Contro le caricature del Marxismo - Rapporti Sociali 23/24 - gennaio 2000

Contro le caricature del Marxismo

Rapporti Sociali 23/24 - gennaio 2000 (versione Open Office / versione MSWord )

 

Pubblichiamo quasi per intero la lettera scritta il 27 ottobre 1890 da F. Engels a Conrad Schmidt, un economista tedesco membro del partito socialista (il testo e tratto da Marx-Engels, Opere complete, vol. 48 di cui si rivista la traduzione sull’originale tedesco). Pensiamo che da essa verrà un contributo per indirizzare gli aspiranti costruttori del nuovo partito comunista italiano e tutti quelli che cercano di usare il materialismo dialettico come metodo per comprendere e trasformare la realtà, a sbarazzarsi da varie deformazioni del materialismo storico e a capire meglio le differenze e le relazioni di unità e lotta che vi sono tra i vari aspetti della realtà che ci circonda.

Alcuni compagni interpretano il materialismo storico come la concezione che se un individuo dice o fa qualcosa, egli ha sicuramente il suo tornaconto economico. Essi quindi riducono il materialismo storico al luogo comune o pregiudizio che nessuno fa niente per niente e che dietro ogni azione e ogni parola c’è la ricerca di un guadagno. Un luogo comune che rispecchia e arbitrariamente generalizza costume e la mentalità astuta, avida e gretta del commerciante, del bottegaio e del piccolo affarista che la loro attività condanna alla ricerca del cliente da spennare e alla contrattazione dei loro piccoli scambi, a una lotta quotidiana in cui ogni parola e ogni gesto mira ad acquisire una migliore posizione nella contrattazione cui si riduce la loro attività.

Una variante leggermente superiore di questo travisamento del materialismo storico, che resta per sempre una caricatura del marxismo, quella secondo cui ogni aspetto dei vari settori dell’attività pratica e spirituale degli uomini viene fatto derivare immediatamente (senza mediazioni), direttamente dall’attività economica. Da parte di alcuni addirittura dall’attività economica dei diretti autori o attori di quelle altre attività. Già Marx contro tale riduzionismo, quando definisce i democratici del 1848 (Ledru-Rollin, Ruge, Kossuth, Mazzini, ecc.) “rappresentanti del piccolo-borghese”, si premurava di precisare che lo diceva non nel senso che essi fossero necessariamente “per cultura e per situazione personale” dei bottegai o dei piccolo-borghesi in genere, bensì nel senso che “la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo-borghese stesso non oltrepassa nella sua vita e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo-borghese nella pratica” (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852, in Opere complete, vol. 11).

A cosa portano questi travisamenti o caricature del materialismo storico? Di fronte a una teoria, non si va a vedere se essa riflette o no la realtà ma ci si affretta a decretarne a occhio il legame con un certo settore della divisione sociale del lavoro. Di fronte a un fenomeno politico non si va a studiarne la nascita e lo sviluppo, ma si cerca di classificarlo alla bell’e meglio come espressione di qualche classe di cui si è sentito parlare. Siamo quindi sempre alla negazione della relativa autonomia e quindi del rapporto di unità e lotta tra i vari settori dell’attività umana. Un pressappochismo che fa restare in campo teorico succubi della cultura della classe dominante e che in pratica si traduce in un’attività politica condotta a naso, fidandosi del proprio istinto e del proprio fiuto. Cose importanti, ma che non bastano per la nostra grande impresa.

Il materialismo storico è una grande scoperta scientifica che permette di guardare più a fondo in tutta l’attività degli uomini e nella storia dell’umanità e di scoprire le connessioni e le leggi che regolano una materia dove prima i filosofi, gli scienziati e gli uomini più in generale si erano limitati a scorgere solo connessioni parziali, oppure a fare descrizioni di attività che si volevano casuali, o a scorgervi la mano di Dio. Quelle diffuse deformazioni del marxismo lo trasformano da strumento liberatorio del pensiero, strumento fecondo di conoscenza delle essenze delle cose e dei processi e quindi potente guida per la trasformazione del mondo, della società e dell’individuo in uno schema parassitario e in un pregiudizio che esime da ogni analisi concreta della situazione concreta e in una catena che porta a negare tutto quan to veramente o apparentemente contrasta con lo schema. “Molti errori sono in definitive errori di dialettica” ricordava Mao. Lenin nel 1914, mentre entrava nella sua fase acuta la situazione rivoluzionaria in cui sarebbe stato dirigente del primo assalto al cielo delle classi oppresse e quando era già uno dei più eminenti esponenti del marxismo che egli applicava ormai da oltre 25 anni nella soluzione dei problemi della rivoluzione russa, arriva alla conclusione: “Non si può comprendere pienamente il capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la Scienza della logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo (1864-1914), nessun marxista ha capito Marx!” (Quaderni filosofici, in Opere, vol. 38, pag. 167) e “Marx ha applicato la dialettica di Hegel nella sua forma razionale all’economia politica” (pag. 165).

