Questioni importanti non eludibili - Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996

Questioni importanti non eludibili

Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996 (versione Open Office / versione MSWord )

 

Questa rubrica, che riprende il titolo di un articolo di Rapporti Sociali n. 5/6, Tre questioni importanti non eludibili, è dedicata all’esame rapido di problemi teorici o storici politicamente rilevanti e attuali. Una trattazione che consisterà in generale più nell’enunciazione delle tesi contrapposte che nella dimostrazione dell’inconsistenza delle tesi correnti nella cultura borghese e della fondatezza delle nostre tesi. Siamo convinti che anche la sola enunciazione delle tesi contrapposte, aiuterà il lettore a svegliarsi dai luoghi comuni che ottundono la capacità di comprendere il mondo e gli fanno apparire complesso e confuso il mondo che lo circonda; lo aiuterà a combattere con le sue forze, facendo leva sulla sua esperienza, i luoghi comuni della cultura dominante. Ciò non esclude che in altre parti della rivista i singoli argomenti vengano trattati in maniera analitica e che vengano quindi fornite le dimostrazioni. Anzi crediamo che l’enunciazione fatta in questa rubrica aprirà la strada perché i redattori della rivista, i vari membri dei CARC, i nostri lettori si cimentino con la trattazione analitica e con la dimostrazione che la rivista diffonderà.

 

Ricordiamo al lettore le tre questioni indicate in Rapporti Sociali n.5/6.

1. Attraverso quale cammino le società borghesi sono uscite dalla crisi economica degli anni ’20 e ’30 (la “grande crisi del ’29”)?

2. In quale relazione stanno le forze produttive sviluppate nell’ambito del modo di produzione capitalista con il rapporto di capitale?

3. Può la classe dominante dirigere il movimento economico della società borghese secondo un piano concepito nel suo seno e condurla al conseguimento di obiettivi che la classe dominante si è proposta?

 

1. Schieramento di classe e schieramento ideale

In cosa consiste la mobilitazione reazionaria delle masse?

La mobilitazione reazionaria delle masse non consiste nella mobilitazione delle masse all’insegna di parole d’ordine e di obiettivi reazionari. Idee e parole d’ordine reazionarie abbondano anche nelle fila rivoluzionarie.

La mobilitazione reazionaria consiste nella mobilitazione delle masse contro altre masse sotto la direzione di gruppi imperialisti che fanno leva

1. su contraddizioni reali, ma secondarie rispetto alla contraddizione principale della nostra epoca che genera la crisi attuale; i gruppi imperialisti oppongono le prime alla seconda;

2. sugli strumenti di potere di cui essi dispongono in quanto gruppi della classe dominante (esperienza di direzione, prestigio, relazioni, denaro, forze armate, ecc.);

3. sulla lotta contro l’ordine esistente che è diventato per le masse una cappa insopportabile e per la classe dominante un vincolo soffocante.

Come ogni movimento sociale, anche la mobilitazione reazionaria deve dare a se stessa ragione della propria esistenza. Gli uomini hanno bisogno di rappresentarsi idealmente i conflitti che combattono. La rappresentazione ideale spesso non corrisponde al conflitto reale, non è scienza ma mistificazione o a metà strada tra le due. Deve però giustificare il conflitto e permettere di combatterlo. Quindi nel corso del suo sviluppo le idee che sostengono la mobilitazione reazionaria diventeranno sempre più reazionarie, volte a giustificare e a dare fondamento ideale al dominio della borghesia e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La mobilitazione reazionaria quindi genera e rafforza una coscienza reazionaria.

In cosa consiste la mobilitazione rivoluzionaria delle masse?

 La mobilitazione rivoluzionaria delle masse non consiste nella mobilitazione delle masse all’insegna di parole d’ordine e di obiettivi rivoluzionari. Idee e parole d’ordine reazionarie abbondano nelle fila rivoluzionarie.

