Don Chisciotte e i mulini a vento

Rapporti Sociali n. 0, settembre 1985  (versione Open Office / versione MSWord )

 

 

I compagni che hanno vissuto i trenta anni trascorsi dalla pubblicazione di questo articolo o comunque conoscono la storia di essi, potranno apprezzare la chiaroveggenza dei suoi autori. Essa conferma che la concezione comunista del mondo è la scienza delle attività con cui gli uomini fanno la loro storia. Quindi è un incitamento a impararla e applicarla.

Che vada anche a rafforzare la granitica certezza nella nostra vittoria che deve animare tutti i compagni che lottano per instaurare il socialismo in Italia.

Daremo il nostro contributo alla seconda ondata della rivoluzione proletaria che instaurerà il socialismo in tutto il mondo, anzitutto nei paesi imperialisti!

30 maggio 2015

Don Chisciotte e i mulini a vento

a proposito della parola d’ordine della “lotta contro il piano della borghesia per uscire dalla crisi”

 

“Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi, si sono alleati in una santa caccia spietata contro questo spettro.”

“In questo senso i comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’unica espressione: abolizione della proprietà privata”.

(Manifesto del Partito Comunista - Marx, Engels 1848)

 

“Finché si tratta (e in quanto ancora si tratta) di attrarre dalla parte del comunismo l’avanguardia del proletariato, il primo posto spetta alla propaganda”.

(L’estremismo, malattia infantile del comunismo - Lenin 1920)

 

Spesso negli scritti e nei discorsi di alcuni compagni ricorre l’incitamento a battere il “piano della borghesia per l’uscita dalla crisi che comporta un attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse”.

In questo periodo le lotte dei lavoratori per il salario, il lavoro, le condizioni di vita e di lavoro si sono estese e generalizzate, sono diventate più decise e sono destinate a crescere in tutta Europa, anche nei paesi dove per anni ha regnato la “pace sociale”: dalle lotte dei lavoratori tedeschi per le 35 ore settimanali, alle lotte dei minatori inglesi, a quelle dei lavoratori danesi e dei dipendenti pubblici svedesi. La parola d’ordine della lotta conto il “piano della borghesia per l’uscita dalla crisi” è una parola d’ordine di sostegno a quelle lotte e come tale sembra ineccepibile.

Ma ci possiamo accontentare di questa parola d’ordine? Esiste realmente un piano della borghesia per uscire dalla crisi? In questo scritto si vuole mostrare che non esiste (né può esistere) alcun piano della borghesia, alcun insieme di misure coerenti e conseguenti per uscire dalla crisi.

Non è questione di quanta disoccupazione, miseria, arretramento culturale e civile, di quanto sangue e disperazione questo piano comporti per i lavoratori: il punto è che non esiste alcun piano. Governi e autorità hanno ripetutamente promesso “l’uscita dal tunnel della crisi”, sia pure alla condizione che nell’immediato i lavoratori accettassero di fare sacrifici. Questo dicevano a gran voce anche PCI e Federazione Sindacale negli anni ‘76-’79. Ma è solo un imbroglio per fare accettare i sacrifici.

La domanda che poniamo si può anche formulare cosi: la crisi economica che dagli anni ‘70 colpisce tutto il mondo capitalista è stata determinata da politiche economiche sbagliate o volutamente catastrofiche? Sono quindi gli Stati e le associazioni di capitalisti in grado di dirigere consapevolmente, verso obiettivi prefissati, l’andamento economico generale delle società borghesi?

 

1. Il “capitalismo organizzato”

  

I più vecchi di noi ricorderanno che negli anni ’60 gli operaisti (Quaderni Rossi, Classe operaia, Contropiano, ecc.) introdussero nell’ambiente di opposizione e a lungo agitarono lo spauracchio del “piano del capitale”. Gli operaisti sostenevano che le società borghesi si sviluppavano secondo un piano, un progetto che da qualche parte alcuni capitalisti avevano, evidentemente, elaborato e che autorità politiche e capitalisti associati mettevano in atto nella loro azione quotidiana.

