Per un bilancio dell’esperienza di costruzione del socialismo - Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998

Per un bilancio dell’esperienza di costruzione del socialismo

Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998 (versione Open Office / versione MSWord )

 

“Perché un sistema che si basa sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura regola la società ed invece un sistema che si basa sull’uguaglianza e la giustizia tra gli uomini non riesce ad affermarsi?”.

 

È una domanda rivoltaci da un compagno di Roma che sintetizza ciò che molti di certo si stanno chiedendo oggi.

È vero che il sistema socialista non riesce ad affermarsi?

Per comprendere la natura di un fenomeno bisogna comprendere il ruolo che esso svolge di trasformazione della realtà, su quali elementi oggettivi si basa, quali possibilità di sviluppo contiene.

Per rispondere bisogna aver chiaro innanzitutto che il socialismo è una società di transizione e per questo esso riveste un ruolo ben definito e specifico. Bisogna quindi comprendere quali sono i compiti di trasformazione nella transizione partendo dall’esperienza concreta.

Perché nei paesi in cui la classe operaia è riuscita a costruire il suo partito, il partito comunista e attraverso questo a conquistare il potere strappandolo dalle mani della borghesia, a costruire una società in cui i rapporti di produzione erano enormemente trasformati, non riuscì a procedere oltre una certa misura nella trasformazione che avrebbe dovuto portare al comunismo?

Il problema va posto sia sulla base oggettiva che soggettiva. È un problema di lotta tra due linee: quella della via verso il comunismo e quella della via del ritorno al capitalismo.

La possibilità delle due vie è insita nel socialismo, che è appunto il periodo della lotta tra due classi, tra due vie, tra due linee. Su una base oggettiva (il socialismo) che ha in sé la possibilità di ambedue le vie, le misure prese e le linee seguite per risolvere i problemi della vita corrente rafforzano una delle due vie e indeboliscono l’altra. Le misure e le linee sono prodotte dall’elaborazione dell’esperienza, sono prodotti soggettivi, di individui, gruppi e partiti.

Se un individuo, un gruppo, un partito elaborano e mettono in opera sistematicamente misure e linee che rafforzano la via del ritorno al capitalismo e indeboliscono la via al comunismo, essi mettono in moto un processo reale, pratico che, una volta raggiunto un certo livello, non può più essere invertito che con una rottura.

Non vi sono le masse che vogliono il comunismo e i dirigenti che possono andare a destra o a sinistra. La possibilità delle due vie sta anche nelle masse, perché sta nei rapporti pratici che esse vivono e nelle condizioni materiali in cui vivono.

Per fare un bilancio dell’esperienza di costruzione del socialismo utile al lavoro attuale dei comunisti bisogna distinguere tra:

1. la possibilità delle due vie che nessuna politica elimina di colpo. Essa sarà eliminata solo dallo sviluppo su un lungo periodo, centinaia di anni probabilmente, quando il capitalismo, la produzione di merci e la divisione della società in classi saranno definitivamente superate in tutto il mondo,

2. errori da cui nessuno va in assoluto esente, perché la lotta contro gli errori normalmente è il modo in cui si arriva alla conoscenza,

3. linea di ritorno al capitalismo. Benché ogni errore freni il cammino al comunismo, non per questo un errore equivale a una linea di indebolimento della via al comunismo e di rafforzamento della via del ritorno al capitalismo. Gli errori si trasformano in linea solo a causa dell’intervento soggettivo di coloro che, spinti oggettivamente dai loro interessi di classe e dalla loro concezione del mondo, traggono da tali errori insegnamenti positivi e li traducono in linee, metodi e organizzazione attuandone, seguendone e dirigendone l’applicazione pratica.

  

Sulla possibilità delle due vie

Entrambe queste vie possono oggettivamente essere percorse, e quale delle due di fatto viene percorsa dipende anche dall’elemento soggettivo.

La sola conquista del potere politico (la "presa del Palazzo d’Inverno") non è una misura sufficiente a trasformare le condizioni oggettive che determinano la possibilità di percorrere entrambe le vie.

