Il crollo del revisionismo moderno - Rapporti Sociali n. 5/6,  gennaio 1990

Il crollo del revisionismo moderno

Rapporti Sociali n. 5/6,  gennaio 1990 (versione Open Office / versione MSWord )

 

All’Est come all’Ovest il revisionismo moderno è arrivato alla bancarotta aperta. Questa corrente politica ha predominato per quasi 40 anni nel movimento operaio dei paesi imperialisti dell’Europa Occidentale e dei paesi socialisti dell’Europa Orientale e come una malattia nascosta e silenziosa ne ha frenato il cammino e corroso dall’interno le istituzioni. Ora è arrivata alla sua fine, i partiti che ne erano i portavoce istituzionali sono alla disgregazione. La cappa di piombo che il moderno revisionismo ha fatto gravare per più decenni sul movimento di massa è saltata, le masse sono di nuovo in movimento, il tentativo di contenimento e soffocamento è fallito, il gioco è di nuovo aperto.(1)

 

1. All’interno del proletariato si lamentano dell’attuale sviluppo degli avvenimenti

- quelli che hanno condiviso la linea e le fortune dei revisionisti moderni e ne condividono ora la sorte,

- quelli che hanno condiviso le illusioni, sparse a piene mani dai revisionisti moderni come una cortina fumogena, di passaggio graduale e pacifico dal capitalismo al comunismo e ora soffrono le doglie dello strappo dalle illusioni che avevano fatto proprie,

- quelli che avevano per anni gridato contro il revisionismo moderno in modo superficiale e senza tirarne le conclusioni pratiche, perpetuamente presi nella trappola del “male minore” per essi predisposta: alcuni di loro avevano auspicato per anni il crollo del revisionismo moderno ed ora che esso crolla sotto i loro occhi ne sono costernati e atterriti (non avviene nel modo che essi avevano immaginato!).

All’interno degli “amici del proletariato” si lamentano dell’attuale sviluppo degli avvertimenti gli amanti della pace sociale che entrano in orgasmo ogni volta che si profila uno scontro che turba la loro pace.

 

1. I revisionisti moderni nei paesi imperialisti

 

Nei paesi imperialisti dell’Europa Occidentale i partiti revisionisti sono stati (salvo i ruoli secondari svolti nei governi per periodi limitati dai partiti francese, finlandese ed islandese) partiti di opposizione politica e, nei paesi dove sono stati una forza politica rilevante(come l’Italia), hanno gestito la lotta rivendicativa e politica (nell’ambito della democrazia borghese) del proletariato. Essi hanno potuto costituirsi solo nei paesi dove i partiti comunisti si erano affermati durante la grande crisi degli anni ’20 e ’30 e la lotta contro il nazifascismo, impadronendosi di essi e snaturandoli. Questi partiti revisionisti hanno potuto sopravvivere finché la congiuntura economica è stata tale da consentire al proletariato dei paesi imperialisti di strappare continui e importanti miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro e positive trasformazioni delle condizioni politiche e culturali dell’intera società. La bancarotta di questi partiti è la conseguenza diretta della fine del progetto di costruire un capitalismo dal volto umano, fine decretata dalla crisi economica generale in cui i paesi imperialisti sono entrati negli anni ’70.(2)

 

2. Su questo argomento vedasi in questo numero di Rapporti Sociali la scheda La conclusione del progetto di costruire un capitalismo dal volto umano, p. 8 e 9.

 

3. Sbagliano sia quelli che negano le conquiste di quegli anni e ne sottovalutano l’effetto politico, sia quelli che negano l’eliminazione di esse in corso e trascurano l’effetto politico che essa ha e avrà.

 

Da allora tutte le società imperialiste stanno seguendo la strada della soppressione delle conquiste strappate dal movimento operaio e popolare nei primi decenni del dopoguerra.(3) La borghesia ha diretto e dirige una serie di istituti, che incarnavano quelle conquiste, in modo che vadano allo sfascio e presenta poi quello sfascio come risultato inevitabile del loro carattere “pubblico” (contrapposto al carattere “privato” delle imprese capitalistiche efficienti)(4) e della inaffidabilità dei lavoratori impiegati in questi istituti e come conferma della necessità di abolirli. Basti pensare al Sistema Sanitario Nazionale, alla scuola di massa, al sistema pensionistico e di sicurezza sociale, al patrimonio edilizio  della Pubblica Amministrazione (IACP e Comuni), ai servizi pubblici in generale. Altri istituti la borghesia li sopprime o erode pezzo a pezzo facendosi forte del ricatto del licenziamento e del carovita e della mancanza di direzione rivoluzionaria nel movimento operaio. Basti pensare alla soppressione per una parte crescente della forza lavoro (in particolare per i lavoratori extracomunitari, i giovani, ecc.) della contrattazione collettiva e degli istituti in essa previsti.

