La linea generale del futuro partito comunista - Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998

La linea generale del futuro partito comunista

Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998 (versione Open Office / versione MSWord )

 

Il partito comunista è l’organismo con cui la classe operaia dirige le masse popolari (cioè sé stessa, il resto del proletariato e il resto delle masse popolari) a eliminare il potere della borghesia imperialista, instaurare il nuovo potere, quello della classe operaia e iniziare la trasformazione della società capitalista in società comunista.(1)

Cosa vuol dire dirigere? La direzione del partito comunista consiste in: 1. raccogliere le esperienze, i sentimenti e le idee sparse e confuse e contraddittorie delle masse (inchiesta); 2. elaborarle ricavandone un’analisi della situazione (concezione del mondo); 3. tradurre le analisi in linee, metodi, piani e misure; 4. portare le linee, i metodi, i piani e le misure alle masse perché le applichino, le verifichino e le arricchiscano. Quindi raccogliere nuovamente le esperienze che le masse compiono nel corso del nuovo ciclo della loro attività, elaborarle, ecc.: all’infinito.(2)

La direzione è quindi un processo composto di quattro fasi che viene ripetuto a un livello ogni volta superiore. È la linea di massa: individuare con l’inchiesta le tendenze delle masse (che sono un prodotto dell’esperienza e degli sforzi compiuti dalle due classi antagoniste per dirigere), comprendere quale tendenza è di sinistra (rafforza la direzione della classe operaia) e quale è di destra (rafforza la direzione della borghesia imperialista), comprendere come appoggiare e far prevalere la prima e combattere, isolare, liquidare la seconda, intervenire nella lotta tra le due tendenze. Individuare la sinistra, il centro e la destra, unire e organizzare la sinistra perché unisca a sé il centro e isoli la destra.(3)

 

1. Trascuriamo, perché non riguarda l’aspetto del problema di cui qui ci occupiamo,il fatto che il partito comunista è in grado di compiere questa sua funzione di direzione solamente se esso è parte della classe operaia, cioè se riunisce, organizza i suoi membri più avanzati, d’avanguardia, che nel partito si uniscono con quanti fanno proprio il programma e i principi organizzativi della classe operaia e lottano nelle sue organizzazioni per realizzarne gli obiettivi.

 

2. Statuto dei CARC, capitolo II, art. 2.

 

3. Per maggiori chiarimenti sulla linea di massa, uno degli apporti del maoismo al pensiero comunista, rimandiamo a Opere di Mao Tse-tung, vol. 8 (Alcune questioni riguardanti i metodi di direzione, 1° giugno 1943) e vol. 20 (I dieci punti, 20 maggio 1963).

Vedere anche Rapporti Sociali n. 11 (Linea di massa e teoria marxista della conoscenza).

 

Dirigere implica quindi che il partito comunista compia un duplice movimento: dalle masse al partito e dal partito alle masse. In altre parole il duplice movimento viene indicato anche con le espressioni: dalla materia alla coscienza e dalla coscienza alla materia; dalla pratica alla teoria e dalla teoria alla pratica; imparare e insegnare; fare inchiesta e dare indicazioni e direttive.

Quale di questi due movimenti è il movimento originario? Da quale dei due aspetti prende inizio il movimento complessivo che è unità contraddittoria dei due? Quale dei due è il principale? Quale dei due è dirigente del movimento complessivo? Quale dei due costituisce l’obiettivo del movimento complessivo? Qual è il ruolo del partito comunista in questo movimento? Perché è importante che noi oggi diamo risposte precise a queste domande?

Nel seguito vedremo anche che dalla risposta a queste domande discende anche la risposta alla domanda: qual è attualmente il nemico principale nelle nostre fila, il soggettivismo o l’opportunismo?(4)

 

4. Vale la pena richiamare all’attenzione dei nostri lettori che nemico principale non vuole dire unico nemico.

 

Il movimento originario è il primo. La coscienza viene dalla materia, lo spirito dall’essere, la teoria dalla pratica: quindi il processo prende inizio dal primo movimento. Il legame tra i due movimenti è dialettico. Ciò significa che uno genera l’altro, lo determina. Senza pratica niente teoria, senza teoria non si sviluppa una pratica superiore; senza masse (senza  contraddizione oggettiva, senza tendenza oggettiva al comunismo, senza movimento spontaneo delle masse) niente partito comunista, senza partito comunista niente movimento delle masse ad un livello superiore.

