Impegni familiari e lavoro politico - Rapporti Sociali 23/24 - gennaio 2000

Impegni familiari e lavoro politico

Rapporti Sociali 23/24 - gennaio 2000 (versione Open Office / versione MSWord )

 

Sentiamo dire che “prima di tutto viene la famiglia”. Questo può significare che avere una famiglia comporta massima responsabilità. Quindi persone che di tale responsabilità non intendono farsi carico rinunciano ad avere una famiglia, rinunciano a una relazione stabile con un uomo o una donna e rinunciano ad avere figli. Possono essere, queste, persone che non intendono prendersi alcuna responsabilità e che non sanno e non riescono a guardare oltre se stesse. Non sono poche in società come le nostre, dove il dominio della borghesia imperialista impone l’individualismo come filosofia più intelligente di ogni altra e l’egoismo come unica morale. Ci sono altre persone che considerano gli impegni familiari un ostacolo che impedisce di prendersi altre responsabilità. Tra queste persone ci sono alcuni compagni e alcune compagne impegnati in campo sindacale o politico, attivi nella lotta di difesa delle masse popolari e nella lotta per il sovvertimento dell’ordinamento politico borghese e la trasformazione socialista della società.(1)

 

1. A chi impegnato in campo politico o sindacale il fatto di avere una famiglia, e soprattutto dei figli, crea problemi e difficoltà che non vanno negati. Vanno anzi inquadrati nell’ambito dell’eliminazione delle conquiste che le masse popolari hanno strappato alla borghesia imperialista e in particolare nell’eliminazione di quelle conquiste che riguardano le famiglie e le donne al loro interno. Si tratta di quanto abbiamo conquistato, ad esempio, come diritto all’educazione e all’assistenza per i figli, come diritti per la maternità, come diritti all’assistenza per gli anziani. I problemi andranno affrontati attraverso lo sviluppo del legame con il movimento di resistenza delle masse popolari e la presa via via in carico di una parte di essi, in modo che diventino sempre meno un elemento di difficoltà nella partecipazione al lavoro politico.

 

Il problema che trattiamo qui riguarda la relazione tra i due tipi di impegno, quello che riguarda la famiglia e quello che riguarda la società. Sono impegni che si escludono l’un l’altro? Come si definiscono i rapporti tra donne e uomini in relazione a questi impegni? Sono nodi tra i più delicati, e questo è terreno di uno scontro che non riguarda solo l’ambito personale. Anche qui, nell’ambito particolare, il dominio della borghesia imperialista esercita la sua funzione distruttiva. Risolvere questi problemi e sciogliere questi nodi perciò è di grande aiuto nella lotta contro la borghesia, nell’impegno per costruire il socialismo, nell’attuale lavoro per ricostruire il partito comunista italiano.

È vero che “prima di tutto viene la famiglia”? In assoluto non è affatto vero. Quando uno Stato dichiara guerra a un altro tutti gli uomini in età da lavoro vengono mandati a combattere e le loro famiglie si devono arrangiare. La famiglia quindi non viene prima di tutto: le ragioni dello Stato vengono prima. Ci sono casi meno estremi. Una famiglia ha bisogno di denaro e, tra gli altri beni, prima di tutto di una casa. Si lavora, dunque, e per la casa si chiede un prestito a una banca. L’azienda dove si lavora, però per esigenze proprie licenzia e la banca, a fronte del mancato pagamento per il denaro prestato, toglie la casa. Qui, prima delle ragioni della famiglia, vengono quelle delle aziende e delle banche.

Il potere politico, economico e finanziario, viene sempre prima della famiglia

Quelli che detengono il potere, coloro che fanno parte della borghesia imperialista, non hanno alcun interesse a difendere la famiglia,(2) a meno che non sia la propria. Qui possiamo distinguere, quindi, e smettere di parlare di “famiglia” in astratto. Che famiglia è quella di cui stiamo parlando? Fa parte delle masse popolari o della borghesia imperialista? Da una parte e dall’altra i problemi sono diversi e sono diverse le famiglie.

