Il primo governo operaio e l’emancipazione delle donne
Prima parte

Rapporti Sociali n. 25 - giugno 2000 (versione Open Office / versione MSWord )

 

1. La Comune di Parigi non nasce dal nulla.

Il lavoro preparatorio dell’Associazione Internazionale degli Operai.

"La Rivoluzione si sveglia! A cosa servivano i drammi? Il vero dramma era nella strada. A cosa servivano le orchestre? Noi avevamo le trombe e i cannoni”.

A seguito della legge Le Chapelier del 1791 per cui i lavoratori non avevano diritto né di associazione né di sciopero, si formano delle società segrete, delle società di mutuo soccorso, insignificanti in apparenza ma che creano dei legami e sostengono le lotte. La creazione a Londra nel 1864 dell’Associazione Internazionale degli Operai (AIO) accelera questi legami come pure la solidarietà e dunque la capacità di resistenza degli operai. Sezioni dell’AIO si formano un po’ dappertutto in Francia, in Europa e anche negli Stati Uniti. A Parigi gli Internazionalisti (gli aderenti all’AIO) conducono un’azione intensa di divulgazione, di federazione di tutte le società operaie, rompendo l’isolamento corporativo e creando così un forte fronte di lotta. Fra i militanti più attivi si trovano Eugène Varlin, operaio rilegatore, e una donna, anche lei operaia rilegatrice, Nathalie Lemel. L’AIO insiste sulla necessità di raggrupparsi, di creare contatti fra le varie professioni, fra le varie regioni, per essere più forti; dà sostegno agli scioperi sempre più numerosi, negli ultimi tempi dell’Impero, in tutti i settori in Francia e all’estero; appoggia la creazione di cooperative, di ristoranti operai, che costituiscono anche luoghi di incontro e di discussione.

“La libertà passava sul mondo, l’Internazionale era la sua voce che gridava al di sopra delle frontiere le rivendicazioni dei diseredati”.

Nelle strade di Parigi c’è movimento: scioperi nelle officine, manifestazioni, caricature o strofe satiriche vendute sotto banco, ritornelli ironici che i ragazzini operai canticchiavano. Naturalmente le azioni non si svolgono impunemente sotto lo sguardo della polizia imperiale. La sezione parigina dell’AIO subisce ben tre processi consecutivi (fra maggio e giugno 1870) con conseguenti pene di prigione; ma con la tranquilla audacia e la collera di coloro che non hanno niente da perdere se non le loro catene, i militanti dell’AIO riformano immediatamente una nuova sezione e reclutano nuovi militanti. Le sale d’udienza del tribunale vengono usate come tribuna per delle vere requisitorie su questa società, basata sull’ineguaglianza e la corruzione, causa di malattia, a volte di morte per quegli stessi che producevano le ricchezze del paese. Durante uno di questi processi, in cui ci sono 38 accusati, Leo Frankel, un giovane operaio ungherese, afferma: “L’AIO non ha come scopo un aumento del salario dei lavoratori, ma l’abolizione del salariato. (...) L’unione dei proletari di tutti i paesi è un fatto compiuto, nessuna forza può ormai dividerli”. Varlin, all’epoca del secondo processo all’AIO, lancia in faccia ai giudici le sue accuse: ’Mancano braccia per il necessario, ma l’inutile superfluo abbonda; mentre milioni di bambini poveri non hanno un vestito, si esibiscono in bella mostra scialli con prezzi altissimi, che sono costati più di diecimila giornate di lavoro”.

È ben l’espressione di un nuovo potere, il potere dei lavoratori di fronte a quello della borghesia.

In tutto questo movimento Louise Michel non si tira indietro. Anzi. È molto attiva nelle riunioni e nelle iniziative concrete: incolla manifesti la notte e, sempre ironica, un giorno ne incolla uno sulla schiena di un sergente.