Che cosa vuol dire per noi oggi la tesi di Lenin? Per comprendere e usare in modo giusto Il capitale occorre usare il metodo dialettico. Il metodo dialettico è un metodo genetico. Ogni cosa si trasforma e in determinate condizioni genera un’altra cosa. “Il capitale è un libro di storia scritto in forma logica” (Engels). Esso espone il movimento (fatto di sviluppi quantitativi e di salti qualitativi) della produzione mercantile semplice che ha generato il capitalismo e il movimento del capitalismo che a sua volta stava e sta ancora generando il comunismo, attraverso sviluppi quantitativi e salti qualitativi. Per comprendere una cosa, è indispensabile comprendere la sua origine: solo così si riesce a comprendere la sua natura, la contraddizione che muove la sua trasformazione, il processo di cui parte e le sue relazioni con il resto, la nuova cosa che essa stessa può generare. Ma è fuorviante cercare di ridurre la cosa a quella che l’ha generata, cioè non ammettere e non studiare la vita sua propria che la cosa, una volta generata, conduce. Ciò vale per le relazioni tra politica ed economia, tra cultura ed economia, tra lo spirito e la materia, tra l’uomo e le altre specie animali: per citare alcune relazioni che la cultura borghese corrente travisa normalmente.

D’altra parte nella storia ci imbattiamo continuamente in quest’altro fenomeno:il rapporto dominante (dirigente) di un sistema sopravvive come rapporto subordinato (secondario) nel sistema più sviluppato che il primo ha generato. Il possesso esistito prima che esistesse la proprietà, il baratto prima che esistesse il denaro, il denaro prima che esistesse il capitale, ecc. (Marx, Grundrisse, Introduzione, Il metodo dell’economia politica, 1857 - pag. 24 e segg. della Edizione Einaudi; Lenin, Rapporto sul programma del partito, marzo 1919 - pag. 147 e segg. in Opere, vol. 29). È fuorviante voler ridurre il sistema più sviluppato al rapporto subordinato che era dirigente nel sistema meno sviluppato: voler ridurre i traffici dell’epoca imperialista allo scambio tra eguali quantità di lavoro della produzione mercantile semplice, il movimento del capitale finanziario al movimento del capitale produttivo di merci: per citare due riduzioni correnti nella cultura borghese di sinistra.

I protagonisti delle parassitarie deformazioni del marxismo indicate all’inizio ovviamente non si rendono forse conto che le loro tesi si riducono ad assurdità logiche e a concezioni che fanno a pugni con la realtà che sta sotto il loro naso (citiamo solo la passione per il proprio lavoro che anima molti uomini, l’attività rivoluzionaria dei comunisti e di milioni di lavoratori avanzati, il lavoro volontario e le attività extralavoro di milioni di persone) e con la loro stessa attività.

È quindi utile che anche noi, mentre la minaccia della guerra interimperialista si rafforza giorno dopo giorno, affiniamo i nostri strumenti di comprensione della realtà ci liberiamo dagli schemi e ci liberiamo dalle arretratezze che non ci permettono di svolgere appieno il nostro compito di comunisti e sono quindi un freno allo sviluppo del movimento rivoluzionario delle grandi masse, perché “senza teoria rivoluzionaria, non c’è movimento rivoluzionario” e “solo un partito guidato da una teoria d’avanguardia può adempiere al ruolo di combattente d’avanguardia”.