 

2. Periodicamente esponenti della borghesia imperialista, in modo particolare il Vaticano, a parole si ergono a paladini della famiglia. Ciò di cui essi parlano e ciò che dicono di difendere è la somma di tutte le arretratezze che in una famiglia si possono generare, un modello in larga misura finto, come sono finte le famiglie che si vedono negli spot pubblicitari. Si tratta quindi di una difesa della famiglia che è solo retorica. Dove si tratta di assistenza concreta, come viene svolta ad esempio dalle istituzioni della chiesa cattolica, si tratta di misure che coinvolgono una parte minima delle famiglie che vivono un problema e mai di misure che colpiscono la causa del problema stesso.

 

La differenza vale anche per il problema con cui abbiamo a che fare qui, quello del rapporto tra impegni familiari e poli tici. Infatti l’impegno politico per un componente della borghesia imperialista è lavoro pagato molto bene, con stipendi che facilmente superano i dieci milioni mensili, con i quali il nostro uomo o la nostra donna provvede alla propria famiglia. La famiglia da questo punto di vista non ha di che lamentarsi.

La situazione è diversa per chi fa parte delle masse popolari. In questo campo chi si dedica all’attività sindacale o politica non riceve alcun compenso. Anzi in ogni luogo di lavoro e in ogni parte del mondo chi si fa carico di questi impegni incontra mille difficoltà e affronta repressioni di vario grado, che si ripercuotono sulle famiglie di appartenenza. Nei paesi coloniali e semicoloniali all’arresto di un militante di un sindacato, di un movimento di liberazione nazionale, di un partito comunista, seguono misure a danno della sua famiglia, distruzione della casa, violenza contro i familiari, sottrazione dei figli (come avvenuto per i desaparecidos argentini) e tutta una serie di altri atti ai quali la classe operaia organizzata nel suo partito comunista saprà rispondere con giustizia adeguata.(3) Infatti l’unico limite alle atrocità di cui la borghesia imperialista si dimostrata capace è la lotta della classe operaia. Quanto più questa è capace di vincere, tanto meno la borghesia si permette di colpire le famiglie di chi lotta.

 

3. Queste prassi che sono comuni nei paesi coloniali e semicoloniali diventano correnti nei paesi imperialisti nelle fasi in cui si sono instaurati regimi terroristici della borghesia (ad esempio durante il fascismo) o in periodi di lotta di classe acuta (ad esempio la repressione della lotta degli anni ’70 ’80). Nei paesi imperialisti dove le conquiste delle masse popolari hanno raggiunto un certo livello grazie alla forza del movimento operaio queste sono prassi fortemente limitate.

 

In ogni caso fare lavoro politico quando si parte delle masse popolari è un problema. La crisi avanza e le necessità di una famiglia aumentano. Cosa significa rispondere prima di tutto alle esigenze della famiglia? Significa accollarsi un doppio lavoro, fare lavoro straordinario, cercare in ogni modo di rispondere individualmente a una situazione che degenera oppure significa combattere direttamente la degenerazione, organizzandosi con il lavoro politico?

In un posto di lavoro c’è uno sciopero. Si lotta per difendere il salario, quello necessario al mantenimento delle famiglie di lavoratrici e lavoratori. Qualcuno non partecipa alla lotta, dicendo, a propria giustificazione, che il suo bilancio familiare non gli consente di perdere giornate di lavoro scioperando. Chi si giustifica in questo modo fa bene, secondo l’opinione di quelli che dicono che “prima di tutto viene la famiglia”? Qui bisogna essere più precisi, e dire che chi non sciopera agisce secondo il criterio per cui prima di tutto viene la sua famiglia. Fanno meglio gli altri: se vincono saranno le famiglie di tutti, compresi quelle di chi non sciopera, a trarne vantaggio.