La conquista del potere è un passaggio della fase di trasformazione, importante in quanto grazie a tale passaggio il proletariato diviene classe politicamente dominante e quindi in grado di iniziare a determinare, sotto un nuovo ruolo, i cambiamenti strutturali e sovrastrutturali necessari all’abbattimento del sistema capitalista e alla "cura" dei germi di comunismo che possono svilupparsi nel periodo di transizione (nel socialismo). Il risultato di una rivoluzione vittoriosa per il proletariato è la conquista del potere politico, è la vittoria di una battaglia nell’ambito della lotta di classe, non è la vittoria della lotta di classe in generale.

Quindi nel socialismo esiste la lotta di classe perché permangono le condizioni oggettive che determinano la lotta di classe. Entrambe le classi in lotta hanno la possibilità di vincere (il proletariato di eliminare definitivamente la borghesia e quindi la società divisa in classi, di realizzare quindi la società comunista; la borghesia di reinstaurare il suo potere politico e il suo sistema capitalista), ma non principalmente grazie alla volontà e tenacia dei propri rappresentanti, delle proprie avanguardie, dei propri partiti, bensì principalmente grazie al permanere delle condizioni oggettive su cui questi soggetti possono far leva per imporre una direzione o l’altra (una via o l’altra, una linea o l’altra) alla trasformazione.

La volontà comune, collettiva del comunismo era ed è sì un elemento oggettivo, ma in quanto riflesso dell’interdipendenza materiale degli individui l’uno dall’altro. Senza una giusta direzione rimane una tendenza che non si muta di per sé nella forza dirompente rivoluzionaria che tutto travolge e trasforma.

Conseguentemente alla Rivoluzione d’Ottobre il proletariato e le masse popolari della Russia, sotto la direzione del partito comunista e delle organizzazioni di massa, con in mano il nuovo strumento che avevano conquistato, lo Stato, iniziarono un lavoro nuovo, un’esperienza che il proletariato non aveva ancora vissuto: la trasformazione dei rapporti di produzione assunto come compito per sé, per la propria emancipazione. E si trattava del compito più difficile e risolutivo della transizione dal capitalismo al comunismo; il contenuto di questa trasformazione consiste infatti nell’eliminazione del carattere di merce alla capacità lavorativa dell’uomo.

Una trasformazione quindi che può avvenire solo gradualmente, per mezzo di una linea che operi contemporaneamente su due fronti: l’eliminazione delle istituzioni, dei rapporti, delle leggi, delle concezioni proprie della borghesia e, allo stesso tempo, l’instaurazione di nuove istituzioni, rapporti, leggi e concezioni proprie del proletariato.

Lo Stato del proletariato, la dittatura del proletariato, per quanto possa e debba eliminare celermente alcuni principali elementi materiali propri della società capitalista (proprietà individuate capitalista delle forze produttive, istituti, banche, associazioni, denaro, titoli, eserciti, rapporti tra gruppi borghesi, ecc.), non può sradicare altrettanto velocemente le concezioni e le abitudini a essi corrispondenti radicate nelle masse; non può eliminare quelle strutture e quei rapporti indispensabili all’esistenza della società senza averli prima sostituiti con nuovi e più adeguati strutture e rapporti.(1)

 

1. Oggi, ad esempio, praticamente tutti i dentisti, i chirurghi, gli architetti, gli ingegneri con una buona esperienza appartengono alla borghesia. Tra questi si può fare a meno tranquillamente di coloro che non praticano direttamente la loro attività ma vivono dello sfruttamento di altri "manovali" del mestiere. Mentre non è certo possibile fare a meno di coloro che possiedono le conoscenze e l’esperienza necessarie a curare e costruire ciò che serve per vivere, senza aver prima costruito altri mezzi per soddisfare i bisogni oggettivi legati a queste attività. Questa è una delle contraddizioni proprie della società capitalista che nel socialismo ci "tireremo dietro" e che dovremo superare: la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e la conseguente creazione di élite di professionisti super protetti e tutelati.

 

A maggior ragione la classe operaia al potere, per quanto forte e organizzata net suo partito comunista, non può instaurare (a mo’ di innesto di una pianta) tutte le strutture e le sovrastrutture, conoscenze e concezioni a esse corrispondenti e  necessarie che alla classe operaia servono per l’esercizio della sua direzione della società e della sua dittatura contro la borghesia per il lavoro di trasformazione della società socialista in cammino verso il comunismo.