La mobilitazione rivoluzionaria consiste nella mobilitazione delle masse contro la borghesia imperialista sotto l’unica direzione possibile di una tale lotta, la direzione della classe operaia che le dirige tramite il suo partito comunista e le connesse organizzazioni di massa. Per promuovere la mobilitazione rivoluzionaria delle masse la classe operaia fa leva

1. sulla contraddizione principale della società capitalista, quella tra il carattere già collettivo delle forze produttive e dell’attività economica della società da una parte e dall’altra i rapporti di produzione capitalisti che ancora sopravvivono con le altre relazioni sociali ad essi corrispondenti; questa contraddizione crea la comunità di interessi tra la classe operaia e le altre classi delle masse popolari (i lavoratori dipendenti ma non dai capitalisti, i bottegai, gli artigiani, i contadini, gli ambulanti, i camionisti, titolari di altre imprese individuali o familiari, i lavoratori dediti a lavori autonomi precari, ecc.). Anche queste sono sconvolte dalla stessa contraddizione dato il carattere collettivo assunto dal complesso dell’attività economica, benché ognuna di esse la sperimenti in maniera diversa dalla classe operaia e chieda per essa soluzioni fantasiose concepite a partire dalla loro posizione.

2. sulla propria posizione nella società capitalista che la pone come classe di riferimento per tutte le altre classi delle masse popolari: le conquiste e i rapporti economici delle altre classi popolari sono imitazioni di quelli posti dalla classe operaia (orari e condizioni di lavoro, pensioni, assicurazioni, rivendicazioni varie, ecc.); la centralità del rapporto di produzione capitalista nella società fonda la centralità della classe operaia tra le masse popolari.(1)

3. sulla propria tradizione ed esperienza di organizzazione e di lotta sindacali e politiche, unica tra tutte le classi popolari.

 

1. Il modo di produzione capitalista non è l’unico modo di produzione neanche nella società capitalista più sviluppata. il capitale sussume in sé una parte (non la totalità) delle attività con cui gli uomini producono e riproducono le condizioni materiali della propria esistenza: una parte più o meno ampia a seconda del grado di capitalizzazione raggiunto dalla società stessa. Nel nostro paese è maggiore nelle grandi città che nei piccoli centri abitati, è maggiore nelle zone industriali che nelle zone agricole, è maggiore al Nord che al Sud. Ma oramai in tutti i paesi il modo di produzione capitalista è il modo di produzione dirigente: o a causa del grado di capitalizzazione delle attività economiche della popolazione del paese o a causa dei legami del paese col mercato e col sistema finanziario mondiali. Il modo di produzione capitalista si basa su due classi, i capitalisti e i salariati. Di conseguenza la centralità del modo di produzione capitalista rende nella società attuale la borghesia imperialista l’unica possibile classe dirigente di tutte le classi dei ricchi, dei possidenti, degli sfruttatori; dall’altra rende la classe operaia l’unica possibile classe dirigente delle classi popolari, cioè delle varie classi di lavoratori.

 

La mobilitazione rivoluzionaria delle masse mira a dare ai vari problemi della vita sociale, in primo luogo a quelli della produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza, soluzioni corrispondenti alla effettiva natura collettiva delle attuali forze produttive e agli interessi delle masse popolari. Queste soluzioni sono sinteticamente indicate con l’espressione comunismo (o, nella fase iniziale, socialismo).

Anche la mobilitazione rivoluzionaria, come ogni movimento sociale, ha bisogno di una sua rappresentazione ideale, che la giustifichi e permetta alle masse di viverla. Questa rappresentazione ideale deve quindi sempre più corrispondere alla natura effettiva del conflitto che le masse combattono e ai suoi sbocchi. Quindi questa rappresentazione, per il successo della mobilitazione, deve diventare sempre più progressista e rivoluzionaria quale che sia il punto di partenza. Il materialismo dialettico è infatti la concezione più progressista e più rivoluzionaria che gli uomini hanno finora elaborato. È per questo che i comunisti non pongono in cima alle loro preoccupazioni, come punto di partenza e condizione preliminare indispensabile della mobilitazione delle masse, l’adesione di massa al loro programma e quindi l’elevamento della coscienza politica delle masse (cui si dedicano con deludenti risultati alcuni gruppi ancora troppo affetti dalla concezione idealista del movimento della società). A nessun organizzatore di scioperi è mai venuto in mente di fargli l’esame sulle credenze e sulle idee prima di permettere a un lavoratore di partecipare allo sciopero. A nessun reclutatore di partigiani è mai venuto in mente di escludere dall’arruolamento qualcuno perché credeva in dio o nutriva la propria  decisione di arruolarsi con altre idee del genere. In generale i gruppi che mettono l’elevamento della coscienza politica delle masse in cima ai loro obbiettivi, fanno insufficiente distinzione tra il partito e il resto delle masse e vorrebbero, per così dire, compensare l’insufficiente coscienza del partito con la coscienza delle masse. L’esperienza della rivoluzione proletaria ha mostrato che la stragrande maggioranza dei lavoratori che hanno combattuto per la vittoria della rivoluzione rappresentavano inizialmente a se stessi i motivi della propria adesione alla rivoluzione nelle forme più svariate, diverse comunque dalla conoscenza e dall’adesione al programma dei comunisti. È solo nel corso della loro esperienza pratica nella lotta di classe e nella lotta per la produzione, accompagnata dall’azione propagandistica ed educativa del partito comunista, che le masse hanno in una certa misura trasformato la loro coscienza.