La “svolta” degli anni ’70 ha distrutto e distrugge giorno dopo giorno il terreno su cui i revisionisti moderni hanno potuto affermarsi e sopravvivere e ha segnato l’inizio della loro fine che ovviamente avverrà in un certo tempo e in modi diversi a secondo delle concrete condizioni del processo. Man mano che nel movimento di resistenza del proletariato dei paesi imperialisti alla liquidazione da parte della borghesia delle conquiste economiche, politiche e culturali conseguite nei decenni precedenti si creerà una direzione, essa sarà necessariamente la direzione di un nuovo partito comunista della cui formazione abbiamo visto i primi sintomi negli anni ’70.

La direzione dei revisionisti moderni sul proletariato dei paesi imperialisti ha il tempo contato.

 

4. Ovviamente quando i propagandisti borghesi recitano queste parti, evitano la “sconvenienza” di parlare del Banco Ambrosiano e degli altri mille casi di imprese capitalistiche “private” in dissesto, fallimento o semplicemente trasformate in macchine per truffe. Come pure evitano di parlare di quelle imprese, “pubbliche” come l’INPS e il Servizio Sanitario Nazionale, che sono efficienti, sane e rendono buoni profitti, come Banca Commerciale, Mediobanca, ecc.

In questi giochetti i propagandisti borghesi sono aiutati dalla (in)cultura politica diffusa dai revisionisti e dagli operaisti, seconda la quale nella società borghese imprese capitalistiche di diritto privato e imprese capitalistiche di diritto pubblico, imprese capitalistiche a capitale sociale diviso in quote individuali e imprese capitalistiche a capitale sociale indiviso costituirebbero categorie economiche antagoniste, nonostante il continuo passaggio di imprese da un gruppo all’altro che si svolge sotto il nostro naso (su questo argomento vedasi Rapporti Sociali n. 4, p. 15 e 16 e, in questo numero di Rapporti Sociali, l’articolo Forze produttive e rapporti di produzione).

 

2. I revisionisti moderni nei paesi socialisti

 

Nell’Unione Sovietica e nei paesi socialisti dell’Europa Orientale i partiti revisionisti hanno diretto e gestito lo Stato e tutte le istituzioni della società per quasi 40 anni.

Inutilmente una parte dei membri e dei dirigenti di questi partiti, sostenuti dalle correnti prevalenti nel Partito Comunista Cinese e nel Partito del Lavoro d’Albania, tra gli ultimi anni ’40 e i primi anni ’50 cercarono di impedire l’affermazione del revisionismo moderno nei partiti comunisti di questi paesi a fronte dei successi e dei nuovi problemi di sviluppo postisi con la vittoriosa conclusione della guerra contro il nazifascismo, la rottura dell’accerchiamento dell’URSS, l’estensione del campo socialista e lo sviluppo delle lotte di liberazione nazionale antimperialista nelle colonie dei paesi imperialisti. Il revisionismo moderno prevalse nettamente fin dai primi anni ’50 (Stalin mori nel 1953) in concomitanza con la stabilizzazione nel mondo di un nuovo ciclo di accumulazione del capitale che si sarebbe protratto per più di due decenni. Esso significò in sintesi l’abbandono della lotta per costruire nei paesi socialisti una nuova società mobilitando le masse proletarie e popolari (le classi sfruttate sotto il vecchio regime) per la trasformazione dei rapporti sociali e la fine dell’appoggio allo sviluppo delle rivoluzioni socialiste e delle lotte di liberazione nazionale antimperialista negli altri paesi.(5)

 

5. I comunisti e il movimento rivoluzionario del Vietnam furono tra i primi a subire le conseguenze della direzione dei revisionisti moderni in URSS.

 

L’attuale bancarotta dei partiti revisionisti dei paesi socialisti, a differenza della bancarotta dei partiti revisionisti dei paesi imperialisti, comporta il sovvertimento dell’assetto istituzionale dei paesi che essi hanno diretto per quasi 40 anni e uno scontro immediato e decisivo tra le classi.

