masse e le loro aspirazioni, elaborarli e ricavarne obiettivi, linee, metodi e criteri e portarli tra le masse fino a che queste li fanno propri e li attuano. Quindi tornare nella nuova situazione a raccogliere gli elementi sparsi e confusi dell’esperienza delle masse nella nuova situazione e le loro aspirazioni, elaborarli e ricavarne nuovi obiettivi, linee, metodi e criteri e portarli tra le masse fino a che queste li fanno propri e li attuano. Ripetendo questo processo più e più volte, ogni volta le concezioni dei comunisti diventano più ricche e più concrete e il processo rivoluzionario procede verso la vittoria.

Vista da un altro lato, la linea di massa consiste nell’individuare in ogni gruppo la sinistra (cioè quella parte le cui tensioni, se attuate, porteranno il gruppo a confluire nell’alveo della rivoluzione socialista), il centro e la destra, nel mobilitare e organizzare la sinistra perché unisca a sé il centro e isoli la destra.

Per praticare la linea di massa il partito deve quindi avere assimilato abbastanza bene il materialismo dialettico ("senza teoria i fatti sono ciechi"), fare buone inchieste ("senza fatti la teoria è vuota"), avere una buona comprensione d’assieme del processo rivoluzionario in corso e del ruolo delle varie classi in esso.

A queste condizioni il partito va verso il suo obiettivo finale (la rivoluzione socialista) non puntando direttamente e in ogni circostanza concreta al suo obiettivo finale, ma puntando in ogni fase e in ogni circostanza concreta a quell’obiettivo che le masse popolari possono realizzare e la cui realizzazione avvicina le masse all’obiettivo finale del partito. La linea di massa guida il partito a riunire in ogni fase della lotta il più ampio fronte possibile di classi, di forze e di personalità per realizzare l’obiettivo di quella fase. Essa implica nel partito la massima autonomia ideologica e politica, una grande capacità di comprensione delle contraddizioni reali e del movimento in corso, lungimiranza, libertà di manovra: se il partito si stacca dalle masse, non è perché è troppo avanzato rispetto ad esse, ma perché non è capace di capire la situazione concreta, è arretrato. Un buon medico o un buon insegnante sono tanto più avanzati e tanto più “autonomi” quanto meglio sanno comprendere la situazione effettiva dell’ammalato o dell’allievo: non si attengono a quello che l’ammalato o l’allievo dice, non fanno quello che l’ammalato o l’allievo suggerisce, ma comprendono quello che egli è e lo mobilitano a raggiungere l’obiettivo che anch’egli vuole raggiungere. La linea di massa permette al partito sia di avere in mano l’iniziativa sia di restare strettamente legato alle masse e di rafforzare continuamente il legame con le masse. Il legame con le masse diventa tanto più stretto quanto più alta è la qualità del partito, quanto più forte è la sua autonomia ideologica e politica. La linea di massa è anche la sintesi tra partito di massa e partito di quadri: il partito di quadri che dirige le masse. È la sintesi tra direzione del partito e autonomia delle masse, tra politica dall’alto e politica dal basso.

Era dottrina acquisita del movimento comunista che le idee venivano dalla pratica, dall’esperienza. Che nella pratica delle masse vi erano in germe, in forma confusa e dispersi, gli elementi di ogni conoscenza superiore. Si possono citare  innumerevoli passi di Marx, Engels, Lenin e Stalin che illustrano e ribadiscono questa concezione del rapporto tra idee e sensazioni, tra coscienza ed esperienza e i suoi riflessi nell’attività politica. Mao Tse-tung ha espresso in maniera sistematica e organica questa concezione e ha indicato la linea di massa come il principale metodo di lavoro e di direzione del partito comunista.(22)

 

 5. La lotta tra le due linee nel partito

La lotta tra le due linee nel partito come principio per lo sviluppo del partito comunista e la sua difesa dall’influenza della borghesia

 

Ogni partito comunista si è spesso trovato e si troverà ad affrontare l’antinomia tra “coesione ideologica e politica” e “disciplina organizzativa”. La prima richiede uno sforzo sistematico e organizzato (con istituzioni e istanze appositamente dedicate) per promuovere il libero sviluppo di ogni membro e la massima valorizzazione della sua esperienza e che in tutto il partito regni un clima di dibattito libero e di franca discussione delle idee. La seconda implica unità di indirizzo nell’azione e applicazione leale, attiva e fedele delle direttive adottate dal partito e subordinazione dell’individuo al collettivo, delle istanze inferiori alle istanze superiori, della parte al tutto. I partiti comunisti creati dalla IC hanno affrontato questa antinomia riconoscendo l’unità dei contrari che essa racchiude e adottando il centralismo democratico come principio organizzativo. Lenin è stato il nostro maestro in questo campo.

L’esperienza ha però mostrato che la lotta per la coesione ideologica e politica del partito pone problemi per la cui soluzione i partiti comunisti della IC non avevano una linea chiaramente definita. Anche questo ha offerto una breccia all’azione dei revisionisti moderni.

