La resistenza delle masse popolari - Rapporti Sociali n. 20 - novembre 1998

La resistenza delle masse popolari

Rapporti Sociali n. 20 - novembre 1998 (versione Open Office / versione MSWord )

 

A proposito di chi riduce la resistenza alla difesa e ancora più a proposito di chi riduce la resistenza alle “lotte di difesa” - cioè a proposito di alcuni compagni che dichiarano di condividere le nostre posizioni, ma in realtà le travisano

 

Il procedere della crisi generale del capitalismo fa si che le masse popolari escano dal corso in cui precedentemente scorreva la loro vita. Produce in esse un malcontento, un disagio, un fermento di iniziative, di idee e di sentimenti, pratico e spirituale che genera nuove azioni individuali e collettive, distruttive e costruttive, di difesa delle condizioni di vita esistenti e di attacco al regime borghese che le distrugge. La vita non può procedere come prima e milioni di persone sono costrette a cercare nuove soluzioni, strappano i vecchi legami, sperimentano nuove aggregazioni e nuove strade.

Nuove soluzioni, nuove aggregazioni e nuove strade vengono ormai da alcuni anni sperimentate dalle masse popolari, dai lavoratori, dalla classe operaia. È questo che chiamiamo resistenza delle masse popolari al procedere della crisi generale del capitalismo.(1) La resistenza cosi intesa è il terreno su cui si scontrano le forze soggettive della rivoluzione e le forze soggettive della reazione, per conquistarne la direzione.

Anche la mobilitazione reazionaria delle masse attuata dalla borghesia fa leva sulla situazione oggettiva in cui si trovano le masse (altrimenti non avrebbe effetto), ovvero sulle contraddizioni reali presenti tra le masse allo scopo di dividere le masse e porre una parte di esse contro l’altra, contro un gruppo borghese rivale, contro i comunisti, ecc. La forza delle organizzazioni di destra (MSI-Fiamma Tricolore, Forza Nuova, ecc.) viene appunto dal loro porsi come elemento di attacco all’attuale regime politico, come forze sovvertitrici dell’ordine esistente. Naturalmente tutto questo senza mettere in discussione il sistema capitalista e sostenendone invece le forme repressive pia estreme.(2)

 

1. Sulla resistenza che le masse popolari oppongono al procedere della crisi vedasi Rapporti Sociali n. 12/13 (1992) pagg. 3-31 e n. 17/18 (1996) pag. 56.

 

2. Sui punti di forza su cui fa leva la mobilitazione reazionaria delle masse vedasi Rapporti Sociali n. 12/13 (1992) pagg. 23-27.

 

La nuova crisi generale dura da venti anni e le Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista (FSRS) del nostro paese possono già trarre un primo bilancio dell’esperienza di questo movimento pratico, oggettivo, in cui sono impegnati milioni di individui e migliaia di aggregazioni a vario livello delle masse popolari.

Ma ogni bilancio deve partire necessariamente da un’analisi. Potremmo comprendere il movimento attuale della società senza un’analisi corretta della fase attuale, dei suoi elementi fondamentali? Certamente no!

Che cosa appare della realtà oggettiva sotto i nostri occhi? Cosa si sottopone ai nostri strumenti di analisi?

La resistenza delle masse popolari è un fenomeno vasto e complesso che non può essere ridotto alle sole manifestazioni più eclatanti o a quelle le cui caratteristiche corrispondono maggiormente alle concezioni o ai desideri di chi le analizza.

Senza un’analisi corretta della crisi in corso non è possibile “vedere” le diverse forme della resistenza delle masse popolari, poiché esse derivano dalla crisi stessa e contemporaneamente la trasformano. La natura generale della crisi è l’elemento principale che determina la vastità del fenomeno della resistenza delle masse popolari.

