Comunicati CARC (www.carc.it) - Rapporti Sociali  14-15,  inverno - primavera 1994

Comunicati CARC

Rapporti Sociali n. 14-15,  inverno - primavera 1994 (versione Open Office / versione MSWord )

 

ACCORDO GOVERNO-CONFINDUSTRIA-CGIL/CISL/UIL

CONTRO L’ATTACCO DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA COSTRUIAMO L’UNITÀ DEL MOVIMENTO DI RESISTENZA

 

Con l’accordo Governo-Confindustria-CGIL/CISL/UIL del 3 luglio la borghesia imperialista prosegue l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, del proletariato e delle masse popolari. È un attacco che essa porta avanti gradualmente, con il suo governo e i suoi sindacati di regime, dalla fine degli anni ’70. Questo attacco è dovuto al procedere della crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale che da allora ha investito tutti i paesi imperialisti e i paesi da essi dipendenti. Esso si sviluppa su due linee principali:

- peggioramento delle condizioni salariali e normative degli operai e dei proletari: abolizione della scala mobile, riduzione dei posti di lavoro in particolare dei posti con assunzione regolare, licenziamenti, riduzione della stabilità del posto di lavoro, livellamento del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici alle condizioni (peggiori) dei dipendenti privati, limitazione dei diritti sindacali (contrattazione, sciopero, scelta dei propri rappresentanti, ecc.) e tentativo di riservarli solo ai sindacati di regime, peggioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro, aumento dei carichi di lavoro e dei ritmi, lavoro notturno anche per le donne, avvicinamento delle condizioni dei lavoratori “a libri” a quelle dei lavoratori in nero (salario inferiore ai minimi contrattuali, salario “flessibile”: contratti di solidarietà, salario d’ingresso, gabbie salariali, ecc., precarietà del posto di lavoro, lavoratori “in affitto”, assunzione a tempo determinato, ecc.), ecc;

-eliminazione graduale ma continua delle conquiste strappate dagli operai, dai proletari e dalle masse popolari nel periodo 1945 - 1975: assistenza sanitaria, diritto allo studio, servizi sociali, sistema di pensioni di invalidità e vecchiaia, chiamata numerica, diritto all’avviamento al lavoro anche per donne, handicappati, ecc. diritto alla casa (equo canone ed edilizia popolare), trasporti a prezzi inferiori al costo, validità per tutti dei contratti nazionali di categoria, proibizione dell’affitto di lavoratori, ecc.

Gli accordi del 31 luglio ’92 e del 3 luglio ’93 e le leggi finanziarie ’93 e ’94 (in preparazione) sono altrettante tappe di questo attacco.

 

I PRINCIPALI OBIETTIVI DELL’ACCORDO DEL 3 LUGLIO

Sul piano economico l’abolizione della scala mobile è stata la novità principale dell’accordo del 31 luglio ’92, quella dell’accordo del 3 luglio è il passo decisivo verso la deregulation del rapporto di lavoro (flessibilità) che lo rende un po’ più vicino al lavoro nero. L’economia sommersa (economia in nero) viene legalizzata riducendo gradualmente tutta l’economia al suo livello, il ruolo del contratto collettivo di lavoro viene limitato, l’affitto di lavoratori (“lavoro interinale”) diventa legale (creazione di agenzie che affittano lavoratori per periodi determinati in base alle esigenze di produzione, per sostituire lavoratori in malattia, ecc. e, in tendenza, i lavoratori in sciopero). Tutto questo viene imposto in nome della “salvezza dell’economia nazionale” e con il ricatto del posto di lavoro. Tutto questo è effettivamente il costo che gli operai, i proletari, le masse popolari pagano per la sopravvivenza del capitalismo, cioè di un’economia regolata sul profitto dei capitalisti anziché sui bisogni individuali e collettivi della popolazione, basata sull’iniziativa economica individuale dei capitalisti anziché sulla gestione comune da parte della società dei lavoratori. La borghesia imperialista sta travolgendo nuovamente tutta l’umanità nella sua crisi generale fatta di miseria e di guerre, come già avvenne nella prima metà di questo secolo.

  

Sul piano politico con l’accordo dei 3 luglio la borghesia imperialista persegue due obiettivi principali:

1. rafforzare l’autorità dei gruppo dirigente CGIL/CISL/UIL contro gli operai, i proletari e le masse popolari e anche contro gli attivisti e le strutture di base degli stessi sindacati di regime (vedasi l’accordo sulle RSU che riserva al sindacato confederale la nomina di un terzo dei rappresentanti sindacali aziendali).

Essa cerca così di contrastare la battaglia per la democrazia, l’elezione diretta e revocabile dei propri rappresentanti, l’abolizione dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, la restituzione ai lavoratori dei diritti sindacali (contrattazione, permessi, sedi, agibilità in fabbrica, ecc.) condotta da un anno a questa parte.

Essa cerca così di soffocare la nascita e lo sviluppo di iniziative sindacali e rivendicative esterne a CGIL/CISL/UIL che lentamente ma inesorabilmente si generalizza e segna l’estendersi della resistenza (difensiva e offensiva) delle masse popolari al procedere della crisi economica e politica dell’attuale regime.

L’accordo del 3 luglio riduce ulteriormente anche il ruolo ancora svolto dalle strutture dl base dei sindacati di regime e quindi allargherà le contraddizioni anche all’interno della stessa CGIL/CISL/UIL tra un gruppo di dirigenti pagato per passare le giornate nei palazzi del governo a “trattare” e poi avallare la volontà della borghesia imperialista e gli attivisti sindacali che devono vedersela con i lavoratori sui posti di lavoro (aumenteranno i commissariamenti, le espulsioni, le scissioni, ecc.).

Con questo accordo la borghesia imperialista vuole erigere il gruppo dirigente CGIL/CISL/UIL a interlocutore unico, privilegiato e fisso, istituzionalizzato, del suo Governo e della sua organizzazione di categoria (Confindustria) per avallare a nome dei lavoratori la sua politica economica e la sua politica generale. Quale differenza reale vi è tra questi personaggi, collaborazionisti e corrotti, e i dirigenti dei vecchi sindacati fascisti?

2. Accentrare la gestione economica del paese, riducendo tutto il contrasto di interessi che lacera l’intero paese (compresa la stessa borghesia imperialista: tangentopoli e la guerra di mafia ne sono indici) alla megatrattativa di vertice tra le autoproclamatesi “parti sociali” (Governo-Confindustria-CGIL/CISL/UIL), eliminando o in qualche modo neutralizzando le istanze in cui il malcontento e la protesta delle masse popolari può in qualche modo insinuarsi ed esprimersi.

 

COSA SUCCEDERÀ ORA?