Questa tesi degli operaisti sembrava molto rivoluzionaria, una denuncia senza riserve della “malvagità” dei capitalisti responsabili soggettivamente, volutamente, consapevolmente delle sofferenze di milioni di uomini. Quindi, al di là della sua inconsistenza che vedremo, gli operaisti sostituivano la lotta per trasformare il regime economico e con esso l’intero assetto della società, con la lotta per trasformare la coscienza e la volontà degli uomini e con la lotta contro gli “uomini cattivi”.

La tesi degli operaisti traduceva in enunciazione sintetica una tematica diffusa negli ambienti intellettuali di “sinistra” di allora. Questi ammiravano e sostenevano le lotte di liberazione nazionale dei popoli delle colonie; coltivavano, trasformandolo in mito, il ricordo della Rivoluzione d’Ottobre e della lotta partigiana; avevano perso ogni fiducia nella rivoluzione proletaria dei paesi imperialisti; guardavano con sufficienza e disprezzo la classe operaia “integrata nel sistema”. Molti erano sfiduciati e amareggiati, altri ne ricavavano giustificazione per la loro collaborazione con la borghesia. La tesi del “piano della borghesia” si adattava al loro stato d’animo e lo riassumeva.

In realtà questa tesi degli operaisti riprendeva, travestiva da sinistra e introduceva di soppiatto nel movimento rivoluzionario le aspirazioni e i sogni, cioè l’ideologia, della borghesia. Il periodo 1870-1914 fu un lungo periodo senza guerre tra i maggiori paesi capitalisti. Durante quegli anni il modo di produzione capitalista giunse al massimo sviluppo delle sue potenzialità: il monopolio e il capitale finanziario divennero le strutture economiche guida, venne completata la spartizione del mondo tra gruppi e Stati capitalisti, l’esportazione di capitali divenne il settore di investimento più dinamico e più fruttuoso, gli Stati iniziarono ad assumere un ruolo attivo come protagonisti dell’economia capitalista, la borghesia impose definitivamente il suo dominio in tutti i campi della vita umana distruggendo o assimilando le forme sociali precedenti. In questo periodo, che è rimasto nei manuali di storia come la “belle époque” del capitalismo, alcuni ideologi borghesi (Sombart, Liefman, Schulze-Gaevernitz e altri) avevano avanzato la teoria apologetica del “capitalismo organizzato”. Essa venne poi ripresa anche dai teorici della degenerazione della seconda Internazionale (Kautsky, Hilferding e altri). Naufragata nelle trincee della prima Guerra Mondiale, la teoria venne rilanciata all’inizio della grande depressione degli anni ’30 in termini operativi, non solo come teoria economica, ma anche come guida della politica economica, da Keynes e dai suoi numerosi seguaci nel mondo accademico e nei circoli governativi borghesi.

A cavallo dei due secoli gli inventori della teoria del “capitalismo organizzato” avevano proclamato che nella società borghese “moderna” si riduceva progressivamente il campo delle leggi economiche, operanti automaticamente, e si ampliava in modo straordinario quello della regolamentazione cosciente delle attività economiche per opera delle banche. Dopo che la “regolamentazione cosciente per opera delle banche” ebbe prodotto la prima Guerra Mondiale e le convulsioni economiche e politiche degli anni ’20 e ’30, la fiducia nella loro direzione cosciente era difficile da nutrire e i banchieri per primi disconoscevano con fervore la paternità di cotanto parto. Negli anni ’30 i circoli accademici e governativi anglo-americani con alla testa Keynes e gli intellettuali del New Deal ripresero in altri termini il tema. Essi ammettevano che le banche non dirigevano coscientemente il movimento economico delle società borghesi: per sostenere il contrario bisognava infatti  attribuire ai banchieri propositi diabolici - ci provarono nazisti e fascisti nelle loro demagogiche denunce della “finanza” e dei “plutocrati”, possibilmente ebrei e comunque stranieri. Keynes e C. affermavano che i governi potevano e quindi dovevano dirigere il movimento economico della società.