Il dominio della borghesia imperialista significa la rovina delle masse popolari. Perciò entro le masse popolari si deve sviluppare un’attività politica autonoma rispetto a quella della borghesia imperialista. Dobbiamo contare sulle nostre forze per ottenere ogni obiettivo particolare, diritto al lavoro, alla casa, all’assistenza per gli anziani e all’educazione per i bambini e per i giovani, perché l’attività della borghesia imperialista sia nelle sue versioni di destra che in quelle di “sinistra” mira a toglierci tutto, al di là delle dichiarazioni dei politicanti di turno e delle mille promesse che ci tocca di ascoltare. In definitiva poi dobbiamo contare sulle nostre forze per ottenere l’obiettivo che ci permette di conservare e sviluppare ogni conquista particolare, per ottenere, cioè, che il potere venga tolto alla borghesia imperialista e venga preso e mantenuto dalla classe operaia organizzata nel partito comunista. Per tutti questi motivi l’attività politica autonoma è necessaria. Escluderla per occuparsi delle esigenze della propria famiglia più che una forma di opportunismo è un errore. Se manca la resistenza organizzata della classe operaia e la sua capacità di difesa e di attacco ogni famiglia subirà ogni genere di conseguenze negative. Per tornare all’esempio sopra detto, se la lotta per la difesa del salario non vince anche coloro che non scioperano ne subiranno le conseguenze e saranno conseguenze molto più pesanti di quelle derivate dalla perdita del pagamento di uno o più giorni di lavoro.

A chi chiede di scegliere tra responsabilità familiari e impegno politico rispondiamo che la domanda sbagliata, così come risponderemmo a chi ci chiede se intendiamo fare a meno del cuore o della testa.

Si sbaglia per ingenuità o per malafede. Così Domitila Barrios de Chungara, comunista boliviana, si deve scontrare con  l’arretratezza del marito quando questo la critica perché con la sua attività politica trascura la famiglia e anzi la mette in pericolo, ma soprattutto si deve scontrare con l’infamia dei militari, che le uccidono il figlio appena partorito. Qui l’alternativa tra famiglia e lavoro politico viene posta nella sua essenza nuda e cruda. Domitila nell’immediato si sente essa stessa colpevole di ciò che è successo, pure se la sua “colpa” non è stata altra che quella di accusare i militari dei massacri compiuti. Sarà poi in grado di superare tutto questo grazie alla solidarietà di compagne e compagni di lotta e delle masse popolari e grazie alla consapevolezza che le viene dall’essere partecipe del movimento comunista mondiale, quello che ha segnato la storia del nostro secolo e di buona parte del precedente.(4)

 

4. Vedi Chiedo la parola, di Domitila Barrios de Chungara (Ed. Rapporti Sociali). Il libro fa parte di una collana che le Edizioni Rapporti Sociali dedicano alle donne protagoniste nel movimento comunista internazionale.

 

Questo esempio rafforza tutti coloro che lottano per il comunismo. Altri possono pensare che sì, gli assassini del bimbo sono i veri colpevoli, ma che Domitila poteva effettivamente occuparsi d’altro, e cioè dei fatti propri, e così facendo l’ira dei militari non avrebbe colpito lei e suo figlio. Ma il massacro che Domitila denunciò fu anche uccisione di bambini, figli di donne che non facevano politica e la cui unica colpa era di appartenere alla classe operaia, mogli di minatori boliviani. Le truppe che la borghesia imperialista invia a seminare massacri tra le masse popolari uccidono indiscriminatamente. Lo sterminio della popolazione ebraica ad opera dei nazisti dovrebbe essere esempio sufficiente. I figli degli ebrei non furono uccisi perché i loro genitori si occupavano di politica. Anzi, se se ne fossero occupati, se avessero reagito collettivamente, se avessero combattuto, forse ci sarebbero state meno vittime e meno vittimismi.

L’attività politica per le masse popolari non è un lusso, un modo per passare il tempo o una forma di volontariato identica alle altre. È una necessità. In particolare, per ciò che ci riguarda, è una necessità ricostruire il partito comunista italiano. Si tratta, come ognuno può comprendere, di un lavoro vasto e difficile, a cui ci dedichiamo tuttavia con i migliori sentimenti. Dobbiamo sacrificare, per questo lavoro, gli impegni familiari?

