Editoriale - Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996

Editoriale

Rapporti Sociali n. 17/18 - autunno 1996 (versione Open Office / versione MSWord )

 

 

Editoriale

Questo numero di Rapporti Sociali esce a più di 18 mesi dal precedente. Perché questo stacco inusuale? Potremmo dire che siamo stati assorbiti dal lavoro politico corrente dei CARC, i Comitati di Appoggio alla Resistenza che le masse popolari oppongono al procedere della crisi generale del capitalismo, per il Comunismo, cioè, nella fase attuale, per la creazione delle condizioni necessarie alla ricostruzione del partito comunista, senza il quale ogni volontà di lottare per il comunismo resta campata in aria. Sono infatti i 18 mesi in cui si è sviluppato il foglio mensile Resistenza, che implica uno sforzo particolare per leggere le tendenze del movimento economico, politico e culturale della società ed esporle ai lavoratori avanzati, cui il foglio è principalmente diretto. Inoltre in questi mesi i CARC hanno prodotto comunque alcuni opuscoli che sono la riprova del non completo abbandono del lavoro teorico e di bilancio dell’esperienza storica del movimento comunista.(1) Tuttavia dobbiamo riconoscere nella lunga assenza anche l’influenza della tendenza negativa a lasciarsi trascinare dagli avvenimenti, a lasciarsi dirigere nella nostra attività dalle spinte che arrivano da mille parti senza elaborarle e collocarle in un piano di lavoro in cui le priorità siano dettate dai compiti storici che abbiamo di fronte, in cui la tattica sia uno strumento della strategia, in cui l’attacco sia il fattore dirigente rispetto alla difesa che pure oggi è ancora l’aspetto principale. In particolare un certo cedimento all’economicismo che in questa fase permea ancora talmente l’ambiente delle forze soggettive della rivoluzione socialista nel nostro paese che nonostante i nostri sforzi e la nostra consapevolezza del pericolo,(2) lo respiriamo con l’aria. La ripresa della pubblicazione della rivista è anche un’autocritica di questi cedimenti.

 

1. Ci riferiamo in particolare a Il punto più alto raggiunto finora nel nostro paese dalla classe operaia nella sua lotta per il potere e a F. Engels / 10.100.1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista.

 

2. Contro l’economicismo, principale deviazione delle forze soggettive della rivoluzione socialista è un articolo del numero 16 di Rapporti Sociali.

 

La seconda crisi generale del capitalismo prosegue. Essa produce ovunque la resistenza delle masse popolari. Crescono l’attivismo e l’aggregazione delle masse. È come un alveare che il fumo ha distolto dalla vita normale obbligando ognuno a trovare nuove soluzioni o a essere schiacciato dalle nuove condizioni. Qualcosa a cui non si può sfuggire. Questa è ciò che chiamiamo “resistenza delle masse popolari al procedere della crisi del capitalismo”. Questo è ciò che travolge istituzioni, comportamenti, sentimenti e idee che le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale davano fino a qualche anno fa per definitivamente acquisiti.

Non abbiamo mai sostenuto, anzi abbiamo sempre negato che ciò significhi il trionfo della rivoluzione socialista. Significa solo che è arrivata al suo termine l’attuale formazione economico-sociale che data dalla fine della prima crisi generale del capitalismo, significa l’instabilità e la precarietà di tutti i vecchi equilibri e una fase di transizione verso un mondo nuovo ancora indefinito: è questa fase che chiamiamo “situazione rivoluzionaria”. Ai fautori della collaborazione di classe e agli arresi noi non opponiamo un’immaginaria vittoria dietro l’angolo. A quanti chiacchierano di post-fordismo, di mondializzazione dell’economia, di monopolio mondiale USA del potere, di capitalismo restaurato nel vecchio campo socialista, di “fine della storia”, di vittoria epocale del capitalismo, di “controllo totale”, come a quelli che ieri chiacchieravano di seconda repubblica opponiamo il fatto inconfutabile che la natura del nuovo mondo che sortirà dalla crisi attuale è ancora tutta da decidere, che la decideranno le masse popolari, che su questo terreno la classe operaia ha ancora tutte le sue carte da giocare, che la vittoria del socialismo è possibile. E lottiamo per questa vittoria. Le loro chiacchiere invece, inconsistenti in termini di fatto, hanno il reale contenuto politico di spingere le masse popolari a rinunciare a combattere, quindi di facilitare la vittoria della borghesia imperialista.