La lotta operaia continua: è nel feudo del presidente del corpo legislativo, lo zar di Le Creusot (Francia centrale) Eugène Schneider, che si manifesta la resistenza dei lavoratori metallurgici. Cosa? Questa gente così pacifica, ignorante, anestetizzata dalle prediche domenicali, questi “figlioli” di cui si occupa così paternamente, si permettono di smettere di  lavorare e questo perché tre dei loro delegati sono stati licenziati?

Suvvia, la sola vista di qualche baionetta farà rientrare tutto al suo posto.

Quindi Schneider concentra 3.000 soldati esigendo la ripresa del lavoro il più presto possibile.

Nuovo stupore. Solo 123 operai su 10.000 entrano a lavorare. E La Marsigliese, questo dannato giornale di rossi, lancia una sottoscrizione in favore degli scioperanti e pubblica un lungo manifesto della sezione parigina dell’AIO con un’analisi precisa e denunciatrice del sistema capitalista. Il potere spalleggia il padronato di Le Creusot e arresta due redattori responsabili del giornale (che saranno rilasciati due settimane più tardi, senza essere incolpati).

Questi fatti non scoraggiano i lavoratori. Anzi. Le riunioni continuano.

A Le Creusot, dopo i metallurgici entrano in sciopero i minatori. Di nuovo Schneider chiama la truppa. Le donne dei minatori scendono in campo, impediscono ai crumiri di scendere nei pozzi, di spezzare lo sciopero. Vanno a parlare e a discutere con i soldati, cercano di convincerli che anche loro sono vittime del despotismo.

Da una lettera di Paul Lafargue a Karl Marx del 20 aprile ’70, dopo un’assemblea dell’AIO tenuta due giorni prima: “In questa assemblea scaturiva forte il bisogno di centralizzazione che tutti i membri sentivano e la coscienza netta e precisa che la classe operaia aveva della sua individualità come classe e del suo antagonismo contro la borghesia. Voi sareste stato contento di assistere a questa manifestazione, voi il cavaliere della lotta di classe”.

2. Dalle classi in decomposizione della vecchia società feudale alla scuola della classe operaia della nuova, per allora, società borghese.

Una storia individuale che confluisce nel fiume della storia delle masse popolari.

Louise Michel (LM) nasce il 29 maggio 1830 in un piccolo castello della Haute-Marne (nord-est della Francia), a Vroncourt. LM può vivere l’infanzia e l’adolescenza in piena libertà: gioca, corre, si arrampica sugli alberi, raccoglie degli animali, gatti, uccelli, lepri; vive a contatto diretto con gli elementi naturali: questo la prepara a non avere paura e anzi ad avere slancio per tutto ciò che vive. Sul piano spirituale a Vroncourt può aprirsi a tutte le curiosità: al castello si amano i libri, la musica, la poesia, si parla della Rivoluzione, ancora fresca nella memoria. La sera, durante le veglie, si legge Molière o Voltaire, si discute di Rousseau oppure si improvvisa un concerto: Louise si mette al piano o prende una chitarra. Appare strano che in un periodo storico di grande rigore morale, soprattutto verso le donne, lei abbia potuto ricevere un’educazione tanto moderna. Forse che i castellani di Vroncourt, non considerandola parte della famiglia, si divertivano a vedere crescere questo essere pieno di vitalità e di curiosità? Perché Louise era figlia illegittima: la madre viveva al castello ma come domestica; il padre chi è? Il vecchio castellano? O suo figlio? Non si sa. In ogni caso, la sua educazione non assomiglia all’educazione di una aristocratica o di una borghese, ma piuttosto a quella di un maschio mancato, una selvaggia istruita.

La vita al castello si conclude alla morte dei “nonni”. Louise ha 21 anni e gli eredi legittimi la cacciano dal castello.

Cosa può fare? Operaia? Prostituta?

Per fortuna ha un buon bagaglio culturale e può frequentare un corso per maestre di scuola nella città più vicina, Chaumont, ottenendo il diploma di maestra.