Principale è quello che nella situazione concreta costituisce il collo di bottiglia, la condizione che è indispensabile creare, l’ostacolo che è indispensabile rimuovere, il limite che è indispensabile superare, il problema la cui soluzione è conditio sine qua non perché il movimento si sviluppi in avanti, progredisca.

Dirigente è quello che costituisce l’obiettivo per realizzare il quale compiamo l’altro.

Quindi fondamentale, fondante dell’intero processo, la base, l’origine del movimento complessivo è il primo movimento (dall’essere allo spirito è la tesi costitutiva del materialismo). Dirigente è il secondo movimento: conosciamo per trasformare. Principale: quale dei due movimenti è principale dipende dalla situazione concreta. Ora è principale l’uno, ora è principale l’altro.

Quale dei due è principale nell’attuale situazione? Noi attualmente dobbiamo definire il nostro programma e il nostro metodo, elaborare la nostra analisi, definire la nostra linea generale e le linee particolari, costruire la nostra organizzazione (definire la linea organizzativa, i principi organizzativi e formare i quadri e gli organismi). Dopo la sconfitta della fine degli anni ’70, tutte le autocritiche fruttuose sono arrivate a porre questi obiettivi. Tutte le autocritiche fruttuose sono giunte alla conclusione che “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario” (Lenin, Che fare?, cap. 1, sezione d). Dobbiamo ricostruire il partito comunista e a questo fine dobbiamo creare le quattro condizioni che i CARC da tempo hanno definito.(5) Non è forse vero che questo è il nostro compito attuale?(6)

 

 

5. Le quattro condizioni da creare per la ricostruzione del nuovo partito comunista italiano sono:

1. formare compagni capaci di ricostruire il partito comunista in modo che sia all’altezza del compito che il procedere della crisi generale del capitalismo e la conseguente situazione rivoluzionaria in sviluppo pongono ad esso e che tenga pienamente conto dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria;

2. tracciare il programma del partito, il suo metodo di lavoro, l’analisi della fase e la linea generale del partito;

3. legare al lavoro di ricostruzione del partito i lavoratori avanzati, le donne e i giovani delle masse popolari;

4. porre basi finanziarie per il nuovo partito comunista.

 

6. La prima discriminante tra le FSRS è infatti tra:

- quelle che pongono come obiettivo principale di questa fase la ricostruzione del partito comunista,

- quelle che pongono come obiettivo principale di questa fase la “mobilitazione delle masse”, la “creazione di un movimento di massa”, la “creazione di un blocco sociale antagonista”, la “ricomposizione del proletariato “, la “promozione di campagne di lotte rivendicative”, ecc. o pongono questi obiettivi sullo stesso piano della ricostruzione del partito comunista. Per le altre discriminanti rimandiamo allo scritto Le sei discriminanti e i quattro problemi (in questo numero Rapporti Sociali, pag. 8).

 

È allora chiaro che oggi principale è il primo movimento. Il secondo diventerà principale quando avremo superato (fino ad un certo punto), adempiuto (fino ad un certo punto) quei compiti.

Possiamo dirigere il movimento delle masse se non abbiamo definito il nostro programma e il nostro metodo, elaborato la nostra analisi, definito la nostra linea generale e le linee particolari, costruito la nostra organizzazione (definito la linea organizzativa, i principi organizzativi e formato i quadri e gli organismi)? Potremmo porci realisticamente l’obiettivo di conquistare la fiducia delle masse se non abbiamo risolto quei compiti fino ad un certo punto? Le masse dovrebbero avere fiducia in noi? La risposta evidentemente è no in tutti e tre i casi. Tutti i tentativi fatti in questi anni in contrasto con questa risposta hanno dato risultati negativi e confermano che la risposta è no! Questo ognuno lo può constatare.

Qual è quindi oggi il nemico principale, cioè il nemico relativamente al compito principale, la tendenza negativa tra chi lavora per ricostruire il partito comunista? Il soggettivismo: scambiare la nostra volontà, i nostri desideri, la nostra determinazione, i nostri stati d’animo, ecc. per quelli delle masse; scambiare le nostre idee per la realtà. Prima di dare direttive alle masse (in altre parole: radicare la rivoluzione nelle masse), occorre: 1) raccogliere, 2) elaborare l’esperienza delle masse, 3) tradurla in linee, metodi, misure. A questo punto (e solo a questo punto) occorre 4) portare linee, metodi e misure tra le masse (radicarle nelle masse), perché le facciano proprie e le attuino, verifichino e arricchiscano.