Keynes aveva per lo meno chiaro che sostenere che la stagnazione economica era causata dalla mancanza di domanda di beni e servizi serviva quanto sostenere che un uomo è morto perché gli si è fermato il cuore; secondo lui la stagnazione era causata dalla mancanza di un livello adeguato di investimenti produttivi da parte dei capitalisti (gli unici che in una società borghese hanno i mezzi e sono nelle condizioni di prendere l’iniziativa in campo economico) e il livello degli investimenti non era adeguato perché le occasioni e le prospettive di fare profitti erano scarse. I governi potevano e dovevano creare occasioni di profitto adeguate a rilanciare gli investimenti da parte dei capitalisti, cosa che avrebbe posto fine alla depressione. Secondo Keynes la cosa si poteva fare creando, da parte degli Stati, una domanda di beni di consumo finale finanziata con il disavanzo statale (creando moneta fiduciaria addizionale).

Roosevelt e il partito del New Deal andarono al potere negli USA nel novembre del 1932, Hitler e il partito nazista andarono al potere in Germania nel 1933, l’opera programmatica di Keynes venne stampata nel 1935. I governi dei maggiori paesi capitalisti si impegnarono in programmi di lavori pubblici, nella creazione di istituti assistenziali, in sussidi ai capitalisti imprenditori, in misure di protezione doganale e di sovvenzione all’industria e in politiche di penetrazione commerciale e finanziaria all’estero e soprattutto in politiche di riarmo ovviamente ogni Stato a sostegno di “sacrosanti e legittimi interessi” conculcati da altri Stati. A tal fine si finanziarono sia prendendo a prestito sia facendo stampare carta moneta dalle banche centrali (proprio in questo periodo il sistema creditizio in vari paesi viene riorganizzato, unificato e sottoposto alla regolamentazione e alla vigilanza di una banca centrale).

La seconda Guerra Mondiale iniziò nel settembre 1939 e “risolse” rapidamente la crisi economica. L’apparato produttivo riprese finalmente a funzionare a pieno ritmo per la guerra, milioni di uomini validi furono arruolati per i vari fronti, gran parte dell’Europa e dell’Asia furono sconvolte e distrutte dalla guerra che durò in forma generale fino al 1945. Le profonde distruzioni e gli sconvolgimenti politici e sociali conseguenti aprirono nuovo spazio di azione al capitale. La guerra determinò una certa redistribuzione della ricchezza e del denaro tra persone e paesi, distrusse industrie, fattorie, vie di comunicazione, interruppe circuiti commerciali, cancellò interessi costituiti, liquidò prontamente una massa di crediti e debiti e mandò in fumo una massa di titoli finanziari con il sangue e l’inflazione, ruppe in mille punti quella rete di rapporti di produzione, commerciali e finanziari e il connesso assetto proprietario che non era più suscettibile di ulteriore sviluppo, gettò milioni di uomini fuori dalle loro abitudini, dal loro ambiente, dalle norme morali, religiose e culturali in cui avevano fino allora vissuto, li costrinse ad approfittare di ogni occasione e ad usare ogni mezzo per sopravvivere. Borsanera, baratti, piccole e grandi iniziative produttive, piccoli e grandi traffici di ogni genere, un capitalismo elementare che si giovava del patrimonio culturale e tecnico ereditato, piccole e grandi fortune ebbero in Europa e in Asia lo spazio per formarsi e svilupparsi; migliaia e milioni di individui si misero a costruire daccapo le loro fortune economiche: rubando, speculando, barattando, vendendo, sfruttando. I capitalisti USA che non avevano spazio di espansione direttamente prodotto dalla ricostruzione interna, trovarono questo spazio nella penetrazione all’estero, di cui l’esito della guerra aveva aperto possibilità illimitate. Questo, assieme alle richieste di merci e di finanziamenti provenienti dai paesi socialisti, indusse un movimento di sviluppo, sia pure a ritmo più basso, all’intera economia USA e di riflesso a tutto il mondo capitalista.