Certamente CGIL/CISL/UIL faranno in qualche modo “approvare dai lavoratori” l’accordo sottoscritto: per farlo stanno ricorrendo alla falsificazione dei dati sulle votazioni e al boicottaggio delle votazioni sotto forma di disinformazione, mistificazione dei contenuti dell’accordo, tentativo di far partecipare alla consultazione solo “personale sindacale”. È il compito per cui la borghesia imperialista li mantiene e dopo questo accordo ne firmeranno ancora altri; ognuno sarà un passo ulteriore di quell’attacco di cui abbiamo parlato sopra: lo esigono la crisi generale della borghesia imperialista e i contrasti furibondi tra gruppi e Stati imperialisti che ne scaturiscono.

Ma accordi come questo hanno due facce; essi sfruttano a favore della borghesia imperialista la residua autorità di CGIL/ICISL/UIL, dall’altra parte allargano il fossato che già divide i vertici CGIL/CISL/UIL dai lavoratori. Essi per ora riescono ancora, a differenza delle avanguardie di lotta e dei comunisti, a mobilitare le masse e a portarle in piazza... ma qui giunte le masse tirano bulloni e pomodori sui dirigenti sindacali. Le assemblee sull’accordo e la lotta contro di esso condotta dalle avanguardie di lotta e dai comunisti favorirà e aumenterà l’allargamento di questo fossato. I vertici CGIL CISL/UIL (e con loro la borghesia imperialista) sono ancora forti ma perdono forza, noi siamo ancora deboli ma accumuliamo forze.

Il ruolo reale di accordi come questo non sarà deciso a Roma, nei palazzi del governo tra i rappresentanti della borghesia imperialista e un gruppo di dirigenti CGIL/CISL/UIL. Sarà deciso sul campo, dai rapporti di forza che si creeranno e che riusciremo a far crescere sul campo. La borghesia imperialista e i suoi servi possono vietare scioperi quanto voglio no, possono vietare contrattazioni aziendali quanto vogliono, possono mandare i loro prefetti a precettare quanto vogliono, come se bastasse vietare di lottare per impedirlo! Anche Mussolini aveva vietato tutto! Che cosa farà il governo della borghesia imperialista quando scioperi e rivendicazioni si generalizzeranno nelle aziende, quando le cartoline di precetto alimenteranno i falò come adesso li alimentano le tessere CGIL/CISL/UIL? Manderà in ogni azienda polizia e forze armate in “missione umanitaria” come oggi li manda in Somalia e in Mozambico?

L’accordo del 3 luglio e gli altri che lo seguiranno da una parte colpiscono le masse popolari, dall’altra

-mettono in difficoltà e costringono a scelte gli attivisti sindacali di base, bruciano uno dopo l’altro gli appigli a cui si attaccano i gruppi più moderati (Consigli autoconvocati, ecc.);

-aprono spazio all’azione delle avanguardie di lotta e dei comunisti per diventare i promotori e organizzatori della resistenza dei lavoratori;

-allargano le possibilità di sviluppo della resistenza (difensiva e offensiva) dei lavoratori, di nascita di iniziative di rivendicazione e di lotta gestite direttamente dai lavoratori, di crescita di una nuova capillare direzione operaia legata alla resistenza al procedere della seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. 

Oggi le forze della classe operaia sono ancora deboli. Oggi gli operai non hanno ancora recuperato la fiducia in se stessi, nella capacità della loro classe di togliere il potere alla borghesia imperialista e di costruire un nuovo mondo, comunista. Però proprio lo sfascio che la borghesia sta producendo li educa e li costringerà a prendere la situazione nelle loro mani. La strada può essere lunga e tortuosa, ma non può essere che questa.

Noi, avanguardie di lotta e comunisti, dobbiamo

-far leva sulle contraddizioni rese più acute dall’accordo del 3 luglio per allargare il fossato tra direzione CGIL/CISL/UIL e le masse popolari (compresi gli attivisti sindacali di base);

-combattere i tentativi della borghesia imperialista e dei suoi portavoce di dividere le masse popolari e isolare la classe operaia scaricando ora sull’uno ora sull’altro la responsabilità di una crisi la cui vera e unica origine è il sistema capitalista (ad es. con parole d’ordine come “noi abbiamo già pagato, è ora che paghino gli altri, “sacrifici si, ma eguali per tutti “, “contro i privilegi dei dipendenti pubblici”, ecc.);

-sostenere tutte le iniziative (anche contrastanti) di resistenza dei vari gruppi delle masse popolari, facendone emergere il carattere comune, sviluppare tutte le forme di unità possibili contro la borghesia imperialista col metodo di portare a fondo le contraddizioni, attaccare quelli che lanciano parole d’ordine popolari e poi si tirano indietro (come la Lega Nord con la parola d’ordine “non una lira a questo governo” lanciata l’anno scorso e subito abbandonata e “sciopero fiscale” lanciata ora dopo il pagamento dell’IRPEF).

-costruire l’unità del movimento di resistenza delle masse popolari al procedere della crisi del sistema capitalista.

 

CARC

Comitato di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo

c/o Centro di Documentazione Filorosso

C.so Garibaldi 89/A - Milano

 

Milano, 20 luglio 1993

 

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 COSA STA SUCCEDENDO NEL NOSTRO PAESE? MILANO E ROMA: UN ALTRO EPISODIO DELLA GUERRA PER BANDE CONDOTTA DALLA BORGHESIA IMPERIALISTA SULLA PELLE DELLE MASSE POPOLARI

 

La strage di Milano e gli attentati di Roma sono un’altra conferma che il nostro paese è diventato uno dei campi in cui la lotta tra gruppi della borghesia imperialista divampa in modo aperto e acuto. Le stragi che si succedono una dopo l’altra non sono opera di “servizi deviati”, di “forze oscure”, di “elementi indecifrabili”, di pazzi, ecc. Queste stragi sono operazioni intimidatorie, provocatorie, ricattatorie condotte ora da uno ora dall’altro dei gruppi (italiani e stranieri) della borghesia imperialista che si fanno la guerra nel nostro paese, lo Stato è espressione di questa stessa borghesia imperialista e i suoi organismi partecipano a questa guerra, ognuno con il suo ruolo. Tutti gli uomini che hanno avuto una parte di qualche rilievo nella vita politica (da Scalfaro, Spadolini, Napolitano in giù), nell’amministrazione pubblica o nella vita economica del paese sanno da dove vengono le bombe che in questi anni hanno ripetutamente dilaniato vittime innocenti nelle nostre strade.