Non mancano esempi nella storia passata e presente di persone che si negano la possibilità di avere una famiglia o addirittura che si negano la relazione con l’altro sesso, perché ritengono che ciò disturbi il loro impegno. La Chiesa Cattolica fonda su questa negazione la formazione del proprio ceto dirigente. Ciò corrisponde a una concezione della realtà in cui tutto ciò che ha a che fare con il mondo materiale è veicolo di corruzione e la relazione sessuale lo è in particolare. Da questa concezione della realtà discende una considerazione della donna estremamente arretrata e distorta. La gestione del potere è riservata agli uomini. Tutta questa tradizione non solo non ci serve a nulla, ma va combattuta a livello ideologico e a livello pratico.

Il materialismo dialettico è fondamento della teoria rivoluzionaria. Sono quelli che non hanno tempo e che non hanno soldi che fanno la rivoluzione. Si sa che la famiglia “toglie” tempo e denaro: lo richiedono la cura della casa e dei figli. Ma il rapporto tra impegno familiare e impegno politico, tra casa e partito, è rapporto dialettico: le due cose sono diverse e unite. Negarne l’una a scapito dell’altra significa impoverirle entrambe. La famiglia senza lavoro politico, senza una finestra aperta sul mondo, si immiserisce spiritualmente nella propria chiusura e si impoverisce nel vero senso della parola, perché non ha difesa contro l’attacco della borghesia imperialista che le toglie risorse preziose. Il lavoro politico libero dagli impegni familiari continuamente corre il rischio di incorrere nella povertà di ogni astrazione.

La famiglia è innanzitutto relazione tra donna e uomo. Nella società capitalista la donna eredita la condizione di inferiorità a cui stata costretta da millenni, quella che le impone, tra le altre cose, di occuparsi della casa e della famiglia.(5) Le viene negata la possibilità di occuparsi di politica. Ancora oggi le donne che possono occuparsi di politica a livello isti tuzionale fanno parte della borghesia imperialista. Le donne delle masse popolari quando si sono occupate di politica lo hanno fatto entro i partiti comunisti. Arretratezze passate e attuali si sommano e il risultato più comune è quello per cui chi nella famiglia si occupa di lavoro politico o sindacale è l’uomo. L’esempio di Domitila Barrios de Chungara, sopra riportato, è un’eccezione rispetto a questo.

 

5. La società capitalista tuttavia è quella che, quando le esigenze di profitto lo richiedono, porta le donne al lavoro nelle fabbriche e negli altri settori. Lo scopo è quello di sfruttarle, ma per le donne, uscendo di casa, si aprono anche nuove opportunità di liberazione da un’oppressione millenaria.

 

La falsa domanda, se ci si debba dedicare alla famiglia o al partito, si rende possibile anche in base a una divisione del lavoro imposta, quella per cui il lavoro domestico e tutto ciò che riguarda la casa e i figli spetta alla donna, mentre le relazioni tra il nucleo familiare e il mondo esterno si fanno spettare all’uomo. L’interno, il particolare, ciò che appartiene alla sfera del sentimento e al nostro essere parte della natura viene riferito all’universo femminile, mentre l’esterno, il generale, ciò che appartiene alla sfera della ragione e al nostro essere parte della società viene riferito all’universo maschile. Questo è un modo di ragionare sterile, vecchio e morto. Non solo la donna che fa parte delle masse popolari può occuparsi della lotta rivoluzionaria, ma deve farlo. Deve, perché così dà possibilità all’uomo di occuparsi anche del lavoro domestico e dell’educazione dei figli. Questo non significa inversione dei ruoli, ma eliminazione dei compartimenti stagni. È il modo in cui la famiglia reagisce unita e con successo a fronte dell’azione distruttrice che il dominio della borghesia genera.(6)

 

6. Le varie “famiglie nucleari”, cioè coloro che vivono soli raramente sono tali in funzione di una “scelta di libertà, come qualcuno dice, ma più spesso sono espressione della solitudine a cui sono condannati gli individui nella società imperialista. La loro condizione è frutto di un’opera distruttiva che ha accompagnato lo sviluppo capitalista, processo in cui dalle grandi famiglie patriarcali, che aggregavano decine e decine di persone, si è via via passati alla coppia con figli, o senza figli, e agli attuali singles.