Siamo nel 1851: colpo di Stato di Napoleone III che instaura un regime di censure, di oppressione soprattutto nei riguardi dei pubblici funzionari, obbligati, fra l’altro, a fare giuramento di obbedienza.

Louise, ostile al nuovo regime, repubblicana nell’animo, non può prestare giuramento: quindi apre una piccola scuola libera nel villaggio natale di sua madre.

 

Non è certo un impiego di lusso: il lavoro di oltre dieci ore al giorno le dà un reddito eguale al salario dì un’operaia, cioè giusto il necessario per non morire di fame. (Del resto tutta la vita Louise sarà povera. Quando per caso avrà due soldi  in più o un vestito buono, riuscirà sempre a darlo a qualcuno più povero di lei). Ma la sua piccola scuola di campagna si distingue ben presto per i metodi nuovi di insegnamento: assenza di disciplina rigida, passeggiate in campagna per osservare la natura, raccogliere delle piante, delle pietre e persino degli animali. Naturalmente i suoi allievi l’adorano ma i sostenitori dell’ordine sono inquieti (“Gli amici dell’ordine che degnavano occuparsi di me mi dicevano rossa, cioè repubblicana”): forse che al mattino, invece di far recitare le preghiere, non osa far cantare quel canto proibito, sovversivo, La Marsigliese?

Nel 1856 è a Parigi, è sempre povera, piena di lavoro, ma si sente un po’ più libera. Può accontentare la sua sete di sapere: con altre insegnanti e alcuni allievi la sera frequenta una specie di università popolare, per imparare nozioni di fisica, chimica, e soprattutto algebra, una scienza che l’entusiasma moltissimo, ma che allora era proibita alle donne. Continua a scrivere poesie e racconti che firma Louis Michel, al maschile, per avere più probabilità di essere pubblicata.

Si pone mille domande sui problemi della società: sulla delinquenza, la prostituzione, i mezzi per aiutare i malati mentali a uscire dalla loro notte. A partire da quest’epoca è persuasa che le cose cambieranno, che usciranno dalla presente infanzia dell’umanità, che un giorno tutto sarà diverso. E lei pensa che le donne avranno un ruolo motore in questa trasformazione. “Stia attento il vecchio mondo, lei grida, al giorno in cui le donne diranno: Ne abbiamo abbastanza! Loro, non demorderanno, certo; in loro si è rifugiata la forza, non sono consumate. Attenzione alle donne!"

A Parigi ha fatto la conoscenza di un gruppo di donne che rifiuta il ruolo che la società patriarcale ha loro assegnato; aiuta anche delle giovani operaie a emanciparsi dando loro lezioni di sera o trovando loro un lavoro. Nel 1865 apre la sua scuola a Montmartre.

3. Il socialismo nasce per necessità, per evitare la catastrofe.

1848. I borghesi liberali all’opposizione in parlamento reclamano la riforma elettorale che dovrebbe assicurare il successo al loro partito. Erano costretti in questa lotta contro il governo a fare appello al popolo, cedendo un po’ di spazio agli strati radicali e repubblicani della borghesia e della piccola borghesia. Ma dietro a questi strati stanno gli operai rivoluzionari che dal 1830 hanno acquisito sempre più indipendenza politica, più di quanto i borghesi e gli stessi repubblicani sospettino.

Quando la crisi scoppia fra governo e opposizione, gli operai scendono in lotta nelle strade. Luigi-Filippo sparisce e con lui la riforma elettorale; al suo posto nasce la Repubblica, la Repubblica “sociale”, come gli stessi operai vittoriosi vogliono chiamarla. Perché “sociale”, forse nemmeno loro lo sanno, ma ora gli operai hanno le armi e costituiscono una forza nello Stato.