Le stragi di questi giorni sono un aspetto della stessa guerra intestina strisciante di cui fanno parte le “guerre di mafia” e le grandi incriminazioni (“mani pulite”) non a caso condotte dalla stessa magistratura che fino a ieri taceva e collaborava anche con quelli che oggi incrimina. Sono le armi e le forme in cui i gruppi della borghesia imperialista combattono tra loro, ognuno per far prevalere i suoi interessi su quelli dei concorrenti. La stessa classe dominante che conduce questa guerra ha tutto l’interesse a presentare alle masse popolari le stragi come “opera di forze oscure che si oppongono al rinnovamento del paese”, così come presenta i colpi scambiati tramite incriminazioni giudiziarie come atti del “risanamento morale del paese”. Ogni gruppo imperialista cerca così di mobilitare a proprio favore quelle stesse masse popolari cui ogni giorno toglie un po’ di posti di lavoro, un po’ di salario, un po’ di sicurezza, sforzandosi di trarre il massimo giovamento dalle operazioni proprie e da quelle dei suoi avversari. Non a caso il governo Ciampi si è gettato come un avvoltoio sulle stragi, che ha organizzato o tollerato, per rafforzare la sua posizione, per confermare la sua natura di “governo forte”, di “governo autorevole”, di “governo decisionista” già affermata con gli interventi militari all’estero, con il contrasto con USA-ONU, con l’accordo del 3 luglio, con la soluzione della protesta dei camionisti, ecc. Ogni gruppo politico della borghesia imperialista deve infatti cercare di imporsi all’intera sua classe come quello capace di “tenere in pugno la situazione”. Non è da escludere che tra qualche tempo trovi anche il “mostro da sbattere in prima pagina” come autore delle stragi.

 

PERCHÉ TUTTO QUESTO?

Queste operazioni da guerra civile strisciante si sono aggiunte nel corso degli ultimi anni ai processi già in atto da più lungo tempo: riduzione dei posti di lavoro, fallimento di aziende, blocco e in alcuni casi riduzione dei salari e degli stipendi, eliminazione di servizi sociali (sanità, prevenzione, ecc.) e di altre conquiste che ponevano alcuni limiti allo sfruttamento e all’oppressione (equo canone, ecc.), persecuzione dei lavoratori immigrati, crescita dell’insicurezza.

Tutto ciò nasce dalla combinazione tra la crisi economica e politica di tutto il sistema imperialista mondiale e le caratteristiche specifiche del nostro paese. Per opporsi efficacemente alle stragi, come alle altre operazioni della guerra civile strisciante i cui effetti si riversano sulle masse popolari, occorre avere una buona comprensione delle cause e delle relazioni: in mancanza di questa, inevitabilmente, si finisce per portare acqua al mulino dell’uno o dell’altro gruppo della borghesia imperialista.

 

Quali sono dunque le caratteristiche principali dell’attuale fase del movimento economico e politico dei nostro paese?

Quali sono le caratteristiche universali, mondiali e quali gli aspetti particolari del nostro paese?

 

 1. La seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (i capitalisti hanno estorto ai lavoratori una ricchezza troppo grande perché possano impiegarla tutta come capitale che dà profitto ingrandendo l’apparato produttivo). Essa ha prodotto e produce: una crescente difficoltà a vendere le merci prodotte (sovrapproduzione di merci); il ricorso di ogni capitalista a ogni mezzo, legale o illegale, palese o occulto, per ridurre i costi di produzione a scapito dei lavoratori e dell’ambiente e per farla ai suoi concorrenti; la crescita dei capitale finanziario; l’indebitamento generale; lo sconvolgimento della vita economica e politica delle semicolonie e di quei paesi socialisti che si sono resi dipendenti (commercialmente e finanziariamente) dal mondo capitalista; la lotta accanita tra gruppi e Stati imperialisti con la conseguente crisi delle relazioni politiche internazionali; la crisi del regime politico in tutti i maggiori paesi imperialisti perché in ogni paese i contrasti tra gruppi imperialisti sono diventati tali che non possono più essere conciliati per mezzo delle istituzioni e delle concezioni che fino a ieri erano state sufficienti allo scopo, perché in ogni paese i contrasti tra la classe dominante e le classi oppresse sono diventati tali da rendere inefficaci le vecchie istituzioni, perché ogni gruppo imperialista cerca di indebolire i suoi avversari aumentando le loro difficoltà in casa (ricorso sistematico alla destabilizzazione, alle “guerre sporche” e alle guerre non dichiarate).

È questa crisi politica mondiale che ora si sviluppa apertamente e acutamente nel nostro paese.

 

2. La crisi politica fa emergere più nettamente il modo in cui la borghesia imperialista esercita il suo potere. In ogni paese imperialista essa combina, in modo più o meno originale, gli strumenti ufficiali e pubblici dello Stato gestiti grosso modo secondo la costituzione legale, con strumenti occulti e con procedure slegati da ogni vincolo definito per legge (in sostanza, una forma di guerra civile non dichiarata e non dispiegata).

È dall’inizio dell’epoca imperialista che la borghesia è venuta sviluppando sistematicamente e in tutti i paesi questo secondo braccio del suo potere, usando a questo scopo gli arnesi sopravvissuti dei vecchi regimi feudali (dal Papato, alla mafia, alle associazioni d’arma, alle massonerie, alle sette religiose, ecc.) e creandone di nuovi (servizi tipo Gladio, P2, apparati paramilitari e guardie del corpo ai servizio di singoli gruppi capitalisti, criminalità organizzata e squadrismo fascista).

Quando i contrasti tra i gruppi della borghesia imperialista diventano antagonisti, tutti gli strumenti e apparati dl questo secondo braccio del potere vengono gettati nella lotta e la lotta tra i gruppi della classe dominante assume gradualmente e in ogni paese la forma della guerra civile più o meno aperta e generale.

 

3. In ogni paese imperialista dal 40 al 60 per cento del prodotto interno lordo passa attraverso la pubblica amministrazione; ossia le spese e le erogazioni della pubblica amministrazione (per acquisti, per stipendi e salari, per pensioni e contributi vari, per sovvenzioni alle imprese e alle istituzioni, per elargizioni ai grandi personaggi, ecc.) ammontano in ogni paese a una somma variante tra il 40 e il 60 per cento dell’intero prodotto interno lordo del paese.

Inoltre la pubblica amministrazione in vari campi può influire in modo determinante sugli interessi economici. Basti pensare al sistema degli accordi commerciali internazionali, al sistema doganale, alle licenze di esercizio e di commercializzazione dei prodotti, all’autorizzazione degli aumenti di capitale delle società per azioni, all’indirizzo dato alla gestione delle imprese pubbliche, al potere sul sistema monetario e bancario, ecc.