Ogni partito affronta frequentemente situazioni nuove e deve risolvere nuovi problemi. Tutto muta e mutano anche i compiti che il partito deve affrontare. È inevitabile che nel partito nascano divergenze ed esse sono anzi un fattore di sviluppo del partito. Anche le idee si sviluppano con lente evoluzioni e salti, tramite il contrasto, per divisione dell’uno in due. Anche le idee hanno una storia: nascono in pochi uomini e acquistano consenso e seguaci man mano che dimostrano nella pratica la loro validità. Il borghese che ha una nuova idea, la pone in atto: se gli va bene, peggio per i suoi concorrenti; se gli va male, fallisce (e in ambedue i casi i lavoratori pagano le spese). Tra i comunisti (e nella società socialista) le cose vanno diversamente. Il compagno che ha un’idea la sottopone al collettivo. Bisogna che il collettivo gli dia modo di illustrarla, difenderla e verificarla. Le nuove idee sono un bene prezioso. Concezioni e linee contrastanti derivano dal contrasto tra vero e falso, tra nuovo e vecchio, tra avanzato e arretrato: aspetti inseparabili da ogni sviluppo. Un partito in cui non vi fossero divergenze di vedute, sarebbe un partito morto ("senza contraddizione non c’è vita"). Di fronte a divergenze di concezioni, bisogna sviluppare il dibattito, la ricerca e la verifica per arrivare all’unità. Non c’è altro modo per arrivare alla verità. Se noi proibiamo a chi ha un’idea diversa da quella già acquisita e comune di esprimerla e di metterla alla prova, intralciamo lo sviluppo del pensiero nel partito e costringiamo il pensiero a trovare vie traverse per affermarsi. Miniamo la coesione ideologica e politica del partito e questa è in definitiva condizione necessaria perché la disciplina organizzativa si mantenga nel tempo e sia un elemento di forza e di vittoria del partito.

Noi comunisti siamo per la libertà di critica. Mentre siamo contrari a che convivano e coesistano nel partito concezioni e linee contrastanti. Quindi non coesistenza di concezioni divergenti, non indifferenza alle concezioni: se “ognuno pensa quello che vuole”, farà anche quello che vuole e non ci sarà disciplina organizzativa. Al contrario lotta aperta tra concezioni divergenti per arrivare all’unità sulle posizioni rivoluzionarie più avanzate e più giuste. Il partito deve promuovere il confronto, il dibattito e la verifica. Una direzione che soffoca i contrasti, che li teme, che non promuove il dibattito e la verifica non è una buona direzione.

 Ma i contrasti di idee non sono solo un mezzo per ricercare la verità, sono anche espressioni di interessi contrastanti. Le divergenze di concezioni e di linee nel partito non sono solo il risultato del procedere delle conoscenze (contrasto tra verità ed errore) e del presentarsi di nuove situazioni (contrasto tra nuovo e vecchio, tra avanzato e arretrato). Esse sono anche il risultato della lotta tra la classe operaia che avanza verso il socialismo e la borghesia che cerca di perpetuare più a lungo possibile il vecchio mondo, sono il riflesso degli interessi antagonisti delle due classi in lotta per il potere. Le idee sono un’arma nella lotta. Una volta diventate patrimonio delle masse, le idee sono una forza materiale che trasforma il mondo. Un orientamento sbagliato porta il partito comunista alla sconfitta, un orientamento giusto lo porta alla vittoria. Quindi la concezione e l’orientamento del partito comunista sono un campo della lotta tra le due classi, un terreno conteso: proprio perché un partito comunista con un orientamento sufficientemente giusto è invincibile, come l’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria ha dimostrato. Per sconfiggere la rivoluzione, la borghesia deve anzitutto impadronirsi del partito comunista e deviarlo. Per impedire la rivoluzione, la borghesia deve impedire la formazione di un partito comunista capace di darsi un orientamento sufficientemente giusto. Per questo concezioni già battute teoricamente, si ripresentano ripetutamente nel partito, sotto forme appena mutate e a volte nelle stesse vecchie forme. Per questo la borghesia cerca con ogni mezzo di influenzare le idee dei membri del partito. La borghesia imperialista cerca con ogni mezzo e in ogni modo di approfittare di ogni divergenza che inevitabilmente si sviluppa nelle fila del partito, di contattare i dissidenti, di sostenerli in ogni modo (il fascismo pubblicò l’opera di Trotski, Storia della rivoluzione russa ), anche solo strumentalmente (cioè senza condividere le loro tesi, ma per rendere antagoniste le divergenze nel nostro partito), fa leva sull’individualismo (sul carrierismo, sulla presunzione, sulla ricerca di gloria e di danaro, sul desiderio di rivalsa) approfittando del fatto che nella società borghese l’individuo può avere in tutti questi terreni uno sviluppo che nel partito non ha. La borghesia fa leva sulle divergenze che è fisiologico si sviluppino nel partito. Inoltre la borghesia fa leva su ogni arretratezza delle masse popolari che ovviamente in parte si prolunga nel partito. La soggezione ideologica e morale delle classi oppresse alla classe dominante è connaturata alla società di classe ("la cultura dominante è la cultura della classe dominante"): quindi, finché esisterà, la borghesia avrà una certa influenza sulle masse popolari e attraverso esse nel partito. Non esistono “muraglie cinesi” tra le classi e l’influenza attraversa ogni barriera.

