Sulla Confederazione Comunisti Autorganizzati - Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998

Partito comunista e soggetto politico comunista

Rapporti Sociali n. 19 - agosto 1998 (versione Open Office / versione MSWord )

 

La Confederazione dei Comunisti/e Autorganizzati (CCA), costituita al Convegno di Firenze del 7 febbraio 1998 da compagni che hanno lasciato il PRC e da esponenti dello SLAI COBAS, è nello stesso tempo sia espressione della necessità di ricostruire il partito comunista che si impone al di là della comprensione che gli individui hanno del movimento politico, sia tentativo (ultimo solo in ordine di tempo e maggiore come dimensioni) di costituire un partito che ha come programma non la rivoluzione socialista, ma rivendicazioni estreme (nel nostro linguaggio: un partito economicista).

Da quest’ultimo carattere deriva poi la tendenza a subordinare anche la costituzione del loro nuovo partito allo sviluppo di un forte movimento rivendicativo di massa.

Il fenomeno è rappresentativo sia dei punti favorevoli sia degli ostacoli relativi alla ricostruzione del partito comunista. È quindi indispensabile che i compagni lo studino accuratamente.

Per questo pubblichiamo nell’ordine

- Estratto del documento costitutivo della CCA (Costituiamo un soggetto politico comunista -7 dicembre ’97)

- A proposito del documento "Costituiamo un soggetto politico comunista’’, documento del CARC di Firenze

- Sette domande inevase ai firmatari dell’appello "Costituiamo un soggetto politico comunista"

- Intervento dei CARC all’assemblea costitutiva della CCA

 

Costituiamo un soggetto politico comunista

Estratto del documento costitutivo della Confederazione Comunisti/e Autorganizzati (CCA) (dal Manifesto del 13/12/’97)

 

Molti compagni, dopo un periodo di sconfitte politiche del movimento operaio e di fallimenti delle esperienze comuniste si chiedono se la strada della costruzione di un nuovo soggetto politico comunista sia ancora possibile.

La domanda si pone pressante specialmente dopo l’ennesima deriva riformista del partito che porta l’effigie di comunisti, cioè il PRC. Questo partito nato per essere il cuore dell’opposizione e per rifondare il comunismo è approdato, dopo sette anni, ad un accordo programmatico di governo che dovrebbe portare l’Italia nella II Repubblica nel quadro europeo di Maastricht. La sempre più insopportabile durezza dello sfruttamento e dell’oppressione capitalistica, e le concrete potenzialità che le contraddizioni sociali e politiche continuano ad offrirci, impongono oggi la ricostruzione di una nuova formazione politica comunista per un’adeguata e credibile difesa degli interessi materiali e generali dei lavoratori.

L’ingresso del PRC nell’area programmatica del governo Prodi chiude definitivamente una fase dove si è avuta la completa integrazione della sinistra tradizionale, a partire dal PCI e dalla CGIL per finire al PRC, alle regole e alla compatibilità del sistema capitalistico.

Con Prodi e la sua maggioranza, con il patto neocorporativo di CGIL-CISL-UIL, la borghesia italiana ha raggiunto l’obiettivo della scomparsa dell’opposizione, con un centro sinistra che fa la politica della destra e con Rifondazione Comunista ormai ridotta a semplice ruota di scorta.

Tutto ciò viene pagato a caro prezzo dai lavoratori a partire dalla finanziaria ’98. Ma non c’è soltanto la finanziaria. Le privatizzazioni con il loro carico di licenziamenti, l’attacco alla scuola pubblica, la drastica riduzione dei consumi, la decurtazione dei redditi e delle pensioni, la precarizzazione generalizzata, le gabbie salariali, la disoccupazione di massa sono il prezzo delle politiche del governo Prodi. Come alto è il prezzo sul versante istituzionale che vede conformarsi il  disegno autoritario della II Repubblica.

A partire dall’opposizione al governo Prodi occorre ripensare ad una politica fatta di soggetti sociali concreti, una politica che stimoli l’attività anziché la delega, che ricominci a fornire gli strumenti di analisi e d’iniziativa. Una politica che torni sulle grandi questioni della nostra epoca, che metta al centro il conflitto e la lotta di classe in un quadro che ridefinisca strategie e strumenti.

La strada che indichiamo è quella della costruzione di un soggetto politico comunista che dall’opposizione in forma organica avanzi un progetto per il superamento del sistema capitalistico.

La concorrenza intercapitalistica spinge i gruppi dominanti del continente alla realizzazione dell’Unione Europea, ritenendo che solo un blocco unico sia in grado di contrapporsi agli altri due poli imperialisti Stati Uniti e Giappone. Ciò secondo un modello, quello di Maastricht, che ipotizza la deriva d’intere aree geografiche, l’espansione neocoloniale lungo la fascia dei paesi intorno al blocco Europeo, il restringimento degli spazi salariali, occupazionali e democratici nel cuore dei paesi dominanti.

Le grandi aree imperialistiche nonostante il vantaggio rappresentato dal crollo dell’URSS sono lontane dall’avere concertato e imposto una loro stabile dominazione su scala planetaria dei processi di accumulazione. Un elevatissimo potenziale conflittuale rimane non solo tra aree dominanti e aree dominate ma anche tra le stesse aree forti.

Nel nostro Paese con la fine del compromesso sociale e politico e la conseguente perdita di credibilità delle utopie riformiste si è affermato un pensiero unico neoliberista, al quale non si sono sottratte neppure forze tradizionalmente riformatrici. La crisi del riformismo ha inoltre spalancato le porte non solo all’ondata neoliberista ma anche alla crescita di formazioni reazionarie nonché fasciste e xenofobe.

Le politiche degli ultimi governi da Amato a Prodi sono tutte dentro questa ristrutturazione: pressione fiscale diretta e indiretta sui redditi da lavoro, federalismo fiscale, privatizzazioni, controriforma della scuola, flessibilità e precarizzazione, compressione dei consumi.

Il nuovo modello socioeconomico richiede il regime della II Repubblica: riorganizzazione e moltiplicazione dei centralismi, dai poteri dei sindaci al presidenzialismo; omologazione dell’informazione nel quadro dell’alternanza tra due poli compatibili, privatizzazione dell’ istruzione e della ricerca, riorganizzazione degli apparati repressivi, nuovo modello di difesa, predisposizione di nuovi apparati ideologico culturali.

Ogni proposta, ogni iniziativa, ogni lotta deve fare i conti con questa novità nel misurare gli obiettivi, i risultati e 1e reazioni. Se di fronte si pone il nemico ricomposto anche il proletario dovrà ricomporsi e ciò è possibile se saprà esprimere programmi fortemente riunificanti a partire dalla materialità dei bisogni:

1) Sviluppare una vertenzialità generale sul salario sociale.

2) Strettamente connessa alla battaglia sul salario sociale va collocata la vertenza sulla riduzione dell’orario di lavoro.

3) Sviluppare una grande campagna per l’occupazione garantita e tutelata.

4) Aprire una vertenza generale per la modificazione del sistema fiscale.

5) Sostenere le lotte di resistenza contro la devastazione sistematica dello Stato sociale.

Ogni ipotesi di costruzione di un soggetto politico comunista deve fare i conti con la formazione del blocco sociale che rivendichi per sé il potere in opposizione al potere delle classi dominanti.