Rotta in mille punti la struttura del capitale finanziario e del monopolio e le connesse sovrastrutture politiche e culturali, sconvolte le vecchie forme di dominazione coloniale e rotto il monopolio delle potenze europee,  emerse, per cosi dire, il capitalismo vecchio e primitivo che si rimise all’opera. Ebbe cosi inizio un nuovo periodo di sviluppo economico nell’ambito del capitalismo, un periodo che cambiò il volto di mezzo mondo, che introdusse una nuova netta trasformazione e un ampliamento delle condizioni materiali dell’esistenza umana e delle condizioni spirituali che delle prime si alimentano e sulle prime poggiano. Per quasi trent’anni nei paesi imperialisti a molti parve che questo periodo non avrebbe più avuto fine.

Ancora oggi i manuali borghesi di storia dicono che le politiche economiche keynesiane e in particolare, negli USA, le politiche del New Deal hanno posto fine alla “grande depressione” degli anni ‘30. Se fosse vero che queste politiche vi hanno posto fine, ovviamente sarebbe provato che i governi possono, con politiche economiche adeguate, porre fine e quindi anche prevenire e impedire le crisi e quindi in generale dirigere il movimento economico delle società borghesi. I quasi trent’anni di sviluppo economico successivi alla seconda Guerra Mondiale (1945-1975) sembravano confermarlo.

In realtà gli USA, l’Europa e tutto il mondo capitalista uscirono definitivamente dalla depressione degli anni ‘30 solo in seguito allo scatenarsi della seconda Guerra Mondiale (v. tabella 1). Certo se si “cancella” la seconda Guerra Mondiale, se la si considera una pausa, una parentesi di follia scatenata dal demonio, senza premesse negli avvenimenti degli anni precedenti e senza conseguenze negli anni successivi, acquista verosimiglianza la tesi che le politiche economiche degli Stati, illuminati dalle dottrine di Keynes e seguaci, dirigevano felicemente il processo economico: ma ognuno può vedere quanto sia “scientifico” un tale bilancio dell’esperienza. Se si cancellano tutti i fatti in contrasto, ogni tesi può essere “dimostrata”, anche che gli accademici sono tutti venduti!

 

Tabella 1 - Indici delle attività economiche negli USA (miliardi di dollari a prezzi correnti - fonte: U.S. Statistical Abstracts 1982, p. 418 e 423)

 

Anno

1929

1930

1933

1935

1940

1945

Redditi da lavoro dipendente

51.1

46.8

29.5

37.3

52.1

123.1

Redditi da lavoro autonomo

15.0

11.9

5.9

10.7

13.0

31.8

Rendita

4.9

4.4

2.2

1.8

2.7

4.6

Profitti delle società

9.0

5.8

-1.7

2.5

8.6

19.0

Interessi netti

4.7

4.9

4.1

4.1

3.3

2.2

Totale reddito nazionale

84.8

73.8

39.9

56.4

79.7

180.7

 

 

 

 

 

 

 

Spese per consumi privati

77.3

69.9

45.8

 

71.1

119.5

Investimenti lordi privati

16.2

10.2

1.4

 

13.1

10.6

Esportazione netta di beni e servizi

1.1

1.0

0.4

 

1.8

-0.5

Acquisti governativi di beni e servizi

8.8

9.5

8.2

 

14.2

82.8

Prodotto nazionale lordo

103.4

90.7

55.8

 

100.0

212.4

 

Fermo restando il valore approssimativo e in larga misura convenzionale di queste come di tutte le grandezze della contabilità nazionale, nel loro complesso esse danno una risposta inequivocabile circa i tempi in cui la grande depressione ebbe termine.