 

[Come redattore del servizio sulla borsa del Zuricher Post] dal punto di vista economico potrà sempre imparare qualcosa, specie se non perde di vista il fatto che Zurigo è pur sempre un mercato monetario e speculativo di terz’ordine e che  perciò le impressioni che si fanno sentire lì sono indebolite, ovvero deliberatamente falsificate, attraverso un duplice o triplice rispecchiamento. Ma conoscerà direttamente il meccanismo e dovrà necessariamente seguire direttamente i listini di borsa di New York, Parigi, Vienna, Berlino. Allora le si aprirà certamente il mercato mondiale nel suo riflesso di mercato monetario e dei titoli. Con i riflessi economici, politici e di altro tipo succede esattamente come con quelli dell’occhio umano, passano per una lente convergente si mostrano perciò nel cervello rovesciati. Manca il sistema nervoso, grazie al quale a chi se li rappresenta essi risultano di nuovo messi sui piedi. Chi è nel mercato monetario vede il movimento dell’industria e del mercato mondiale solo nel suo rispecchiamento rovesciato del mercato monetario e dei titoli e l’effetto diventa per lui la causa. Questo lo notai già a Manchester negli anni ’40: per l’andamento dell’industria e per i suoi periodici alti e bassi i listini di borsa di Londra erano assolutamente inutilizzabili, perché i signori volevano spiegare tutto con crisi del mercato monetario, che invece non erano per lo più esse stesse che sintomi. Allora si trattava di dimostrare che l’insorgere di crisi nell’industria era dovuto a una temporanea sovrapproduzione e la cosa aveva perciò per giunta un lato tendenzioso che favoriva la distorsione. Questo punto è ora venuto a cadere - per noi almeno una volta per sempre. Inoltre è certo un dato di fatto che il mercato monetario può anche avere le sue proprie crisi, in cui veri e propri inconvenienti nell’industria possono avere un ruolo solo subordinato o non averne affatto. In questo campo ci sono ancora alcune cose da accertare e da studiare, anche in particolare dal punto di vista storico per gli ultimi vent’anni.

Dove c’è divisione del lavoro sul piano sociale, i lavori parziali si rendono autonomi l’uno dall’altro. La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma nella misura in cui il commercio dei suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha sue proprie fasi e a sua volta si ripercuote sul movimento della produzione. La scoperta dell’America fu dovuta alla fame d’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa (cfr. La produzione di metalli preziosi di Soetbeer), perché l’industria, che nei secoli XIV e XV si era estesa in modo così massiccio e il commercio ad essa legato richiedevano più mezzi di scambio e la Germania - tra il 1450 e il 1550 la gran terra dell’argento - non riusciva a fornirli. La conquista delle Indie da parte di portoghesi, olandesi, inglesi dal 1500 al 1800 aveva come scopo l’importazione dalle Indie, ad esportare là nessuno ci pensava. Eppure, che ripercussione colossale ebbero sull’industria queste scoperte e conquiste dovute a meri interessi commerciali! Solo le esigenze dell’esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.

Lo stesso per il mercato monetario. In quanto il commercio di valuta si separa da quello di merci, esso ha - a certe condizioni, poste dalla produzione e dal commercio di merci e in questi limiti - un suo proprio sviluppo, leggi particolari, determinate dalla sua propria natura e fasi a sé. Se si aggiunge poi anche il fatto che il commercio di valuta in quest’ulteriore sviluppo si allarga a commercio di titoli, che questi non sono solo titoli di Stato ma ad essi si aggiungono altresì azioni della produzione e dei trasporti e che il commercio di valuta acquista perciò un diretto potere su una parte della produzione che nel complesso lo domina, la reazione del commercio di valuta sulla produzione si fa ancor più forte e complicata. Gli speculatori di borsa sono proprietari di ferrovie, miniere, fonderie, ecc. Questi mezzi di produzione acquistano un duplice aspetto: il loro esercizio deve seguire ora gli interessi della produzione immediata, ora invece le esigenze degli azionisti in quanto costoro sono speculatori di borsa. L’esempio più convincente di ciò sono le ferrovie nordamericane, il cui esercizio dipende totalmente dalle momentanee operazioni di borsa - del tutto estranee alla particolare ferrovia e ai suoi interessi come mezzo di trasporto - dei vari Jay Gould, Vanderbilt, ecc. Persino qui in Inghilterra abbiamo visto decennali battaglie tra le varie società ferroviarie per le zone di confine tra due di loro - battaglie in cui  andata dilapidata un’enorme quantità di denaro non nell’interesse della produzione e del trasporto, ma unicamente per una rivalità che aveva per lo più lo scopo di render possibili operazioni di borsa agli speculatori in possesso delle azioni.