I tentativi di impedire l’influenza della borghesia unicamente o principalmente con misure disciplinari, soffocando le divergenze, mantenendo le divergenze entro cerchie ristrette dei dirigenti del partito e mostrando all’esterno un muro compatto, con le commissioni di controllo, alla lunga si sono dimostrati fallimentari. I tentativi di assicurare la coesione ideologica e politica del partito tramite la disciplina organizzativa o falliscono o portano il partito alla sclerosi e prima o poi alla disintegrazione. La borghesia ha individuato e sfruttato le divergenze nel partito anche quando queste erano vietate e quindi segrete (la storia del PCI e di altri partiti comunisti presenta molti casi del genere). Il divieto ha favorito la trasformazione delle divergenze in cospirazione. Nella maggior parte dei partiti comunisti della prima Internazionale Comunista la borghesia si è impadronita della direzione del partito e a quel punto ha avuto il gioco facilitato dall’abitudine invalsa nel partito di soffocare le divergenze o mantenerle in cerchie ristrette di dirigenti e ha imposto con misure disciplinari la sua linea al partito fino a corromperlo e provocarne la disgregazione. La sinistra è stata paralizzata dal rifiuto dogmatico della lotta tra le due linee nel partito.

È inevitabile che nel partito comunista la contraddizione di classe (l’influenza della borghesia e la lotta contro di essa) si combini con la contraddizione tra il vero e il falso e con la contraddizione tra l’avanzato e l’arretrato (il nuovo e il vecchio). Ma non c’è altro modo per trattare queste contraddizioni che il dibattito aperto, la lotta ideologica attiva, la ricerca e la verifica nella pratica. Agire altrimenti vuol dire impedire lo sviluppo del partito, impedire che svolga il suo compito e aprire canali maggiori all’influenza della borghesia.

Dobbiamo combattere l’infiltrazione della borghesia e la sua influenza nelle nostre fila con una serie di strumenti:  l’impegno d’onore dei membri del partito e di ogni sua struttura a rispettare e favorire la discussione e la verifica delle idee e a non accettare appoggi (strumentali o no) della borghesia a singoli esponenti o gruppi d’opinione (riviste, circoli, centri di studio, ecc.) del partito; la lotta politica e ideologica aperta; la lotta di massa contro spie, infiltrati, agenti di collegamento, ecc. Ma assolutamente non vietando in generale o anche solo scoraggiando l’espressione delle idee e la loro aperta discussione, che anzi dobbiamo favorire con iniziative e misure appropriate. Il partito ha bisogno di avere una conoscenza molto sviluppata. Se non si pratica una linea consapevolmente e a ragion veduta, si pratica una linea inconsapevolmente e allora sia l’arretratezza sia l’influenza della borghesia hanno un terreno favorevole. La sinistra, se conduce una battaglia giusta, può sempre avvalersi dell’esperienza di classe dei membri del partito e prevalere.

Non ci liberiamo dall’influenza della borghesia eliminando la discussione aperta tra noi e vietando per via di statuto il dissenso. Solo la lotta tra le due linee assicura la coesione ideologica e politica. Quanto più il partito è consapevole che l’influenza della borghesia nelle sue fila è inevitabile, quanto più il partito è allenato a individuare la matrice di classe delle idee e a ricercare per ogni idea di quale classe essa rispecchia gli interessi e il modo di operare, tanto più il partito è in grado di respingere l’influenza della borghesia e in questo modo di rafforzare la sua coesione ideologica e politica. Ogni partito deve quindi combinare il principio della lotta tra le due linee col principio del centralismo democratico.

La lotta tra le due linee è sempre esistita nei partiti comunisti. Se percorriamo la storia della Lega dei comunisti (1847-1850) e della Prima Internazionale (1864-1872), possiamo ricostruire la successione di lotte tra linee che ne hanno segnato lo sviluppo. Nella Seconda Internazionale le lotte tra linee sono state numerose, ma condotte senza coscienza del carattere di classe delle linee in lotta (come se le idee fossero al di sopra delle classi) e con spirito conciliatore. La storia del partito di Lenin è una successione di lotte tra due linee: la Storia del partito comunista (bolscevico) dell’URSS stesa da Stalin (1938) le illustra in maniera brillante. Lenin e Stalin sono stati maestri nel ricercare il significato di classe delle concezioni e delle linee che si scontravano nel partito. Tuttavia nella IC non era riconosciuta la legge dell’inevitabilità della lotta tra due linee nel partito e i tentativi di tenere lontana l’influenza della borghesia con misure disciplinari ebbero largo corso. Essi hanno intralciato lo sviluppo di vari partiti e in definitiva non hanno impedito l’influenza della borghesia. I portatori dell’influenza della borghesia nei partiti comunisti si sono spesso alleati ai dogmatici nel sostenere che nel partito l’influenza della borghesia era stata eliminata al cento per cento e per sempre, definitivamente. Così potevano condurre in condizioni più favorevoli il loro lavoro di distruzione.