 La bancarotta dei partiti revisionisti è lo sbocco di un processo di graduale ma continuo degrado della vita economica, politica e culturale dei lavoratori e delle masse popolari dei paesi socialisti. Solo grazie alle realizzazioni dei primi anni di costruzione del socialismo l’azione devastatrice dei revisionisti sulle strutture dei paesi socialisti ha dovuto protrarsi per alcuni decenni prima di sboccare nello sfacelo attuale. Per quasi 40 anni i gruppi revisionisti hanno fatto marcire la situazione, hanno diretto i paesi facendoli andare allo sfascio, hanno lasciato andare in malora le istituzioni politiche ed economiche dei paesi che dirigevano. Hanno reso sclerotiche e vuote le organizzazioni di massa nate per promuovere la partecipazione delle masse all’esercizio del potere, hanno soffocato ogni movimento e ogni mobilitazione delle masse. Hanno sviluppato, al massimo compatibile con l’assenza di proprietà individuale delle principali forze produttive, l’interesse individuale e l’arricchimento individuale, generando una feccia, legata agli organi statali e di partito, di profittatori, di speculatori, di scialacquatori e di criminali ai danni dell’economia collettiva.(6) Hanno corrotto le società socialiste fino ad un livello assolutamente intollerabile per le masse. Milioni di lavoratori sono stati ridotti a dover dipendere per il rifornimento di beni e servizi essenziali da bande di speculatori e profittatori annidati anche negli organismi dello Stato e nelle direzioni degli organismi economici. Lo sbocco sperato dai promotori del “nuovo corso” era restaurazione graduale della proprietà capitalista delle forze produttive. È questo progetto che è saltato perché la borghesia non è mai riuscita in questi paesi ad accumulare abbastanza forze da poter compi passi decisivi e irreversibili su questo punto. Ora la situazione è arrivata ad un punto tale che oggi nei paesi socialisti milioni uomini sono posti di fronte alla necessità assoluta di cambiare. E cambieranno: in un senso o nell’altro. O verso il comunismo se prevarranno le forze rivoluzionarie o verso il capitalismo se prevarrà la borghesia. In ogni caso abbiamo davanti a noi anni di grandi sommovimenti e rivolgimenti, perché nessuna delle due strade potrà essere percorsa in modo indolore. O il proletariato vincerà la borghesia e i revisionisti moderni che le hanno aperto la strada o la borghesia creerà il regime di terrore necessario per ricacciare il proletariato nelle condizioni di schiavi salariati, necessario, come dice l’attuale segretario del POUP, Rakovski, “a far capire a tutti che il lavoro, la casa, ogni bene devono essere merci e non diritti garantiti comunque”.

La restaurazione pacifica del capitalismo è definitivamente fallita.

 

6. Il processo arrivò ad un punto tale che si videro riprodursi nei paesi socialisti, illegalmente, quasi tutte le manifestazioni di corruzione, privilegio, sopraffazione, asservimento personale, parassitismo e spreco che nei paesi imperialisti sono caratteristica legale dei membri della classe dominante. Man mano che, nel veloce processo attualmente in corso, le varie classi arrivano a formulare chiaramente i loro divergenti obiettivi, nel programma della borghesia compare la legalizzazione di quelle manifestazioni.

 

Manchette 1 ****

Chi ha paura di chi?

 

I mezzi di comunicazione borghesi presentano come “fallimento dei comunisti” il fallimento di quasi quarant’anni di direzione dei revisionisti moderni nei paesi socialisti dell’Europa Orientale e in Unione Sovietica (il XX congresso del PCUS è del 1956 e l’affermazione di Kruscev alla testa del PCUS avvenne nei tre anni precedenti). Un fallimento di cui i comunisti e in particolare il partito comunista cinese con Mao Tse-tung alla testa, avevano preannunciato l’arrivo da tempo.

La borghesia presenta come “fine del comunismo” gli avvenimenti in corso nei paesi socialisti, il risultato dei programmi di restaurazione del capitalismo e di integrazione nel mercato capitalista mondiale perseguiti dai gruppi revisionisti, cioè la fine ingloriosa dei suoi amici, di quelli con cui fino ad ora faceva buoni affari, a cui prestava soldi in quantità (l’indebitamento estero dei paesi socialisti), che in una certa misura aveva persino accolto nel suo seno.