 

Questo è il problema di fondo. C’è anche il problema dell’esperienza, per cui una donna che si affaccia sulla scena politica o un uomo con un ferro da stiro in mano possono produrre risultati di basso livello, ma a questo c’è rimedio. Tutto si può imparare, e nella lotta rivoluzionaria, nella lotta per il socialismo, abbiamo tutti molto da imparare. Il problema di fondo d’altra parte va risolto. Un uomo e una donna che decidono di vivere insieme, insieme genereranno figli e faranno tutto ciò che corrisponde al loro essere naturale, così come insieme faranno tutto ciò che corrisponde al loro essere sociale. Per noi, che siamo proletari e che lavoriamo per vivere, fare ciò che corrisponde al nostro essere sociale significa lottare e combattere per i diritti nostri e della nostra classe. Significa, oggi e nel nostro paese, contribuire in ogni modo alla ricostruzione del partito comunista.

La Segreteria Nazionale dei CARC ha elaborato un Progetto di Manifesto Programma per il nuovo Partito Comunista Italiano. Questo Progetto ha ricevuto varie critiche e una quella di occuparsi poco del problema dell’oppressione che le donne subiscono (Vedi in Rapporti Sociali n.21, pag. 14). Secondo questa critica il problema è affrontato in poche righe, a pag. 102 –103 e a pag. 111. In realtà della questione si tratta anche a pag. 48, dove si indica l’emancipazione delle donne dagli uomini come uno dei passi compiuti dai paesi socialisti verso il comunismo nella prima fase della loro esistenza. A pag. 49 si indica l’attenuazione di questa emancipazione come uno dei passi indietro compiuti dai revisionisti moderni nella seconda fase dell’esistenza dei paesi socialisti. Ciò vale per quanto riguarda i passi compiuti dal movimento comunista. Più oltre si indicano i passi da compiere. A pag. 99 leggiamo che “il lavoro domestico deve essere trattato come un lavoro socialmente utile e reso il più possibile collettivo (mense, lavanderie, riparazioni domestiche, ecc.) onde combattere l’isolamento e l’emarginazione delle donne.”. A chi non può svolgere “un lavoro socialmente utile (bambini, studenti, anziani, invalidi, ecc.)” si intende attribuire “un reddito che deve costituire la base materiale per l’emancipazione delle donne dagli uomini, dei bambini e dei giovani dai genitori, ecc.” (pag.100). Sempre in questa pagina si fa riferimento diretto alle donne dichiarando che si intende interdire il loro impiego “in condizioni dannose per l’organismo femminile.”. Altre misure previste sono il “congedo retribuito, per maternità e cura dei bambini. Istituzione in ogni azienda, complesso di aziende e complesso edilizio di asili nido, scuole materne e quanto necessario alla vita e  alla socialità dei bambini e degli adulti.” È importante l’indicazione a pag.101, secondo cui “la maternità sarà considerata come attività socialmente utile, non come questione privata”. Di seguito si indicano le misure da adottare: “Educazione universale alla maternità e alla cura fisica, morale e intellettuale delle nuove generazioni come compito e dovere dell’intera società. Protezione materiale e morale delle donne incinte, del parto e del periodo immediatamente successivo affinché la gravidanza, il parto e la cura del bambino e il recupero fisico e morale della propria persona siano condotti nelle condizioni migliori”. A pag. 102 103 poi si parla della lotta contro “l’asservimento e la sottomissione delle donne agli uomini” così come a pag. 111 si parla di nuovo dell’oppressione che le donne subiscono e del fatto che sicuramente non sarà cosa che sparirà per incanto non appena il potere sarà in mano alla classe operaia. La critica che viene rivolta al Progetto di Manifesto Programma coglie solo questi due passi. Questo indica che la lettura non è stata attenta. Il difetto di attenzione riguarda poi tutto quanto è proposta concreta di liberazione per le donne, tutte le misure da attuare senza le quali quella liberazione non ha base, misure che il nuovo partito comunista si impegna a porre in atto. L’autrice (o l’autore) della critica vede il presente, l’attuale stato di sottomissione, ma riesce a cogliere il futuro, la liberazione a venire, il lavoro necessario per il passaggio da una condizione all’altra?