Una volta tornata la calma, i borghesi repubblicani che si trovano al potere hanno come primo obiettivo di disarmare gli operai: violando la parola data, disprezzando apertamente i proletari, cercando di mettere al bando in una provincia lontana i senza-lavoro, trascinano gli operai nell’insurrezione del giugno ’48. I proletari combattono eroicamente per cinque giorni, ma sono schiacciati e massacrati in una follia vendicatrice di cui la borghesia fa gran mostra, come mai in precedenza.

Ma se il proletariato non può governare la Francia, nemmeno la borghesia lo può, essendo divisa al suo interno da querelle continue fra i quattro partiti che la compongono. Ne approfitta l’avventuriero Luigi Bonaparte (Napoleone III) che si impossessa di tutti i punti chiave dello Stato - esercito, polizia, macchina amministrativa - e il 2 dicembre 1851 fa saltare l’Assemblea nazionale, dando inizio al secondo Impero.

Il secondo Impero si richiama allo sciovinismo francese, rivendica le frontiere del primo Impero perse nel 1814 e non sogna che l’occupazione di nuove terre, di estendersi oltre il Reno; per ottenere ciò è costretto a fare guerre periodiche.

1866. Guerra austro-prussiana. Napoleone III rimane neutrale e ottiene come ricompensa da Bismarck la promessa di una parte dei territori tedeschi.

 1870. Guerra franco-prussiana. Bismarck non mantiene la parola e Napoleone scende in guerra contro la Prussia nel 1870, guerra in cui sarà sconfitto con gravissime perdite e con condizioni pesantissime per la Francia, fra cui l’assedio a Parigi, a Sedan e a Wilhelmshoehe. (F. Engels, Introduzione a La Guerra civile...)

4 settembre 1870. Viene proclamata la Repubblica. La nuova cricca al governo si rivela non essere affatto meglio dei precedenti governanti: ne segue l’occupazione di Parigi, la fame, il freddo, l’ingiustizia, anche se coperte da nuove parole, da nuovi slogan.

LM organizza, nell’ottobre 1870, una marcia di donne in direzione del Municipio di Parigi per protestare contro l’assedio di Strasburgo e contro l’inerzia criminale del governo Thiers. Si allena al tiro nei baracconi delle fiere e partecipa attivamente al Comitato di Vigilanza di Montmartre per dibattere sugli ultimi avvenimenti e organizzare un potere parallelo.

L’inverno 1871 vedrà Louise Michel che cerca di soddisfare i bisogni più urgenti: sfamare gli allievi della sua scuola, procurare il latte ai più piccoli, organizzare nei vari municipi delle piccole officine dove le donne lavorano e dividono il frutto del loro lavoro in modo egualitario, senza passare attraverso padroni e appaltatori.

I Prussiani fanno pressione attorno alle porte di Parigi. Questo porta, come conseguenza, a una penuria dei generi di prima necessità. Certo, i ristoranti continuano a lavorare bene per la gente ricca e continuano anzi ad aumentare i prezzi, ma fuori dei forni le code dei lavoratori si fanno sempre più lunghe. Molti bambini piccoli muoiono per la fame e il freddo. La situazione è sempre più drammatica, ma il governo non alza un dito per la difesa nazionale: i lavoratori prendono allora in mano la situazione, organizzano la resistenza. Le donne sono in prima linea, dappertutto. Come dice Louise Michel “le donne non si domandano se una cosa è possibile, ma se è utile; allora si riesce a compierla”.

Esse creano dei laboratori nei municipi per continuare il lavoro dopo che molti padroni hanno abbandonato le officine e i negozi, per rifugiarsi in provincia, contribuendo in questo modo al sabotaggio dell’economia portato avanti dai borghesi. Con gli uomini mobilitati, prigionieri, le donne devono assolutamente lavorare per mettere qualcosa nella marmitta. E già nei laboratori dei municipi le future comunarde installano nuove abitudini e trovano il modo perché “tutte abbiano un lavoro ugualmente retribuito”. Urge trovare anche del cibo: vengono aperti dei ristoranti popolari, si distribuiscono minestra e pane sotto la direzione di Nathalie Lemel, l’operaia rilegatrice che già aveva fondato nel Secondo impero delle cooperative e dei ristoranti operai come “la Marmitta” e che con la sua dedizione, non si sa come né con che mezzi, era riuscita a impedire che molta gente morisse di fame.