Ovviamente il modo con cui la borghesia presenta quegli avvenimenti ha scarso peso sul loro corso. Ma diventa invece uno strumento reale e materiale di lotta politica qui. Perché le convinzioni, le idee, gli stati d’animo che la borghesia riesce a creare qui, tra i lavoratori del nostro paese, tra noi, diventano una componente che pesa realmente nella lotta politica, sull’esito della lotta politica.

 È evidente a chiunque segue gli avvenimenti che i circoli borghesi dei paesi imperialisti sono spaventati dalle prospettive che si aprono nell’Est,

- perché la restaurazione pacifica e silenziosa del capitalismo è fallita, perché la cosa più probabile è che prevalga la tendenza alla ripresa del movimento per il comunismo e che i revisionisti moderni siano schiacciati;

- perché anche se in questo frangente dovesse prevalere la tendenza alla restaurazione del capitalismo, la lotta sarà lunga e dura, non farà che aprire un periodo di lotta e di scontri aperti che si ripercuoterà in tutto il mondo e si estenderà in tutto il mondo. I fatti hanno dimostrato che non c’è restaurazione pacifica, che non c’è ritorno pacifico dal socialismo al capitalismo. La borghesia ha tutto da perdere, il proletariato ha tutto da guadagnare nello scontro aperto tra le classi cui ha dato luogo il fallimento del revisionismo moderno e del suo progetto di transizione pacifica dal socialismo al capitalismo. Chi ha paura di chi?

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Manchette 2 ****

Perché dobbiamo studiare l’esperienza dell’URSS e degli altri paesi socialisti

 

Lo studio della storia dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti è importante per tutti i comunisti per tre motivi.

1. Per stabilire il programma di noi comunisti in un paese imperialista, per stabilire la via della rivoluzione socialista nel nostro paese, dobbiamo fare il bilancio dell’esperienza della costruzione del socialismo in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti. Le basi su cui i comunisti devono fondarsi, per stabilire il loro programma e la via da seguire per la rivoluzione, sono:

- l’analisi del modo di produzione capitalista compiuta da Marx e Engels e sviluppata da Lenin, Stalin e Mao e altri dirigenti del movimento rivoluzionario;

- il bilancio dell’esperienza della conquista del potere e della costruzione del socialismo in Unione Sovietica, in Cina e negli altri paesi socialisti;

- la comprensione del movimento economico (forze produttive, rapporti di produzione, divisione in classi), dei rapporti tra le classi, dei rapporti tra le forze politiche, dei movimenti culturali nella fase attuale nel nostro paese e nel mondo.

2. Per avere elementi razionali e di fatto con cui contrastare la campagna di intossicazione mentale anticomunista condotta dalla borghesia che ha una certa presa anche nel movimento rivoluzionario che subisce ancora l’influenza delle teorie anticomuniste degli operaisti. Per questa campagna la borghesia usa largamente elementi reali e inventati tratti dalla storia e dalla situazione attuale dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, in particolare:

- la borghesia attribuisce al comunismo la situazione attuale dell’Unione Sovietica, nonostante siano passati più di trentacinque anni da quando l’Unione Sovietica è diretta dai gruppi revisionisti che si propongono programmaticamente la correzione degli errori di Stalin;

- la borghesia sostiene che il comunismo è impossibile, è un utopia usando a questo fine le sconfitte subite dai comunisti in Unione Sovietica, in Cina e negli altri paesi socialisti e quest’uso è tanto più efficace quanto meno i comunisti hanno chiaro i motivi delle loro sconfitte e gli effetti positivi conseguiti dai comunisti in quei paesi e nel mondo nonostante quelle sconfitte. Noi dobbiamo avere ben presente e propagandare il fatto che i comunisti sono stati i promotori e i componenti più dinamici di tutti i movimenti positivi della società umana che vi sono stati negli ultimi cento anni in tutto il mondo. I ripetuti assalti al cielo delle masse, guidate dai comunisti, hanno cambiato la faccia della terra, nonostante le nostre sconfitte.

3. Per comprendere il ruolo dello Stato sovietico nel movimento della società umana nella fase attuale e non lasciarsi guidare in questo dagli interessi della borghesia, dalle mode della cultura borghese, dalla propaganda di guerra della nostra borghesia. Per un verso o per un altro l’URSS rimane uno dei protagonisti della politica mondiale. Chiunque lotta per modificare la situazione politica non può prescindere dal ruolo internazionale di questo Stato. Ancora recentemente alcuni hanno chiamato in causa, per dimostrare il buon fondamento della loro linea politica, l’era di pace che l’avvento di Gorbaciov avrebbe aperto nelle relazioni tra Stati. Comprendere i rapporti di classe in Unione Sovietica è indispensabile per capire quale sarà il ruolo dello Stato sovietico nel mondo.