 

Una critica al femminismo borghese

Negli anni Settanta in Italia si è espresso un movimento rivoluzionario di portata notevole e ricco, tra l’altro, di tendenze sbagliate. Quelle tendenze hanno portato a sconfitte pesanti, di cui portiamo ancora il segno. È stata cura dell’avversario mantenere in vita, di quel movimento rivoluzionario, tutto ciò che era tendenzialmente innocuo e ancora più ciò che tendenzialmente era sbagliato, tutto ciò che o non favoriva o ostacolava lo sviluppo del processo rivoluzionario.

La contraddizione fondamentale che generava e genera il movimento rivoluzionario e la mobilitazione delle masse popolari era (ed è) la contraddizione di classe. La trasformazione radicale dei rapporti sociali era l’obiettivo. Alla lotta per questo obiettivo si sono accompagnate nella storia lotte ad esso collegate, che tuttavia senza di esso perdono forza, perdono qualsiasi possibilità di successo, diventano esercizio intellettuale astratto, inconcludente e opportunistico. Gli organismi politici che su queste lotte si formano non si distinguono in nulla dagli altri organismi politici borghesi.

Stiamo parlando del pacifismo, dell’ecologismo e del femminismo. Pace, difesa dell’ambiente naturale e processo di liberazione delle donne sono obiettivi che sono stati realizzati nella misura più avanzata negli stati dove la classe operaia ha conquistato il potere e tanto più sono stati realizzati quanto più la lotta per il socialismo è progredita. Quanto più è arretrata quella lotta tanto più quegli obiettivi si sono allontanati. Uno dei portati delle sconfitte subite negli anni Settanta è stata la separazione tra la lotta per la trasformazione generale dalle lotte per gli obiettivi particolari. La borghesia imperialista, temporaneamente vittoriosa, ha combattuto il comunismo con ogni mezzo legale ed extralegale e ha consentito invece la sopravvivenza all’ecologismo, al pacifismo, al femminismo. Tra queste tendenze prendiamo in esame quella femminista che per certi versi è analoga alle altre ma dalle altre si distingue per l’ambito particolare in cui opera e per lo specifico danno che porta.

Il danno principale che il femminismo borghese porta è la divisione tra donne e uomini all’interno delle masse popolari. In ciò rivela la propria natura borghese. La borghesia imperialista infatti adotta questo come metodo principale contro la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari. Si mettono lavoratori locali contro immigrati, settentrionali contro meridionali, bianchi contro neri, protestanti contro cattolici, operai che lavorano in una fabbrica inquinante contro gli abitanti nella zona circostante, giovani contro vecchi quando si tratta di tagliare le pensioni e così via. È la guerra tra poveri. Gli esempi sono infiniti. Ogni distinzione va bene a patto che celi la contraddizione fondamentale tra borghesia imperialista e classe operaia. La differenza tra donne e uomini è una di quelle su cui si fa più baccano. Seminare zizzania tra i sessi magari distrugge le famiglie e le coppie o addirittura ne impedisce la formazione, ma ciò importa poco alla borghesia imperialista che pone l’amore tra donna e uomo al medesimo livello delle merci. Ciò che importa è sfruttare  fino in fondo donne e uomini senza che si rendano conto che il loro problema di fondo è proprio quello sfruttamento. Ponendo il problema di fondo nella relazione tra donne e uomini verrà impedito che insieme combattano il sistema che li opprime. Molto di più le donne saranno ostacolate in questo: se lottano, se combattono, se studiano, vengono accusate di trascurare la famiglia. Per le donne delle masse popolari l’alternativa è secca: avere una famiglia nega la possibilità di prendersi qualsiasi altro impegno e viceversa.