Mao Tse-tung ha sviluppato abbastanza dettagliatamente la concezione della lotta tra le due linee nel partito. Anche per questo aspetto è indispensabile che i nuovi partiti comunisti assimilino il maoismo e siano marxisti-leninisti-maoisti.

 

A conclusione di questa illustrazione dei cinque apporti di Mao Tse-tung al pensiero comunista più importanti per il nostro orientamento in questa fase, ritengo utile ricordare, benché sia ovvio, che lo studio del maoismo, e in generale lo studio del marxismo-leninismo-maoismo, non basta di per sé a fare un comunista, come lo studio di un manuale di chimica, anche di un ottimo manuale, non basta a fare un chimico di successo. Lo studio del maoismo servirà a chi cerca una via per la rivoluzione socialista, supponendo la capacità di assimilarlo e di applicarlo alla pratica e alle caratteristiche specifiche del movimento rivoluzionario del nostro paese.

 

 

 Il sesto grande apporto del maoismo al patrimonio del movimento comunista

La Voce n. 41 - luglio 2012 - anno XIV

 

L’esperienza attuale e il bilancio dell’esperienza passata ci hanno fatto capire che, accanto ai cinque grandi apporti del maoismo al pensiero comunista indicati in La Voce n. 10 (marzo 2002) - L’ottava discriminante, dobbiamo annoverarne un sesto e metterlo pienamente in luce.(23)

Questo apporto consiste nell’insegnamento che il Partito comunista non è solo soggetto (promotore e dirigente) della rivoluzione socialista, ma anche oggetto della rivoluzione socialista; che ogni suo membro è non solo soggetto ma anche oggetto della rivoluzione socialista. Chi aderisce al Partito comunista deve essere disposto a trasformarsi, a seguire sotto la direzione del Partito un processo di Critica-Autocritica-Trasformazione (CAT). Il processo consiste nell’assimilare la concezione comunista del mondo e imparare ad applicarla e trasformare il più possibile la propria mentalità e personalità onde dare alla rivoluzione il massimo contributo di cui il compagno sarà capace.

 

Tra l’adesione al Partito nell’ambito del marxismo-leninismo (quindi nei partiti della prima Internazionale Comunista) e l’adesione al Partito nell’ambito del marxismo-leninismo-maoismo, cioè oggi, vi è un salto. Nella prassi e ancora più nella concezione della prima Internazionale Comunista, un compagno aderiva al Partito e si impegnava a dare (e di regola dava) “il massimo contributo di cui è capace stante quello che lui è”. Il principio era: “Mi arruolo nel Partito e faccio con generosità tutto quello che sono capace di fare, meglio che sono capace di fare stante quello che io sono, la formazione fisico-sociale che sono e le condizioni in cui vivo”.

Questo non basta. Nei Partiti della prima Internazionale Comunista hanno potuto, senza infrangere la disciplina e le regole del Partito, restare e anche acquisire posizione dirigente individui come Giorgio Napolitano, l’attuale presidente della Repubblica Pontificia (entrato nel PCI subito dopo la fine della II Guerra Mondiale). Ma il discorso vale anche per dirigenti che non sono arrivati al suo livello di degenerazione e depravazione. Basti pensare a Giorgio Amendola (mentore di G. Napolitano), a Enrico Berlinguer ed altri. Ancora più istruttivo è pensare ai milioni di compagni che hanno dato generosamente tutto quello che erano capaci di dare senza che con questo il PCI arrivasse a instaurare il socialismo. Da questo abbiamo imparato che un compagno che aderisce al Partito, deve essere disposto a trasformarsi per diventare capace di dare “il massimo contributo a cui può arrivare”.

Ogni individuo è quello che è, ma è anche quello che non è ancora, ma che può arrivare a essere trasformando la sua concezione del mondo, la sua mentalità e in qualche misura anche la sua personalità, cioè facendosi oggetto della rivoluzione e non solo soggetto. Questo è materialismo dialettico.

Ogni individuo è una formazione (uso il termine nel senso con cui compare nell’espressione che un terreno o una roccia è una formazione geologica) fisico-sociale, con una componente fisica, chimica, biologica che si sviluppano secondo loro proprie leggi e una componente spirituale - psicologica, intellettuale, ecc. - che anch’essa si sviluppa secondo sue proprie leggi, combinate come in un calcolatore sono combinati lo hard e il soft. Quando aderisce al Partito, si ritrova con una concezione del mondo, una mentalità e una personalità. Ha margini notevoli, importanti, non sappiamo quanto  grandi di trasformazione. Bisogna metterli in opera, valorizzarli.

Noi dobbiamo trasformarci per imparare a fare la rivoluzione: “diventare un comunista migliore di quello che è al momento dell’adesione, diventare più capace di combattere la borghesia e il clero e di fare la rivoluzione”.