Alcuni compagni, alcune FSRS provengono da un’esperienza di attività legate alle lotte di difesa, alle lotte rivendicative. Da queste lotte hanno tratto le maggiori esperienze, da queste lotte hanno ricavato insegnamenti e raccolto nuove forze, su queste lotte si sono sviluppate.

Da cosa era principalmente costituita questa esperienza? Innanzitutto dalle caratteristiche proprie dello stadio raggiunto dalla crisi del sistema capitalista. Negli anni ’70 e ’80 alcuni successi delle rivendicazioni e della difesa delle conquiste erano ancora possibili ad un certo livello (in calare nel corso di quel ventennio) grazie 1. alla forza e all’esperienza che la classe operaia e le sue organizzazioni possedevano, che imponeva alla borghesia di cedere a parte di quelle rivendica zioni; 2. alla effettiva possibilità per la borghesia di soddisfare quelle richieste stante l’ancora limitato sviluppo della crisi in corso (erano i primi anni). In definitiva per la borghesia “il gioco vale la  candela”: rinunciare a parte dei profitti per impedire il rafforzarsi della classe operaia e del movimento comunista.

Da non dimenticare tra l’altro che i revisionisti del PCI poterono mantenere e rafforzare la direzione sul proletariato, proprio grazie alla relativa possibilità di successo delle lotte rivendicative del periodo. La loro tesi che gli operai potevano migliorare la loro condizione pur restando nell’ambito del capitalismo, senza rivoluzione, nell’immediato era convalidata dalla realtà. Ciò determina anche la convinzione diffusa che le lotte avrebbero avuto uno sviluppo crescente e inarrestabile, che fosse quindi quello l’unico terreno su cui i comunisti dovevano lavorare.

Ciò alimentò diffusamente, tra le FSRS del periodo, sia l’incapacità di vedere sia la tendenza a sottovalutare i vari altri aspetti della resistenza che le masse popolari e i lavoratori già opponevano al procedere della crisi. Di fatto questa analisi limitata (non di prospettiva) della natura della crisi in corso e dei fenomeni cui dava luogo ostacolò la costruzione del legame delle FSRS con la resistenza delle masse popolari. Questo, unito alla mancanza di direzione sulle lotte della classe operaia (per le ragioni già enunciate: predominio dei revisionisti), portò all’arretramento del movimento comunista dalle posizioni che aveva già conquistato.

 

Oggi lo stadio di sviluppo della crisi ha raggiunto un livello tale che solo con grande difficoltà le lotte di difesa conducono a successi o a risultati positivi duraturi. Non per questo la resistenza delle masse popolari non procede e non si sviluppa, anzi! Non per questo la resistenza delle masse popolari negli anni ’70 e ’80 era caratterizzata solo dalle lotte di difesa, anzi! Le Organizzazioni Comuniste Combattenti e soprattutto il tentativo interno ad esse di ricostruzione del partito comunista erano manifestazioni di attacco al regime borghese.

La resistenza delle masse popolari al procedere della crisi si manifesta anche e sempre più spesso in attacco, rottura, distacco dall’esistente. Infatti si diffondono le manifestazioni di insoddisfazione e di ribellione anche individuale, di tipo distruttivo, spontanee, non organizzate. Ciò è la dimostrazione che la crisi non risparmia nessun individuo e nessun aspetto della vita delle masse popolari; tanto che un numero sempre maggiore di persone reagisce come può, partendo dalle concezioni, dall’esperienza e dalle condizioni concrete in cui si trova; anche da solo, anche senza un piano preciso, anche senza realistiche prospettive di successo, anche puntando principalmente a distruggere l’esistente più che a costruire il nuovo (cosa che comunque richiede in parte la distruzione del vecchio).

Pensare che la resistenza delle masse popolari coincide con le lotte di difesa delle conquiste strappate nella fase precedente (e che oggi la borghesia imperialista cerca di eliminare per limitare gli effetti della propria crisi), significa ridurre la resistenza al solo aspetto difensivo. Non solo. Significa ridurla al solo aspetto già organizzato della difesa, alle lotte di difesa.