 

Dopo la seconda Guerra Mondiale, negli anni ‘50 e ‘60, quando, superata la paura di una ripresa della crisi alla fine della guerra, il meccanismo economico capitalista funzionava in espansione (pur attraverso continue oscillazioni), economisti e politici borghesi giurarono che il modo di produzione capitalista aveva superato la piaga delle crisi periodiche grazie all’intervento dello Stato nella direzione dell’economia. Dalle più rinomate università USA, l’esimio professore d’economia Samuelson, dall’autorità incontestata, proclamava “ormai il ciclo economico è completamente sotto controllo, anzi è praticamente sparito”. Di questa bella dimostrazione di incapacità di comprendere il movimento dell’economia capitalista sembrano essersi oggi dimenticati, oltre che  gli ammiratori e credenti seguaci dei professori d’economia, anche molti economisti borghesi e anziché cambiare mestiere continuano imperturbabili ad emettere oracoli sull’andamento economico, a tanto a parola. Gli operaisti degli anni ‘60 fecero propria la tesi che lo Stato dirigeva l’economia, con il lodevole proposito di usarla contro i capitalisti, addebitando alla loro malvagia volontà le sofferenze delle masse. Ma le buone intenzioni non trasformano in buona la moneta falsa.

Con i guai che dai primi anni ‘70 sono iniziati in tutti i maggiori paesi capitalisti, in campo borghese la tesi che i governi dirigono il movimento economico con le loro politiche economiche è silenziosamente caduta in discredito: ovviamente a nessuno preme assumere la paternità dell’attuale situazione. Con singolare rapidità da una sponda all’altra dell’Atlantico la pubblicistica e la cultura borghesi hanno “scoperto” che anzi l’intervento dello Stato è un ostacolo allo sviluppo economico, che ogni approccio normativo ai fenomeni economici del sistema capitalista è inutile se non addirittura dannoso, che lo sviluppo economico è il risultato della libera iniziativa privata. Alcuni compagni, meno pronti alle mode, persistono invece ad attribuire ai governi e alle associazioni di capitalisti poteri che essi non hanno mai né esercitato né avuto. Alcuni (sempre meno) attribuiscono la crisi economica mondiale ad una cospirazione o manovra della borghesia. Altri, e abbondano ancora, interpretano le iniziative economiche e politiche dei governi in questi anni come attuazione di un “piano per uscire dalla crisi” (sia pure a spese dei proletari) e propongono un “contropiano”.

In questo modo, al di la delle intenzioni, si producono tre effetti nefasti.

Anzitutto si confondono le idee su quali sono i reali poteri e le reali attività di quei signori (cioè, riassumendo, che tutti gli Stati borghesi sono essenzialmente violenza organizzata contro il proletariato) sostituendo fantasie su trame misteriose a fatti palesi e definiti.

In secondo luogo si convalida e diffonde una concezione idealista del mondo (il mondo esisterebbe prima nel pensiero e poi nella realtà).

In terzo luogo si limita l’attività politica del proletariato e delle masse popolari alla lotta pro o contro una data politica economica del governo, cioè al sostegno a un gruppo o partito della borghesia contro un altro (che è l’ambito entro il quale anche il PCI e in genere i “riformisti senza riforme” confinano l’attività politica delle masse popolari) evitando di porre il problema del potere politico e dei rapporti di produzione. Prima di assumersi questa responsabilità è il caso di analizzare quali sono le possibilità dei governi e delle associazioni di capitalisti di indirizzare secondo un piano e verso obiettivi prestabiliti l’andamento economico delle società borghesi.

 

Gli operaisti degli anni ’60 fecero propria la tesi che lo Stato dirigeva l’economia, con il lodevole proposito di usarla contro i capitalisti, addebitando alla loro malvagia volontà le sofferenze delle masse. Ma le buone intenzioni non trasformano in buona la moneta falsa.

Con i guai che dai primi anni ’70 sono iniziati in tutti i maggiori paesi capitalisti, in campo borghese la tesi che i governi dirigono il movimento economico con le loro politiche economiche è silenziosamente caduta in discredito: ovviamente a nessuno preme assumere la paternità dell’attuale situazione”.