Altro punto debole della situazione: la struttura sanitaria. In questa latitanza da parte delle autorità “repubblicane”, bisognava darsi da fare e improvvisare. Louise Michel, con la sua tranquilla faccia di tolla, con il suo naturale gusto per lo scherzo, gioca sulla paura dei borghesi per dotare di una struttura medica il suo quartiere:

"Un giorno fu deciso che Montmartre doveva avere l’ospedale da campo; allora, con una giovane collega, ci risolvemmo a fondarlo. (...) Non avevamo un soldo, ma avevamo un’idea per raccogliere i soldi. Portammo con noi una guardia nazionale, molto alta di statura, con il fucile con la baionetta innestata e andammo dai ricchi. Cominciammo dalle chiese. La guardia nazionale camminava nel corridoio centrale battendo dei colpi col fucile sul pavimento, mentre noi, una fascia rossa per cintura, percorrevamo i fianchi della navata facendo la colletta: cominciammo dai preti sull’altare. A loro volta i fedeli, bianchi di paura, versavano tremanti la loro moneta nelle nostre borse, qualcuno gentilmente; tutti i preti davano. Poi fu la volta di qualche finanziere ebreo o cristiano, poi delle brave persone, un farmacista del quartiere offrì il materiale. L’ospedale da campo era fatto. Si rise molto al municipio di Montmartre di questa spedizione che nessuno avrebbe incoraggiato se noi ne avessimo parlato prima del successo ottenuto”.

Le iniziative vengono da tutte le parti e questo potere parallelo che ha cominciato a costituirsi sotto l’Impero attorno all’AIO non può che rafforzarsi in questa situazione di crisi e di tradimento da parte dei “repubblicani”. Per difendersi, a  Parigi il consiglio federale dell’AIO si riunisce alla Corderie du Temple; qui si ritrovano i delegati dei gruppi e qui si forma il Comitato centrale dei venti “arrondissements” (circoscrizioni amministrative di Parigi), che a sua volta crea in ogni quartiere dei comitati di vigilanza, formati da ardenti rivoluzionari.

All’ultimatum lanciato al governo da parte del Comitato centrale per un pronto intervento, il governo risponde cercando di rassicurare l’opinione pubblica con dei comunicati falsi sulla situazione militare: per esempio, la caduta di Metz che viene minimizzata, ma soprattutto il tradimento al Bourget: l’inutile massacro di 3.000 guardie nazionali, spinte a un combattimento contro i Prussiani (15.000) con la promessa di rinforzi che non arrivarono mai.

I lavoratori di Parigi scendono nelle strade per protestare contro l’incompetenza, la menzogna e il tradimento del governo.

Il 31 ottobre 1970 l’assalto al Municipio di Parigi al grido di “Viva La Comune!” viene fermato con una valanga di promesse. L’ennesimo tradimento, che si conclude invece che con l’adempimento delle promesse con l’arresto dei capi. Louise Michel commenterà “I generali, così lenti di fronte all’invasione (prussiana), si affrettano invece nel minacciare la folla (...)”.

La Comune non è proclamata, i Prussiani guadagnano terreno e minacciano Parigi. Bisogna aumentare la vigilanza, informare la popolazione imbrogliata dalle false notizie che compaiono sui muri e le strutture del potere parallelo si moltiplicano nei quartieri popolari. Louise Michel, pistola sul tavolo, anima nel gruppo di Montmartre tutti i dibattiti giornalieri.