L’aver ridotto il tutto a merce ha stabilito il nuovo terreno dello scontro. Un terreno senza ripari, senza vie di fuga. Ogni conflitto limitato che sia, che provenga dal bisogno, svela il suo nemico, svela cioè la struttura capitalista e lo scontro si riappropria della immediatezza della lotta di classe. È sul filo di questo ragionamento che occorre muoversi per la ricostruzione del blocco sociale antagonista.

Se il dominio del nuovo capitale distrugge le piccole e le grandi intermediazioni ponendosi, sempre più direttamente con la gestione e indirettamente con la cogestione, alla guida del governo della cosa pubblica, modellando a sua somi glianza l’organizzazione dello Stato, allora anche ogni contrapposizione al governo e allo Stato diviene contrapposizione al capitale e al sistema capitalistico. Ogni conflitto legato ai bisogni, da suscitare, riunificare e organizzare in opposizione al governo della borghesia diventa contrapposizione fra lavoratori e padroni.

Il terreno dello scontro non si pone più dentro le istituzioni poiché oltre al compromesso sociale è venuto meno anche il compromesso istituzionale sancito dalla costituzione. La conflittualità si pone oggi contro e non dentro le Istituzioni autoritarie della II Repubblica. Ma ciò è solo potenziale in quanto il blocco sociale non ha trovato ancora gli strumenti e i luoghi dove legittimarsi come potere democratico. Ecco il punto: costruire gli strumenti e i luoghi dove il contropotere sia legittimato dal consenso della maggioranza a partire dalle forme della rappresentanza nei luoghi di lavoro, di studio, sul territorio.

Gli esecutivi delle istituzioni assumono il carattere del nemico di classe, mentre i rappresentanti istituzionali di una forza politica alla quale può fare riferimento il blocco sociale anticapitalista diventano il possibile strumento per le proprie autonomie e finalità antagoniste.

La ricostruzione del blocco sociale, a partire dalla ricomposizione intorno ad una piattaforma programmatica sul terreno rivendicativo di classe, inoltre, non può prescindere da un programma che investa le grandi questioni della nostra epoca, prime fra tutte le tematiche femminili, oltre il problema dell’emigrazione, dell’ambiente, la questione meridionale.

Se ogni ipotesi di manifestazione attiva del blocco storico anticapitalistico non vuole risultare puramente teorica, dobbiamo partire dal fatto che essa non può esistere senza la presenza di un sindacato di classe.

La crisi del compromesso sociale, i caratteri autoritari e neocorporativi della II Repubblica, rendono ormai improponibile l’utilizzo dei sindacati istituzionali di massa. Da ciò, l’attuale impotenza dei lavoratori. Proponiamo perciò un progetto che, partendo dalle esigenze della classe operaia e da una impostazione consiliare, vada verso la costruzione del sindacato di classe. Questa ricostruzione non può essere solo un’esigenza, essa è la condizione imprescindibile ed improrogabile per il funzionamento di tutto l’impianto strategico. Perciò o corrisponde a un percorso in alto oppure ogni ragionamento sul blocco storico e sul soggetto politico risulterebbe una semplice argomentazione accademica. Dunque partiamo da ciò che c’è e su quello inneschiamo un percorso di ricostruzione.

Mentre CGIL-CISL-UIL realizzano a tappe forzate un ulteriore passaggio della loro corporativizzazione, candidandosi a gestori del mercato del lavoro destrutturato e dei fondi pensione, restano oggi in alternativa la pratica, gli obiettivi e il percorso dell’autorganizzazione come strada e progetto per ridare la parola agli operai, ai lavoratori in generale (compreso i disoccupati e i mille settori del precariato), per la loro riappropriazione diretta della gestione e della costruzione complessiva delle lotte e delle vertenze ad ogni livello.

Proponiamo quindi che sui posti di lavoro l’autorganizzazione ed il sindacalismo di base elaborino con i lavoratori una piattaforma politico-sindacale unitaria, da verificare a livello di massa con iniziative di lotta dirette dai delegati eletti dai lavoratori stessi. È questo il percorso concreto per creare in futuro le condizioni per arrivare all’unità del sindacalismo extra confederale e all’organizzazione in un sindacato di classe della maggioranza dei lavoratori.

Poiché alcune componenti sindacali sono nate e si sono sviluppate rivendicando i diritti sindacali per gli organismi eletti dai lavoratori, mentre altre hanno privilegiato la forma associativa rivendicando la "maggior rappresentatività", riteniamo questo percorso necessario per arrivare ad una convergenza effettiva, evitando scelte oggi premature.

I caratteri dello strumento deputato ad essere il maggiore protagonista nella lotta al sistema nel suo insieme per il suo superamento, è la questione più complessa da definire.

Facendo riferimento alle esperienze concrete di questo secolo, risulterebbero più gli aspetti da non ripetere che quelli da utilizzare come modello di riferimento. Più utile è partire da una visione più generale in modo da ricostituire le basi teoriche che nell’intreccio con le attuali manifestazioni autorganizzate dei comunisti possono dare solidità al nuovo soggetto politico comunista. Ciò è possibile attraverso il recupero critico del patrimonio di pensiero del marxismo e delle espe rienze rivoluzionarie iniziate con l’Ottobre russo. Ovviamente recupero attualizzato, senza continuismi, ma anche senza rimozioni e senza scomuniche.

 

**** Manchette

La prima discriminante tra le Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista è tra:

- quelle che pongono come obiettivo principale di questa fase la ricostruzione del partito comunista,

- quelle che pongono come obiettivo principale di questa fase la "mobilitazione delle masse", la "creazione di un movimento di massa", la "promozione di campagne di lotte rivendicative", ecc. o pongono questi obiettivi sullo stesso piano della ricostruzione del partito comunista.

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Questa è l’impostazione per avviare un bilancio sul comunismo utile per la comprensione dei grandi temi che si pongono alle soglie dei terzo millennio: dalle grandi questioni già ricordate, alla crisi degli stati unitari, ai caratteri del nuovo ordine mondiale, alla riproposizione dell’internazionalismo proletario in un’epoca di grandi migrazioni e di tumultuosi processi d’internazionalizzazione dell’economia e della politica. Questioni molto complesse che negano ogni forma affrettata di risoluzione e non concedono nulla al fraseologismo dogmatico e alle mode nuoviste.

Se da una parte non è comprensibile la difesa e la riproposizione dei vecchi modelli, ed anzi occorre uno spregiudicato bilancio sulle degenerazioni a partire dallo stalinismo e sul revisionismo, a partire dall’esperienza kruscioviana, tali manifestazioni non devono esaurire la vicenda del comunismo in questo secolo, né inficiare la prospettiva rivoluzionaria di cui l’Ottobre russo è stata la prima grande concretizzazione.

Sulla base delle analisi contenute in questo documento, in stretto collegamento con le iniziative di mobilitazione e di lotta contro la politica padronale e governativa, proponiamo la costruzione immediata di un nuovo soggetto politico comunista.

Una organizzazione che, anche nel suo funzionamento interno, sia fondata sui comitati di base e sulla loro espressione politica collettiva.

Oggi, a differenza del pensiero unico del mercato, non esiste un pensiero unico comunista. È per questo che non autoproclamiamo la nascita del nuovo partito comunista, ma proponiamo invece un percorso aperto al contributo dei tanti compagni - organizzati e non - che ne riconoscono la necessità e l’urgenza.