Di fatto la trasformazione già in qualche misura si faceva anche nel passato, nel movimento comunista cosciente e organizzato: i suoi membri si trasformavano. Facevano di più e meglio perché di fatto si trasformavano grazie alla pratica in cui venivano coinvolti (in cui il Partito li coinvolgeva e in sui si coinvolgevano) e la formazione che ricevevano. Ma la trasformazione non veniva perseguita in modo consapevole, organizzato, sistematico, universale,  ricavando dall’esperienza una scienza della trasformazione (analogamente a come il partito comunista russo ha fatto la Guerra Popolare Rivoluzionaria, ma non l’ha condotta in modo consapevole, organizzato, sistematico, universale, ricavando dalla sua esperienza una scienza della strategia universale della rivoluzione socialista). Anche in questo campo la pratica precede la teoria: prima facciamo una cosa e poi ne prendiamo coscienza e grazie alla coscienza la facciamo a un livello superiore. Ci siamo resi conto che in questa lacuna vi era un fattore di debolezza. Bisognava andare più avanti. Lo facciamo e impariamo a farlo.

Dobbiamo infondere in chi si arruola per adesione identitaria, perché riconosce nel Partito comunista l’avanguardia della lotta che vuole condurre, uno spirito superiore: la volontà di imparare a fare la rivoluzione, la volontà di diventare un comunista migliore di quello che è, la volontà di trasformarsi e diventare più capace di combattere la borghesia e il clero e di mobilitare le masse popolari, la convinzione di essere capace di trasformarsi e migliorare.

Questa formulazione chiara e netta dei nostri compiti è una nuova nostra conquista. Come lo è la formulazione chiara del ruolo della Rivoluzione d’Ottobre e della prima ondata della rivoluzione proletaria nel definire il decorso che concretamente ha avuto la prima crisi generale del sistema imperialista mondiale.

Ogni membro del Partito è soggetto della rivoluzione socialista in base a quello che è (la concezione del mondo, la mentalità e la personalità che si ritrova ad avere), ma è anche oggetto della rivoluzione: è disposto, (non rifiuta a priori), desidera, vuole, è deciso a trasformarsi nella pratica della rivoluzione e con la scuola del Partito (i corsi di formazione ideologica e i corsi di formazione al lavoro politico). Con quale percorso, in quali aspetti, in che ordine di successione, con quali tempi, attraverso quali pratiche e quali corsi: questo lo deve decidere il Partito.

Noi a un compagno che vuole aderire al Partito, chiediamo di essere disposto a trasformarsi. Il compagno quindi è accettato nel Partito per quello che è e per la sua disponibilità a trasformarsi. Un compagno non viene estromesso dal Partito per i suoi errori e difetti (limiti): i primi sono in qualche misura inevitabili e si correggono, i secondi si superano. Un compagno viene estromesso dal partito se non è disposto a trasformarsi.

Fissato questo, dobbiamo capire che per progettare e dirigere la rivoluzione (la trasformazione che l’umanità deve e può compiere), bisogna assimilare e applicare il marxismo-leninismo-maoismo. Per partecipare alla rivoluzione e combattere, basta essere decisi a farla finita con l’oppressione e lo sfruttamento che la borghesia imperialista e il clero impongono alle masse popolari e con la devastazione e il saccheggio del pianeta che essi per i propri interessi fanno compiere all’umanità.

Noi quindi non chiediamo ad ogni individuo delle masse popolari di sottoporsi a un processo di trasformazione. Gli chiediamo di combattere e partecipare alla rivoluzione, anche se vi partecipa per motivi e nei modi che derivano dalla sua concezione ancora borghese del mondo, dal senso comune che si trova ad avere acquisito: senso comune e concezione borghese che (a differenza della concezione clericale e feudale in cui il servire il proprio signore è un valore importante e sacrificarsi per lui è una virtù) in un membro delle classi oppresse implicano la ribellione e la lotta per vendere la propria forza-lavoro al prezzo più alto, per acquisire diritti e far valere i propri interessi. Conducendo la rivoluzione gli facciamo scuola di comunismo (intesa nel senso ampio indicato in MP nota 30, pagg. 262-263).

Nella nostra opera di promozione, progettazione e direzione della rivoluzione socialista dobbiamo distinguere questi  due livelli. I comunisti sono avanguardia delle masse popolari, non sono come le masse popolari. La Guerra Popolare Rivoluzionaria è fatta dalle masse popolari, ma è promossa e diretta dai comunisti.

Per noi comunisti italiani il sesto grande apporto del maoismo al patrimonio teorico del movimento comunista trova un’importante conferma e un arricchimento nell’elaborazione di Antonio Gramsci. Il reale fondatore del primo PCI nel carcere, dove i fascisti lo opprimevano al punto da condurlo a morte prematura, elaborò l’esperienza del movimento comunista italiano e internazionale. Tra gli altri grandi apporti che dobbiamo alla sua elaborazione, vi è anche quello relativo al senso comune, alla concezione del mondo (filosofia) con cui ognuno si ritrova e alla trasformazione a cui  ogni comunista deve sottoporre questa concezione.(24) Rimando a un prossimo articolo l’esposizione dell’apporto di Antonio Gramsci in questo campo.