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3. I gruppi revisionisti dei paesi socialisti e la borghesia imperialista

 

Il degrado delle condizioni economiche, politiche e culturali delle masse e la disgregazione dei gruppi revisionisti sono stati accelerati, nell’ultimo periodo, dalla crisi economica generale iniziata negli anni ’70 nei paesi imperialisti.(7)

 

7. Anche riguardo al problema qui considerato si conferma che chi non comprende la sostanza economica del processo in corso, non può capire nulla dei processi politici ed è predisposto a bere ogni fanfaluca che i mezzi di comunicazione borghese mettono in piazza e si limita al “colore” e alla cronaca, a far da spettatore e azzarda pronostici sul ruolo dei singoli individui, su cosa pensa realmente Gorbaciov”, “cosa vuole realmente  Ligaciov” ed altri “grandi temi” del genere in cui sono specializzati i mezzi di comunicazione della borghesia che non può accettare il fatto pur palese che gli individui sono “travolti ” dagli avvenimenti, che “le masse sono i veri eroi, mentre gli individui sono spesso ridicoli”

 

 

La crisi ha tolto ai revisionisti dei paesi socialisti il sostegno che per anni ebbero dalla borghesia imperialista. I revisionisti moderni per un lungo periodo avevano contratto debiti con la borghesia imperialista e avevano integrato il più possibile l’economia dei paesi socialisti nel mercato capitalista. Quando nei paesi imperialisti è sopravvenuta la crisi, sono stati costretti a svendere le loro merci sul mercato internazionale, già in preda alla sovrapproduzione di merci, per ripagare interessi e quote dei debiti e per finanziare gli acquisti correnti sul mercato capitalista mondiale oramai indispensabili.

Questo accadeva per di più dopo che da anni i gruppi dirigenti revisionisti avevano adottato, come metodo principale di governo delle contraddizioni create dalla loro direzione, l’elargizione di potere di acquisto ai gruppi più irrequieti. I revisionisti avevano così creato un enorme potere individuale d’acquisto negli strati privilegiati dei paesi socialisti che poteva sempre meno essere soddisfatto da acquisti sul mercato internazionale e, riversandosi sempre più all’interno, a fronte di una produzione per lo più non ancora adeguata alle richieste degli strati privilegiati e per di più lasciata decadere perché non ancora “privatizzata”, sconvolse completamente i normali canali di rifornimento per le masse. I lavoratori dei paesi diretti dai revisionisti moderni pagavano così lo scotto della integrazione nel mercato capitalistico mondiale e del legame di dipendenza dalla borghesia imperialista che i revisionisti moderni per decenni avevano proposto, esaltato, costruito e imposto.

La borghesia imperialista ha “finanziato” per decenni il successo dei gruppi revisionisti suoi amici al potere nei paesi socialisti. La stessa borghesia imperialista che era intervenuta militarmente ed economicamente contro la giovane repubblica sovietica, che negli anni ’20 aveva soffocato con interventi internazionali le rivoluzioni socialiste nell’Europa Centrale e Orientale, che aveva mantenuto per anni un “cordone sanitario” per soffocare economicamente l’URSS, che aveva cercato in ogni modo di rafforzare i fascisti e i nazisti e lanciarli contro l’Unione Sovietica,(8) che dopo la guerra contro il nazifascismo aveva imposto il blocco commerciale all’URSS e ai paesi socialisti dell’Europa Orientale che uscivano distrutti dalla guerra stessa, che ancora organizzava il blocco commerciale e dei prestiti contro la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Popolare Coreana e poi via, via praticava o tentava lo strangolamento economico dei regimi ad essa non succubi (dal Guatemala di Arbenz, a Cuba, al Vietnam, ecc. fino al Cile di Allende e al Nicaragua sandinista) mentre interveniva militarmente in vari paesi a soffocare i movimenti di liberazione nazionale antimperialista, la stessa borghesia ha finanziato dagli anni ’80 in avanti i gruppi revisionisti al potere nei paesi socialisti dell’Europa Orientale. Ossia non solo sviluppava accordi commerciali con essi, ma permetteva loro di comperare a credito nei paesi imperialisti a seguito di prestiti garantiti dai governi di quei paesi.