 

2. Ricostruire il Partito Comunista Italiano o ricostruire l’Internazionale Comunista?

La rivoluzione socialista è in primo luogo conquista del potere politico da parte della classe operaia, quindi direzione tramite il suo partito, partito comunista, delle masse popolari a eliminare lo Stato imperialista e a sostituire ad esso un nuovo Stato, uno Stato di nuovo tipo, che viene chiamato dittatura della classe operaia.(2) Quindi la rivoluzione socialista deve per forza venire al mondo come rivoluzione politica in ogni singolo paese e nella preparazione di essa ad ogni Stato imperialista deve contrapporsi un partito comunista (cosa diversa nei casi di nazioni oppresse, di colonie, ecc.). La conquista del potere non avviene nello stesso modo, con lo stesso schieramento e nello stesso tempo nei vari paesi. Noi ereditiamo dalla borghesia un mondo politicamente diviso. È vero che la divisione politica è storicamente superata, ma non lo è di fatto: questa anzi è una contraddizione che gli opportunisti e i dogmatici vogliono cancellare, mentre al contrario contribuisce a determinare le forme che la rivoluzione proletaria assume nel suo procedere. L’unità economica effettiva del mondo comporta che la crisi generale e la corrispondente situazione rivoluzionaria siano per forza di cose internazionali. Ma l’esito della crisi politica che si sviluppa in ogni paese, il mantenimento dello Stato esistente o la sua eliminazione e sostituzione, dipendono principalmente dalla lotta politica condotta in ogni paese.

 

2. Per maggiori chiarimenti sulle caratteristiche nuove dello Stato della classe operaia rispetto a tutti gli Stati delle classi sfruttatrici che l’hanno preceduto, sulla necessità di instaurare un tale Stato, sui suoi compiti e sul suo destino si veda Lenin, Stato e rivoluzione.

 

Oggi l’unica reale espressione del carattere internazionale della lotta della classe operaia e del comunismo, quindi l’unica forma effettiva di internazionalismo consiste nella collaborazione tra partiti comunisti nazionali per imparare ognuno dagli altri e per sostenersi reciprocamente nella lotta politica che ognuno di essi conduce principalmente contro la borghesia imperialista del proprio paese, quindi contro il regime politico della borghesia imperialista nel proprio paese, contro lo Stato del proprio paese. Tutte le proposte di saltare la fase della costituzione del partito comunista nel proprio paese e della lotta contro la propria borghesia e di passare alla costituzione dell’Internazionale Comunista o restano chiacchiere inconcludenti (e tali sono in generale rimaste quelle dei gruppi bordighisti) o portano alla collaborazione con la borghesia imperialista del proprio paese contro la borghesia imperialista di altri paesi, quindi alla subordinazione della classe operaia alla borghesia imperialista del proprio paese. Tutte le proposte di passare direttamente, anche nei paesi imperialisti diversi dagli USA, alla lotta contro la borghesia imperialista USA stante il ruolo particolare che essa e il suo Stato hanno nel mondo, partono dalla sfiducia nelle possibilità rivoluzionarie della classe operaia del proprio paese e nella sopravvalutazione della borghesia imperialista del proprio paese. Esse (per quel tanto che acquistano un rilievo politico) hanno portato e portano alla subordinazione della classe operaia alla borghesia imperialista del proprio paese e alla collaborazione con la borghesia imperialista del proprio paese contro la borghesia imperialista USA. Non è quindi casuale che più volte si sono create e si creano relazioni equivoche tra i sostenitori di queste proposte e gruppi borghesi eversivi degli ordinamenti attuali, né che i sostenitori di queste proposte hanno più volte manifestato difficoltà e incertezze nel distinguersi da questi gruppi eversivi, né che hanno in più occasioni collaborato con i revisionisti sovie tici fino a quando il crollo miserabile di questi li ha lasciati scoperti.