Tutto questo dimostra che la proprietà individuale e privata e l’iniziativa economica individuale sono “storicamente superate”; visto però che di fatto ancora esistono, questo sistema in cui la proprietà pubblica ha l’estensione che si è mostrato, ma che resta basato sull’appropriazione individuale, sulla ricchezza individuale, inevitabilmente genera la corruzione: in tutti i paesi. La corruzione, come arricchimento individuale appropriandosi del pubblico denaro o vendendo i favori e le prestazioni delle autorità pubbliche, è propria di ogni sistema in cui la contraddizione proprietà pubblica/appropriazione individuale non è risolta. La repressione non la elimina, ma la induce solo a combinarsi più strettamente  con le altre attività criminali.

Quando l’andamento economico acuisce e rende antagonisti i contrasti tra i gruppi della classe dominante, lo stato diffuso di corruzione diventa un altro punto di partenza per ricatti, rappresaglie e attacchi.

 

Queste sono le caratteristiche della situazione. Quali sono le conclusioni?

1. Non è vero che la guerra civile latente, la corruzione, l’illegalità diffusa, ecc. sono un fenomeno limitato all’Italia e a qualche altro paese né ad un ristretto, particolare periodo (gli anni ’80; ecc) della sua storia: al contrario sono un aspetto universale della società imperialista che diventa più acuto in periodo di crisi.

2. Gli esponenti dei mondo politico italiano (compresi i capi del PDS e di Rifondazione e gran parte degli altri attuali “moralizzatori”) che parlano di “servizi segreti deviati” e di “trame occulte”, che denunciano l’appartenenza al giro della criminalità organizzata come eccezione, come deviazione personale di Andreotti, di Craxi o di Cossiga, mentono e strumentalizzano la realtà a fini di lotta del loro gruppo contro i gruppi denunciati. In particolare, ai capi del PCI di ieri riciclatisi come sostenitori del sedicente movimento di rinnovamento e moralizzazione occorre chiedere perché hanno taciuto, cosa hanno fatto per impedire il vecchio corso, perché hanno continuato e continuano a presentare questo Stato della borghesia imperialista come Stato democratico fondato sulla vittoria dei movimento partigiano contro il nazifascismo

3. Perché nel nostro paese ora le cose esplodono in maniera così violenta?

Perché la crisi acuisce i contrasti e i gruppi nazionali ed esteri stanno dandosi guerra nel nostro paese. Perché l’Italia è il punto debole della costruzione dell’Europa unita. La debolezza del sistema politico italiano e il grande ruolo politico che l’amministrazione statale USA ha nel nostro paese lo rendono particolarmente vulnerabile. Ad aggravare la situazione vi è la presenza di una potenza come il Vaticano, che anch’esso trae la sua forza da fattori in gran parte esterni al nostro paese e la riversa su di esso. Accelerando la crisi dei sistema politico italiano si è bloccata l’integrazione europea. Quali sono i gruppi imperialisti interessati a bloccare l’integrazione dell’Europa sotto la direzione dell’imperialismo tedesco? Anzitutto i gruppi imperialisti USA che hanno un grande contenzioso commerciale con la CEE, ma anche vari altri gruppi, europei e no.

I maggiori gruppi imperialisti stanno ritagliandosi sfere di influenza. I paesi più deboli saranno contesi ed eventualmente spartiti: è quanto sta avvenendo in Jugoslavia, in vari paesi dell’Europa orientale e nell’Unione Sovietica e nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. In Europa occidentale è la sorte possibile dell’Italia, della Spagna, del Belgio.

Tutto ciò che, in tema di corruzione e di criminalità organizzata, solo oggi alcuni zelanti magistrati “scoprono” (e altro ancora), era già noto e documentato non solo negli archivi del SIFAR e dei suoi eredi, non solo negli archivi dei padroni USA del SIFAR ed eredi, ma anche negli archivi di ogni Stato e gruppo imperialista italiano ed estero abbastanza forte e interessato per tenere nel corso degli anni passati un servizio di spionaggio nel nostro paese. Si tratta di capire chi tra questi o quanti tra questi si sono messi a usare le informazioni che avevano e i legami tra i “generali” delle guerre per bande e i soldati in campo.

4. Siamo di fronte a un’operazione politica di grandi dimensioni (l’Italia è un paese imperialista, alcuni gruppi imperialisti italiani sono forti, i contendenti sono decisi a non cedere, e sono direttamente o indirettamente i grandi gruppi imperialisti mondiali e i loro Stati) e di lungo periodo (la lotta tra i contendenti non ha ancora fatto emergere un vincitore: siamo ancora ai prodromi dello scontro; gli schieramenti non sono ancora definiti).

5. È uno scontro che si svolge sulla pelle delle masse popolari del nostro paese. L’Italia è nuovamente diventata terreno di scontro tra potenze straniere e gruppi imperialisti locali. È da vedere chi dirige la musica: se i gruppi locali con i propri sostenitori esteri o i gruppi esteri con i propri agenti locali.

 

 CHE FARE?

La lotta contro le stragi, contro le guerre per bande, ecc. è un aspetto della resistenza delle masse popolari al procedere della crisi, che ovviamente nasce come crisi economica ma non resta solo crisi economica. La crisi è anche altro. Può essere non miseria ma l’”agiatezza” delle economie di guerra, è stragismo, criminalità diffusa, guerra civile, insicurezza del domani, mancanza di prospettive per sé e per i figli, crisi culturale per cui un numero crescente di persone “si lascia andare” (dalla droga, agli psicofarmaci, all’angoscia, ai suicidi, al rifugio nelle credenze e nelle superstizioni, alla “fuga da qualche parte”), “difficoltà di vivere” (competizione stress inquinamento, malattia, ecc.). Il procedere della crisi è anche guerra tra bande imperialiste, mobilitazione reazionaria delle masse, stragi e provocazioni, preparazione della guerra, militarizzazione dei territorio, estensione dei poteri della polizia nella vita quotidiana, persecuzione dei lavoratori immigrati, ecc.

1. Per svolgere il loro ruolo nella resistenza delle masse popolari al procedere della crisi i comunisti e le avanguardie di lotta non devono separarsi neanche dalle masse mobilitate dalla reazione (che essa si chiami Segni, Bossi, Trentin o Woityla) e assolutamente non ridursi a costruire le loro “avanzate” (e striminzite) manifestazioni, organizzazioni sindacali o altro. All’interno di ogni lotta particolare delle masse devono non negare il suo ruolo positivo prendendo a pretesto i suoi limiti (in quanto lotta particolare), la direzione reazionaria o altro, ma rappresentare e far valere l’interesse strategico e accumulare forze.