Con questi pochi accenni della mia concezione del rapporto della produzione con il commercio di merci e di questi due con il commercio di valuta ho già risposto in sostanza anche alle sue domande sul materialismo storico in generale. La cosa si capisce nel modo migliore considerando la divisione del lavoro. La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. In questo modo essi diventavano portatori di particolari interessi anche nei confronti dei loro mandatari, si rendono autonomi da essi-ed ecco lo Stato. Ora le cose procedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio di valuta. La nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte e della nuova potenza politica dall’altra. Questa tende alla maggiore autonomia possibile e, poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento. Il movimento economico riesce nel complesso a imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico che esso stesso ha messo all’opera e ha dotato di relativa autonomia. Da una parte è il movimento del potere statale, dall’altra quello dell’opposizione, creata contemporaneamente ad esso. Come nel mercato monetario si rispecchia nel complesso, e con le riserve sopra accennate, il movimento del mercato industriale, e naturalmente rovesciato, così nella lotta tra governo e opposizione si rispecchia la lotta tra le classi che già in precedenza esistono e si combattono, ma parimenti rovesciata, non più direttamente ma indirettamente. Non come lotta di classe ma come lotta per dei principi politici e rovesciata a tal punto che ci è voluto un millennio per venirne di nuovo a capo.

La ripercussione del potere statale sullo sviluppo economico può essere di tre diverse specie. Può procedere nella stessa direzione e allora le cose vanno più rapidamente. Può muoversi nel verso contrario e al giorno d’oggi presso un grande popolo essa è alla lunga spacciata. Oppure può bloccare determinate direzioni dello sviluppo economico e imporne altre. Questo caso si riduce in ultima analisi a uno dei due precedenti. È chiaro perché nel secondo e nel terzo caso il potere politico può fare gravi danni allo sviluppo economico e provocare un massiccio spreco di forze e di materiale.

C’è poi anche il caso della conquista e della brutale distruzione di risorse economiche, per cui un tempo tutto uno sviluppo economico locale e nazionale poteva anche eventualmente andare a picco. Questo caso ha oggi per lo più gli effetti opposti, almeno per i grandi popoli: a lungo andare lo sconfitto, dal punto di vista economico, politico e morale ottiene a volte più del vincitore.

Analogamente vanno le cose con il diritto: nella misura in cui si rende necessaria la nuova divisione del lavoro che crea giuristi di mestiere, è aperto ancora un ambito nuovo, autonomo, che, pur dipendente in generale dalla produzione e dal commercio, possiede anche una particolare capacità di reazione rispetto a questi ambiti.(1) In uno Stato moderno il diritto non deve solo corrispondere alla situazione economica generale, essere la sua espressione, bensì deve anche essere  un’espressione in sé coerente, che non faccia a pugni con se stessa per le sue contraddizioni. Per perseguire questo scopo sempre più si allontana dall’essere il fedele rispecchiamento dei rapporti economici. Questo tanto più di rado si dà il caso che un codice sia l’espressione rozza, non mitigata né alterata del dominio di classe: ciò sarebbe anzi già di per sé contrario al “concetto di diritto”. Il puro, conseguente concetto di diritto della borghesia rivoluzionaria del 1792-96 è già per più versi alterato nel Codice Napoleonico e nella misura in cui viene realmente applicato esso deve subire quotidianamente ogni sorta di attenuazioni ad opera della crescente potenza del proletariato. Questo non impedisce al Codice Napoleonico di essere il codice che si trova alla base di tutte le successive codificazioni in tutte le parti del mondo. Così il corso della “evoluzione giuridica” consiste per lo più solo nel fatto che dapprima si cerca di eliminare le contraddizioni che scaturiscono dall’immediata trasposizione dei rapporti economici in principi giuridici e di mettere in piedi un sistema giuridico armonico. Poi l’influenza e la coazione dell’ulteriore sviluppo economico infrangono sempre più a loro volta questo sistema e lo coinvolgono in nuove contraddizioni (parlo qui per il momento solo del diritto civile).

 

1. Un esempio di mancata comprensione della distinzione tra realtà e diritto è la tesi secondo la quale l’abolizione di tutte le leggi che in qualche modo “ponevano le donne in stato di soggezione” fatta dal potere sovietico subito dopo la sua instaurazione, eliminò un ostacolo alla lotta delle donne per la loro emancipazione, stabilendo l’uguaglianza legale, giuridica tra donne e uomini. Da quel momento l’autorità dello Stato non poteva più essere invocata per opprimere le donne (ad es. in Rapporti Sociali n.21, pag. 16). Ma di per sé l’eguaglianza legale non modificò né poteva modificare la reale condizione delle donne, come l’eguaglianza giuridica (legale) tra il proletario e il capitalista, che vige nella maggior parte dei paesi capitalisti, non modifica la sostanziale diseguaglianza tra i due. La condizione della donne sovietiche fu modificata nel corso degli anni dalla lotta che le donne e il partito comunista condussero. Rinviamo chi vuole conoscere qualcosa di questa lotta ad A.L. Strong, L’era di Stalin, Edizioni Rapporti Sociali, 1997, pagg. 74-78.