Con questo tipo di analisi si eliminano dal proprio campo di azione (ogni azione concreta cosciente deriva da un’analisi) gli aspetti offensivi della resistenza delle masse popolari. Una linea politica che deriva da un’analisi del genere ostacola o comunque non favorisce lo sviluppo concreto di tutto ciò che tra le masse è distacco, rottura, attacco al regime esistente; ostacola o comunque non favorisce lo sviluppo di tutti gli aspetti individuali e non organizzati della difesa. Una linea che deriva da tale analisi non lavora per far avanzare l’arretrato (ciò che è individuale, spontaneo, disorganizzato) e non costruisce e non sviluppa l’attacco al regime attuale.

Nella lotta di classe non esistono terreni neutri. Ogni aspetto della vita degli uomini è diretto fondamentalmente da una delle due classi antagoniste principali: borghesia e proletariato. Ciò che non è diretto dal proletariato, dalle sue avanguardie è inevitabilmente diretto dalla borghesia. Quello che i comunisti non dirigono lo lasciano sotto la direzione del la borghesia.

Qualunque tentativo di costruire compiuto da chi non lavora per attaccare l’esistente, si risolve inevitabilmente in un tentativo di rendere ogni tendenza alla trasformazione compatibile con l’esistente stesso, quindi si risolve in difesa dell’esistente. Questo oggi concretamente significa difesa del dominio della borghesia imperialista.

Un partito che ha una visione cosi ristretta della resistenza delle masse, oggi si guarda attorno e cosa vede? Cosa capisce del movimento in corso? Quali appigli e spunti trova per la sua attività?

Prendete un organismo di oggi o il futuro partito comunista. Se riducete la resistenza delle masse popolari alle lotte di difesa, su quale strada spingete questo partito?

1. Quando si occupa di quello che fanno le masse, guarderà solo alle lotte di difesa e cercherà di influenzarle e dirigerle. Cioè si occuperà di lotte sindacali con l’aspirazione, per lo più oggi ancora vana, a dirigerle. O riesce a dirigerle o vi partecipa, cioè fa numero, dà forza alle lotte dirette dagli altri - in genere dai sindacati di regime. Spesso sono lotte che si concludono con la sconfitta e ciò non incoraggia la partecipazione. Infatti il segreto per favorire, promuovere, rafforzare, espandere la mobilitazione, è dirigere la mobilitazione esistente in modo che consegua qualche successo, per piccolo che sia.

Spesso succede che un compagno che va a lavorare, si pone l’obiettivo di far scendere i suoi compagni di lavoro in lotta, convincerli che le cose vanno male (e di questo molti sono ben consapevoli, anche molti di quelli che lo negano per non dover fare i conti con la propria impotenza) e convincerli che quindi bisogna scendere in lotta, perché solo la lotta paga. Ma il quindi non è vero: si scende in lotta quando vi sono determinate condizioni, non basta che le cose vadano male. Non è nemmeno vero che sempre (specialmente in questa fase) la lotta paga in termini di risultati economico-pratici immediati (e gli operai questo lo sanno, lo sentono).

Anche se le dirige, anche se le lotte sono vittoriose, un compagno del genere resta comunque convinto che le masse sanno fare (almeno per ora) solo lotte di difesa, che questo è il loro terreno di movimento, che solo su questo terreno deve e può impegnarle. Non è un caso che alcune organizzazioni nascondono persino di essere comuniste: pensano di riuscire meglio a radicarsi tra gli operai. Mentre, al contrario, oggi gli operai spesso ci obiettano “i CARC non sono affidabili perché non sono ancora partito”!