 

3. L’eredità della Terza Internazionale (dell’Internazionale Comunista)

Per i comunisti italiani come per i comunisti degli altri paesi imperialisti la comprensione e l’assimilazione dell’eredità della Terza Internazionale (3) devono essere condotte alla luce della domanda: "Perché i partiti comunisti dei paesi imperialisti non sono riusciti a condurre alla vittoria la mobilitazione rivoluzionaria delle masse nel corso della prima crisi generale del capitalismo (1910-1945)?".(4)

 

3. Per maggiori informazioni sull’Internazionale Comunista rimandiamo alla Scheda bibliografica n. 1, Storia dell’Internazionale Comunista (Terza Internazionale) del Centro di Documentazione Filorosso di Milano e alla raccolta degli indici delle due riviste dell’Internazionale (La Correspondance Internationale e Internationale Communiste).

 

4. Si veda su questo anche l’opuscolo dei CARC, Sul maoismo, terza tappa del pensiero comunista.

 

Il nostro compito infatti da una parte consiste nell’assimilare quanto di positivo vi è nell’esperienza della Terza Internazionale per non ricominciare da capo nei problemi che essa riuscì a risolvere, ma dall’altra parte consiste nell’imparare dai suoi errori e individuare i limiti che impedirono una vittoria su scala generale.

Alcuni compagni sostengono che l’Internazionale Comunista non ha fatto nulla di buono. Per essi "terzinternazionalista" sta per un insulto o comunque un giudizio negativo. In questo concordano con bordighisti e trotzkisti.(5) Essi buttano come cosa di nessun valore la costruzione del socialismo in URSS, la costituzione di partiti comunisti in ogni paese del mondo, lo sviluppo dato al movimento antimperialista di liberazione nazionale nelle colonie e nelle semicolonie, la guerra vittoriosa contro il nazifascismo, la creazione del campo socialista, la vittoria dei partiti comunisti in Cina e in numerosi altri paesi, lo sviluppo del patrimonio teorico comunista fino al maoismo.

 

5. I gruppi bordighisti e i gruppi trotzkisti attuali per alcuni versi sono gli eredi di gruppi che si sono staccati dalla Terza Internazionale durante gli anni ’20 al seguito rispettivamente di Amedeo Bordiga (primo segretario della Sezione italiana della Terza Internazionale - Partito Comunista d’Italia) e di Trotzki (esponente prestigioso del movimento socialista russo e avversario di Lenin lino al 1917; ammesso nel ’17 nel Partito Comunista Russo vi svolse un ruolo di grande rilievo, ma con molti contrasti fino al 1924); per altri versi sono un prodotto del revisionismo moderno e della disgregazione del movimento comunista che questo ha causato. In merito alle concezioni ideologiche e politiche di Bordiga e di Trotzki, in definitiva la valutazione di esse è stata già data dalla pratica. A partire dal loro distacco dalla Terza Internazionale, essi e i loro seguaci non hanno più svolto alcun ruolo positivo benché la crisi generale e la conseguente situazione rivoluzionaria si siano protratte per altri vent’anni, fino alla metà degli anni ’40. Di fronte a tanta clamorosa sterilità, i loro eredi (come i gruppi anarchici) accusano i comunisti (gli odiati "stalinisti") di aver impedito ai due e ai loro seguaci di partecipare alla rivoluzione, isolandoli dalle masse e lottando contro di loro. Ma non spiegano cosa ha impedito alle masse di seguire l’uno o l’altro e di isolare i comunisti, cosa ha portato le masse ad aggregarsi attorno ai comunisti (nonostante che alcuni paesi i limiti e gli errori di questi fossero tali da impedir loro di raggiungere la vittoria) anziché attorno ai bordighisti o ai trotzkisti.

Ai compagni che vogliono approfondire l’argomento indichiamo:

Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo (1920).

Lenin, Su Trotzki, raccolta di scritti e discorsi di Lenin (dal 1903 al 1923) in cui smaschera le concezioni di Trotzki, Le Idee 63, Editori Riuniti.

Kostas Mavrakis, Trotskismo: teoria e pratica, Mazzo Editore 1972.