È per questo che si pone, in questa fase, la necessità di una organizzazione politica di tipo confederativo di comunisti autorganizzati.

Questa confederazione non vuole essere la somma dei vari pensieri o gruppi esistenti, né un loro coordinamento, ma la risposta all’esigenza di una forma pluralista anche se non eclettica.

La proposta del nome da dare alla nuova organizzazione: "CONFEDERAZIONE COMUNISTI/E AUTORGANIZZATI".

Giovanni Bacciardi, Emilia Calini, Corrado Delledonne, Vittorio Granillo, Orietta Lunghi, Mara Malavenda, Leonardo Mazzei

 

 

 

 A proposito del documento "Costituiamo un soggetto politico comunista"

Documento del CARC di Firenze

 

Sul Manifesto del 13 dicembre si propone alla discussione il documento "Costituiamo un soggetto politico comunista", firmato da compagne e compagni alcuni dei quali usciti più o meno di recente dal PRC. Raccogliamo l’invito alla discussione ed entriamo nel merito delle questioni poste. Quanto segue è da considerarsi un contributo al dibattito che si fonda sulle posizioni definite dalla nostra organizzazione a livello nazionale e che viene elaborato all’interno del CARC di Firenze.

Il CARC di Firenze fa parte di un’organizzazione nazionale il cui obbiettivo è la ricostruzione del partito comunista. Perciò, rispetto alla proposta contenuta nel documento pubblicato sul Manifesto, si pone in relazione di unità e differenza. L’unità sta nel fatto che vogliamo ricostruire il partito comunista e il partito è senza dubbio un "soggetto politico comunista", quello stesso che i firmatari del documento ritengono necessario costituire. La differenza sta nel dire "soggetto politico comunista" e dire "partito comunista": ovviamente non è la stessa cosa.

Più oltre i firmatari del documento scrivono: "(...) non autoproclamiamo la nascita del nuovo partito comunista, ma proponiamo invece un percorso aperto ai contributi dei tanti compagni (...) che ne riconoscono la necessità e l’urgenza". Il passaggio non è chiaro: da una frase così formulata si può intendere sia che i compagni riconoscono la necessità e l’urgenza di un percorso sia che riconoscono necessità ed urgenza di un nuovo partito.(1) Nel primo caso siamo a un livello di genericità massimo. Che sia necessario un percorso comune dei compagni che riconoscono la necessità di un percorso comune è come dire che la pioggia è bagnata. Riteniamo quindi che i compagni e le compagne che firmano questo documento riconoscano un carattere del percorso, quello di tendere alla ricostruzione del partito. Il soggetto politico da costituire, che infine viene indicato come "confederazione comunisti/e organizzati", sarebbe dunque un passo intermedio verso la costituzione del partito. Sull’obbiettivo, dunque, saremmo nella stessa posizione. Riconoscere la necessità del partito in modo aperto cosi come rivendicare "per sé il potere in opposizione al potere delle classi dominanti" è un passo avanti rispetto a un antagonismo indeterminato. Dichiararsi anticapitalisti è più facile che dichiararsi comunisti (anche il papa a modo suo critica il capitalismo). In generale, infine, combattere contro qualcosa è meno impegnativo rispetto a combattere per qualcosa. Le due cose sono diverse: chi è anticapitalista non necessariamente è comunista, invece chi è comunista è necessariamente anticapitalista.

 

1. Il dubbio sulla chiarezza è legittimo: abbiamo alle spalle molti tentativi di costituire percorsi comuni non meglio definiti, entro i quali mai ha avuto luogo un dibattito serio sulla necessità o meno della costituzione del partito. Si è menato il can per l’aia, ogni tentativo di questo tipo è fallito e si è perso tempo.

 

Quelle scritte sopra non sono precisazioni inutili. Il documento che stiamo discutendo si indirizza tra le altre ad un’area in cui ci sono compagne e compagni che si qualificano come comunisti e altri che si qualificano come anarchici e in tutti vive una confusione tra le due forme che si combinano in quello che viene genericamente chiamato antagonismo.

Le due forme di questo antagonismo più che convivere si sopportano e sempre fino ad un certo punto, come dimostra l’esperienza storica.(2) Un documento come quello in questione, proposto da compagni e compagne molti dei quali (o tutti?) hanno in comune un’esperienza negativa nelle fila del PRC, dovrà affrontare, tra l’altro, la differenza tra le due forme di antagonismo, differenza tra l’essere comunisti e l’essere anarchici.

 

2. In Spagna si è visto che l’unità degli antagonisti (meglio dire, in questo caso, dei combattenti) non si determina per il solo fatto che essere uniti si deve, perché la situazione lo richiede, perché gli eserciti fascisti sono alle porte. L’unità entro le masse popolari, sia in generale, sia in un singolo luogo di lavoro, si ottiene con una pratica cosciente e pure difficile ad apprendersi. Anche qui, come altrove, una cosa non accade semplicemente perché deve acca dere.

 

L’apertura di un dibattito porterà ad affrontare la differenza, e a superarla? Oppure non la si terrà in considerazione, per amore del quieto vivere? Nel primo caso il dibattito può anche portare al conflitto e a perdere gente per strada. Nel secondo caso magari si resta tutti insieme, ma è sicuro che non si fa il minimo passo avanti verso ciò che qui si dichiara come obbiettivo, la costruzione di un "soggetto politico comunista" prima e la conquista del potere poi.(3)

 

3. Gli estensori del documento si esprimono, riguardo alla conquista del potere, nei termini seguenti: "Ogni ipotesi di costruzione di un soggetto politico comunista deve fare i conti con la formazione del blocco sociale che rivendichi per sé il potere in opposizione alle classi dominanti".

 

Un "soggetto politico comunista", quindi, per come si definisce già avrà da distinguersi rispetto a tutto quanto comunista non è in quel campo che viene chiamato antagonista e che copre una parte consistente di quanto si muove sul terreno extraistituzionale. Questa distinzione, che non sarà soltanto teorica, ma sarà scontro, è comunque solo un aspetto del problema di fondo che investe la proposta di questi compagni e di queste compagne. Il problema ha un aspetto soggettivo e uno oggettivo, gli aspetti vanno considerati ognuno in sé e nella loro relazione.

L’aspetto soggettivo del problema è il seguente. Il soggetto che si vuole costruire si svilupperebbe non per dialettica interna, come risultato delle proprie contraddizioni e come avviene per ogni organismo vivente. Il soggetto si costituirebbe in seguito alla convergenza in sé di diversi organismi e singoli individui che ora sono sparsi e senza connessione. Perché tale convergenza dovrebbe avvenire? Forse principalmente a scopo difensivo, perché le classi dominanti sono all’attacco? Come mai tale convergenza non si è verificata fino ad oggi, considerato che le classi dominanti sono all’attacco già da tempo? Come mai i tentativi di convergenza precedentemente attuati sono falliti?(4) Come mai è fallita, e qui lo si dichiara, quella convergenza di molti compagni e compagne verso il PRC, quell’organismo che alla data della sua costituzione sembrò essere il naturale catalizzatore di moltissime tensioni più o meno rivoluzionarie, vecchie e nuove?