2. La lotta contro le stragi, contro la guerra per bande ecc, deve essere diretta contro la borghesia imperialista e i suoi governi, smascherando quanti attribuiscono le stragi a “forze oscure”, a “servizi deviati”, ecc. e presentano l’attuale guerra per bande come “rinnovamento” e “risanamento morale”.

La guerra per bande, la corruzione e tutte le altre attività della classe dominante che oggi vengono portate alla luce non sono una deviazione dal “sano capitalismo” ma la dimostrazione che il sistema capitalista è malato, è moribondo. Proprio per questo la lotta contro la guerra per bande, la corruzione, ecc. è parte integrante della lotta per trasformare la resistenza delle masse popolari al procedere della crisi in lotta contro la borghesia imperialista per il socialismo.

 

CARC

Comitato di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo

c/o Centro di Documentazione Filorosso

C.so Garibaldi 89/A - Milano

 

Milano, 29 Luglio 1993

 

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UNIRSI ALLA RESISTENZA DIFENSIVA E OFFENSIVA DELLE MASSE POPOLARI  AL PROCEDERE DELLA CRISI DELL’ATTUALE SOCIETÀ, APPOGGIARLA, PROMUOVERLA E FAR PREVALERE IN ESSA LA DIREZIONE DELLA CLASSE OPERAIA TRASFORMANDOLA COSÌ IN LOTTA PER IL  SOCIALISMO

 

COMBATTERE LA POLITICA DI METTERE ALCUNI LAVORATORI CONTRO ALTRI, DI MOBILITARE OPERAI CONTRO ARTIGIANI E PUBBLICI DIPENDENTI, PER COPRIRE IL DOMINIO DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA RESPONSABILE DELLA CRISI CHE TRAVOLGE GLI UNI E GLI ALTRI

 

Ai comunisti, alle forze soggettive della rivoluzione socialista, alle avanguardie di lotta!

Con la lotta condotta all’inizio di settembre dagli operai dell’ENICHEM di Crotone, nel nostro paese la classe operaia ha iniziato una sequenza di lotte che ha unito la classe operaia dell’intero paese e l’ha posta alla testa della resistenza delle masse popolari. Questi in mille modi hanno nei fatti riconosciuto, di fronte all’energia delle sue iniziative, la capacità della classe operaia di essere centro unificante e dirigente della loro resistenza al procedere della crisi dell’attuale società dominata dalla borghesia imperialista.

Questo è il messaggio che le lotte di settembre e ottobre mandano a noi comunisti, forze soggettive della rivoluzione socialista, avanguardie di lotta! Questo è il messaggio che dobbiamo raccogliere, elaborare e tradurre in misure e iniziative politiche! Se la classe operaia resterà o no alla testa della resistenza delle masse popolari dove si e collocata, è cosa che dipende da molti fattori e non solo dalla nostra azione. Di sicuro invece possiamo imparare dalle lotte di questi mesi come fa la classe operaia a porsi come soggetto politico autonomo e a balzare alla testa della resistenza delle masse popolari e quindi trarre lezioni su cosa fare noi per far prevalere la sua direzione e consolidarla. A partire da Crotone gli operai di fabbrica sono scesi in lotta un po’ dappertutto: da Crotone al Sulcis, da Gela a La Spezia, da Bagnoli a Gattico, da Arbatax a Bari, da Gioia Tauro a Marghera un reparto si è aggiunto all’altro e gli ha “dato il cambio”, ogni reparto ha posto con forza nella sua forma particolare l’obiettivo generale (il diritto di ogni lavoratore a lavorare e ad avere di che vivere), ogni reparto ha colpito lo stesso regime nella forma particolare che meglio si adattava al singolo reparto.

 

Che cosa caratterizza queste lotte?

- L’indipendenza dagli apparati del sindacalismo di regime (CGIL/CISL/UIL e i vari altri “sindacati gialli”) nella scelta del momento e delle forme di lotta (indipendenza che fornisce materia di riflessione alle forze soggettive della rivoluzione socialista impegnate a creare nuovi sindacati).

- L’indifferenza e lo scherno di fronte ai “programmi economici e politici di governo”elaborati dagli abbellitori e dagli aspiranti guaritori del regime (da Occhetto a Garavini a Trentin).

- L’obiettivo comune che, proprio perché posto da ogni reparto nella forma di obiettivi concreti e particolari, rompe con la genericità e la “compatibilità” propria degli obiettivi che l’apparato sindacale del regime cerca di appiccicare alle masse ogni volta che scendono in lotta.

- La capacità di unire sotto la propria bandiera, con l’energia delle proprie azioni e l’universalità dell’obiettivo posto, le altre classi popolari anch’esse sconvolte dalla crisi economica e politica dell’attuale società.

- La capacità di sfruttare con duttilità e spregiudicatezza le contraddizioni specifiche tra gruppi del regime che ogni reparto della classe operaia si è trovata di fronte (dall’ansia della Chiesa cattolica di riciclarsi oltre la crisi della DC, alla concorrenza di alcune parti della classe dominante con la ’’ndrangheta” a Crotone e a Gioia Tauro, alla concorrenza dei vecchi partiti del regime con la Lega Nord a Marghera, ecc).

- La capacità di alternare attacchi e pause secondo i concreti rapporti di forza: dove le azioni sono state più energiche e decise, proprio lì in generale maggiore è stata la capacità di combinare rapidi attacchi con ritirate e con lo sfruttamento delle contraddizioni in seno al nemico.

 Con la successione di lotte iniziata a settembre è la classe operaia dell’intero paese che incomincia a raccogliere e a far fruttare la lezione delle lotte condotte isolatamente negli anni passati da alcuni suoi reparti (dai portuali di Genova, ai macchinisti delle FFS, ecc.).

 

Due svolte nel movimento politico del nostro paese

Questa successione di lotte è un avvenimento politico di enorme importanza. È una svolta rispetto alle lotte della classe operaia degli anni scorsi. È una svolta nel modo in cui procede la crisi politica del regime della borghesia imperialista nel nostro paese.

1. In che senso è una svolta rispetto alle lotte della classe operaia degli anni scorsi?

Prendiamo ad esempio le lotte dell’autunno ’92 (e le sue appendici che sono le due grandi manifestazioni di Roma del 27 febbraio e del 25 settembre di quest’anno). Queste erano lotte di protesta contro la politica economica governativa imperniate su iniziative nazionali o regionali. Proprio per questo allo stato attuale delle cose non potevano che essere convocate dall’apparato sindacale o politico del regime o da sue appendici come i “Consigli autoconvocati” (a propria lezione le forze soggettive della rivoluzione socialista devono riconoscere che la classe operaia italiana oggi non ha ancora altro centro di unificazione né a livello nazionale né a livello regionale: in generale la capacità di unificazione e mobilitazione è ancora tutta da costruire persino a livello cittadino). La protesta e il malcontento dei lavoratori e delle masse popolari contro il regime e i suoi esponenti (ad es. i “bulloni” dell’autunno ’92) dovevano farsi strada in queste mobilitazioni. Esse restavano condizionate dal regime in doppio modo: perché l’obiettivo era un cambiamento della politica economica del regime e perché tempi e modi dipendevano in una certa misura dall’apparato del regime: chi non ricorda le interminabili assemblee per chiedere a CGIL-CISL-UIL di “proclamare lo sciopero generale”?