 

Il rispecchiamento dei rapporti economici nei principi giuridici è di necessità parimenti capovolto. Avviene sempre senza che coloro che agiscono ne siano coscienti. Il giurista immagina di operare con principi aprioristici, mentre questi non sono altro che riflessi economici – e così tutto è capovolto. Mi pare poi evidente che questo rovesciamento, il quale fin quando resta ignoto costituisce quel che chiamiamo visione ideologica, si ripercuote a sua volta sulla base economica e può entro certi limiti modificarla. Il fondamento del diritto ereditario, presupposto lo stesso grado di sviluppo della famiglia, è economico. Ciò nonostante sarà difficile dimostrare che ad esempio l’assoluta libertà di testamento in Inghilterra e la sua forte limitazione in Francia hanno fin nei minimi particolari cause esclusivamente economiche. Entrambi si ripercuotono invece in modo notevolissimo sull’economia, influenzando la divisione del patrimonio.

Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria (religione, filosofia, ecc.), questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che per il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità. Il fattore economico è alla base di queste varie idee sbagliate sulla natura, sulla stessa condizione umana, su spiriti, forze magiche, ecc. per lo più solo in modo negativo: il basso sviluppo economico del periodo preistorico ha come complemento, ma talvolta come condizione e persino causa, le idee sbagliate sulla natura. Anche se l’esigenza economica era ed è sempre più divenuta il principale impulso per la progressiva conoscenza della natura, sarebbe da pedanti voler cercare cause economiche per tutte queste stupidità primitive. La storia delle scienze è la storia della graduale eliminazione di questa stupidità, ovvero della sua sostituzione con stupidità nuove, ma sempre meno assurde. Coloro che provvedono a ciò appartengono a loro volta a determinate sfere della divisione del lavoro e presumono di trattare un ambito indipendente. Nella misura in cui essi formano all’interno della divisione sociale del lavoro un gruppo autonomo, le loro produzioni, compresi i loro errori, hanno un influsso che si ripercuote sull’intero sviluppo sociale, persino su quello economico. Con tutto ciò sono però a loro volta essi stessi sotto l’influsso dominante dello sviluppo economico. In filosofia ad esempio è molto facile dimostrarlo per il periodo borghese. Hobbes fu il primo materialista moderno (nel senso del XVIII secolo), ma assolutista nel momento in cui la monarchia assoluta fioriva in tutta Europa e in Inghilterra iniziava a lottare contro il popolo. Locke in religione come in politica fu figlio del compromesso di classe del 1688.(2) I deisti (3) inglesi ed i loro più coerenti successori, i materialisti francesi, erano gli autentici filosofi della borghesia – i francesi addirittura della rivoluzione borghese. Nella filosofia tedesca da Kant a Hegel penetra il  piccolo-borghese tedesco – ora in positivo, ora in negativo. Ma, come determinato ambito della divisione del lavoro, la filosofia di ogni epoca presuppone un determinato materiale concettuale, che le stato tramandato dai suoi predecessori e da cui essa prende le mosse. Accade perciò che paesi economicamente arretrati possono avere tuttavia in filosofia una parte di primo piano: la Francia del XVIII secolo nei confronti dell’Inghilterra, sulla cui filosofia i francesi si basavano; più tardi la Germania nei confronti di entrambe. Ma anche in Francia come in Germania la filosofia, come la generale fioritura letteraria di quell’epoca, era altresì risultato di uno slancio economico. È sicura ai miei occhi la supremazia finale dello sviluppo economico anche in questi ambiti, ma essa si esercita all’interno delle condizioni prescritte dal singolo ambito stesso: in filosofia ad esempio tramite gli influssi economici (che a loro volta agiscono per lo più solo nel loro travestimento politico, ecc.) che si esercitano sul materiale filosofico disponibile, tramandato dai predecessori. Qui l’economia non crea nulla dal nuovo, però determina il modo in cui il materiale concettuale trovato pronto viene modificato e perfezionato, e anche ciò per lo più in modo indiretto, essendo i riflessi politici, giuridici, morali quelli che esercitano sulla filosofia la maggiore influenza diretta.