 

4. Già negli anni Settanta la molteplicità di organismi allora presente non riuscì affatto a costituirsi come organizzazione unitaria e già allora uno dei pochi dati unificanti era dato non positivamente, ma negativamente: si diceva non ciò che si era, ma ciò che non si era: allora ci si diceva, anziché extraistituzionali come ora, extraparlamentari.

 

Molti già alla data della costituzione del PRC considerarono tale organizzazione non tanto "il cuore dell’opposizione" ma piuttosto un contenitore di quanto non era riconducibile al progetto di eliminazione definitiva del partito comunista di cui Occhetto fu gestore pubblico. Ora in quale modo si può evitare che il nuovo soggetto politico comunista si riduca a essere un contenitore che avrebbe come carattere distintivo soltanto quello di essere al di fuori delle istituzioni dello Stato borghese? Voi, compagni e compagne, lo dichiarate "Questa confederazione non vuole essere la somma dei vari pensieri o gruppi esistenti, né un loro coordinamento, ma la risposta all’esigenza di una forma pluralista anche se non eclettica". Dichiarando questo comprendete che un rischio esiste, il rischio di un’unità che sia una semplice somma e come tale destinata a sfaldarsi alla prima occasione. Non volete questo tipo di unità. Ciò che volete è altro. Come pensate di ottenere ciò che volete? Come pensate di evitare l’eclettismo? Quali strumenti vi darete per evitare l’opportunismo di tutti coloro che diranno, sì, di voler creare una organizzazione unitaria e magari addirittura un partito comunista, ma nei fatti faranno ogni sforzo per conservare le proprie posizioni e le strutture dove operano, mantenendo quindi il soggetto politico comunista allo stato di somma di organismi? Questo opportunismo impedisce ogni trasformazione sia individuale che collettiva, sia particolare che generale, verso la formazione di un unico organismo articolato in parti, un organismo vivo e capace di muoversi verso gli obbiettivi che diciamo essere necessari. È un opportunismo che esiste anche in campo extraistituzionale.

 Dichiarate di voler affrontare in senso critico l’esperienza del movimento comunista. Perciò non dovrete limitare la vostra analisi critica all’esperienza dell’URSS dalla sua fondazione al suo dissolvimento, né dovrete limitarvi alla critica del revisionismo. Dovrete prendere in considerazione anche l’esperienza dei comunisti, dei rivoluzionari e in genere di quanto si è dichiarato sinistra extraistituzionale in Italia negli ultimi decenni, cioè la critica dovrà riguardare anche quell’area in cui voi vi siete formati e avete lavorato. Dovrà essere, cioè non solo critica, ma anche autocritica. Se vogliamo porci di fronte alle masse popolari come soggetto che merita di riscuotere fiducia dobbiamo farci carico dello stato di debolezza in cui oggi ci ritroviamo. In questo senso l’autocritica è ancora più importante della critica. Ognuno di quegli organismi e di quegli individui che convergesse verso una confederazione unica dovrebbe cambiare, dovrebbe trasformarsi, se vuole che effettivamente quella sia qualcosa di diverso da una semplice somma. Ora lo strumento per cambiare è appunto quello dell’autocritica. In altre parole dobbiamo sì considerare quali sono stati gli errori dei dirigenti e dei partiti comunisti che ci hanno preceduto, ma prima di tutto dobbiamo considerare gli errori nostri e le sconfitte come conseguenze di quegli errori soprattutto. Non siamo mica nati ieri. Nemmeno siamo adolescenti che di ogni cosa che non va danno la responsabilità ai padri. Solo se ci riconosciamo responsabili delle sconfitte possiamo essere responsabili delle possibili e delle probabili vittorie. Altrimenti siamo quello che siamo oggi, né carne né pesce e restiamo tali sia che siamo cinquantamila sia che siamo cinque.

Sopra abbiamo parlato dell’aspetto soggettivo del problema. Di seguito parliamo dell’aspetto oggettivo.

Descrivete la situazione oggettiva come negativa e non si vedono nel documento aspetti che favoriscano la ripresa del movimento rivoluzionario. L’unico motivo per cui ci dovremmo unire sarebbe appunto il fatto che la situazione è negativa, che la borghesia imperialista ci attacca in modo sempre più arrogante, che loro sono uniti e noi no, che loro sono forti e noi deboli. Ci uniremmo perché dobbiamo farlo. Fosse la mancanza di unità una malattia non basterebbe dover guarire per guarire effettivamente, e nemmeno basterebbe voler guarire. Ciò che vogliamo è potere guarire, perché ciò accada bisogna porre in atto cure, e disporre di farmaci, disporre di una scienza medica, valutare quali sono le condizioni oggettive in cui la nostra guarigione è possibile.

La situazione oggettiva in cui operiamo mette in mostra ad ogni passo la debolezza del movimento rivoluzionario. Non siete i soli, compagni e compagne, a dichiarare uno stato di debolezza nostro. Ogni giorno la borghesia imperialista lo fa attraverso i suoi organi di informazione, diffondendo minuziosamente ogni notizia su come procede la crisi del comunismo o su come è avvenuta la sua morte definitiva. È un lavoro, questo, che la borghesia fa da quando il movimento comunista è sorto, che viene fatto con una ripetitività isterica fin dai tempi della Rivoluzione d’Ottobre. La nostra debolezza è cosa che ci interessa conoscere, naturalmente, perciò ringraziamo i borghesi che con tanta cura ce la dipingono in tutte le salse, dai trattati universitari fino al finto ribellismo che si divulga magari con un fumetto o un CD alternativo o trasgressivo. Ma molto ci interessa anche conoscere la nostra forza e la debolezza del nemico.

Anche Marx riconosceva che l’apparenza e la sostanza non sono la medesima cosa. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno della scienza e noi saremmo soddisfatti di sapere che il sole si muove e la terra è ferma. Nel caso del sole e della terra il rapporto tra apparenza e sostanza è quello del rovesciamento: le cose stanno all’opposto di quanto sembra. Secondo l’analisi elaborata entro la nostra organizzazione ci diciamo che la realtà è ugualmente rovesciata rispetto a ciò che sembra nei rapporti tra borghesia imperialista e comunisti. La crisi economica in atto pone anzitutto la borghesia in condizioni di debolezza e i comunisti in posizione di forza. Non siamo tanto stupidi da affermare, con ciò, che si può senz’altro costruire il partito, conquistare il potere e sederci ad assistere al sorgere del sole dell’avvenire. Diciamo che oggi possiamo parlare di ripresa del movimento rivoluzionario perché ci sono le condizioni favorevoli e che la borghesia vive oggi in una condizione di indebolimento progressivo che si sforza, naturalmente, di nascondere in ogni modo.

Ciò diciamo in base ad un’analisi della crisi economica che abbiamo sviluppato nell’ultimo decennio e che è esposta nel nostro materiale informativo, noto a molti dei nostri interlocutori. Parliamo di crisi per sovrapproduzione di capitale, del  suo carattere assoluto e generale, della sua estensione mondiale, dei suoi aspetti economico, politico e culturale. Con ciò cerchiamo di avere la visione più esatta, coerente nel senso scientifico del termine, della realtà oggettiva, visione senza la quale ogni movimento avviene a tastoni e contiene la massima probabilità dell’insuccesso, stante il fatto che abbiamo di fronte un avversario irriducibile, attento a ogni nostro errore e deciso a utilizzare ogni mezzo, legale o extralegale, per eliminare ogni organizzazione comunista che abbia qualche probabilità di vincere.