 

Altri compagni, al contrario, adottano in blocco tutto il patrimonio della Terza Internazionale, le stesse parole d’ordine e la stessa tattica. Senza tener conto non solo di quanto nel mondo è cambiato rispetto all’epoca in cui essa operò (1919-1943), ma neanche della varietà delle lotte condotte dai partiti comunisti che la componevano (come mettere sullo stesso piano l’opera del Partito Comunista Cinese e quella del Partito Comunista Italiano o quella del Partito Comunista Tedesco?) e che a conti fatti si rivelarono condurre a risultati opposti. Ma soprattutto essi non tengono conto che i partiti comunisti dei paesi imperialisti non riuscirono a condurre alla vittoria le masse popolari. Come è possibile adottare forme di lotta e di organizzazione, parole d’ordine e analisi, senza aver compreso i motivi del loro insuccesso?

Alcuni compagni passano e sono passati disinvoltamente dalla prima alla seconda delle posizioni sopra descritte, senza  alcuna autocritica. Come qualificare l’atteggiamento di questi compagni?

Passare disinvoltamente da un errore all’errore di segno opposto è, se possibile, peggio che persistere nello stesso errore. All’errore si aggiunge anche la mancanza di carattere e di principi, la superficialità, la mancanza di senso di responsabilità. Vale la pena aggiungere qualcosa di più. Anche quando un compagno che fino a ieri aveva agitato una parola d’ordine sbagliata passa improvvisamente a una parola d’ordine giusta senza alcuna autocritica, non c’è di che rallegrarsi. Che dei compagni si mettano a ripetere una o alcune parole d’ordine giuste, cambiando posizione ogni cinque mesi, passando da una posizione all’altra, mischiandole, ecc. è solo mancanza di principi, mancanza di posizioni ben fondate, solide e sicure, mancanza di senso di responsabilità verso i propri compagni e verso le masse. Tutte cose che non danno alcun affidamento e alimentano la confusione. L’eclettismo e il pressapochismo sono l’espressione in campo teorico dell’opportunismo in campo pratico. Dobbiamo ricordarci di questo in particolare quando l’oscillazione perenne dei nostri amici li porta a essere, momentaneamente e superficialmente, d’accordo con noi, sulle nostre posizioni.

"In 24 ore si può cambiare la propria tattica in questa o quella questione particolare; ma né in 24 ore né in 24 mesi si può cambiare idea sulle scelte fondamentali", diceva Lenin in Da che cosa incominciare? (1901).

 

4. Nuove edizioni sul mercato della cultura borghese di sinistra

Vi sono alcune novità nel mercato dell’operaismo, sia nella sua versione accademica (che si esprime dalle cattedre universitarie, nelle redazioni delle case editrici e nelle riviste dell’area) sia nella sua versione di movimento (che riecheggia a livello di parole d’ordine e di convegni le teorie dell’operaismo accademico).(6)

Le novità attuali ci sembrano tre.

 

6. A proposito dell’operaismo, e in generale sulla versione della cultura borghese di sinistra che è diffusa come "l’aria che si respira" tra le forze soggettive della rivoluzione socialista e in particolare nell’area dell’autonomia, ricordiamo ai nostri lettori lo scritto Toni Negri, ovvero del soggettivismo e del gradualismo in Atti preparatori del Convegno sulla repressione, Milano 30-31 maggio 1981 e gli articoli Tre questioni importanti non eludibili e Forze produttive e rapporti di produzione in Rapporti Sociali, n. 5/6 (1990).

 

7. Sulla natura e le caratteristiche della crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale rimandiamo agli articoli comparsi su Rapporti Sociali n. 0,1,5/6, 8, 12/13 e a quello pubblicato su questo numero.

 

 

1. Le interpretazioni idealiste della causa della crisi attuale.

Secondo alcuni la crisi attuale sarebbe dovuta alle politiche monetariste o neoliberiste dei governi imperialisti; secondo altri sarebbe dovuta alle politiche adottate dallo Stato per adeguare il disavanzo annuale dello Stato (la differenza tra spese e entrate fiscali e patrimoniali annue), l’ammontare complessivo del Debito Pubblico e l’inflazione annua ai parametri indicati nel Trattato di Maastricht; secondo altri ancora sarebbe dovuta all’obbedienza alle imposizioni del fondo Monetario Internazionale o ad altre cause politiche del genere.