Sulla religione ho detto l’essenziale nell’ultima sezione su Feuerbach.(4)

 

2. Allusione al compromesso tra aristocrazia terriera e borghesia finanziaria al tempo della “rivoluzione gloriosa” in Inghilterra.

 

3. Il deismo è una corrente filosofica e religiosa che, pur ammettendo l’esistenza di un Dio creatore del mondo, ne negava ogni influenza sulla successiva evoluzione del mondo. Fu una corrente progressiva, in lotta contro il clero e i dogmi chiesastici.

 

4. F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, 1888.

 

5. Paul Barth (1858-1922), filosofo autore di una storia della filosofia di Hegel e degli hegeliani pubblicata a Lipsia nel 1890, in cui criticava Marx travisandone le concezioni.

 

Se perciò Barth (5) ritiene che noi neghiamo ogni e qualsiasi ripercussione dei riflessi politici, ecc. del movimento economico su questo movimento stesso, combatte semplicemente contro dei mulini a vento. Non ha che da guardarsi Il diciotto brumaio di Marx, in cui si tratta quasi solo della peculiare funzione che hanno le lotte e gli eventi politici, ovviamente nel quadro della loro generale dipendenza da condizioni economiche. O II capitale, ad esempio il capitolo sulla giornata lavorativa, in cui la legislazione, che pure è un fatto politico, influisce in modo così decisivo. O il capitolo sulla storia della borghesia (capitolo 24). O ancora, perché combattiamo per la dittatura politica del proletariato, se il potere politico è economicamente impotente? La violenza (cioè il potere statale) è anche una potenza economica!

Ma per criticare il libro [di Barth] non ho tempo. Prima deve uscire il III libro [de Il capitale] e del resto credo che potrebbe benissimo occuparsene ad esempio Bernstein.(6)

 

6. Si tratta di Eduard Bernstein (1850-1932), il dirigente del partito socialdemocratico tedesco che dopo la morte di Engels divenne il fondatore del primo movimento revisionista del marxismo. Egli per molti anni fu un valido collaboratore di Engels.

 

Quel che manca a questi signori è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall’altra l’effetto. Non riescono proprio a capire che ciò è una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il gran corso dello sviluppo avviene nella forma dell’azione reciproca - anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte, la più originaria, la più decisiva, che qui niente è assoluto e tutto è relativo. Per loro Hegel non è mai esistito.

 

*****Manchette

 

Di chi stiamo parlando?

“Quale marxista ignora che, secondo la dottrina di Marx e di Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta di liberazione?” (il corsivo  è nostro). Questo ‘per conseguenza’ è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non consegue affatto che la lotta economica (sindacale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, ’decisivi’, delle classi possono essere soddisfatti solamente con trasformazioni politiche radicali e, in particolare, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto solamente con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato”.

Con queste parole (Che fare?, 1901, in Opere, vol. 5) Lenin smascherava, cento anni fa, gli economicisti del suo tempo travestiti da marxisti (i primi revisionisti). Non pare ai nostri lettori che stia parlando di gente di loro conoscenza?

Ancora ecco spiegato perché in questo periodo i lavoratori restano sordi, non rispondono o rispondono poco, di malavoglia e senza convinzione agli appelli e agli sforzi (per quanto generosi, persistenti e attivi questi siano) fatti per sviluppare un movimento rivendicativo senza partito comunista, per sviluppare una lotta economica e una lotta politica rivendicativa senza avere assicurato l’esistenza di un partito che ne raccolga e valorizzi i risultati anche nel caso in cui la singola lotta sia sconfitta, per creare un movimento sindacale e rivendicativo senza ricostruire il partito comunista: non importa che questi sforzi vengano da Bertinotti o da Riboldi, dalla CCA o dal Movimento dei Consigli, dalla Rete dei Comunisti o dalla CISL, dal MPA o dallo Slai Cobas. I lavoratori sentono da tutta l’esperienza pratica, quotidiana e minuta che una lotta economica e una lotta politica rivendicativa senza lotta per il comunismo (senza partito comunista) non ha né prospettiva di successo né futuro. A noi spetta tradurre questo sentire diffuso e innegabile in linea: il centro dello scontro tra classe operaia e borghesia imperialista in questo periodo è la ricostruzione del partito comunista. A questo tutto conduce e da qui tutto parte.

 

*****

 

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