A proposito dell’economicismo - Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996

A proposito dell’economicismo

Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996 (versione Open Office / versione MSWord )

 

L’economicismo oggi non si manifesta solo nel cercare di limitare l’azione degli operai (e in generale dei lavoratori) alle rivendicazioni relative al salario e alle altre condizioni di lavoro, insomma alle rivendicazioni nei confronti dell’azienda a cui vendono la loro forza lavoro, nel cercare di confinare l’interesse e la mobilitazione dell’operaio al campo del rapporto operaio-padrone. Questa forma di economicismo sopravvive ed è impersonata da non pochi dei promotori di "sindacati di classe" senza partito comunista. Ma il ruolo assunto dallo Stato nella vita economica nella società moderna, la società del capitalismo monopolistico di Stato, è oramai tale che la forma più diffusa di economicismo attualmente consiste nell’obiettivo di "politicizzare la lotta economica", lottare contro il governo (quindi lotta politica) unicamente o principalmente per motivi economici e con rivendicazioni economiche. Il carattere collettivo della vita economica ha fatto passi da gigante. Oggi una parte rilevante del salario è erogato dallo Stato (servizi pubblici, trasferimenti vari alle famiglie, pensioni, sistema scolastico e sanitario pubblici, ecc.), milioni di lavoratori sono al servizio della Pubblica Amministrazione (in Italia quasi 4 milioni) o del settore pubblico dell’economia (IRI, ENEL, ENI, aziende municipalizzate e regionali, ecc.), la vita di molte aziende capitaliste dipende in modo determinante dalla spesa pubblica (commesse della P.A., appalti, ecc.) e dalla politica economica del governo, lo Stato amministra un’ampia spesa assistenziale (ammortizzatori sociali, ecc.). Ciò costringe anche i più incalliti economicisti a considerare il governo, e non più solo il singolo padrone, come controparte dei lavoratori. Ciò che caratterizza attualmente l’economicista e lo distingue dal comunista è che egli chiama l’operaio alla lotta solo in nome di problemi economici, è convinto che la classe operaia si mobilita solo per motivi economici, conduce la propria agitazione e propaganda solo sul piano economico, salvo poi meravigliarsi che migliaia di operai si mobilitano nel volontariato e in mille altre iniziative di cui il clero e altri esponenti della borghesia si servono per alimentare l’interclassismo, la subordinazione degli operai alla borghesia e il distacco dalla lotta di classe. La mobilitazione delle masse a difesa di propri elementari diritti, viene così lasciata nelle mani di borghesi, preti, mestatori e arrampicatori sociali che ne fanno strumento per scagliare una parte delle masse contro l’altra; così come nel periodo 1945-1975 venne lasciata nelle mani dei revisionisti moderni e dei riformisti la mobilitazione delle masse per strappare le conquiste che era allora possibile imporre alla borghesia imperialista.

La concezione dell’economicista non va oltre il ruolo di venditore di forza-lavoro in cui la società borghese relega l’operaio e in generale il proletario. L’economicista non concepisce che l’operaio oltre e prima che venditore di forza-lavoro è un uomo concreto, con i suoi bisogni materiali e spirituali e le sue relazioni sociali, nonostante il borghese neghi questa sua umanità. Che degli operai si mobilitino contro l’insicurezza che non consente di fare due passi fuori casa, un bambino di andare da solo a scuola e a una donna di uscire sola da casa, che degli operai si mobilitino contro l’inquinamento che costringe a ingerire e respirare veleni, che degli operai si mobilitino contro i mille soprusi che rendono difficile la vita quotidiana con più forza di quella con cui si mobilitano contro un aumento di 50 mila lire su una bolletta o per avere 100 mila di più al mese: ecco cose che sorprendono l’economicista che le attribuisce all’ignoranza degli operai o all’imbroglio dei promotori di quelle mobilitazioni. C’è da meravigliarsi che nella vita di un operaio pesi più un figlio che si droga o un figlio che non trova lavoro, che 200 mila lire di più o di meno in busta paga?