Al contrario con le lotte di questo autunno ogni reparto della classe operaia si mobilita di propria iniziativa, ma di fatto tutti i reparti si mobilitano uno dopo l’altro (è come se gli operai di Crotone avessero proclamato uno “sciopero generale a rotazione”); ogni reparto pone obiettivi suoi propri che però sono espressioni particolari di un obiettivo generale; ogni reparto usa le forme di lotta più adatte alle sue condizioni specifiche che però risultano tutte colpire nel segno più delle grandi manifestazioni convocate dagli apparati sindacali del regime. Questi apparati sono costretti a correre diedro alle lotte dei singoli reparti, a presentare agli operai alcuni risultati delle loro confabulazioni con i loro compari di regime, a sottoporre questi risultati alle assemblee o alle votazioni dei lavoratori (la votazione degli operai dell’ENICHEM di Crotone non è stata una ratifica simbolica), a cercare un ruolo in una lotta che è sfuggita dalle loro mani (e per ora riescono ancora in qualche misura a trovarlo).

In conclusione le lotte di questo autunno mostrano alle forze soggettive della rivoluzione socialista la strada attraverso cui la classe operaia viene affermando la sua autonomia dall’apparato sindacale e politico del regime e costruisce l’unità al suo interno. Indicano quindi il terreno su cui esse devono lavorare. Chi ha partecipato alle lotte degli anni ’70 è in grado di riconoscere che il processo attraverso cui oggi gli operai vanno verso la loro autonomia dagli apparati sindacali e politici del regime, si svolge secondo le stesse leggi del processo di allora, che ovviamente si manifestano in forme diverse stante le mutate situazioni.

2. In che senso queste lotte segnano una svolta nel modo in cui procede la crisi politica del regime della borghesia imperialista nel nostro paese?

La crisi economica e politica nel nostro paese procede da anni, ma la resistenza delle masse popolari alle sofferenze e agli sconvolgimenti che essa provoca era stata finora ideologicamente diretta dalla borghesia: la ricerca di soluzioni individuali prevaleva di gran lunga sulla ricerca collettiva di soluzione; la ricerca di soluzioni individuali incomincia solo ora a rivelarsi vana nella pratica di grandi masse di lavoratori che il procedere della crisi mette contemporanea mente fuori dal processo produttivo. Quindi politicamente la resistenza delle masse era finora in larga misura “cavalcata”,  sfruttata, espressa, promossa da portavoci della borghesia imperialista o di classi intermedie: Segni, Cossiga, Bossi, Occhetto, Orlando, Fini, Trentin, i Verdi, i vari Di Pietro e i loro ancora occulti mandanti fino a Berlusconi.

Le iniziative prese dagli operai di fabbrica in questi due mesi non hanno ancora messo fuori gioco, ma hanno messo in serie difficoltà tutti questi “salvatori della patria”, hanno svelato l’inconsistenza delle loro ricette di soluzione della crisi, hanno costretto alcuni di essi alle corde. Esse infatti hanno posto al centro della lotta una questione che sintetizza tutti i vari e contraddittori aspetti dell’attuale crisi e unisce tutte le masse popolari: il lavoro, il diritto e dovere di tutti a lavorare, la possibilità di vivere per tutti. Così facendo hanno unito dietro di sé le altre classi popolari e hanno “sapientemente” sfruttato le contraddizioni tra i gruppi della classe dominante. Cosa avevano da dire, di fronte a questa questione, Segni con le sue riforme istituzionali, Cossiga-Fini con il loro presidenzialismo, Bossi con il suo federalismo (o secessionismo) e antipartitismo, Trentin con la sua lotta contro i dipendenti del settore pubblico e contro i lavoratori autonomi, Occhetto con il suo buon governo, Orlando con la sua pulizia morale, Di Pietro e mandanti con le sue mani pulite, i Verdi con la loro pulizia ecologica avanti tutto e sulla testa di tutti? Infatti sono stati zitti; l’unico che ha abbozzato una risposta è stato Bossi. La sua risposta in sintesi è stata: “Basta col dare soldi ai terroni”; ma ora che sono in piazza gli operai di Marghera cosa dirà? Vescovi e ministri si sono addirittura precipitati a dar ragione agli operai, sperando di recuperare credito e voti; gli operai, sapientemente, hanno incassato tutto quanta portava acqua al loro mulino, con grande scandalo dei cultori della purezza libresca dei marxismo-leninismo. In conclusione un colpo a favore della direzione della classe operaia sul resto delle masse popolari e un colpo contro i vari tentativi di mobilitazione reazionaria delle masse.

 

Cosa è la mobilitazione reazionaria delle masse?

- La mobilitazione delle masse popolari sotto la direzione e al servizio di gruppi della borghesia imperialista.

- La mobilitazione contro le istituzioni dell’attuale regime per un “nuovo” regime ancora fondato sul capitalismo e ancora diretto dalla borghesia imperialista.

- La mobilitazione che fa leva su qualche contraddizione tra parti delle masse popolari (tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, tra dipendenti privati e dipendenti pubblici, tra lavoratori locali e immigrati, tra settentrionali e meridionali, tra uomini e donne, ecc.) per coprire la contraddizione principale tra masse popolari e borghesia imperialista.

- La mobilitazione per eliminare le conquiste (sistema sanitario, scuola di massa, sistema pensionistico generale, ecc.) strappate dalle masse stesse negli “anni del capitalismo dal volto umano” (e già stravolte e rese odiose alle masse dalla gestione che la borghesia imperialista ne ha fatto) a favore di una società in cui varrebbero “ognuno per sé e dio per tutti”, a ognuno secondo il suo merito e il suo lavoro, ma senza una parola su come ciò si concilierebbe col carattere sociale della nostra economia di fronte al quale nessun individuo da solo può nulla (come ben sa ogni disoccupato), con la proprietà delle forze produttive in mano a un pugno di individui, con l’iniziativa economica bloccata dalla legge del massimo profitto per il capitale (come ben sa chi va in banca a chiedere un prestito), con il predominio (soffocante) del capitale finanziario cui va ogni anno non meno della metà del prodotto nazionale.