 

2. Le forme antitetiche dell’unità sociale

 

Marx nella sua analisi aveva mostrato l’anarchia propria del modo di produzione capitalista.

 Esso comporta una produzione che può avvenire solo tramite la combinazione, secondo un ordine e delle quantità definiti, dei contributi parziali di milioni di individui e di aziende sparsi in tutto mondo. La società borghese ha enormemente aumentato e diversificato le condizioni materiali di cui si alimenta la vita degli uomini e questa nuova moltitudine di condizioni materiali è la base necessaria e irrinunciabile della sopravvivenza e di ogni cultura e civiltà. Per la produzione e riproduzione di queste condizioni materiali dell’esistenza gli uomini di vari paesi e zone dipendono l’uno dall’altro e i vari individui possono svolgere loro contributo parziale solo se sono riunite condizioni che non dipendono da nessun singolo individuo (in questo consiste il carattere sociale della produzione e delle forze produttive della società attuale).

D’altra parte il modo di produzione capitalista comporta che la necessaria cooperazione tra individui e unità produttive non si attui in base ad un accordo preliminare in cui a ognuno vengono assegnati compiti definiti e vengono attribuiti i mezzi necessari per assolverli (cosa che nell’ambito del modo di produzione capitalista avviene solo tra le unità di uno stesso complesso produttivo), ma si attui come subordinazione di ogni singolo individuo e unità produttiva al denaro, al mercato, al profitto (1) e come risultante dell’antagonismo degli interessi (2); esso comporta che ogni individuo decida e regoli la sua iniziativa ed attività economiche come se quella connessione e necessaria combinazione non esistessero (iniziativa economica privata e proprietà privata delle forze produttive). Per ogni individuo e gruppo l’attività economica di altri esiste solo come previsione e probabilità su cui speculare (e su questo di fatto trovano il loro fondamento le attività speculative). È caratteristico del modo di produzione capitalista che l’attività economica di singoli e gruppi non è frutto di un accordo preventivo tra i protagonisti, accordo che potrebbe (salvo errori e accidenti) garantire la necessaria combinazione e la connessione tra le singole attività.

 

(1) Senza danaro non si può mettere in moto la produzione di alcunché; se un prodotto non viene venduto con profitto non si può tornare a produrlo (riprodurlo); ecc.

 

(2) Del venditore e del compratore, del produttore e del consumatore, dei produttori tra di loro, del borghese e del proletario, ecc.

 

Non solo, ma nel modo di produzione capitalista gli unici che possono dare inizio alla produzione di beni e servizi riunendo nella necessaria combinazione gli ingredienti necessari, i capitalisti, non vi danno inizio mossi dall’utilità del bene o servizio prodotto, ma solo come mezzo per produrre profitto (come nella religione cristiana i credenti compiono opere pie non per passione di esse, ma unicamente come mezzo necessario per conquistare un posto in paradiso per la propria anima). Produzione di beni e servizi (cioè delle condizioni materiali dell’esistenza umana) e valorizzazione del capitale sono due processi condannati, nel modo di produzione capitalista, a svolgersi contemporaneamente, nello stesso atto: il prodursi dell’uno è condizione necessaria perché si produca l’altro. In particolare non si ha produzione di beni e servizi, quindi dei mezzi per la conservazione e riproduzione della vita umana, se essa non è anche fonte di profitto per il capitalista. La sete di profitto è stata il movente che ha fatto moltiplicare e ampliare la quantità e il tipo di beni e servizi di cui si alimentano le espressioni materiali e spirituali della vita umana, ha sprigionato meraviglie di energia e di ingegno. Quindi non c’è, viceversa, niente di misterioso nel fatto che ogni bene sia negato (nell’ambito del modo di produzione capitalista) dove e ogni qualvolta non può essere veicolo di produzione di profitti (per cui l’epoca del massimo sviluppo della produttività del lavoro umano e della ricchezza materiale e spirituale è anche l’epoca delle più grandi carestie e della maggiore miseria materiale e spirituale).