 Siamo da alcuni anni entrati in una situazione in cui la classe operaia, potenziale dirigente di un nuovo mondo socialista, può accumulare forze fino a rovesciare l’attuale rapporto sfavorevole con la borghesia imperialista e prendere il sopravvento. L’impresa è possibile perché la situazione continuerà per un tempo ancora indeterminato a costringere milioni e milioni di uomini a cercare soluzioni comunque nuove per la propria vita. Quindi sta alla classe operaia e alla sua avanguardia organizzata, il partito comunista, riuscire a mobilitarli e guidarli a trovare nel socialismo le soluzioni corrispondenti ai loro bisogni, che essi possono quindi fare proprie. La classe operaia lotta oramai da 150 anni, sulla base dei suoi interessi particolari di classe quali sono posti dalla società capitalista stessa, per la trasformazione della società capitalista nella società socialista prima e comunista poi. Queste espressioni sintetizzano ordinamenti sociali, soluzioni in cui tutti i lavoratori (le masse popolari) possono trovare il loro spazio: nessuno è sovrabbondante, superfluo, “esubero”. Le forme concrete che assumerà la nuova società non sono affatto scontate, perché dipenderanno in larga misura dai passaggi della lotta e dalle alleanze che si costruiranno durante la lotta.

Noi comunisti siamo consapevoli che l’esito di questa lotta, che si svolgerà nei prossimi anni, non è scontato. È vero che in definitiva il capitalismo scomparirà dalla faccia della terra. Ciò è stato messo in luce dall’analisi della sua natura compiuta da K. Marx già nel secolo scorso e confermata nella sua sostanza da tutto lo sviluppo successivo. Ma quando scomparirà non è affatto determinato. Non è detto che ciò avvenga neanche nel corso dell’attuale seconda crisi generale del capitalismo. Noi sosteniamo solo che è possibile che ciò avvenga e ci battiamo perché questa possibilità diventi realtà.

 

**** Manchette

Chi sono attualmente i lavoratori avanzati?

Abbiamo individuato quattro categorie:

- i lavoratori che impersonano la tendenza a ricostruire il partito comunista (è una tendenza che si esprime in vari modi: nell’aderire ad un partito - in genere PRC o PDS - anche se non soddisfatti della sua attività, nello sforzo di inquadrare ogni problema particolare in un quadro generale di trasformazione-riforma della società, nella consapevolezza che “bisogna essere uniti”, ecc.);

- i lavoratori che esercitano un ruolo dirigente sui loro compagni nelle lotte di difesa (siano o non siano membri di organismi sindacali);

- i lavoratori che in qualche modo si pongono il compito di unire e mobilitare i propri compagni di classe sui problemi specifici che via via si pongono;

- i lavoratori che impersonano altre tendenze positive che si sviluppano tra i lavoratori (esempio: quelli che cercano di capire come va il mondo, quelli che sono curiosi di conoscere altre situazioni, quelli che sono curiosi di conoscere programmi e metodi degli organismi politici, quelli che vogliono rendersi utili, ecc.).

Sono quattro categorie che non si sovrappongono completamente. In ogni situazione dobbiamo individuare i lavoratori avanzati, capire di ognuno in che senso è avanzato (a quale delle quattro categorie appartiene) e sviluppare il rapporto con lui sulla base del suo aspetto positivo.

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Cosa ci insegna al riguardo l’esperienza?