Mobilitazione reazionaria sono sia le parole d’ordine di Bossi (“Riservare i posti di lavoro a quelli del luogo”, “Basta con i terroni”, “Fuori i lavoratori extracomunitari”, ecc.), sia le parole d’ordine di Occhetto-Trentin-D’Antoni (“Estorcere tasse anche ai lavoratori autonomi”, “Ridurre i dipendenti pubblici nelle stesse condizioni dei dipendenti privati”). Parole d’ordine che tutte additano una parte dei lavoratori (i lavoratori di fuori, gli immigrati, i dipendenti pubblici che stanno meglio dei dipendenti privati, i lavoratori autonomi che riescono a non pagare tutte le tasse) come causa della crisi economica e politica che invece sta nel dominio della borghesia imperialista.

 

La direzione della classe operaia

 Le lotte della classe operaia hanno spiazzato (almeno per alcuni mesi) quelle varie parole d’ordine di “guerra tra poveri” e di copertura della borghesia imperialista e hanno posto al centro un obiettivo universale: il diritto e il dovere di tutti a lavorare e ad avere di che vivere. Come suona bene questo appello della classe operaia per la massa dei lavoratori! Una solidarietà che non è fatta di elemosine, di assistenzialismo, di tangenti, di concessioni, di beneficenza, di clientelismo, di pie dichiarazioni, di comune piagnisteo, ma di lotta comune contro il comune nemico, di realizzazione comune dei compiti comuni, di lotte combinate per un obiettivo che, sotto forme diverse, è comune a tutti i lavoratori. Una società in cui a ogni persona sia richiesto e assicurato di svolgere un lavoro, lavorare tutti. La sola base su cui si può parlare realisticamente di dignità del lavoro, di sicurezza del lavoro, di riduzione del lavoro (lavorare meno), di democrazia sul posto di lavoro, di lavorare bene, di responsabilità individuale nell’adempimento del proprio lavoro, di eliminazione del clientelismo, di rispetto e tutela dell’ambiente, di riconoscimento del merito individuale, di comune equa assunzione delle responsabilità sociali da parte di ogni individuo. La classe operaia è mossa dall’acuirsi della crisi economica e politica che si traduce in riduzione crescente dei posti di lavoro: ciò la pone nel pieno del turbine generale della crisi che sconvolge e travolge in misura crescente tutte le masse popolari, negando a parti crescenti di esse il diritto all’esistenza, rendendo precarie le condizioni di esistenza di altre e peggiorando le condizioni di esistenza di tutte. Ma la classe operaia entra nella resistenza delle masse popolari al procedere della crisi, con il patrimonio di esperienza di lotte rivendicative e politiche e di organizzazione accumulato nei centocinquant’anni di lotta per il comunismo che ha alle spalle. La sua posizione nella società la mette in condizione di percepire (sia pure confusamente e istintivamente quanto si voglia) l’aspetto principale, la sostanza della crisi attuale, di percepire che non si tratta della crisi di una particolare classe dirigente, né della crisi di un particolare regime politico, né della crisi di un particolare paese, ma della crisi del capitalismo e di una crisi universale (anche se ovviamente essa deve in ogni paese assumere la forma di crisi del particolare regime sotto la cui veste il capitalismo concretamente oggi esiste in quel paese): non è un caso che gli obiettivi della classe operaia nelle lotte di questi mesi non riguardano né `”nuovi modelli di sviluppo”, né “una diversa politica economica”, né “un diverso modo di governare”, né un “diverso rapporto tra governo centrale e autonomie locali”, né “l’equità fiscale”, né arie fritte d’altro genere, ma posti di lavoro e reddito, il diritto di esistere, in attesa di poter porre il problema del potere. Le altre classi popolari si ritrovano nel programma e nel modo di lottare della classe operaia. Qualcuno continua a dire “Ci vorrebbe un Di Pietro anche qui!”, ma altri hanno incominciato a dire “Dobbiamo fare anche noi come a Crotone”!. Con la grossa differenza che fare come a Crotone dipende solo da loro, non da Di Pietro e dai suoi mandanti.

 

Le lezioni di settembre e ottobre

Le lotte di questi mesi mostrano chiaramente

-che la classe operaia assume la direzione della resistenza delle masse popolari al procedere della crisi quando pone, sia pure in varie forme particolari, l’obiettivo comune e riesce a sviluppare azioni energiche e decise per esso;

-che le contraddizioni tra le masse popolari, oggettivamente secondarie, risultano tali anche nel movimento delle masse quando la classe operaia riesce a porre con forza ed energia al centro di esso la contraddizione principale, quella tra masse popolari e borghesia imperialista.

Bisogna combattere la tendenza a denigrare le lotte di questi mesi in nome della modestia dei risultati economici conseguiti da ogni singolo reparto. I portavoce di questa tendenza nascondono o non capiscono i risultati politici, isolano la difesa dall’attacco indebolendo così sia questo sia quella (chi neanche si difende, tanto meno attacca; difendendosi si impara ad attaccare), nascondono o non capiscono che la particolarità di un periodo di crisi sta proprio nel fatto che se non ti difendi ti tolgono anche la pelle, che una classe che non incassa rassegnatamente i colpi si prepara all’attacco, che grandi e stabili conquiste economiche sì raggiungono solo con la conquista del potere politico. Tutto ciò che i lavoratori riescono a difendere lottando, è comunque prezioso perché indica e rafforza la strada della lotta per la conquista del po tere. È indispensabile che i comunisti, le forze soggettive della rivoluzione socialista o le avanguardie di lotta facciano propri questi insegnamenti e li elaborino in misure strategiche e tattiche, in linee politiche e misure organizzative. A questo fine è anzitutto necessario che essi comprendano le svolte di enorme importanza politica che sono avvenute in questi mesi nel nostro paese, svolte che la classe dominante e i suoi portavoce cercano e cercheranno di nascondere con tutte le forze, di seppellire sotto un mare di ogni sorta di elucubrazioni dei loro scribacchini, imbonitori e creatori di opinione pubblica. Alcuni sociologi (in vari casi gli stessi che fino a ieri parlavano di “fine della classe operaia”, di “fabbrica senza operai”, ecc.) sciorineranno discorsi a non finire sulla rabbia, sull’esasperazione, sulla disperazione di cui le lotte della classe operaia sarebbero l’effetto (con la saggezza che dimostra chi sostiene che un soldato che combatte con rabbia, è sceso in guerra perché è rabbioso).

Alcuni preti parleranno degli operai come esseri degni anch’essi di comprensione, di pietà e di beneficenza (“anche loro hanno figli da mantenere”, ’bisogna aiutarli in questa situazione difficile”, “rimboccarsi tutti le maniche”, “mettere davanti il bene comune”, ecc.) e predicheranno tolleranza (“colpire solo quelli veramente violenti”).