Diciamo che la crisi si sviluppa a causa della sovrapproduzione di capitale e di conseguenza si risolve con la distruzione del capitale in eccesso. La distruzione più generale e più capillare è la guerra, che rappresenta una delle soluzioni in cantiere. La soluzione alternativa è quella in mano nostra, quella cui voi stessi accennate: la conquista del potere "in opposizione al potere delle classi dominanti", ciò che è avvenuto per la prima volta nell’Ottobre del 1917. Con questa soluzione non si distrugge semplicemente un capitale in eccesso. Si distrugge tutto il capitale perché si toglie a tutta la ricchezza esistente e alla fonte di quella futura la natura di capitale.

Le vie d’uscita alla crisi attuale sono dunque guerra o rivoluzione, o qualche combinazione delle due. Questo è quanto sosteniamo ed ogni nostro progetto politico si configura non entro mille scenari possibili, ma entro questi due. Chi non condivide le nostre conclusioni (e sono molti) è tenuto a portarne altre. Voi stessi, se non le condividete, siete comunque tenuti a definire almeno le leggi generali dello sviluppo. Descrivere il presente, ciò che avviene nell’immediato, è cosa che chiunque è capace di fare. Se piove lo vedo da me. Ciò che mi aspetto dal meteorologo è conoscere il tempo a venire. Cosi le masse popolari conoscono da sé i problemi, ciò che si aspettano da dirigenti politici è un’analisi generale e una strategia per far fronte a quei problemi.

L’analisi scientifica della crisi non è un esercizio intellettuale astratto dalla pratica. La crisi è generale, ma concreta, cioè investe tutto e tutti, l’insieme e i suoi particolari, così come l’ombra che segue al tramonto del sole è fatto che riguarda ogni singolo filo d’erba. La nostra vita quotidiana ne è investita. Il vostro stesso percorso e in particolare la vostra fuoriuscita dal PRC sono eventi connessi con lo sviluppo della crisi.(5) Perciò tale sviluppo va compreso nel modo più esatto, e la sua comprensione è strumento necessario sia nel campo dell’azione politica generale, sia nella più piccola vertenza nei luoghi di lavoro.

 

5. In questo caso la crisi ha impedito e impedisce che il proposito dichiarato dal PRC di "condizionare" il capitale a favore dei "ceti deboli" abbia un qualche risultato positivo.

 

Nel vostro documento non si parla della crisi economica in atto. Dobbiamo concludere che ritenete le attuali condizioni nei rapporti di forza tra le classi come frutto non di una condizione oggettiva, ma di una strategia soggettiva da parte della borghesia? Ora che la borghesia voglia schiacciare la resistenza delle masse popolari e togliere di mezzo i comunisti è cosa ovvia e non c’è bisogno di dirlo. Che riesca a farlo non è né ovvio né facile. Il vostro documento descrive la volontà soggettiva delle parti in causa (ciò che vuole l’avversario, ciò che vogliamo noi) ma non descrive le condizioni oggettive in cui lo scontro si svolge, né l’effettiva forza a disposizione delle parti in causa. Constatare che noi siamo deboli e l’avversario è forte è una verità, ma non è tutta la verità. Inoltre è cosa su cui già la borghesia ci martella il cervello ogni giorno su tutti gli organi di stampa dalla destra estrema alla sinistra estrema, per cui non è il caso di insistere. Ma esiste una crisi, ed è crisi del modo di produzione capitalistico, ed è perciò crisi della classe dominante entro tale modo di produzione: quella classe è debole, se si considerano le cose da questo punto di vista e che faccia la voce grossa è cosa che spaventa fino a un certo punto.

Infine, per non dilungarci troppo, torniamo all’aspetto oggettivo del problema che vi riguarda. Per quanto detto sopra nel documento da voi prodotto non riscontriamo una adeguata analisi delle condizioni oggettive in cui lo scontro si svolge. Sicuramente mancano definizioni su ciò che ci precede e su ciò che ci aspetta e anche questo fa parte della condizione oggettiva da analizzare.

 Sul passato non date giudizi, ma ponete problemi da risolvere. Dite che la situazione è complessa e nega "ogni forma affrettata di risoluzione". Ora, come affermò a suo tempo Mao Tse-tung, "dubitare è lecito, dubitare di tutto non è lecito". Da dirigenti comunisti ci si aspetta sia che ammettano di non sapere, sia che dicano ciò che sanno. Talmente ricco di successi e di sconfitte è il movimento comunista che disponiamo, oggi, di alcune certezze consolidate, di alcune conclusioni che hanno valore oggettivo. Pensare il contrario, pensare che il movimento comunista che ci ha preceduto non abbia insegnamenti in positivo, non ci lasci un’eredità che ci fa forti, che sia una sequenza di sconfitte conclusesi con il crollo dell’URSS significa peccare di presunzione e ritenere che la storia inizi con noi, che la tabula sia praticamente rasa. Ancora una volta significa corrispondere a quanto dice la borghesia, perché questo è quanto la borghesia dice. Non riteniamo che questo sia il caso vostro, compagne e compagni, ma indichiamo questo come un rischio che si corre, e che anzi molti di voi avranno presente.

Sul futuro dite ciò che volete fare, ponete, cioè, soltanto dichiarazioni di volontà soggettive. A quanto ci risulta ci sono, oltre a queste, condizioni oggettive a noi favorevoli così come altre sfavorevoli. Tutto questo va indicato, altrimenti, come detto sopra, ci si limita ad una fotografia dell’esistente. Limitarsi all’immediato, parlare soprattutto o solo dei fattori negativi, porre l’accento soprattutto sul problema e poco, o nulla, sulla soluzione, tutto ciò non corrisponde ad un’analisi oggettiva della realtà, ed è un metodo che a ogni passo rischia di essere inquinato dall’ideologia borghese. Non ci aiuta a comprendere la situazione oggettiva. Non avere comprensione sufficiente della situazione oggettiva è l’aspetto oggettivo del problema che voi avete.

Secondo voi la situazione oggettiva è negativa e perciò dobbiamo costituirci in un soggetto unito. La questione, così posta, ci dà solo un lato della questione, cammina su una gamba sola per cui va poco lontano, secondo il nostro giudizio. L’altro lato è che la situazione è positiva, e perciò possiamo costituirci in un soggetto unito (possiamo costituirci, in tempo utile, in partito comunista, per come la vediamo noi). La relazione tra la situazione oggettiva e quella soggettiva va determinata in modo integrale. Se siamo comunisti non è perché nel nostro animo sta un ideale di giustizia, non è perché qualcuno tra le masse popolari si rende conto che le cose non vanno. Siamo comunisti perché comprendiamo che nella realtà che abbiamo di fronte stanno le condizioni per la realizzazione del comunismo. Perciò diciamo che si tratta non tanto di fare qualcosa perché si deve, ma perché si può. Le condizioni di questo potere sono in formazione già ora, ed è per questo che noi riteniamo già ora il momento di procedere al processo di costruzione del partito. Questo significa appunto processo di costruzione, il che è diverso da ogni "autoproclamazione". Fosse una casa quella da costruire si vedrebbe da sé il processo del lavoro e il suo termine, e non ci sarebbe spazio per chi spaccia come casa un progetto sulla carta. Ma se è una casa quello che ci serve, il lavoro prima inizia e meglio è. Perciò noi, che riteniamo senz’altro il partito come l’organismo necessario alle masse popolari, già oggi ci poniamo al lavoro.