Mao Tse-tung e Antonio Gramsci in questo come in altri campi ci danno grandi e luminosi insegnamenti. Approfittiamone per condurre meglio e più celermente la nostra lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista e contribuire così alla seconda ondata della rivoluzione proletaria che avanza in tutto il mondo.

 

Nicola P.

 

 

 

 

 NOTE

 

1. Stalin, Principi del leninismo (1924), Introduzione.

 

2. Simili “maoisti” sono una razza fiorita soprattutto negli anni ‘70, ma non ancora estinta. In essa, sull’onda dell’entusiasmo per il socialismo che in quegli anni pervase vari strati e classi, sono confluiti, oltre a comunisti entusiasti ma un po’ ingenui, anche persone (in particolare provenienti dal mondo cattolico e dalle università) prive di legami col vecchio movimento comunista e persino veri e propri attivi oppositori del vecchio movimento comunista e antisovietici (membri di gruppi socialisti come quello dei Quaderni Rossi , intellettuali e studenti formatisi in ambienti di destra come ad esempio Gioventù Studentesca (GS) e Giovani Lavoratori (GL) di don Giussani, ecc.). Indico questa discriminante perché non sono mancati e non mancheranno, tra chi si oppone al marxismo-leninismo-maoismo, persone che, in buona o cattiva fede, anziché affrontare le argomentazioni qui esposte, abbracciano l’espediente polemico di riferirsi alle parole di quei “maoisti” e insorgono contro “il tentativo dei maoisti di rinnegare o rivedere il marxismo-leninismo”. Da simili espedienti metto in guardia i lettori.

 

3. È probabile che le perplessità di alcuni lettori non siano tutte sciolte dalle argomentazioni svolte in questo articolo. Ciò è comprensibile. Il valore di una concezione in definitiva lo si verifica mettendola alla prova della pratica, applicandola. Alle argomentazioni qui esposte è facile contrapporre l’obiezione che “tuttavia i seguaci di Mao non sono riusciti a impedire l’avvento dei revisionisti nemmeno nel Partito comunista cinese”. A questa obiezione, se si occupassero seriamente della teoria, effettivamente dovrebbero dare una risposta quelli che (come ad es. Rossoperaio) proclamano che il maoismo è la terza superiore tappa del pensiero comunista e contemporaneamente sostengono che paesi coloniali o semicoloniali possono svolgere il ruolo di centro della rivoluzione proletaria e quindi rifiutano la semplice verità che, nonostante il maoismo, la RPC non era in grado di essere il centro mondiale della rivoluzione mondiale.

Invito quindi i lettori a “fare la prova della pratica” e rispondere essi stessi alle seguenti tre domande. 1. Come mai in una certa fase il revisionismo moderno ha preso la direzione di quasi tutti i partiti comunisti creati dalla prima IC e li ha corrosi fino a trasformarli nel loro contrario (in promotori della restaurazione pacifica e graduale del capitalismo) e a distruggerli? 2. Quali sono stati i limiti della sinistra di questi partiti comunisti per cui essa non è riuscita a impedire il successo del revisionismo moderno? 3. Quali sono i principali insegnamenti che essi traggono dall’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e di cui dobbiamo far tesoro nella ricostruzione dei partiti comunisti e nella preparazione, promozione e direzione della seconda ondata della rivoluzione proletaria?

Chi cercherà di rispondere a queste tre domande, ed è evidente che chiunque vuole avere un ruolo d’avanguardia nella ricostruzione del partito comunista deve rispondervi, troverà nel maoismo la guida per arrivare a risposte feconde. E con ciò verificherà che il maoismo è la terza superiore tappa del pensiero comunista.

 

4. Per una rassegna più vasta degli apporti di Mao al pensiero comunista si vedano le seguenti tre fonti.

- L’articolo Per il marxismo-leninismo-maoismo. Per il maoismo , in Rapporti Sociali n. 9/10 pag. 7 e segg. (settembre 1991). In esso sono illustrati 10 contributi di Mao relativi ai seguenti temi: l’analisi delle classi in cui è divisa la società, la situazione rivoluzionaria in sviluppo, la teoria della conoscenza e lo stile di lavoro del partito, i metodi di direzione del partito comunista nella guerra rivoluzionaria, l’atteggiamento verso il nemico, il popolo come campo delle forze non ostili alla rivoluzione, la società socialista, il revisionismo moderno nei paesi socialisti, il revisionismo moderno nei paesi imperialisti, il materialismo dialettico.