Contro l’imposizione di questa alternativa le femministe borghesi non esprimono altro che denuncia e lamento, per quanto giunge alle nostre orecchie. Al contrario noi sappiamo che vittorie concrete sono state ottenute dal movimento comunista in ogni fase del suo sviluppo e tanto più questo sviluppo è avanzato tanto più le donne si sono poste come protagoniste della vita sociale. La stessa debolezza odierna del movimento di liberazione della donna è strettamente connessa alla debolezza del movimento comunista. Abbiamo torto? Da cosa è causata, allora, la debolezza del movimento di liberazione della donna?

Non si venga a raccontarci che la debolezza del movimento di liberazione della donna è causato dal fatto che le donne delle masse popolari non seguono le indicazioni delle femministe borghesi. Le elaborazioni teoriche delle femministe sono molto difficili da comprendere e molto lontane dall’immediatezza dei problemi che colpiscono le donne delle masse popolari. Ci sono problemi di bilancio familiare, di difesa del lavoro e del salario, di difesa delle conquiste fino ad oggi ottenute nel campo dell’educazione dei figli e dell’assistenza a malati e anziani. Ogni battaglia persa nel campo di queste conquiste ha effetti negativi soprattutto per le donne. Il femminismo borghese quando a giustificazione della propria impotenza porta lo scarso livello di coscienza delle masse rivela la propria natura. Si tratta sempre della solita presa di posizione della cultura borghese di sinistra che giustifica ogni proprio insuccesso con la presunta arretratezza delle masse. Le cause di ogni sconfitta sono essenzialmente interne, come ci insegna Mao Tse-tung, e questa è una lezione preziosa per tutti i rivoluzionari. I difetti nell’azione rivoluzionaria si affrontano con il metodo dell’autocritica. Tutto ciò naturalmente, non di è alcun interesse per coloro che ritengono impraticabile la via rivoluzionaria o per coloro che sono rivoluzionari a parole.

Altro aspetto che caratterizza come borghese il femminismo di cui stiamo parlando è il limitarsi della sua azione entro l’ambito della coscienza individuale. La trasformazione di questa coscienza diventa l’obiettivo principale. A livello generale la strategia è sempre la stessa usata da ogni posizione idealistica e dogmatica. Da un lato si possiedono alcune verità dall’altro ci sono le masse che le dovrebbero recepire: il rapporto tra un soggetto attivo e uno passivo e la dialettica va a farsi benedire. È la coscienza delle masse che si dovrebbe trasformare, sono le masse che si dovrebbero rendere conto di essere oppresse e così via. Non si ammette che siamo noi a doverci trasformare e che è la nostra coscienza quella che reca il marchio dell’oppressione. La coscienza secondo il femminismo borghese è un oggetto delimitato, entro cui si usano categorie analitiche prese dalla ricerca in campo psicologico o da forme di spiritualismo arcaico o da altri campi ignoti ai più. Mai si adottano le categorie della teoria rivoluzionaria e si considera arnese inservibile e rozzo tutto il patrimonio che viene dall’esperienza pratica svolta entro il movimento comunista internazionale nel campo della liberazione della donna. L’esempio delle comuniste sovietiche che hanno perso la vita per la liberazione delle donne dal giogo delle leggi islamiche non è attuale? Ha perso di valore? Gli enormi passi avanti compiuti dalle donne in ogni campo dell’attività sociale dopo la Rivoluzione d’Ottobre sono insignificanti? E in negativo il fatto che il progressivo arretramento e la caduta finale degli stati socialisti ha costretto centinaia di migliaia di donne a esercitare la prostituzione nell’Europa imperialista come si spiega?