 È soggettivista una critica del passato del tipo: abbiamo subito una sconfitta perché le masse non ci hanno seguito. Una concezione del genere ha giustificato le dissociazioni dalla lotta per il comunismo e il passaggio al campo avverso. La stessa concezione soggettivista viene però espressa anche in forma autocritica: abbiamo subito una sconfitta perché non abbiamo curato il movimento delle masse e non ci siamo preoccupati di dirigerlo e di attrezzarci a questo fine. Per questo le masse non ci hanno seguito. Quindi ora la nostra autocritica consiste nel radicare la nostra linea tra le masse. A questo genere appartiene ad esempio l’autocritica fatta dalla RAF (Rote Armee Fraktion) nella sua risoluzione di autoscioglimento (marzo 1998). Un’autocritica del genere porta quasi sicuramente o all’isolamento (rassegnarsi al fatto che le masse non ci seguono, resistere e aspettare) o allo spostamento sempre più a destra (per “adeguarsi alle masse” bisogna in qualche maniera nascondere la nostra natura di comunisti o adottare obiettivi sempre più modesti). Anche questo lo si può constatare seguendo la storia di vari tentativi di “ripresa” fatti a partire dai primi anni ’80.

La critica giusta del passato è: avevamo linee, idee, ecc. che non corrispondevano alle leggi del movimento delle masse, erano ancora troppo simili, affini a quelle dei nostri avversari. Erano critiche unilaterali del revisionismo moderno. In esse prevaleva la concezione borghese del mondo.(7) Non abbiamo subito una sconfitta perché eravamo troppo rivoluzionari, troppo a sinistra, ma perché lo eravamo troppo poco, subivamo ancora troppo l’influenza della borghesia. Le nostre concezioni coglievano e rispondevano ad un aspetto della situazione (la via pacifica al socialismo è un’utopia, la trasformazione della società non è solo evoluzione, ecc.), ma non al suo opposto (la natura della fase, le condizioni del successo temporaneo dei revisionisti, ecc.). Ovviamente occorre cogliere sia l’aspetto positivo che l’aspetto negativo del passato. È sbagliato non fare autocritica, ma è sbagliato anche fare un’autocritica unilaterale (cogliere solo l’aspetto negativo del passato). Occorre anzitutto ricostruire il partito comunista adeguato ai compiti che il progredire della seconda crisi generale del capitalismo pone di fronte alla classe operaia e che tenga pienamente conto dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria.

 

7. Col termine revisionismo moderno indichiamo la deviazione pratica e le corrispondenti concezioni prevalse nel movimento comunista a partire dalla metà degli anni ‘50, come risposta ai problemi posti dai successi precedentemente raggiunti dal movimento comunista. Esponenti di rilievo del revisionismo moderno furono Krusciov e Togliatti. L’aggettivo “moderno” è usato per distinguerlo dal revisionismo invalso nella seconda Internazionale alla fine del secolo scorso, il cui maggiore esponente fu E. Bernstein.

 

La nostra linea generale è la nostra linea per un lungo periodo: da qui alla conquista del potere. Deve comprendere e orientare il nostro lavoro in cui oggi è principale il primo movimento (legarsi alla mobilitazione delle masse per creare organizzazione, conoscere, fare inchiesta, raccogliere l’esperienza delle masse, trasformarsi e ricostruire il partito comunista), ma in cui domani sarà principale il secondo movimento (usare l’organizzazione per dirigere, per mobilitare, per conquistare il potere).

Per definire la nostra linea generale dobbiamo individuare la natura del movimento oggettivo delle masse nella fase attuale di lungo periodo, il movimento a cui appartengono i vari e contraddittori movimenti parziali delle masse che, in effetti, sotto i nostri occhi si trasformano l’uno nell’altro e si generano l’uno dall’altro. E dobbiamo definire la nostra linea generale per questa intera fase. Nella fase attuale di lungo periodo, nella fase della seconda crisi generale del capitalismo, esiste un legame (dialettico, di reciproca generazione, trasformazione e determinazione) che unisce in un movimento unico chi fa il doppio lavoro e chi protesta contro la mancanza di lavoro, chi occupa la casa e chi trasferisce la residenza per mantenere basso l’affitto, chi lotta contro l’inquinamento e chi lotta contro lo smantellamento dell’industria, la difesa delle conquiste e la ricostruzione del partito, la difesa e l’attacco. Noi chiamiamo questo legame resistenza delle masse al procedere della seconda crisi generale del capitalismo. Da qui la nostra linea generale: “Legarsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse popolari oppongono al procedere della seconda crisi generale del capitalismo, comprendere e applicare le leggi secondo le quali questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per il socialismo, adottando  come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa”.