 

8. Nell’attuale clima di propaganda anticomunista e di riabilitazione del fascismo, la cultura borghese corrente stende un velo sul fatto che negli anni ’20 e ’30 le classi dominanti di tutti i paesi imperialisti, anche di quelli “democratici”, sostennero sia i fascisti che i nazisti, li armarono e cercarono di lanciarli contro l’URSS. Solo grazie a uno dei più grandi esempi di applicazione pratica del marxismo-leninismo i comunisti riuscirono a far sì che la 2° Guerra Mondiale, che ci sarebbe comunque stata, iniziasse tra Stati imperialisti. In seguito questi non poterono più coalizzarsi contro l’URSS. Se la guerra fosse iniziata con l’aggressione all’URSS, tutti gli Stati imperialisti, fascisti e “democratici”, si sarebbero di buon grado coalizzati nella santa impresa, che avrebbe ripreso l’obiettivo comune non raggiunto con il comune intervento del periodo 1918 -1921. La guerra di Spagna (1936-1939) fornì la prova lampante della divisione dei ruoli tra Stati fascisti e Stati “democratici” nella comune lotta contro il comunismo e le masse popolari.

 

Il meccanismo era allettante, conciliava molti interessi generali e particolari e diventava così auto incentivante: i gruppi politici della borghesia imperialista esprimevano l’interesse generale della loro classe nel sostenere i gruppi revisionisti  arrivati al potere nei paesi socialisti e che la borghesia portava alle stelle contrapponendoli ai “vecchi stalinisti, dogmatici, ecc., ecc.”; i singoli capitalisti facevano ognuno i suoi affari commerciando o facendo prestiti agli Stati e alle istituzioni dei paesi socialisti e facevano valere gli interessi generali della classe per farsi garantire e spesso addirittura anticipare dal proprio Stato il pagamento, ripartendo quindi sulla borghesia imperialista nel suo complesso i rischi dell’operazione e trasformando il saldo di ogni loro affare in un affare di Stato. Il meccanismo aveva l’aria di poter continuare a tempo indeterminato.

L’integrazione nel mercato (capitalista) mondiale divenne la parola d’ordine dei gruppi revisionisti. La convergenza dei due sistemi divenne la bandiera di tutte le persone “illuminate”.

 

Gli Stati e le istituzioni economiche dei paesi socialisti accumularono debiti con le banche e gli Stati imperialisti, debiti che avrebbero dovuto pagare, assieme ai relativi interessi, con i proventi delle vendite di merci nei paesi imperialisti stessi e con il compenso di concessioni per iniziative economiche dirette fatte dai governi dei paesi socialisti a imprese capitaliste.

Man mano che l’accumulazione del capitale nel “mondo libero” diventava difficile, con l’integrazione dei paesi socialisti nel mercato capitalista mondiale e con i prestiti la borghesia imperialista veniva incontro anche al problema, che col passare degli anni diventava più pressante, di allargare i mercati per le imprese produttrici di merci e di trovare impieghi redditizi per la massa di capitale monetario. Da un certo periodo in poi gruppi e governi imperialisti iniziarono, in gara tra loro, a fare pressioni sui governi dei paesi socialisti perché contraessero prestiti e concludessero contratti per acquisti, analogamente a quanto nello stesso tempo facevano con i governi dei paesi del Terzo Mondo (donde il debito estero di questi paesi “esploso” nel 1982). E divenne sempre maggiore il risentimento contro i governi che rifiutavano di indebitarsi, come il governo della Repubblica Popolare Cinese fino all’avvento della “nuova politica” di quel tanto esaltato “caro nonnino” di nome Teng Siao-ping.