2. Quando un organismo con una tale concezione si occupa di politica, esso si ritiene libero di fare, di decidere in base alle convinzioni e ai sentimenti diffusi al suo interno. Non si ritiene impegnato a fare inchiesta, a cercare di vedere come le masse si muovono, a capire le tendenze che si sviluppano in esse, a raccogliere esperienze e sentimenti delle masse, a elaborarli (selezionare, capire le connessioni, gli sviluppi, gli effetti, le cause, le potenzialità, le leggi di sviluppo, ecc.), a ricavarne un’analisi della situazione, a definire sulla base di essa una linea e portarla alle masse. Cercherà di radicare tra le masse “la rivoluzione”: cioè o se stesso (conquistando prestigio, ruolo, ecc.) o i propri sentimenti e le proprie convinzioni (propagandandole).

Si vede dunque che la concezione che riduce la resistenza delle masse al procedere della crisi alla difesa o alle lotte di difesa, in politica spinge al soggettivismo.

 

***** Manchette

Parole e fatti

La denigrazione del movimento comunista, l’antistalinismo, l’antisovietismo e la denigrazione della Resistenza costituiscono, assieme alla riabilitazione del fascismo e del nazismo e alla rivalutazione del ruolo delle chiese e  delle sette, la sovrastruttura ideologica della eliminazione delle conquiste di civiltà e di benessere che le masse popolari dirette dai comunisti avevano strappato nella prima parte di questo secolo alla borghesia imperialista in ogni angolo del mondo; nei paesi socialisti, nei paesi imperialisti, nelle colonie.

*****

 

Conclusione. Il metodo giusto consiste nell’individuare in quale movimento o impresa, di fronte a quale problema le masse popolari si trovano in questa fase (per motivi oggettivi, che prescindono dalla loro e dalla nostra coscienza). Quali sono gli ostacoli che il fiume deve superare per procedere. Comprendere le caratteristiche, le cause, gli esiti possibili, i percorsi possibili di quel movimento.

Fare inchiesta su come le masse lo stanno spontaneamente affrontando, cioè di come le masse lo affrontano mosse dalle proprie condizioni materiali e dalla direzione (già esistente e operante) della borghesia imperialista. Fare inchiesta sulle forme di lotta individuale, collettiva, più o meno elementare o sviluppata, praticamente e in campo spirituale.

Elaborare i risultati dell’inchiesta, distinguere tendenze positive da tendenze negative, capire come intervenire sulle une e sulle altre, favorire le prime e combattere le seconde, organizzare la sinistra affinché unisca a sé il centro e isoli la destra. In una parola, applicare la linea di massa.

 

L’applicazione di questo metodo porta a risultati concreti se avviene per mezzo di un’organizzazione. Il problema è infatti collettivo. Il singolo individuo è largamente impotente a farvi fronte individualmente.

Ogni compagno non inquadrato in un collettivo, in un’organizzazione che applica e sviluppa un metodo di lavoro deve chiedersi: qual è il centro a cui aggregarsi per un’azione collettiva?

La resistenza delle masse popolari è un’esperienza diffusa delle masse; raccoglierne gli aspetti fondamentali, elaborarli, riportarli alle masse sotto forma di linee e metodi per perseguire obiettivi generali e specifici è un compito che solo un’organizzazione può svolgere con successo, solo con l’azione collettiva diretta da questo metodo (che è l’applicazione del materialismo dialettico alla pratica, che è il marxismo-leninismo-maoismo) è possibile conseguire risultati positivi per la rivoluzione socialista.

 

Il futuro partito comunista, se sarà adeguato ai compiti che la fase attuale pone ad esso, sarà il centro più avanzato attorno cui aggregarsi per l’applicazione di questo metodo e per raccoglierne al meglio i risultati. Un partito comunista che non applica questo metodo non può essere adeguato ai suoi compiti!

L’attuale mancanza di un partito comunista pone in questa posizione le organizzazioni che si pongono concretamente l’obiettivo di ricostruirlo. Esse sono il centro attorno cui aggregarsi. I CARC, tra queste, indicano concretamente la strada da percorrere e le condizioni da creare per la ricostruzione.

 

 

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