Quanto al soggetto che si deve costituire consideriamo debole una unità stabilita tra soggetti individuali e collettivi che si definiscono come antiistituzionali, per le ragioni dette sopra. La critica di questa progettualità è esposta nei particolari nelle nostre elaborazioni teoriche ed è risultata dalla pratica non solo altrui, ma anche nostra. Una unità del genere conta sul fattore quantitativo. Siamo pochi, perciò uniamoci e aumentiamo il numero complessivo. Così ragionando non potremo mai confrontarci con i numeri di cui dispone la borghesia imperialista, superiori ai nostri in misura che non consente paragone. L’unità nostra si stabilisce ponendo prevalenza sui fattori qualitativi. Partiti comunisti che hanno conquistato il potere si sono formati da nuclei embrionali, che sviluppatisi sono diventati organismi articolati e vitali, resistenti a ogni attacco avversario. L’unità che ha permesso il loro sviluppo e il loro successo non è stata unità tra "persone che la pensano allo stesso modo", ma unità con le masse popolari. Non si tratta di andare tra le masse popolari a spiegare che "si deve attuare il comunismo", ma di scoprire che entro le masse popolari si sviluppa la necessità del comunismo e che la coscienza di tale necessità siamo noi.

Nell’estratto di documento da voi pubblicato sul Manifesto, compagne e compagni, c’è qualche analogia con la nostra  impostazione. Noi siamo Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo. Con ciò intendiamo che è appoggiando la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi che si impara a essere comunisti, che è nella difesa che si impara l’attacco, che la pratica precede la teoria. Voi ponete con chiarezza ed insistenza l’esigenza della lotta nei luoghi di lavoro come fondamento essenziale per la costituzione del soggetto di cui parlate. Tra l’una posizione e l’altra c’è quell’analogia che rende utile una discussione tra un’organizzazione come la nostra e voi. Discussione significa determinazione delle differenze, ciò che appunto facciamo in questo nostro scritto.

Da un lato noi consideriamo la resistenza delle masse popolari come un fenomeno che, pur esprimendosi nel modo più avanzato e chiaro nei luoghi di lavoro e principalmente nelle fabbriche, tuttavia è un fenomeno molto vasto ed articolato, che ha aspetti positivi e negativi, forme individuali e collettive e che interessa l’intero campo delle masse popolari (non soltanto, quindi, la classe operaia). Espressione di questa resistenza non può essere un sindacato, ma dovrà essere un soggetto politico, cioè un partito.

Come vedete il rapporto tra le posizioni, oltre l’analogia, si rovescia. Voi avete molti problemi a parlare di un unico soggetto politico, di un partito, e proponete una federazione di comunisti. D’altra parte con massima decisione proponete la costituzione di un unico soggetto, che chiamate un "sindacato di classe". Noi, per quanti problemi abbiamo, tuttavia diciamo che è per un partito che si opera, e che le molteplici esperienze di lotte in ogni luogo di lavoro verso quello confluiscono, in quello si rafforzano e si esaltano. Possiamo spiegare le ragioni per cui arriviamo a questa conclusione. Voi, per parte vostra, dovete riflettere sui motivi per cui pensate possibile e prossima l’unità sul piano sindacale ed invece rimandabile ad una fase successiva l’unità sul piano politico.

Avremmo molto altro da dire, ma abbiamo già detto molto. D’altra parte le questioni non sono di poco peso, non risolvibili con alcuna "forma affrettata di risoluzione" né si possono liquidare con il "fraseologismo dogmatico" di cui parlate.

Ci avviamo, comunque alla conclusione. Lasciateci aggiungere qualcosa, però, a vostra rassicurazione: non esiste un "pensiero unico del mercato". Il "pensiero" della borghesia imperialista, se si può parlare di qualcosa del genere, è un’accozzaglia di rappresentazioni e di opinioni senza fondamento ed in contraddizione l’una con l’altra, così come sono in contraddizione gli interessi che muovono i gruppi borghesi l’uno contro l’altro. Entro questo "pensiero" inteso in generale c’è poi un pensiero particolare, la paura del comunismo e dei comunisti. I borghesi prendono i comunisti molto più sul serio di quanto facciano molti di noi. Non si può dire che ci conoscano, ma proprio per questo ci temono più di ogni altra cosa.

Concludiamo salutandovi e augurandoci che il vostro lavoro abbia gli effetti positivi per la resistenza delle masse popolari e per la vittoria della classe operaia.

 

***

 

Sette domande inevase ai firmatari dell’appello "Costituiamo un soggetto politico comunista"

 

1. Dicono: il PRC era nato 7 anni fa "per essere il cuore dell’opposizione e per rifondare il comunismo".

Perché è finito come è finito?

Che insegnamento trarre dalla deriva del PRC?

Un bilancio dell’esperienza è indispensabile per andare avanti, per non ripetere gli stessi errori e imparare.

 

2. In una parte dicono che il partito che vogliono, ha come compito "un’adeguata e credibile difesa degli interessi materiali e generali della classe operaia, ecc."; in un’altra che ha come compito "la realizzazione di una società libera, senza sfruttati e sfruttatori". Quale dei due è il compito principale? In che relazione stanno i due obiettivi nel lavoro di oggi?

  

3. Rifiutano sdegnosi un "modesto percorso neokeynesiano o al massimo socialdemocratico". Ma è un percorso reale? Noi diciamo che lo è stato nel periodo 1945-1975. Dalla metà degli anni ’70 il percorso reale è la "sempre più insopportabile durezza dello sfruttamento e dell’oppressione capitalista".

 

4. Perché la fase dell’integrazione è ora "chiusa definitivamente"? Quando è iniziata? Quali sono stati i passaggi? Questa domanda è collegata alla prima.

 

5. La crisi comporta peggioramento per i lavoratori e crescita dei contrasti tra i gruppi imperialisti. I firmatari dell’appello dicono "superamento" della crisi in un punto e “stabilizzazione” della crisi in un altro. Sono due prospettive diverse, che comportano linee politiche diverse per il partito comunista. Se la borghesia supera la crisi, avrà davanti un nuovo periodo di stabilità politica e di sviluppo economico (ma questo cozza con la proclamata "sempre più insopportabile durezza dello sfruttamento e dell’oppressione capitalista"). O gli autori dicono "superamento della crisi" e peggioramento per i lavoratori in contemporanea? Se la crisi diventa permanente ("stabilizzazione della crisi"), l’attuale regime borghese avrà la vita sempre più difficile e avremo davanti un’epoca di sconvolgimenti politici.

 

6. Che opposizione è quella che scompare mentre la crisi si aggrava e si ha "sempre più insopportabile durezza dello sfruttamento e dell’oppressione capitalistica"?

 

7. L’inizio della "crisi" è la caduta dei due blocchi o l’aprirsi di una nuova crisi generale del capitalismo?

Esiste un nuovo ordine mondiale o è in corso un grande sconvolgimento del vecchio ordine?

