L’abolizione del lavoro - Rapporti Sociali n. 3, marzo 1989

L’abolizione del lavoro

Rapporti Sociali n. 3, marzo 1989  (versione Open Office / versione MSWord )

 

Anche in questo campo, come in altri, la cultura borghese di sinistra (e segnatamente la “scuola di Francoforte” e da noi gli operaisti da Panzieri a Negri) hanno sostituito con il superamento in spirito il superamento nel concreto di una contraddizione reale, l’immaginazione al movimento reale, a mo’ del poeta per cui “quel che non fu fatto/ io lo sognai,/ e tanto era l’ardore/ che il sogno eguagliò l’atto” (D’Annunzio, La sirena del mondo). L’“abolizione del lavoro” è stata un tema della cultura borghese di sinistra a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

I teorici operaisti su questa questione hanno addirittura falsificato Marx ponendo in bocca a costui la tesi dell’abolizione del lavoro. In effetti Marx, a proposito del destino del lavoro nel passaggio dalla società capitalista alla società comunista, usa l’espressione “Aufheben” che i nostri dotti operaisti traducono disinvoltamente con “abolire”. “Aufheben” è un termine tipico, gergale di Hegel, sul cui significato il traduttore italiano della Scienza della logica di Hegel dice (ed. Laterza 1974, p. XXV nota 28): “Qui e in seguito adotto la più consueta traduzione di aufheben con “togliere” (piuttosto che “risolvere” o “superare”) avvertendo che si tratta di una traduzione di ripiego inidonea a esprimere il duplice significato di “negare” e “conservare”, e inoltre quello di “innalzare”, proprio dell’uso tecnico hegeliano del termine tedesco”.

Che a Marx fosse estranea ogni tesi di “abolizione del lavoro” è evidente da tutta la sua opera. In uno scritto significativo sul significato della teoria del valore egli ad esempio dice: “Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è evidente. Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono. E la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti” (Lettera a Kugelmann del 11.7.1868). A riprova si può leggere anche la Critica del programma di Gotha (1875) in cui Marx si addentra nei temi della fase di transizione (socialismo o prima fase del comunismo) della società comunista, parlando delle modificazioni che subirà il lavoro, del diverso ruolo che esso rivestirà nella vita degli uomini.

Gli operaisti affrontano anche questo problema al modo in cui è immediatamente accessibile a quegli individui che già il capitalismo relega a svolgere lavori superflui per la conservazione della vita della società, lavori la cui abolizione si presenta quindi come la cosa più ovvia.

Il capitalismo ha riunito le condizioni di produttività del lavoro umano adeguate affinché il lavoro necessario per la riproduzione della società cessi di essere l’occupazione principale degli uomini, affinché il lavoro necessario per la riproduzione della società venga ad assorbire una frazione sempre più piccola delle capacità lavorative degli uomini e diventi una frazione trascurabile del tempo complessivo degli uomini. Ciò si avvera già nel capitalismo, ma al modo del capitalismo, cioè nell’unica forma possibile data la costrizione del rapporto di valore e del rapporto li capitale. Cioè riducendo la frazione della popolazione che svolge lavoro necessario alla riproduzione della società; ponendo il tempo non dedicato al lavoro come pausa, come tempo dedicato al superfluo, come perdita sociale, come concessione del  “capitalista laborioso” alle tendenze oziose del lavoratore; ponendo come lavoro necessario anche attività proprie di tutti gli uomini da cui, stante il rapporto sociale capitalista, il proletariato deve essere escluso e che quindi la società borghese mantiene come attività esclusive di alcuni individui (le attività politiche, culturali, sportive, creative e ricreative); facendo di tali attività superflue o generalmente umane la condizione necessaria per lo svolgimento regolare del lavoro. Nell’ambito della società borghese, quindi dei rapporti di valore e di capitale, se cessano queste attività superflue o generalmente umane e la distribuzione del reddito che vi è connesso, ne risulta sconvolto e impossibile anche il lavoro necessario alla normale conservazione e riproduzione della società. Per cui se nell’ambito della società borghese venissero, per ipotesi, liquidati lavori “inutili o dannosi” come quello di carcerieri, giudici, poliziotti, soldati, addetti all’industria bellica, ecc., cesserebbe o sarebbe sconvolto anche il lavoro di braccianti, contadini, operai, ecc.

La riduzione del tempo socialmente dedicato al lavoro necessario alla conservazione e riproduzione della società, fino a mutare il ruolo che il lavoro ha nella vita degli uomini, è non solo un tema di lotte rivendicative dei lavoratori contro i capitalisti, ma anche una questione importante praticamente e teoricamente in riferimento alle società socialiste. Se da una parte non esiste una muraglia cinese che divide il livello di produttività del lavoro compatibile con il comunismo da quello incompatibile, dall’altra è vero che in quanto la riproduzione delle condizioni materiali della vita della società continua ad essere normalmente un problema ed un assillo, in tanto la divisione di classe e lo Stato sono ineliminabili. La durata della giornata di lavoro è uno degli indici universali del cammino compiuto verso il comunismo (e quindi verso l’estinzione della divisione in classi e dello Stato).

Considerando la fase del socialismo, si deriva oramai anche dalla osservazione empirica che, essendo ivi gli elementi di capitalismo progressivamente regolamentati (come via alla loro limitazione e alla loro eliminazione), viene meno la spinta (interna al capitale in generale) e la imposizione economica dall’esterno (tramite la concorrenza tra capitali) a ogni singola frazione di capitale di sviluppare la produttività del lavoro. La riduzione del tempo che gli individui devono dedicare al lavoro necessario per la produzione e la riproduzione delle condizioni materiali della propria esistenza diventa e deve diventare quindi la molla principale del progresso tecnologico, cioè dell’aumento della produttività del lavoro.

Le difficoltà dell’attuale corso economico e politico nell’URSS risultano incomprensibili se non si tiene conto della contraddizione fra la stretta regolamentazione cui sono sottoposti gli elementi di capitalismo che ancora sussistono e le ambiguità, le esitazioni e la scarsa chiarezza con cui è stata ed è posta la riduzione del tempo di lavoro come obiettivo dello sviluppo del produttività del lavoro. Da questa contraddizione - e non dal preteso “fallimento storico del socialismo reale” di cui si riempiono la bocca gli apologeti vecchi e nuovi del capitalismo - derivano la stagnazione, la scarsa efficienza, il rallentamento in campo economico che lamentano i dirigenti sovietici; e dall’incapacità di risolvere questa contraddizione derivano le proposte di “riforma radicale”, di “ristrutturazione”, di “accelerazione del progresso tecnico-scientifico” (il mezzo diventa fine!) fino al ritorno alla disoccupazione come antidoto alla scarsa efficienza. Insomma, i vari tentativi di risolvere la contraddizione nel senso di allentare i legami che avvincono gli elementi di capitalismo residui.