- L’opuscolo Sul maoismo, terza tappa del pensiero comunista , Edizioni Rapporti Sociali (1993). In esso sono illustrati in dettaglio 5 contributi (la teoria del processo rivoluzionario come teoria della contraddizione quale forza motrice del processo, la lotta di classe nella società socialista, la situazione rivoluzionaria in sviluppo, il fronte unito delle classi e dei popoli rivoluzionari, la linea di massa come metodo principale di lavoro e di direzione del partito comunista) e sono indicati 17 altri contributi e precisamente: 2 nel campo della filosofia (teoria delle contraddizione e teoria della conoscenza), 3 nel campo dell’economia politica (capitalismo burocratico, paesi semicoloniali e semifeudali, economia politica del socialismo) e 12 nel campo del socialismo (analisi delle classi nella società borghese, situazione rivoluzionaria in sviluppo, rivoluzioni di nuova democrazia, fronte unito delle classi rivoluzionarie sotto la direzione della classe operaia, distinzione tra contraddizione tra noi e il nemico e contraddizioni in seno al popolo [contraddizioni antagoniste e contraddizioni non antagoniste], la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata come forma universale della rivoluzione proletaria, la teoria militare del proletariato, la lotta tra le due linee come legge dello sviluppo del partito comunista, la linea di massa come principale metodo di lavoro e di direzione del partito comunista, la teoria della lotta tra le classi nel socialismo e l’analisi delle classi nella società socialista [dove è la borghesia nei paesi socialisti: i tre aspetti dei rapporti di produzione, il secondo aspetto e lo Stato], le fonti del revisionismo moderno, la rivoluzione culturale proletaria).

- Le Opere di Mao Tse-tung , Edizioni Rapporti Sociali (1991-1994), 25 volumi, disponibili anche su CD.

 

5. Qui intendo la spontaneità non lo spontaneismo. La prima è la positiva condizione iniziale, di crescita: ogni individuo prima fa grosso modo quello che altri già fanno e poi incomincia a pensare come può fare meglio quello che già sta facendo e cosa può fare di meglio. Allora esce dalla spontaneità e incomincia sempre più ad agire consapevolmente e a ragion veduta. Invece lo spontaneismo è sia la teoria in base alla quale bisogna restare allo stadio primitivo (fare quello che si è abituati a fare, quello che capita di fare, non elaborare una scienza nel campo in cui si opera, non cercare di prevedere le circostanze della lotta, di tracciare piani, di fare progetti, di creare condizioni più adeguate, di stringere alleanze, di trovare le vie più convenienti, ecc.), sia il comportamento di chi non vuole riflettere, non vuole impiegare materia grigia nella lotta, ma solo fare.

 

6. CARC, F. Engels. 10, 100, 1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista, 1995 pag. 14.

 

7. Nella lettera dell’8 marzo 1895 a Richard Fischer, in cui difende la sua Introduzione a Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 dalla censura legalitaria dei dirigenti del partito in Germania, Engels scrive: “Se voi non volete far capire a quelli del governo che noi aspettiamo [a scatenare una rivoluzione] solo perché non siamo ancora abbastanza forti da farcela da soli e perché l’esercito non è ancora radicalmente infettato [dalle nostre idee], allora, cari miei, perché vi vantate ogni giorno sui giornali dei progressi giganteschi e dei successi del partito? Costoro sanno bene quanto noi che stiamo marciando con forza verso la vittoria, che fra qualche anno non potranno più opporci resistenza ed è per questo che vogliono farci fuori ora, solo che non sanno come farlo. I nostri discorsi non possono cambiare niente. Essi sanno queste cose non meno bene di noi e altrettanto bene sanno che noi, una volta preso il potere, lo useremo come serve a noi e non a loro. ... Legalità fin quando e nella misura in cui ci conviene, ma nessuna ’legalità ad ogni costo’, neanche a parole” (F. Engels, Opere complete vol. 50).

 

8. L’articolo L’attività della prima Internazionale Comunista in Europa e il maoismo di questo fascicolo è un necessario complemento di questo articolo.

 

9. La sottovalutazione delle potenzialità rivoluzionarie della classe operaia, del proletariato e delle masse popolari dei paesi imperialisti permea la concezione di varie FSRS. Un esempio sono le posizioni espresse da Il futuro (organo dell’area MPA, ora ANA) secondo cui la classe operaia dei paesi imperialisti, in forza delle conquiste che ha strappato, costituirebbe una enorme  aristocrazia operaia (v. Rapporti Sociali n. 23/24 Anzitutto facciamo pulizia nella nostra testa!). Un altro esempio è la posizione di Rossoperaio (vedi il Comunicato Opponiamo alla “guerra globale” dell’imperialismo la guerra popolare fino al comunismo pubblicato in Rossoperaio n. 12, ottobre 2001) che, analizzando gli attentati di martedì 11 settembre a Washington e New York e i loro effetti, non vede tra i bersagli dei gruppi imperialisti proprio le masse popolari dei paesi imperialisti. Questa posizione si intreccia con la tesi che la contraddizione principale oggi nel mondo è quella tra paesi oppressi e paesi imperialisti. Tesi inconciliabile, per chi rifletta a fondo sulle questioni, con la tesi che il maoismo è la terza superiore tappa del pensiero comunista, che Rossoperaio dice di condividere.

Queste concezioni sono empiriste nel senso preciso che si basano su quante lotte e che tipo di lotte oggi la classe operaia dei paesi imperialisti conduce, senza illuminare anche questi dati con una teoria che ne spiega l’origine e ne mostra lo stato contraddittorio e quindi indica come agire a partire da essi e dalle potenzialità in essi racchiuse.