Durante la prima crisi generale del capitalismo (1910-1945) la classe operaia ha condotto la sua lotta in gran parte dei paesi del mondo, è riuscita a prendere il potere in alcuni paesi che coprivano una parte enorme della terra, dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico e dove vivevano centinaia di milioni di uomini. Ma si è trattato solo di alcuni paesi, quasi tutti economicamente arretrati, di paesi che lo sviluppo capitalista aveva relegato ai margini e sottoposto allo sfruttamento imperialista. Questo ha costituito un enorme passo avanti, ma non ha risolto definitivamente il problema della vittoria del socialismo. Lo svolgimento della prima crisi generale ha mostrato anche che la borghesia imperialista, lungi dal cedere il passo, resiste con tutte le forze facendo leva sulle mille contraddizioni (di classe, razziali, nazionali, culturali, religiose, ecc.) tra le masse popolari che sono il retaggio della storia che abbiamo alle spalle, per travisare la contraddizione di base della società attuale, quella tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti, nei panni di altre contraddizioni e scagliare masse popolari le une contro le altre. Ha mostrato cioè, di contro alla  mobilitazione rivoluzionaria delle masse, la mobilitazione reazionaria delle masse, la mobilitazione delle masse sotto la direzione di gruppi imperialisti. Il vecchio mondo capitalista ha conquistato così, con il fuoco e col sangue di due guerre mondiali e di una serie interminabile di guerre “coloniali” e di guerre civili, una boccata d’ossigeno, ed è sopravvissuto alla sua prima crisi generale cambiando ordinamenti e forme. Nei trent’anni (1945-1975) seguiti alla fine della prima crisi generale abbiamo visto la nuova effimera rifioritura del capitalismo che ha aggravato ulteriormente la contraddizione di base. Nello stesso tempo la classe operaia ha compiuto i primi tentativi di trasformazione della società capitalista in società comunista, ha compiuto i primi tentativi di condurre sé stessa e le masse popolari in un mondo senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in cui gli uomini impiegano come patrimonio comune al servizio di obiettivi comunemente decisi la propria capacità lavorativa e le immense forze produttive materiali e spirituali patrimonio dell’uomo moderno. Era inevitabile che quest’impresa, che si compie per la prima volta e rompe con alcuni millenni di storia di oppressione di classe, non venisse al mondo già bell’e definita, che dovesse aprirsi la sua strada tra slanci eroici ed errori madornali, che nel suo corso si ripresentassero mille volte, di fronte alle difficoltà del nuovo, tendenze a ricorrere alle forme note della vecchia società, tendenze ad allontanarsi dalle masse e ad avvicinarsi alla borghesia, tendenze ad imitare la borghesia. Tendenze ovviamente favorite e sostenute dalla borghesia imperialista di tutto il mondo. Il crollo del revisionismo moderno nel 1989 sotto l’effetto della nuova crisi generale del capitalismo, in questo senso chiude un’epoca. Il crollo del campo socialista ha mostrato lo sbocco del lavorio di conciliazione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione con vecchie relazioni sociali in campo economico, politico e culturale, del lavorio di corruzione e di logoramento condotto per lunghi anni dai revisionisti moderni. La dissoluzione del PCI da noi dà lo stesso insegnamento, a tutti quelli che hanno nutrito illusioni circa lo sbocco cui avrebbe portato il revisionismo moderno. Il 1989 ha sepolto il revisionismo moderno, ne ha dimostrato praticamente la natura. Questo non vuol dire che non si ripresenterà più; anzi sicuramente si ripresenterà, ma solo come ripetizione di un errore già noto, patrocinato e fomentato dai nemici del socialismo, non più come un errore dei comunisti.

 

***** Manchette

Il socialismo è la fase inferiore del comunismo. È la transizione dal capitalismo al comunismo. È la società in cui esistono ancora le classi e la lotta di classe, ma il potere è nelle mani della classe operaia organizzata (nel partito comunista e nelle organizzazioni di massa) che mobilita, organizza e dirige le masse popolari perché assumano la direzione della loro vita materiale e spirituale e quindi limita ed elimina i rapporti capitalisti e mercantili e sviluppa gli elementi di comunismo, trasforma i rapporti di produzione adeguandoli al carattere già collettivo delle forze produttive, sviluppa il carattere collettivo delle forze produttive (quindi rimuove il freno allo sviluppo delle forze produttive collettive posto dalla borghesia: le forze produttive sono più efficaci quanto più sono collettive, la produttività cresce con il carattere collettivo; la borghesia non può non frenarlo perché le è antitetico: vedasi ad es. nel campo della formazione intellettuale dei lavoratori, dell’uso universale delle tecnologie avanzate, della sostituzione della grande unità produttiva alle piccole e disperse, ecc.) e trasforma le altre relazioni sociali per renderle conformi alla trasformazione dei rapporti di produzione. La distribuzione del lavoro da compiere e la distribuzione del prodotto sociale tra i lavoratori sono regolate dalla legge: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”, mentre nel comunismo saranno regolate dalla legge: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