La linea generale: “Radicare la rivoluzione nelle masse” è unilaterale (indica solo un movimento: dal partito alle masse) e soggettivista (indica come principale oggi il movimento che sarà principale domani, quindi oggi disperde energie nel cercare di radicare nelle masse “quello che noi pensiamo”). Certo, verrà una fase in cui nel nostro lavoro l’aspetto principale sarà il secondo movimento. Questa fase arriverà tanto prima quanto meglio avremo lavorato ai compiti della fase attuale.

Alla nostra linea vengono fatte alcune obiezioni. Secondo alcuni, noi saremmo fautori di un partito che “nasce dal basso” (spontaneismo). Secondo altri noi saremmo fautori di un partito che va dietro alle tendenze delle masse (codismo).

Quanto alla prima critica, noi proponiamo una trasformazione. Dopo la sconfitta subita dal movimento rivoluzionario negli anni ’70 a causa della concezione sbagliata del mondo che esso aveva ereditato dal revisionismo moderno e dalla cultura borghese di sinistra, non era possibile altra via che quella di “organizzare l’arretrato che il procedere della seconda crisi generale del capitalismo rende disposto a trasformarsi in avanzato”. Perché? Perché l’“avanzato” del movimento rivoluzionario degli anni ’70 era rimasto, nella sostanza, restio all’autocritica che lo avrebbe condotto a trasformare la sconfitta della lotta armata guidata da una concezione militarista nella vittoria della costituzione del nuovo partito comunista. Con questo sosteniamo forse che il partito nasce spontaneamente, per aggregazione dell’esistente, senza salto di qualità, senza progetto, senza piano? Basta rimandare alle quattro condizioni che abbiamo posto ai CARC e a quanti lottano effettivamente per il partito come obiettivo da creare e alla lotta condotta dai CARC dall’epoca dell’inizio della loro costituzione (novembre ’92) a oggi, per mostrare l’inconsistenza di una tale accusa. E che “l’avanzato” degli anni ’70 non abbia prodotto, né vi sia alcun sintomo che stia producendo il salto di qualità della costituzione del nuovo partito comunista, è sotto gli occhi di tutti, nonostante il tempo trascorso e l’ammirevole esempio di resistenza offerto da molti prigionieri, esuli e latitanti alle pressioni e alle lusinghe della borghesia perché si dissociassero dalla causa del comunismo e tradissero: un esempio che costituisce per se stesso un patrimonio che il nuovo partito comunista sicuramente valorizzerà.

Quanto alla seconda accusa, chi la formula dimentica che nelle masse vi sono sempre due tendenze, effetto dell’influenza delle due classi antagoniste. Individuare la tendenza positiva e quella negativa, appoggiare la prima fino a farla prevalere e combattere la seconda, è cosa diversa che “andar dietro alle tendenze delle masse”.

Il fatto è che dove non si afferma la direzione della classe operaia, esiste già la direzione della borghesia imperialista; quindi senza partito comunista prevale inevitabilmente e “spontaneamente” la tendenza negativa.(8) Andare dietro alla tendenza negativa delle masse era quello che Lenin e i suoi seguaci denunciarono come codismo, spontaneismo, movimentismo, a secondo della sfumatura su cui occorreva porre l’accento.(9)

 

8. Senza partito comunista la tendenza negativa prevale inevitabilmente e “spontaneamente” non perché “il male prevale sul bene”, non perché la tendenza al capitalismo è più forte della tendenza al comunismo, non perché le masse spontaneamente tendono all’individualismo, al capitalismo ecc. Insomma non per una delle tante formule in cui si traveste la concezione che il capitalismo è una cosa naturale anche se cattiva (una specie di riedizione laica della teoria cristiana del peccato originale che inclina ogni individuo spontaneamente al male). La tendenza negativa prevale semplicemente perché ove non esiste partito comunista la borghesia imperialista riesce a imporre in maniera vasta, profonda e diffusa la sua direzione. Essa di per sé non risparmia alcun mezzo per imporla, come ben sanno e dicono anche i critici borghesi dello stato presente delle cose, che denunciano la trasformazione dei mezzi di comunicazione in mezzi di intossicazione dell’opinione pubblica, la corruzione generalizzata, la pratica universale dell’intrigo, del crimine e del complotto come mezzo di attività politica. La degenerazione, le aberrazioni e il carattere criminale delle classi dominanti attuali sono a dimostrazione di quanto poco spontaneo e naturale sia il loro dominio, la società che esse dirigono.