 

10. In proposito vedasi Sulla forma della rivoluzione proletaria in La Voce n. 1, pag. 23 e segg. A questa conclusione è arrivato anche il PCE(r) nel suo bilancio della storia della sezione spagnola della IC. Questo bilancio è stato pubblicato in Italia dalle Edizioni Rapporti Sociali col titolo La guerra di Spagna, il PCE e l’Internazionale Comunista (1997).

 

11. I militaristi sostengono che la lotta per gli interessi particolari e immediati allontana (devia) le masse dalla rivoluzione. Noi comunisti sosteniamo invece 1. che nel corso della crisi generale del capitalismo di regola la borghesia imperialista lede gli interessi particolari e immediati di tutte le classi delle masse popolari, sia pure in misura e in tempi diversi e 2. che la classe operaia deve mobilitare, promuovere, appoggiare e dirigere ogni gruppo e classe delle masse popolari perché lotti anche per i suoi specifici particolari immediati interessi contro la borghesia imperialista perché proprio questa lotta può mobilitare su grande scala anche gli strati più arretrati delle masse e farli confluire nella lotta diretta dai comunisti e volta alla instaurazione della dittatura del proletariato. Se il partito non assolve a questo compito, lascia la strada aperta alla mobilitazione reazionaria delle masse.

 

12. Non si tratta principalmente di portare gli operai a condividere le idee della loro avanguardia comunista e a proclamare gli stessi suoi obiettivi. Si tratta principalmente di portare gli operai a lottare per gli obiettivi e secondo le linee indicati dalla sua avanguardia.

 

13. È sbagliata la tesi sostenuta da alcune forze soggettive secondo cui se le masse sono radicalizzate, allora c’è lavoro per noi comunisti; se invece le masse non sono radicalizzate, noi comunisti dobbiamo segnare il passo.

 

14. Sono le circostanze che decidono quale dei due opposti, l’unità o la lotta, è in ogni momento principale. Il partito può dirigere sia le forze sue alleate sia le forze che gli sono ostili, se conosce le leggi delle contraddizioni oggettive a cui le forze ostili per loro natura sottostanno. Mao ha più volte illustrato come il partito comunista ha portato gli eserciti ostili a cacciarsi nella trappola.

 

15. La tesi che i paesi coloniali e semicoloniali hanno avuto un regresso in assoluto rispetto “al passato” può essere sostenuta solo da chi ignora, occulta o abbellisce le nefandezze dell’economia naturale, delle società schiaviste e feudali e del vecchio colonialismo, oppure generalizza arbitrariamente fenomeni e casi particolari, limitati ad alcune zone, a periodi relativamente brevi, a settori relativamente ristretti.

 

16. Ricordiamo le rivoluzioni in Cina, in Messico, in Persia, in Afghanistan, in Turchia, in Sudan e in altri paesi coloniali e semicoloniali che all’inizio del secolo XX hanno contribuito a preparare la prima ondata della rivoluzione proletaria.

 

17. Rapporto sulla questione russa fatto il 7 dicembre da Stalin alla VIIa Riunione plenaria dell’Esecutivo allargato della IC (novembre-dicembre 1926).

 

18. Rapporti Sociali n. 11 (novembre 1991), Sull’esperienza storica dei paesi socialisti .

 

19. SN dei CARC, Progetto di Manifesto Programma , pag. 45 e segg.

 

20. Rapporti Sociali n. 8 (novembre 1990), La restaurazione del capitalismo in Unione Sovietica.

 

21. L’importanza di questo allarme lanciato da Mao risalta ancora più se si ha presente che invece Henver Hoxa, nonostante la tenace difesa delle posizioni rivoluzionarie che egli condusse contro i revisionisti moderni, non ha mostrato di avere, nemmeno agli inizi degli anni ’80, alcun sentore del rovesciamento che si preparava in Albania.

 

22. Rapporti Sociali n. 11 (novembre 1991), Linea di massa e teoria marxista della conoscenza e Rapporti Sociali n. 12/13 (novembre 1992), La linea di massa.

23. I cinque grandi apporti illustrati in La Voce n. 10 (marzo 2002) - L’ottava discriminante sono:

- la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, strategia universale della rivoluzione socialista;

- la rivoluzione di nuova democrazia nei paesi semifeudali, componente della rivoluzione proletaria;

- la lotta di classe nella società socialista, mezzo indispensabile per condurre avanti la transizione al comunismo;

- la linea di massa, principale metodo di lavoro e di direzione del Partito verso le masse popolari;

- la lotta tra le due linee nel Partito, principio per lo sviluppo del Partito e la sua difesa dall’influenza della borghesia.

 

24. Per l’elaborazione di A. Gramsci su questo tema, rimando a Quaderni del carcere Einaudi tascabili 2001, vol. II pag. 1375 e segg., Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura. Il testo è riportato anche in Antonio Gramsci, Sulla filosofia e i suoi argomenti Edizioni Rapporti Sociali 2007, pag. 8 e segg.