Sul piano teorico la sostanza di tutte queste interpretazioni dell’origine della crisi è rovesciare la realtà a gambe all’aria. A causa della crisi generale del capitalismo, dovuta alla sovrapproduzione assoluta di capitale,(7) i capitalisti sono ricorsi e ricorrono a varie misure: accelerano ristrutturazioni tecnologiche una dietro l’altra, investono capitali in prestiti agli Stati e alle altre autorità pubbliche (prestiti a Stati del Terzo Mondo e Debito Pubblico), aumentano a dismisura il capitale finanziario (finanziarizzazione), riducono od eliminano le conquiste dei lavoratori (eliminazione dello "Stato sociale"), si appropriano dei settori pubblici dell’economia (privatizzazioni), trasferiscono le aziende dove sono più liberi di pagare bassi salari, di imporre le condizioni di lavoro e di saccheggiare l’ambiente (delocalizzazione, deindustrializzazione), costringono i lavoratori a trasferirsi (migrazioni), cercano di sottrarre ai loro concorrenti mercati, occasioni di investimento produttivo o finanziario e fonti di rendite, sviluppano nuovi settori d’affari (droga, prostituzione, adozioni,  organi da trapianto, rapine e sequestri, ecc.), strozzano i capitalisti e gli Stati più deboli fino a determinarne il fallimento, si azzuffano tra loro per accaparrarsi profitti. Ogni capitalista spazia per il mondo come un lupo famelico in cerca di prede (globalizzazione e mondializzazione). Il singolo capitalista ricorre a queste misure per valorizzare (aumentare) il suo capitale, per intascare un profitto adeguato per il suo capitale. Ad alcuni va bene e ad altri va male. I primi intascano il profitto estorto ai lavoratori da loro stessi e da altri capitalisti e il frutto delle rapine condotte a termine contro i capitalisti soccombenti, i risparmiatori, i produttori autonomi; i secondi restano a bocca asciutta e a volte ci rimettono i loro capitali. Di sicuro però tutte queste misure non risolvono la crisi: l’esperienza di vent’anni, da quando è incominciata questa nuova crisi generale a oggi lo conferma. Gli idealisti prendono l’uno o l’altro di questi effetti della crisi, delle misure a cui i capitalisti ricorrono per far fronte alla crisi e li additano come cause della crisi.

Sul piano politico a cosa portano queste interpretazioni idealiste della crisi? Le conseguenze coerenti a cui prima o poi approdano i sostenitori di queste tesi idealiste sono due.

Fare il verso a Rifondazione Comunista che si propone di "condizionare il capitalismo". Da alcune di quelle tesi idealiste si conclude che "per uscire dalla crisi" 1. occorre una politica "diversa" che tenga conto degli interessi dei lavoratori; 2. occorre un sindacato più combattivo, addirittura "di classe"; 3. occorre un’opposizione attiva e battagliera o un partito come Rifondazione al governo. Insomma le tesi del PRC.

In alternativa approdare alla mobilitazione reazionaria delle masse. Se la crisi è prodotta dalla concorrenza che proviene da altri paesi, da altri lavoratori, da altre zone, la soluzione è essere più forti di loro per esportare di più e porre fine alla loro concorrenza in casa nostra con la guerra commerciale. Se non accettano di subire o addirittura sono più bravi sul piano economico, allora è la guerra.

 

2. La sostituzione del binomio (mondializzazione, globalizzazione) al quadrinomio (informatica, telematica, robotica, cibernetica).

Alcuni anni fa nell’ambiente operaista erano pochi gli oratori che non si riempivano la bocca e gli scrittori che non riempivano la carta con disquisizioni riguardanti le modificazioni delle tecniche di lavorazione (la sostituzione di macchine elettroniche a macchine elettromeccaniche nelle ristrutturazioni a catena, l’introduzione di macchinari elettronici in settori ancora poco automatizzati: metalmeccanica, lavori d’ufficio, stampa, ecc.). Le parole magiche per spiegare il mondo erano informatica, telematica, robotica e cibernetica.

Da un po’ di tempo gli stessi oratori e scrittori sono passati a un binomio che riguarda la gestione aziendale (globalizzazione) e l’area di investimento e di mercato (mondializzazione). Gli orizzonti dei nostri operaisti si sono allargati un po’.

Alcuni anni fa proclamavano il quadrinomio senza preoccuparsi di capire cosa spingeva le aziende di tutto il mondo ad aumentare forsennatamente la produttività dei propri lavoratori introducendo nuovi sistemi e nuove macchine e quindi dove la stessa corsa le avrebbe portate. Politicamente nella maggioranza dei casi facevano da supporto ai sindacalisti di regime e all’opposizione politica di regime che rimproveravano ai padroni di casa nostra di non essere alla testa dell’innovazione tecnologica e di trascurare la ricerca (e di non affidarsi abbastanza alla consulenza delle teste d’uovo universitarie). Questa era secondo loro la causa delle disgrazie delle masse del nostro paese.