4. Dalla guerra nasce la rivoluzione.

"Il 4 settembre 1870, quando gli operai di Parigi proclamarono la Repubblica che fu quasi istantaneamente acclamata su tutto il territorio francese, senza un voto contrario, una cricca di avvocati in cerca di un seggiolino, con Thiers come uomo di Stato e Trochu come generale, si impadronì del Municipio della città”. (da Marx, La guerra civile...)

4 settembre 1870 - Rivoluzione parigina. L’impero crolla come un castello di carte. Viene proclamata la Repubblica. I veri dirigenti della classe operaia si trovavano nelle prigioni bonapartiste e i Prussiani già in marcia verso la città: Parigi presa di sorpresa deve accettare questa presa del potere, ma pone la condizione che sia esercitato solo ai fini della difesa nazionale. Gli eserciti imperiali sono o bloccati a Metz (a 300 Km da Parigi) o sequestrati in Germania. Ma come difendere la città, senza armare la sua classe operaia? Per assicurare meglio la difesa, tutti i parigini in grado di portare le armi erano entrati nella guardia nazionale, si erano armati. Risultato: gli operai ora costituivano la maggior parte della guardia nazionale.

Ma l’opposizione fra il governo, costituito principalmente da borghesi, e il proletariato in armi non tardò a farsi sentire. Parigi armata era la rivoluzione armata. Una vittoria di Parigi sull’aggressore prussiano sarebbe stata la vittoria dell’operaio francese sul capitalista francese e i suoi parassiti di Stato. In questo conflitto fra il dovere nazionale e l’interesse di classe il governo della difesa nazionale non esitò un istante: si trasformò in un governo della “defezione nazionale”.

La sera stessa della proclamazione della Repubblica il piano di Trochu, già conosciuto da tutti i suoi colleghi, prevede la capitolazione di Parigi, prevede di guarire la follia eroica dei parigini attraverso un regime di carestia e, al tempo stesso, di prenderli in giro lanciando proclami di resistenza al nemico (Parigi non cederà il suo territorio di un millimetro, il governatore non capitolerà mai).

E nello stesso tempo Jules Favre, ministro degli esteri, scrive al ministro Gambetta che il nemico reale contro cui ci si difende non sono i soldati prussiani, ma i lavoratori di Parigi. Nella corrispondenza personale (esiste tutta una documentazione nelle mani della Comune) fra diversi capi militari e ministri di Stato si fanno battute pesanti su questo doppio gioco, su questa farsa della “difesa”.

Del resto questo comportamento non stupisce più di tanto, a posteriori, considerando la condotta pubblica di questi  uomini di Stato. Da Thiers, “questo nanerottolo mostruoso” (come lo chiama Marx), che arriva al suo primo ministero sotto Luigi Filippo povero come Giobbe per uscirne milionario (fu anche accusato pubblicamente di concussione alla Camera dei Deputati nel 1840); a Jules Ferry, avvocato senza un soldo prima del 4 settembre, riesce, come sindaco di Parigi a costruire una grande fortuna attraverso lo sfruttamento persino della carestia durante l’assedio prussiano; a Ernest Picard truffatore finanziario. Questi personaggi non potevano che trovare un beneficio nella rovina di Parigi, confondere le carte per poter continuare i loro maneggi personali in soldi e potere contro l’interesse pubblico.

31 ottobre 1870 - Battaglioni di operai assaltano il Municipio centrale di Parigi e fanno prigioniera una parte dei membri del governo, che però sono presto liberati sulla promessa di nuove elezioni. Il mattino seguente dei battaglioni di guardie borghesi invadono il Municipio e ristabiliscono il potere del vecchio governo di “difesa nazionale”. Per non provocare una guerra civile in una città assediata dal nemico straniero, si lascia in funzione lo stesso governo.