A fronte del fallimento economico dei revisionisti moderni, al crollo del loro potere e al sovvertimento in corso nei paesi socialisti, la borghesia imperialista sembra accingersi ora ad intensificare in grande stile il suo intervento economico per vincere lo scontro di classe arrivato ad una svolta decisiva. Certamente la borghesia imperialista farà sforzi immensi e farà pagare al proletariato e ai popoli dei paesi imperialisti prezzi enormi, per vincere Io scontro tra le classi in atto all’Est e trovare all’Est una valvola di sfogo per i suoi problemi di accumulazione. Ma l’intervento ha ora canali ben definiti e delimitati

 

1. Abbiamo già visto che una delle cause che hanno fatto precipitare la situazione economica nei paesi socialisti è stata proprio la situazione economica dei paesi imperialisti. Questa ha costretto i paesi socialisti a svendere prodotti sul mercato internazionale per far fronte al servizio del debito estero e finanziare gli acquisti correnti. Quindi è escluso un intervento in termini di maggiori facilitazioni commerciali e maggiore integrazione commerciale. È escluso cioè l’assorbimento nei paesi imperialisti di un flusso maggiore di merci proveniente dai paesi socialisti a prezzi convenienti per i venditori (e infatti neanche se ne parla). Ogni paese imperialista ha già problemi di sovrapproduzione di merci e vi si sviluppano correnti e misure protezioniste. Ogni gruppo imperialista cerca e cercherà al contrario di vendere nei paesi socialisti.

 

2. La borghesia imperialista può fare prestiti. Ciò per alcuni aspetti è allettante per molte istituzioni finanziarie, perché il capitale monetario è abbondante e le occasioni di investimenti redditizi e sicuri non abbondano. Ma, appunto, è un  investimento redditizio e sicuro un prestito a un governo o un ente dei paesi socialisti?

Non a caso ogni capitalista cerca di investire in questi paesi i capitali di altri.

Infatti, finché non vi è la completa integrazione di questi paesi nel sistema capitalista mondiale, l’affidabilità dei prestiti è scarsa. Il crollo dei revisionisti la rende ancora minore. Nessun governo può fare più che affamare le masse per realizzare a prezzo di svendita sul mercato internazionale i fondi necessari per il servizio del debito estero: e questo i revisionisti moderni lo hanno già fatto. Non vi sono prospettive per un ulteriore indebitamento. Per di più il proletariato dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa Orientale ha una consistenza, un’esperienza e un livello di cultura e di organizzazione di gran lunga superiori a quelli del proletariato dei paesi del Terzo Mondo.

 

3. Prestiti possono essere fatti dagli Stati imperialisti o gli Stati imperialisti possono portarsi garanti del capitale e degli interessi per prestiti concessi da istituzioni finanziarie. In questo modo ovviamente ogni capitalista può contare sull’allargamento del mercato per le proprie merci e sulle commissioni e provvigioni per il collocamento dei prestiti e la loro gestione, lasciando alle autorità politiche e monetarie (ossia alla classe borghese nel suo complesso) l’onere della gestione della riscossione degli interessi e del rimborso. Quindi la cosa può avere un certo sviluppo e generare una lotta furibonda tra gruppi e Stati imperialisti concorrenti. Ma è escluso che ciò possa modificare la situazione economica dei paesi socialisti e dare un nuovo respiro ai gruppi revisionisti, tenuto conto

- del fatto che gli Stati imperialisti operano già quasi tutti in condizioni di grande deficit e che un allargamento della massa monetaria (e in ciò consisterebbero i prestiti) comporterebbe una ripresa ancora più in grande dell’inflazione,

- del fatto che la nuova borghesia dei paesi socialisti a cui andrebbero i prestiti correrà anch’essa, come già ha fatto in passato e come fa correntemente la borghesia compradora dei paesi del Terzo Mondo, a “garantirsi il futuro”, ora ancora più di fronte all’incertezza dell’esito dello scontro in atto, impiegandone la maggior parte possibile nelle istituzioni finanziarie imperialiste, in investimenti finanziari (magari in nome dell’integrazione dei mercati e dei sistemi, della convertibilità delle valute, dell’abolizione delle frontiere, della fratellanza dei popoli e della distensione!).

 

In conclusione, nessuna collaborazione mercantile e nessuna politica di prestiti può aiutare i gruppi revisionisti a ristabilire il loro controllo. Il passo decisivo e risolutivo è la restaurazione della proprietà capitalista delle forze produttive e la piena integrazione dei paesi socialisti nel sistema capitalista mondiale con tutto il contesto a ciò associato. Solo se questo passo fosse compiuto, solo allora questi paesi sarebbero aperti all’espansione capitalista, vi sarebbe possibile un nuovo ciclo di accumulazione del capitale, la borghesia imperialista troverebbe nella proprietà delle forze produttive di questi paesi un suo campo d’azione, quello che va cercando anche nei paesi del Terzo Mondo (il piano Brady è un’espressione timida della sua ricerca).