 

***

 

Intervento dei CARC all’assemblea costitutiva della Confederazione Comunisti/e Autorganizzati

Firenze, 7 febbraio 1998

 

Compagni e compagne,

I CARC hanno salutato la vostra separazione dal PRC come sintomo e conferma che nel nostro paese crescono il bisogno e l’attivismo per la ricostruzione del partito comunista.

Ricostruire il partito comunista è un compito importante, un passaggio chiave per ogni progresso, un compito possibile ma difficile. Impedire la ricostruzione del partito è per la borghesia imperialista interesse strategico. Essa ha sperimentato (in Unione Sovietica, in Cina, nel Vietnam, altrove) che le masse popolari con un vero partito comunista sono invincibili; d’altra parte ha sperimentato che dove è riuscita a deviare il partito comunista (come in Unione Sovietica dopo gli anni ’50, come in Cina dopo il 1976), tutto le è di nuovo diventato possibile. Questo interesse strategico e quella esperienza storica si traducono, senza bisogno di alcun accordo e di alcun complotto, in attività multiformi e capillari di esponenti, gruppi e istituzioni imperialiste volte a impedire la ricostruzione dell'aborrito partito comunista, a impedire la rinascita di ciò che con tanta fatica hanno ucciso, del pericolo il cui ricordo ancora fa loro venire i brividi e che finalmente hanno scongiurato. Il lavorio della borghesia prima che in azioni repressive, si esprime nelle mille deviazioni che ostacolano il lavoro di ricostruzione. Quindi quelli che vogliono ricostruire il partito comunista, devono considerare con cura, sulla base dell’esperienza attuale e del patrimonio storico del movimento comunista, la strada che seguono, per evitare trabocchetti e deviazioni. L’orientamento seguito nel lavoro è una questione chiave, seconda solo alla volontà di voler compiere il lavoro. Vogliamo quindi ragionare su cosa oggi occorre fare e come si deve farlo, sulla concezione dei compiti del momento e sulla linea per realizzarli.

 Quanto alla concezione e alla linea con cui affrontate, nei documenti preparatori e in questa assemblea, i compiti del momento, ci sono alcune cose che ci dividono. Le voglio mettere in luce, onde possiamo lavorare su di esse, alla luce dell’esperienza del passato e dell’esperienza che faremo nel futuro. Sarà l’esperienza, infatti, che permetterà a tutti noi di distinguere il giusto dallo sbagliato. Le principali divergenze politiche (non parlerò qui di quelle relative alla concezione del mondo e all’analisi della fase) sono due.

1. I1 proposito di creare "un blocco sociale antagonista al capitalismo" come premessa della ricostruzione del partito comunista o anche solo come costruzione che si compie parallelamente alla ricostruzione del partito comunista (parallelismo che un compagno ha espresso nella formula: "autorganizzazione e forte soggettività politica") è un’illusione.

Il blocco sociale antagonista alla borghesia come possibilità oggettiva esiste già e il procedere della crisi lo rafforza giorno dopo giorno. Il procedere della nuova crisi generale infatti divide la società in due blocchi antagonisti: da una parte chi lavora per vivere e riesce a vivere solo se lavora, dall’altra chi non ha bisogno di lavorare e se lavora lo fa solo per aumentare le sue ricchezze. Ma perché il blocco sociale antagonista al capitalismo da possibilità oggettiva diventi un reale fattore della lotta politica, diventi mobilitazione rivoluzionaria delle masse, diventi fronte rivoluzionario, è indispensabile un lavoro di lungo respiro del partito comunista guidato da una linea conforme alle leggi secondo cui la lotta tra le classi si sviluppa. Questo insegna l’esperienza del movimento comunista, lungo i suoi 150 anni, da un angolo all’altro del mondo. In Italia un alto livello di unità delle masse popolari venne raggiunto, un blocco sociale antagonista al capitalismo divenne protagonista della lotta politica a metà degli anni ’40, dopo un lavoro di vent’anni del primo partito comunista italiano. Ma quello stesso blocco si disgregò quando il partito comunista deviò verso il revisionismo. Proporsi di creare un blocco sociale antagonista al capitalismo senza partito comunista è un’illusione e porterà chi vi si ostina a contrapporsi alle masse. Infatti le masse non costituiranno alcun blocco sociale antagonista al capitalismo perché senza partito comunista non possono farlo e i promotori del "blocco sociale antagonista senza partito comunista" prima o poi concluderanno che le masse sono arretrate, che la rivoluzione socialista è impossibile, che le masse sono reazionarie, che la situazione è completamente cambiata, ecc. È possibile costruire un blocco sociale antagonista, ma esso si costruirà man mano che il nuovo partito comunista affermerà la direzione della classe operaia nella mobilitazione delle masse popolari che il procedere della seconda crisi generale del capitalismo sta inesorabilmente generando, giorno dopo giorno. Quindi la priorità politica è la ricostruzione del partito comunista.

2. Il proposito di fondare un’organizzazione che abbia come compito principale la difesa degli interessi immediati dei lavoratori (delle conquiste strappate dalle masse popolari nel secondo dopoguerra, diremmo noi), che abbia quindi come programma la mobilitazione delle masse per obiettivi come "aumenti generalizzati di salario", "salario per i disoccupati", ecc. porterà inevitabilmente fuori strada. Come ha portato fuori strada la concezione di un partito (il PRC) che difende gli interessi immediati delle masse, che, come ha detto un compagno, "tutela i deboli stando a questo scopo nel mondo dei forti".

Credete di riuscire con le vostre forze a modificare i rapporti di forza e a imporre le riforme (forti aumenti salariali, ecc.) che vi date come programma? Voi stessi dite che oggi "non c’è più spazio per le riforme". Quindi un tempo c’è stato spazio! Vero, ma perché oggi non c’è più? Perché da un periodo di ripresa dell’accumulazione del capitale e di sviluppo dell’attività economica siamo passati a una nuova crisi generale del capitalismo.

Nella crisi generale le migliori condizioni che la borghesia imperialista può offrire ai lavoratori sono capitalismo selvaggio e neoliberismo sfrenato, perché così le leggi del modo di produzione impongono a ogni singolo capitalista attraverso la concorrenza degli altri capitalisti. In sintesi il capitalista mette ogni lavoratore di fronte all’alternativa: o accetta il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, o l’azienda chiuderà del tutto. Quindi che non c’è spazio per un partito che difenda gli interessi dei lavoratori all’interno delle istituzioni di questa società, contrattando con l’attuale classe dominante le migliori condizioni che essa può offrire ai lavoratori.

 Il proposito di conquiste generalizzate dei lavoratori all’interno di questo sistema è velleitario. La pratica degli ultimi vent’anni, gli anni della nuova crisi, lo confermano. In cosa consisterebbe la crisi se fossero davvero possibili conquiste generalizzate da parte dei lavoratori? Credete davvero che sia solo perché i lavoratori italiani si danno o tollerano dirigenti come Lama e Berlinguer prima, Cofferati e Bertinotti poi, che negli ultimi vent’anni hanno perso terreno in ogni campo in cui negli anni 1945-1975 avevano strappato conquiste? Credete davvero che le sofferenze via via più atroci cui la borghesia imperialista sottopone centinaia di milioni di uomini, di donne, di bambini, di vecchi in ogni angolo del mondo siano dovute al fatto che finora non c’era mai stato in nessuna parte del mondo un gruppo di compagni onesti e benintenzionati come voi? Guardate la lunga lotta condotta dai 500 portuali di Liverpool! Più di due anni di resistenza. Non credete che fossero diretti da compagni onesti e benintenzionati? Eppure in questi giorni hanno dovuto rassegnarsi e chiudere la lotta come meglio sono riusciti, senza riottenere il loro posto di lavoro e anche il porto di Liverpool è diventato il regno del lavoro flessibile!