Con la stessa noncuranza oggi proclamano il binomio senza curarsi di capire cosa spinge le aziende capitaliste alla globalizzazione e alla mondializzazione né dove quella corsa le porterà.

La globalizzazione e la mondializzazione stanno già rovesciandosi sotto i nostri occhi nella frammentazione del mondo in zone contrapposte, nella contrapposizione tra schieramenti, Stati e zone e nella guerra generale tra gruppi imperialisti e tra Stati. Globalizzazione e mondializzazione sono le risorse cui ricorrono i capitalisti per sfuggire alla crisi. La guerra mondiale nasce dalla mondializzazione in regime capitalista. La mondializzazione come rimedio alla crisi è il tentativo  di estendere l’area e l’intensità della rapina e non può portare che alla guerra per la spartizione del mondo. Chi non riesce a rapinare abbastanza con le buone ricorre alle manovre politiche: ricatti, destabilizzazione, operazioni sporche, guerre. Nei suoi rapporti col governo spagnolo il governo francese scambia la consegna di rifugiati baschi con contratti di fornitura di treni ad alta velocità per gli industriali francesi. Come incassano la cosa gli industriali tedeschi che si vedono soffiare gli affari, benché siano disposti a fare condizioni economiche migliori?

Sul piano politico le conclusioni coerenti con queste analisi sono predicazione della rassegnazione e della collaborazione di classe per essere più competitivi o del protezionismo e della guerra contro i paesi semicoloniali e i concorrenti "sleali".

 

3. La sostituzione del fordismo con il postfordismo (o toyotismo o ohnismo).

Dalla seconda metà degli anni ’80 nei paesi anglosassoni e in Europa i padroni si sono trovati a far fronte alla concorrenza giapponese. Essi e gli intellettuali progressisti sulla loro scia hanno allora scoperto i sistemi di organizzazione del lavoro che i capitalisti giapponesi avevano imposto ai lavoratori del loro paese dopo la caccia ai comunisti e la repressione del movimento sindacale del periodo 1948-1953 la cui conclusione è sintetizzata dalla sconfitta dello sciopero alla Nissan durato dal 11 giugno al 23 settembre 1953. il toyotismo (dalla grande società monopolistica Toyota) o ohnismo (dall’ingegnere Taiichi Ohno che e stato per il toyotismo quello che F.W. Taylor è stato per il fordismo) vengono entusiasticamente battezzati post-fordismo e indicati come la via d’uscita dalla crisi. Addirittura via d’uscita progressista e democratica perché la sua messa in opera implica di riuscire a costringere gli operai a collaborare con l’azienda a rendere più produttivo il lavoro e a ridurre il capitale costante impiegato per unità di prodotto.

Gli intellettuali operaisti prima si erano sforzati di interpretare la società dell’epoca imperialista sulla base dell’organizzazione del lavoro e della produzione di massa (fordismo) contrapponendola all’analisi che di essa aveva dato Lenin. Ora, sempre restando nel campo dell’organizzazione del lavoro, suggeriscono una via d’uscita dalla crisi che si basa sulla collaborazione di classe per rendere la propria azienda più concorrenziale.

Come via per uscire dalla crisi ovviamente la ricetta degli operaisti non sta in piedi (diverso è il discorso se la si considera come mezzo per aprire un lucroso settore di attività di consulenza e di ricerca sul campo per intellettuali). Accrescere la propria competitività fa uscire dalla crisi come l’arrampicarsi sulle spalle di un compagno di disgrazia salva un naufrago.

Sul piano politico invece la cosa è diversa. Nascondere la reale causa della crisi. Nascondere la debolezza della borghesia imperialista che ha bisogno della collaborazione degli operai. Convincere i lavoratori a collaborare col proprio padrone perché possa averla vinta contro altri padroni. La mobilitazione reazionaria è mobilitazione dei lavoratori agli ordini del proprio padrone e la mobilitazione reazionaria è uno sbocco possibile della crisi attuale. Convincere i lavoratori che non hanno altra strada davanti, che la partita per loro è chiusa. Questa è la sostanza politica delle chiacchiere sul post-fordismo.

 

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