Relegarsi entro l’ambito della coscienza individuale e qui eleggere il proprio campo operativo, fingendosi libere di poter dirigere, da qui, un movimento di liberazione epocale è la fantasia di chi ha rinunciato sia al generale abbattimento delle carceri sia alla propria liberazione e si dichiara libera anche in una cella. Questa la libertà di pensiero che la borghesia concede, valida finché non si tocca il frutto proibito, finché non si coglie la conoscenza essenziale, quella che rivela la  contraddizione di classe e il modo di superarla. Va tutto bene e tutto si può pensare e anche dire, ma non va detto né pensato che sono le donne e gli uomini della classe operaia, organizzati nel partito comunista, gli unici soggetti in grado di sviluppare ogni liberazione concreta e tra tutte anche la liberazione delle donne.

Il femminismo borghese può benissimo non curarsi della contraddizione di classe e fare a meno dei contributi che la teoria rivoluzionaria della classe operaia ha portato sulla questione della liberazione delle donne. È un fenomeno prevalentemente intellettuale e può anche permettersi di fallire, di non produrre alcun risultato. Sopravvive lo stesso come ogni teoria che non si confronta con la pratica. Al contrario la classe operaia non può permettersi di lasciar da parte il problema della liberazione delle donne. La classe operaia e il suo partito comunista possono svilupparsi solo sviluppando il legame con le masse popolari e le donne costituiscono una parte spesso maggioritaria di quelle masse. Un partito comunista che non risponde alle esigenze concrete delle donne, che non garantisce loro tutto ciò che esse esigono e di cui sono private dal dominio della borghesia imperialista è un partito condannato alla scomparsa e non valgono mezzi di propaganda o di repressione a evitare questo esito. Non c’è liberazione delle donne senza rivoluzione, ma non c’è nemmeno rivoluzione senza liberazione delle donne. Per questa necessità la pratica e la teoria rivoluzionarie hanno sempre affrontato i problemi connessi alla liberazione delle donne. Al contrario il femminismo borghese ha potuto benissimo fare a meno di affrontare i problemi della pratica e della teoria rivoluzionarie.

Il femminismo borghese è una forma di opportunismo. Ci interessa trattarlo per contrastare l’effetto negativo che può avere sulle donne delle masse popolari. È opportunismo perché consente a chi se ne fa portavoce i privilegi più o meno consistenti che la borghesia imperialista concede ai suoi intellettuali. È favorito dalla borghesia perché influisce su una particolare categoria di donne, appartenenti alla classe proletaria dei paesi imperialisti, soprattutto quelle che lavorano nell’amministrazione pubblica centrale e locale e negli enti parastatali. Sono donne proletarie per condizione e per estrazione e potrebbero svolgere un ruolo notevole nel processo di liberazione del proletariato, perciò confondere loro le idee ha una sua importanza.

A queste donne anche le comuniste e i comunisti hanno qualcosa da dire. Con l’avanzare della crisi economica, politica e culturale che da più di vent’anni investe il mondo intero si porrà di fronte agli occhi di tutti la contraddizione tra borghesia imperialista e classe operaia, tra chi vive del lavoro altrui e chi deve lavorare per vivere. Il potere sarà dell’una o dell’altra classe. Per quanto la borghesia manterrà il potere tanto più assisterete all’eliminazione di ogni conquista che le donne hanno strappato nell’ultimo mezzo secolo. Vedrete, come avete già visto, che le donne al potere negli stati imperialisti si comportano esattamente come gli uomini. Dall’altro lato il movimento comunista riprende vita e i partiti comunisti si riformano a livelli superiori rispetto al passato, superiori anche per ciò che riguarda la partecipazione delle donne. Si moltiplicano gli esempi di donne capaci, nei movimenti di liberazione, di esprimersi politicamente, di esprimersi nell’arte, di combattere. Pari ruolo assumono le donne delle masse popolari nel processo di ricostruzione del partito comunista italiano. Voi state a guardare quello che vi cala dall’alto, dalla cultura borghese di sinistra, dai partiti istituzionali, da circoli intellettuali esclusivi. Come mai non fate attenzione a ciò che cresce al vostro fianco?

Angelo Crippa

 

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