Alcuni forcaioli parleranno di aumentare le “forze dell’ordine” con cui “presidiare più fortemente il territorio” e “mettere a dovere le teste calde”, “prevenire”, ecc.

Alcuni politicanti cercheranno di intorbidire le acque e di usare gli operai per i loro giochi (contro i loro concorrenti commerciali o finanziari, per regolare i conti aperti con “tangentopoli”, ecc.).

Alcuni poliziotti (in servizio o dilettanti) verranno a parlare di “legame tra sommosse operaie e malavita”, di “infiltrazione della malavita tra gli operai”, ecc.

Tutti gli opportunisti faranno a gara a far leva sui limiti e sugli errori del movimento per soffocarlo, anziché appoggiarlo e promuoverlo perché strada facendo possa anche correggere errori e superare limiti: non è da sempre il ruolo degli opportunisti?

Alcuni sedicenti comunisti (e addirittura “marxisti-leninisti”) verranno a fare agli operai l’“esame di comunismo”, l’“esame di coscienza” politica (anziché approfittare dell’ottima occasione per farlo a se stessi).

Vogliamo con questo dire che gli operai di Crotone erano consapevoli di mettere in moto un processo che avrebbe riguardato la classe operaia e le masse popolari dell’intero paese? È probabile che nessuno di loro ne fosse consapevole, ma fatto sta che sono entrati in campo con la loro energica azione a difesa del loro posto di lavoro nel momento giusto, in cui chiunque fosse entrato in campo a quel modo avrebbe dato il via a un processo che per partire oramai aveva bisogno solo che qualcuno desse il via. È altrettanto vero che non è la prima volta che un gruppo di operai occupa la fabbrica, costruisce barricate e dà fuoco a qualche quintale di fosforo: il problema è che questa volta loro l’hanno fatto in un contesto in cui ha funzionato da innesco per una larga parte della classe operaia. Tutto ciò è solo la dimostrazione che nella lotta politica delle masse l’aspetto principale non è la loro coscienza, ma la loro azione. La loro azione, come si vede, sta sviluppando la nostra coscienza e probabilmente ha sviluppato anche la coscienza di vari protagonisti diretti delle lotte. Il problema dei comunisti, delle forze soggettive della rivoluzione socialista, delle avanguardie di lotta non è quindi principalmente la coscienza politica degli operai di Crotone (né quella degli operai di Marghera), ma la propria comprensione dei processi politici in corso e delle leggi secondo cui si svolgono e la propria capacità di svolgere nella lotta delle masse il ruolo di direzione consapevole di cui quella lotta ha bisogno per andare oltre l’episodico fino alla conquista dei potere e all’instaurazione del socialismo. Il processo è ancora solo all’inizio. L’ingresso della classe operaia nell’arena politica da una parte darà forza a tutte le masse popolari, dall’altra susciterà una reazione più forte. Nello stesso tempo esso ha messo scompiglio nel campo della borghesia imperialista: basta studiare attentamente il comportamento del governo su un terreno apparentemente lontanissimo dalle fabbriche come lo scontro con il C.S. Leoncavallo di Milano. Si può ridurre questa lotta a una lotta tra Lega Nord e C.S. Leoncavallo? Ricordiamo che nel 1989 era sindaco Pillitteri (PSI), non Formentini, e il C.S. Leoncavallo venne assalito di notte dalle ’forze dell’ordine” e raso in buona  misura al suolo. Se questa volta il governo è stato molto più prudente, è precisamente perché il suo “ordine pubblico” è sul filo del rasoio a causa dell’azione autonoma (dall’apparato sindacale e politico del regime) che la classe operaia sta sviluppando in tutto il paese. Ciò sminuisce i meriti dei compagni del Leoncavallo? Assolutamente no! Se loro non avessero saputo manovrare in modo da far scoppiare tra le mani dei “governativi” e dei loro aiutanti leghisti le armi che questi avevano impugnato (l’ultima è stata la mobilitazione dei genitori dei ragazzi della scuola del Trotter), nessuno li avrebbe salvati. Vuol solo dire che la lotta politica nel nostro paese sta entrando nel vivo, che i vari reparti dovranno, volenti o nolenti, saldarsi tra di loro trovando ognuno il suo posto in quello dei due fronti (della classe operaia o della borghesia imperialista), che per andare verso la vittoria dobbiamo imparare a leggere i fatti e la relazione che esiste tra essi.

Comunisti, forze soggettive della rivoluzione socialista e avanguardie di lotta, ovviamente ognuno partendo dalla sua posizione, devono raccogliere il messaggio espresso della classe operaia nelle lotte di questo autunno, elaborarlo e tradurlo in un programma di lotta e con questo unirsi alla classe operaia perché possa percorrere le tappe che la separano dalla conquista del potere e dall’instaurazione del socialismo. La disoccupazione non è una fatalità della società umana in generale, è una fatalità della società capitalista. La borghesia dice che è una fatalità proprio perché essa è impotente a porvi rimedio, come in generale non può porre rimedio alla crisi del suo regime. Ma ciò è dovuto al fatto che essa per sua natura deve porre la proprietà individuale delle forze produttive e l’iniziativa economica individuale dei capitalisti al di sopra del diritto di tutti a lavorare e ad avere di che vivere; la cura della crisi della società borghese è l’eliminazione della borghesia in quanto classe e questo non può essere fatto dalla borghesia stessa. Solo la classe operaia può dirigere questo processo, perché essa è l’altra classe essenziale dell’attuale società. Essa, a condizione di sviluppare un’azione abbastanza energica, può porsi alla testa delle masse popolari per creare una società in cui ci sia posto per tutti e tutti abbiano un compito da svolgere.

In secondo luogo comunisti, forze soggettive della rivoluzione socialista e avanguardie di lotta devono raccogliere ed elaborare l’unità che in una certa misura sì è creata nei fatti e nelle aspirazioni della classe operaia e delle masse popolari e trasformarla in un partito comunista (reparto d’avanguardia della classe operaia) e in un fronte di tutte le classi popolari che sappiano mobilitare e concentrare tutta la forza delle masse popolari verso l’obiettivo della conquista del potere e della costruzione di una società socialista. Insomma unirsi alla classe operaia e alle masse popolari, per trasformarsi e rendersi capaci di realizzare nella nostra unità l’unità della classe operaia e tra essa e le masse popolari!

 

CARC

Comitato di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo

c/o Centro di Documentazione Filorosso

C.so Garibaldi 89/A - Milano

 

Milano, 21 Ottobre 1993