28 gennaio 1871 - Capitolazione di Parigi affamata. La guardia nazionale conserva armi e cannoni e si mette in uno stato di armistizio con il nemico. L’occupazione di Parigi da parte dei Prussiani è timida, occupano solo un piccolo angolo della città, evitano ogni trionfalismo: l’esercito degli operai parigini incute timore.

Ora che la pace può essere firmata, per Thiers e le classi possidenti diventa urgente disarmare il popolo.

L’artiglieria della guardia nazionale, protesta Thiers, appartiene allo Stato ed è allo Stato che deve ritornare. La verità è che questo armamento è stato acquistato con una sottoscrizione pubblica, quindi appartiene di diritto anche alla guardia nazionale. La guardia nazionale si riorganizza, viene eletto un Comitato centrale a cui viene affidato il comando supremo.

La vigilia dell’entrata dei Prussiani a Parigi, il Comitato centrale mette al sicuro a Montmartre, a Belleville e alla Villette dei cannoni e delle mitragliatrici recuperate dopo l’abbandono durante la capitolazione, riconosciute di proprietà della guardia nazionale durante la rivoluzione del 4 settembre. Il pretesto di togliere queste armi alla guardia nazionale sarebbe stato l’inizio per disarmarla completamente, contravvenendo agli accordi della rivoluzione del 4 settembre, accordi che erano alla base della Repubblica, che ne legittimavano l’esistenza all’interno del paese come all’estero.

Malgrado questa provocazione il Comitato centrale mantiene un atteggiamento di difesa, vuole evitare la guerra civile. Fu Thiers che dà inizio alla guerra civile inviando Vinoy alla testa di una spedizione notturna a Montmartre, per sottrarre l’artiglieria della guardia nazionale.

Era la notte tra il 17 e il 18 marzo 1871.

La resistenza della guardia nazionale e la fraternizzazione del popolo fanno fuggire Vinoy.

La gloriosa rivoluzione operaia del 18 marzo stabilì il suo potere incontestato su Parigi.

Il Comitato centrale diventa il suo governo provvisorio.

Thiers, con tutti i suoi seguaci, si rifugia a Versailles. Le truppe rimaste loro fedeli rimangono meravigliate di poter fuggire da Parigi senza nemmeno essere disarmate. Questa indulgenza del Comitato centrale, questa magnanimità degli operai armati, così diversi dalle abitudini del “partito dell’ordine”, sono da quest’ultimo interpretati come sintomi di debolezza.

Il vero errore, decisivo, del Comitato centrale è di non marciare subito su Versailles, in quel momento ancora senza difesa, per impedire i complotti di Thiers e dei suoi rurali: questo dipende dalla ripugnanza da parte del Comitato centrale ad accettare la guerra civile.

Inoltre si permette al partito “dell’ordine” di andare alle elezioni, il 26 marzo, giorno in cui fu proclamata la Comune.

Intanto Thiers apre la sua seconda campagna contro Parigi all’inizio di aprile. Il primo convoglio di prigionieri parigini condotto a Versailles fu trattato con atrocità rivoltanti, mentre le mogli di Thiers e Favre applaudivano dal loro balcone alle infamie dei versagliesi. Anche in questa occasione la classe dominante dà spettacolo della sua “alta civiltà” compiendo sui prigionieri orrori mai visti prima, mentre Thiers si vanta che “l’Assemblea continua a svolgersi  pacificamente” e dimostra, attraverso le sue continue orge sia con i suoi generali sia con i principi tedeschi, che la sua digestione non è per niente disturbata dai fatti in corso.

 

(La seconda parte verrà pubblicata sul prossimo numero)

Carla C.

 

Bibliografia

Karl Marx, La guerra civile in Francia (Introduzione di F. Engels del 18 marzo 1891).

Vladimir I. Lenin, Stato e rivoluzione.

Prosper-Olivier Lissagaray, Storia della Comune del 1871.

Arthur Arnould, Storia popolare e parlamentare della Comune di Parigi.

 

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