 

9. Alcuni compagni cercano di tirare Lenin a sostegno delle proprie tesi circa la costruzione del partito “dall’alto” intesa come tentativo (vano, diciamo noi e i fatti confermano) di costruire il partito radicando nelle masse le proprie concezioni. Il cavallo di battaglia di questi compagni sono i celebri passaggi (es. cap. II, sezione a, cap. III sezione e) del Che fare? (1902, Opere vol. 5, rispettivamente pag. 346 e 389) in cui Lenin afferma che “la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni”. Basta un esame anche solo superficiale del testo di Lenin e della battaglia allora in corso nel movimento comunista russo per rendere chiaro che la tesi di Lenin era che per elaborare l’esperienza dell’operaio occorrono strumenti che la borghesia nega all’operaio comune e che compito specifico dei comunisti (e dei dirigenti in particolare) non è “andare dietro” alle idee dell’operaio, ma elaborare l’esperienza dell’operaio con gli strumenti a ciò necessari. A  conferma che questa era la battaglia condotta da Lenin e non il radicamento negli operai di una cultura che verrebbe non si sa da dove, si veda il commento che ne fa Stalin Lettera da Kutais (settembre-ottobre 1906, Opere di Stalin vol. 1): “Se il movimento spontaneo non genera da sé la teoria del socialismo … vuol dire che quest’ultima nasce fuori del movimento spontaneo, nasce dall’esame e dallo studio del movimento spontaneo da parte di uomini armati delle conoscenze del nostro tempo. Vuol dire che la teoria del socialismo viene elaborata “in modo del tutto indipendente dallo sviluppo del movimento spontaneo” e anche suo malgrado, essa viene poi introdotta dall’esterno in questo movimento e lo indirizza in modo conforme al proprio contenuto, vale a dire in modo conforme alle esigenze oggettive della lotta di classe del proletariato”. E nello stesso contesto Stalin rimprovera a Plekhanov “di essere in ritardo rispetto ai nuovi problemi”, di limitarsi ancora ad opporre a Lenin “che le idee non cadono dal cielo”, come se la battaglia in corso nel movimento comunista russo all’inizio del secolo fosse ancora la battaglia per affermare che le idee vengono dall’esperienza e non interessasse piuttosto in quegli anni mettere in chiaro contro gli spontaneisti, contro i negatori del ruolo del partito, “in che modo da singole idee si elabora un sistema di idee (la teoria del socialismo), come singole idee grandi e piccole si collegano in un sistema organico, (la teoria del socialismo) e da chi vengono elaborate e collegate”. Perfetto. Ma dicano ora i nostri critici, non è anche loro opinione che da noi in questi anni la battaglia in corso invece è ancora proprio la battaglia contro il soggettivismo, cioè la battaglia contro chi ritiene che le idee sgorghino dal suo proprio cervello, contro chi nega che il punto di partenza di ogni teoria comunista è l’esperienza degli operai, che ogni teoria comunista è nata e nasce elaborando l’esperienza dell’operaio, cioè, in altre parole, che non era possibile elaborare la teoria socialista “di Marx ... nell’epoca della schiavitù o nell’epoca della servitù della gleba”?

 

Ma parlare oggi, nelle nostre fila, di codismo, spontaneismo, movimentismo e non distinguere le due tendenze contrapposte che si contendono il cuore e l’attività delle masse, oscura il fatto che il partito comunista deve comprendere la tendenza positiva delle masse, “andar dietro” alla tendenza positiva delle masse facendola prevalere sulla tendenza negativa, adeguare la sua azione alle leggi che regolano il movimento delle masse. Oscura il fatto che dirigere vuol dire individuare la tendenza positiva e negativa, ecc.

Nella lotta, in ogni situazione concreta bisogna concentrare le forze contro il nemico di quella fase. Battere i nemici uno per volta. Battuto un nemico, è probabile che sarà necessario iniziare la lotta contro il nemico di tipo opposto. Quando avremo vinto la battaglia per elaborare il programma, il metodo, ecc. e avremo costruito il partito, probabilmente dovremo “cambiare spalla al fucile” e iniziare la lotta contro chi non radicherà con sufficiente energia e forza la rivoluzione tra le masse, contro chi manterrà il partito isolato, contro chi non si batterà con sufficiente energia contro la tendenza negativa delle masse, ecc.

Le due cose esistono sempre entrambe, ma in una fase concreta una è principale e l’altra è secondaria. Quella che è principale in una fase, può diventare secondaria nella fase successiva. Individuare giustamente il compito della fase e il nemico corrispondente, è essenziale per superare la fase con successo, raccogliere i frutti che essa può dare e procedere in avanti.

 

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