Che lo squallore della sua vita quotidiana nelle metropoli e il contrasto tra la propria miseria ed esclusione e il lusso e lo spreco di ricchezze materiali e spirituali della società pesino almeno quanto qualche milione di risparmi? Nella nostra società abbondano persone che si suicidano, sono depresse, non mettono su famiglia, non fanno figli, sono associati, pur avendo un reddito non inferiore al reddito corrente o anche un buon reddito: tutto questo meraviglia l’economicista come resta incomprensibile al borghese: roba da specialisti, psicologi o psicanalisti, casi psichiatrici. Il malessere che ri vela il male viene esorcizzato e considerato una malattia a sé stante. L’economicista vuole conservare e quindi placare l’onda che increspa in mare; il compito del comunista invece è scavare in profondità, rivoltare e trasformare. L’economicista lavora per la borghesia, il comunista lavora per le masse popolari. Il lavoro dell’economicista è sterile di risultati perché i risultati del suo lavoro li raccoglie la borghesia, il lavoro del comunista è difficile ma da 150 anni a questa parte ha già mobilitato milioni di uomini ai quattro angoli del mondo.

In realtà l’economicista vuole costringere l’operaio in un vestito in cui l’operaio non entra; lo vuole relegare nel ruolo che la borghesia gli assegna ("Lei non è qui per pensare, altri sono pagati per questo", ammoniva l’ing. Taylor, uno dei padri del fordismo e l’ing. Ohno, uno dei padri del toyotismo, corregge: "Lei è qui per pensare alla produzione, il resto seguirà"), contrasta lo sforzo degli operai per diventare classe dirigente. Quando si dichiara marxista, l’economicista professa una caricatura del marxismo, una rozza semplificazione delle tesi marxiste. Del marxismo egli ha assimilato il travisamento fatto dalla borghesia: "L’uomo si muove solo per il suo guadagno". Se affronta con l’operaio un qualche problema non economico, l’economicista si arrampica sui vetri per dimostrare che la causa si riduce al fatto che l’operaio "guadagna troppo poco per potersi permettere quello che il borghese si permette". La sua esclusione dal patrimonio culturale e intellettuale della società, l’educazione servile che la scuola e i mezzi di formazione del regime gli impartiscono, la costrizione a rapporti familiari e sociali che gli è imposta fin dall’infanzia: questo e gli altri caratteri della condizione che il capitalismo riserva al lavoratore l’economicista li occulta.

Quindi gli obiettivi che l’economicista propone all’operaio sono solo obiettivi economici, i motivi per cui lo chiama alla lotta contro il regime politico riguardano solo la politica economica del governo. Vuole più soldi e più servizi, il resto della società borghese gli va bene. Per lui è solo un problema di quantità non di qualità. Gli è completamente estranea la critica comunista delle varie relazioni sociali che la borghesia ha instaurato e difende, delle mille forme di oppressione cui per mantenere il suo dominio sottopone le varie classi e categorie (basti pensare, ma solo come esempio di mille altre, alla condizione delle donne e dei bambini). Arriva a proclamare che occuparsene è perdere "il punto di vista di classe". Egli lascia così spazio alle forze politiche borghesi per dividere la classe operaia e le masse e per mantenere e rafforzare la loro influenza su di essa, ostacola il cammino attraverso cui la classe operaia sta affermandosi come classe dirigente delle altre classi popolari, mettendosi alla testa delle loro lotte e mobilitando il loro malcontento contro la borghesia imperialista.

A proposito dell’economicismo, consigliamo la lettura di alcuni scritti di Lenin: Da che cosa incominciare (maggio 1901), Un colloquio con i sostenitori dell’economicismo (dicembre 1901), L’agitazione politica e il “punto di vista di classe” (febbraio 1902), Risposta a un “lettore” (febbraio 1902), tutti compresi nel vol. 5 delle Opere Complete. La lettura dell’opuscolo di Lenin, Che fare? (febbraio 1902) serve ad approfondire l’argomento.

 

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