Il permanere di elementi capitalisti nel socialismo (che come abbiamo visto è cosa inevitabile, altrimenti in che senso si chiamerebbe società di transizione?) comporta inevitabilmente il permanere delle contraddizioni che da tali elementi derivano. In generale, infatti, eliminando la proprietà individuale capitalista delle forze produttive non si elimina automaticamente il rapporto di capitale.

Il lavoro di eliminazione di queste contraddizioni è in sostanza il lavoro di creazione di rapporti sociali adeguati al grado di socializzazione già raggiunto dalle forze produttive fin nella società capitalista e contemporaneamente il lavoro di ulteriore sviluppo delle forze produttive ancora arretrate, prevalentemente individuali.

Nel socialismo, in sostanza, i lavoratori associati devono creare, conformemente ai loro bisogni materiali e spirituali, gli strumenti di gestione del processo produttivo, eliminando ogni forma o impedimento oggettivo e soggettivo che si contrappone a questo processo, ovvero smantellando pezzo a pezzo la società capitalista.

Per realizzare il comunismo occorrono due premesse fondamentali: abbondanza di beni materiali e trasformazione degli uomini e delle donne in tutti i loro aspetti (morali, culturali, ecc.). Questi sono obiettivi che debbono essere perseguiti contemporaneamente durante il socialismo.

 

Con cosa hanno avuto a che fare i comunisti dopo la Rivoluzione d’Ottobre?

In generale i comunisti e tutto il popolo sovietico hanno dovuto fare i conti con la lotta di classe contro la borghesia e per la costruzione di rapporti sociali comunisti contro la forza oggettiva e soggettiva, interna e internazionale dell’economia mercantile capitalista.

Inoltre hanno dovuto affrontare il problema dei rapporti di produzione precapitalisti - che all’epoca erano diffusi in Russia - che non avevano ancora esaurito la loro potenzialità di sviluppo. La liberazione dai vincoli del mercato internazionale conseguente alla Rivoluzione, liberava una spinta oggettiva verso il capitalismo nella misura in cui esso non si era ancora sviluppato oltre un certo grado. Anche se in definitiva le nuove forme più avanzate (capitaliste) avrebbero ben presto condotto il paese nell’imbrigliamento del mercato mondiale, nelle reti e nel gioco del capitalismo.

E ancora: i comunisti e il popolo sovietico dovettero fare i conti con la pressione degli Stati imperialisti resi più forti dalla mancata rivoluzione in Europa.

Nonostante questi ostacoli i comunisti e il proletariato sovietico, con alla testa Stalin, riuscirono a fare avanzare a un livello superiore il movimento comunista di tutto il mondo. Costruirono una società e un sistema di produzione e di distribuzione pianificato secondo i bisogni e in proporzione al lavoro svolto da ogni individuo; svilupparono un livello culturale e di vita in generale raggiungendo successi inaspettati ed invidiati in tutto il mondo.

Sulla base dell’esperienza sovietica i comunisti cinesi, sotto la guida di Mao Tse-tung, svilupparono ulteriormente la lotta di classe nel socialismo con la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, gettando nuovi e superiori germi di comunismo.(2)

Questi successi e la strada percorsa per raggiungerli sono un patrimonio fondamentale per noi comunisti. Dobbiamo imparare da quell’esperienza, comprenderne gli insegnamenti generali utili al lavoro attuale, comprendere i limiti e gli errori per svolgere meglio il nostro compito nella situazione attuale e particolare del nostro paese.

 

2. Sul Maoismo vedasi l’opuscolo Sul Maoismo, terza tappa del pensiero comunista, Ed. Rapporti Sociali, 1993, L. 2.000.

 

 

Come mai l’Unione Sovietica, dopo gli anni ’50, cessò di essere il punto di riferimento più avanzato del comunismo nel mondo?