In conclusione chiamiamo socialismo

- la direzione della classe operaia (tramite il suo partito comunista e le organizzazioni di massa dirette da esso) sull’intera società,

- l’espropriazione delle forze produttive già collettive e la gestione di tutta l’attività economica della popolazione col fine di soddisfare i bisogni materiali e spirituali dell’intera popolazione,

- l’avviamento della trasformazione dei rapporti di produzione (cioè della proprietà delle forze produttive, dei rapporti tra gli uomini nel lavoro e del sistema di distribuzione) e delle altre relazioni sociali (politiche, culturali, familiari, personali, ecc.) verso la costruzione di una società comunista.

Per approfondimenti vedasi K. Marx, Critica del programma di Gotha (1875)

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Con le sconfitte subite dopo le sue prime grandi vittorie, la classe operaia si è liberata di una serie di illusioni ed errori, ha compiuto un passo avanti nel suo apprendistato di classe dirigente, si è resa un po’ più atta al suo ruolo di nuova classe dirigente. È questo il modo in cui procede l’apprendistato della classe operaia, come aveva già messo in luce Marx in numerose circostanze: basti citare Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Rivelazioni sul processo di Colonia e L’ideologia tedesca.

Fa parte dei compiti dei comunisti fare tesoro dell’esperienza passata della lotta del movimento comunista, tendere tutte le proprie forze per evitare che si cada in errori già sperimentati. Mentre l’interesse della classe dominante si combina con l’inesperienza e l’ignoranza di chi muove i primi passi per riproporre vecchi errori che inciampano il nostro cammino. Da qui l’importanza che ha per noi il lavoro teorico, l’assimilazione degli insegnamenti dell’esperienza passata per la comprensione delle leggi del movimento presente.

Lo sviluppo della crisi porta allo sviluppo di lotte di difesa che sempre più spesso si trasformano in problemi di ordine pubblico, rivelando quello che la scienza di regime nasconde: che la proprietà privata è oramai storicamente sorpassata, che il destino di un’azienda non dipende dall’azienda stessa e non viene deciso in azienda, ma dipende dall’ordinamento della società, quindi è un problema politico.

Parallelamente e conseguentemente si diffondono organismi sindacali nuovi (COBAS, SLAI, CUB, Comitati di Lotta, ecc.) che dai servizi pubblici si estendono alle aziende industriali. Questo fatto non è vanificato dall’altro, cioè dal predominio tra i loro promotori della cultura borghese di sinistra: l’operaismo e l’economicismo. I due fatti indicano che la realtà spinge le masse in una direzione che in qualche modo si afferma nonostante l’arretratezza dei dirigenti e degli intellettuali, nonostante la loro persistente subordinazione per mille aspetti alla egemonia ideologica e culturale della borghesia (che inevitabilmente producono oscillazioni e opportunismo in campo politico). Questo rende ancora più grave politicamente l’indifferenza e la sterilità teorica dei gruppi dogmatici, la presunzione diffusa tra essi che tutto è noto e chiaro, che non hanno nulla da capire ma solo da insegnare, che l’ostacolo all’avanzata del nostro lavoro sta nelle masse (e in generale negli altri) che invece non capiscono e non riconoscono la verità. Una verità che non aiuta i suoi possessori a sormontare le difficoltà quotidiane è una ben misera verità!

La ripresa della pubblicazione di Rapporti Sociali per quanto ci riguarda è una sterzata nel porre il disegno strategico alla guida del nostro lavoro quotidiano. Da esso ci ripromettiamo una maggiore fecondità del nostro lavoro quotidiano.

 

La redazione

 

 

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