 

4. Il futuro dei paesi socialisti

 

In definitiva il problema si riconduce alla trasformazione dei rapporti sociali in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti. La restaurazione del capitalismo in questi paesi renderebbe circa 150 milioni di lavoratori disponibili ad essere sussunti nel capitale e a produrre plusvalore. Questo sarebbe un nuovo vasto campo di espansione aperto al capitale, una nuova grande possibilità di accumulazione di capitale.

È possibile la restaurazione del capitalismo in Unione Sovietica e nei paesi socialisti?

La questione non è economica, è politica.

 

Il punto morto a cui i gruppi revisionisti hanno condotto i paesi socialisti e la disgregazione dei partiti revisionisti confermano il modo plateale che, stante il periodo tra scorso dall’abolizione della proprietà capitalistica individuale delle forze produttive e, in gran parte, della proprietà individuale delle forze produttive e stante il carattere sempre più sociale raggiunto dalle forze produttive anche nei paesi socialisti, il ritorno dal socialismo al capitalismo, se forse è ancora possibile, è sicuramente un processo difficile e pericoloso. I propositi di restaurazione pacifica e silenziosa del capitalismo, di convergenza pacifica e graduale dei paesi socialisti nel capitalismo sono andati a gambe all’aria.

La restaurazione del capitalismo può avvenire, se avverrà. solo ributtando le masse dei lavoratori nella schiavitù salariale, quindi instaurando le condizioni politiche (un regime di dittatura terroristica della borghesia) necessarie per attuare in massa questo passaggio, sfruttando a tal fine tutti i contrasti intestini, gli elementi declassati, disperati e criminali che la gestione revisionista ha alimentato, mobilitando insomma in senso reazionario e antiproletario la feccia delle società di quei paesi, feccia che la quarantennale direzione revisionista ha fatto crescere ad un livello discreto.

 

Il contenuto economico di ogni programma di restaurazione, comunque venga abbellito e chiamato, è infatti costituito

- dal ristabilimento completo del carattere commerciale della produzione dei beni di consumo,

- dalla restaurazione del carattere commerciale dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione,

- dalla riconduzione della capacità lavorativa degli uomini a merce (che deve essere prodotta e venduta individualmente).

 

Ogni programma del genere comprende nell’immediato:

- aumento dei prezzi dei generi di consumo di massa,

- legalizzazione dei borsaneristi, degli accaparratori e degli speculatori,

- licenziamento di una parte dei lavoratori,

- intensificazione del lavoro dei lavoratori che restano in produzione,

- subordinazione della produzione alle vicissitudini del mercato capitalista internazionale,

- subordinazione delle attività produttive agli obblighi derivanti dai debiti contratti negli anni passati con le banche capitaliste,

- liquidazione, probabilmente, anche di gran parte del potere d’acquisto che i gruppi revisionisti hanno in questi anni distribuito ai gruppi privilegiati e che è rimasto allo stato di depositi nelle banche o di cartamoneta nei cassetti di casa.

Insomma la realizzazione del programma che i revisionisti moderni in quarant’anni di direzione non sono riusciti a realizzare benché l’avessero abbozzato chiaramente fin dal loro arrivo al potere.

Il problema sta tutto qui: riuscirà la borghesia dei paesi socialisti a imporre una trasformazione di questo genere alle masse o vi sarà una grande ripresa del movimento proletario dei paesi socialisti e un nuovo possente slancio verso il comunismo che scuoterà tutto il mondo?

 

5. Conclusione

 

Il revisionismo moderno ha fatto fallimento sia all’Est che all’Ovest.

La convergenza pacifica dei due sistemi (la restaurazione pacifica e graduale del capitalismo all’Est e il passaggio pacifico e graduale dal capitalismo al socialismo all’Ovest) è uscita dalla storia.

 L’Unione Sovietica e i paesi socialisti devono cambiare. La crisi economica generale del capitalismo iniziata nei paesi imperialisti negli anni ’70, ha già prodotto nei paesi del Terzo Mondo “rivolte della fame” a catena, finora represse con successo nel sangue e ora è esplosa nei paesi socialisti. Il cambiamento dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti costringerà tutto il mondo a cambiare e quindi porrà fine anche nei paesi imperialisti al periodo di stabilità politica in seguito alla 2° Guerra mondiale. La crisi economica generale del capitalismo troverà la sua soluzione nei paesi imperialisti da cui è iniziata. Lo si voglia o no, questa è la storia che costruiremo nei prossimi anni.

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