 Uno degli elementi più importanti che hanno caratterizzato la II Guerra Mondiale e gli anni che l’hanno preceduta e preparata, è stata l’accanita lotta di tutti gli Stati imperialisti, anche per mezzo delle loro organizzazioni fasciste e naziste, contro lo Stato dei Soviet, contro il primo paese socialista, contro il primo successo della rivoluzione socialista, contro la classe operaia e il proletariato vittoriosi contro la borghesia, che alzavano la bandiera del comunismo facendola alzare in tutto il resto del mondo.

La lotta, anche se vittoriosa, contro questa aggressione continua favorì contemporaneamente il terreno che i revisionisti moderni seppero sfruttare per giungere al potere.

 

Da che cosa era composto questo terreno?

Innanzitutto sul piano economico e produttivo il nemico di classe costrinse i comunisti dell’Unione Sovietica a trascurare il lavoro di avanzamento verso il comunismo.

In secondo luogo, sul piano politico e sociale, vennero prese misure amministrative fortemente centralizzate, trascurando così il lavoro di formazione delle masse popolari nella gestione della loro vita sociale.

Queste misure, questa linea inevitabilmente e necessariamente adottata per far fronte alle difficoltà dovute al perenne stato di assedio e di guerra in cui l’Unione Sovietica si trovava, venne erroneamente prolungata oltre il necessario e costituì l’elemento principale su cui i revisionisti (Krusciov e cricca a seguire) si basarono per prendere il potere dopo la morte di Stalin.

Essi infatti misero da parte gli aspetti positivi presenti in quella linea (mobilitazione, disciplina, vigilanza, dedizione alla causa, impegno e forza morale nella difesa e nella costruzione dello Stato dei lavoratori, ecc.) e adottarono l’autoritarismo e il metodo amministrativo a scapito della crescita dell’aspetto ideologico e politico della vita sociale.

Venne soffocato ogni tentativo delle masse di dirigere la propria società così come stavano imparando a fare nel periodo precedente. Le masse sovietiche imparavano a fare facendo.

In questa situazione si consolidarono le forze oggettive e soggettive contrarie al comunismo e i revisionisti, in quanto rappresentanti degli interessi borghesi nell’ambito del socialismo (che essi ne fossero tutti o in parte consapevoli o meno, non fa sostanziale differenza) divennero la forza soggettiva dirigente di fatto nell’Unione Sovietica.

La linea che i revisionisti adottarono era oggettivamente funzionale a ristabilire il rapporto di capitale, i rapporti sociali del mercato capitalista, il carattere di merce al lavoro umano.

Non a caso gli Stati imperialisti, USA in testa, con l’avvento al potere dei revisionisti, iniziarono a stabilire dei rapporti commerciali con l’Unione Sovietica e con gli altri paesi in cui pure si instaurarono al potere i revisionisti.

Solo gli sciocchi che abboccano alla propaganda anticomunista della borghesia intendevano e intendono la "guerra fredda" come la lotta tra il capitalismo e il comunismo. Si trattava in realtà di una guerra tra gruppi borghesi con interessi capitalisti in contrasto tra loro, una guerra come strumento che la borghesia, da sempre divisa in gruppi, non ha mai smesso di utilizzare per "amministrare" i propri interessi.(3)

 

3. Sui particolari delle difficoltà, dei successi e del fallimento dei revisionisti moderni vedasi Rapporti Sociali n° 5/6, n° 7 e n° 11.

 

L’insuccesso della transizione dal socialismo al comunismo in Unione Sovietica veniva quindi dal prevalere di una forza (i revisionisti) presente all’interno del partito comunista, non esterna a esso. Anche per questo mettiamo in evidenza il fatto che il problema principale della lotta per il comunismo è un problema di linee, di lotta tra due linee, è un problema di contraddizioni interne che determinano la trasformazione della realtà, come insegna il materialismo dialettico.

Per questa stessa ragione la ricostruzione del partito comunista nel nostro paese non è principalmente un problema di unità delle varie forze soggettive della rivoluzione socialista attualmente attive, quanto piuttosto un problema di unità e lotta, di divisione della linea (la linea rossa) che porta concretamente a ricostruire il partito comunista dalla linea che,  anche se non a parole, nei fatti allontana questo obiettivo (la linea nera). Di divisione quindi e di unità sulla linea giusta a un livello superiore.

 

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