È possibile almeno un’organizzazione che assume come suo compito principale sostenere ogni gruppo di lavoratori che difendono le loro conquiste minacciate? Basta un esempio per chiarire il problema. A Manfredonia (FG) in questi giorni la borghesia sta cercando di mettere i lavoratori dell’ENICHEM (che difendono l’esistenza della fabbrica, cioè il loro posto di lavoro) contro il resto della popolazione cui fa balenare un avvenire da centro turistico. La Confederazione quale delle due parti sosterrebbe? Gli interessi immediati oggi, nella crisi, dividono e contrappongono i lavoratori se essi restano nell’ambito dell’ordine attuale. Ogni lavoratore che riesce a difendere con successo le sue conquiste, la borghesia lo indica come responsabile del fatto che l’azienda o, a seconda dei casi, l’economia nazionale non sono competitive e quindi come causa della rovina degli altri lavoratori. Così hanno fatto con i lavoratori del Sulcis, con quelli dell’ENICHEM di Crotone, con cento altri gruppi. E in effetti a parità di altre condizioni le aziende che trionfano sono quelle che sfruttano a morte i lavoratori, le donne, i bambini e distruggono senza risparmio le risorse naturali. Ciò che unisce oggi i lavoratori e le masse popolari è solo la lotta per il socialismo.

Essa dà senso e rende possibile anche la difesa delle singole conquiste da parte di ogni gruppo di lavoratori, anche di conquiste tra loro contraddittorie, perché ogni gruppo di lavoratori che difende le sue conquiste in questo caso rafforza la comune lotta contro la borghesia imperialista che nega la possibilità di vivere a tutti i lavoratori, per una nuova società in cui ci sarà posto per tutti i lavoratori, per una nuova società che chiederà a ognuno di dare secondo le sue possibilità e darà a ognuno inizialmente secondo il contributo di lavoro che egli riesce a dare per creare un po’ alla volta le condizioni per dare a ognuno secondo i suoi bisogni.

Un’organizzazione che assume come suo compito principale sostenere i lavoratori che difendono le loro conquiste minacciate, si impantana in un lavoro il cui risultato è mettere un gruppo di lavoratori contro un altro; si ritroverà inevitabilmente in una situazione in cui dovrà ridurre gli interessi dei lavoratori a ciò che è compatibile con la competitività dell’azienda o dell’economia nazionale quali essi sono oggi, cioè capitaliste. Farà insomma la fine di Bertinotti, nonostante le buone intenzioni di oggi. La conclusione (la politica del "meno peggio", del sostegno ai sacrifici di oggi per i benefici futuri promessi) cui è approdato il PRC non è il risultato della cattiva volontà, del tradimento, della corruzione o dei limiti intellettuali o di carattere del suo gruppo dirigente. È la conclusione di una linea politica e di una analisi della fase sbagliate già alla partenza, sulle quali bisogna quindi ritornare se si vuole evitare la conclusione. La crisi del capitalismo ha le sue leggi e anche la mobilitazione rivoluzionaria delle masse ha le sue leggi.

Cosa occorre dunque fare oggi, cosa devono fare i comunisti, cosa stanno facendo i CARC?

Mobilitare e organizzare tutte le forze disponibili, tante o poche che inizialmente siano, per ricostruire il partito comunista. Creare quindi un’organizzazione che abbia come compito principale la ricostruzione del partito comunista.

Un’organizzazione per la quale, in questa fase, il sostegno alle lotte di difesa che le masse conducono e la direzione della mobilitazione delle masse siano un mezzo per creare le condizioni necessarie per fondare il nuovo partito comunista.

 Un’organizzazione che abbia una linea e un metodo giusti per la ricostruzione del partito comunista. Un’organizzazione che lavori per la mobilitazione rivoluzionaria delle masse, cioè per affermare la direzione della classe operaia nella mobilitazione delle masse generata dalla crisi. Solo la mobilitazione rivoluzionaria delle masse può spazzar via l’attuale società e sostituirla con una società socialista. La direzione della classe operaia vuol dire direzione del suo partito comunista. È la lezione dei 150 anni di storia del movimento comunista.

La crisi generale porta o alla mobilitazione rivoluzionaria delle masse o alla mobilitazione reazionaria delle masse o alla combinazione e allo scontro delle due mobilitazioni. La mobilitazione rivoluzionaria delle masse può svilupparsi e giungere alla vittoria solo se costruiremo un partito che abbia come suo scopo supremo la conquista del potere da parte della classe operaia. Un partito che assimili a fondo l’esperienza del movimento comunista, che quest’anno è entrato nel 150° anno della sua vita, nel cui ambito, in questi 150 anni le masse popolari di tutto il mondo hanno strappato tante conquiste e compiuto tanti progressi, che sono stati cancellati solo in piccola parte dalle sconfitte di questi ultimi decenni. Un partito che selezioni e formi i suoi membri, i suoi dirigenti e le sue strutture in vista dell’obiettivo che la seconda crisi generale del capitalismo abbia come sbocco, anche nel nostro paese, la rivoluzione socialista.

Sono i fatti che dicono queste cose, sono i fatti che decidono degli eventi, della direzione che le masse prenderanno, non i nostri desideri. Le idee sono importanti e decisive se rispecchiano le leggi della realtà, altrimenti vengono gettate e abbandonate. Guardate dove è finito il velleitario proposito di Bertinotti di "condizionare il capitalismo" standoci dentro!

Noi siamo quindi sicuri che la pratica che ha portato i compagni qui riuniti ad andare oltre Rifondazione Comunista, porterà molti di loro nel giro di un po’ di tempo ad andare oltre i limiti dell’orientamento che oggi presiede a questa assemblea, limiti che abbiamo prima illustrato.

È per questo che salutiamo questa assemblea come un passo che porterà molti compagni qui presenti a lavorare fianco a fianco con noi e con tutti quelli che lottano per ricostruire un partito comunista adeguato ai compiti che la seconda crisi generale del capitalismo pone alla classe operaia, al proletariato e alle masse popolari. A lavorare con noi portando tutta la ricchezza delle loro esperienze e della loro forza.

Compagni, avanti con coraggio verso il nuovo partito comunista!

 

**** Manchette

ARTICOLO 9 DELLO STATUTO DEI CARC

Il programma immediato dei CARC è concentrare le loro principali forze nel lavoro ordinario e nelle campagne per creare le tre condizioni per la ricostruzione del partito comunista:

1. formare compagni capaci di ricostruire il partito in modo che sia all’altezza del compito che il procedere della seconda crisi generale del capitalismo e la conseguente situazione rivoluzionaria in sviluppo pongono ad esso e che tenga pienamente conto dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria;

2. tracciare il programma del partito, il suo metodo di lavoro, l’analisi della fase e la linea generale del partito;

3. legare al lavoro di ricostruzione del partito gli operai avanzati, i giovani e le donne delle masse popolari.

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