 Proprio da queste contraddizioni viene l’impossibilità che la necessaria collaborazione dei molti individui, su cui si basa la civiltà e la sopravvivenza, possa svolgersi regolarmente e ordinatamente. Nessuno Stato, nessuna associazione, nessun genio e nessun santo (quale che sia la sua intelligenza e la sua inventiva) può far coesistere permanentemente e regolarmente processo produttivo e valorizzazione del capitale, impedire che le due cose condannate a camminare assieme, ognuna delle quali però ha sue proprie e distinte leggi di movimento e incidenti di percorso, divergano di tanto in tanto rompendo la fruttuosa collaborazione.

Da ciò risulta quindi che l’iniziativa economica privata e la proprietà privata delle forze produttive sono in contraddizione continua con la connessione e la dipendenza universali e che questa contraddizione sconvolge periodicamente e in mille modi lo svolgersi regolare della produzione, distribuzione, circolazione e consumo dei beni e servizi. Parimenti, la produzione di beni e servizi è potenzialmente indipendente ed è contraddittoria con la produzione di profitto: nonostante quanto affermano con compunzione i borghesi, la ricerca di profitto non è indispensabile per far crescere i “cavoli”. Gli uomini hanno prodotto “cavoli” molto prima di incominciare a produrre profitto. Come non si può ignorare lo slancio che la produzione di profitti ha impresso alla produzione di “cavoli”, a maggior ragione nella nostra epoca è importante capire che spesso e volentieri la ricerca del profitto impedisce la produzione e l’uso dei “cavoli”.

Per far fronte a queste contraddizioni, la cui azione incontrastata avrebbe minato rapidamente ogni società e quindi avrebbe impedito l’affermarsi del modo di produzione capitalista, nella società borghese si sviluppano fin dall’inizio iniziative, istituzioni e pratiche (procedimenti e comportamenti) che cercano di porre rimedio alle conseguenze più catastrofiche di quelle contraddizioni, sulla base della stessa iniziativa e proprietà privata. Riconoscendo le manchevolezze di quella “mano della divina provvidenza” (il dio di Abramo passato al capitalismo nelle pagine di Adam Smith) che farebbe coincidere ricerca universale del proprio personale interesse da parte di ogni individuo e benessere generale, quelle iniziative, istituzioni e pratiche cercano di incanalare in senso costruttivo o di limitare l’iniziativa e la proprietà private sulla base e usando le loro stesse leggi di movimento, come nell’idraulica si sfrutta la forza di gravità dell’acqua per condurla a irrigare terre che di per sé non irrigherebbe.

Marx spiegò l’origine, la ragione d’essere e i limiti di efficacia di queste iniziative, istituzioni e pratiche e le chiamò “forme antitetiche dell’unità sociale” (Lineamenti per la critica dell’economia politica, Ed. Einaudi, p. 90-93).

Tali sono le borse merci e valute, i sistemi informativi di supporto ai mercati e alla produzione, i sistemi bancari e creditizi, le associazioni di categoria, i cartelli, le banche centrali, la legislazione sociale, le politiche economiche degli Stati, ecc. Tutte pratiche, istituzioni ed iniziative che tendono a dare maggiori fondamenti alle previsioni di ogni individuo e gruppo circa le azioni economiche degli altri e i loro effetti; a permettere di superare le sfasature tra produzioni e vendita e tra iniziativa economica e disponibilità di mezzi di pagamento; a consentire o garantire lo svolgimento di alcune attività senza farle dipendere dal loro essere veicolo di produzione di profitto; a regolare la produzione e le condizioni di vendita connettendole.

Anni dopo, quando la grande industria era già diventata la struttura produttiva dominante e monopoli e capitali finanziari iniziavano a prendere il sopravvento, Engels mise in luce che grande industria, monopoli e capitale finanziario comportavano disciplina, calcolo economico e subordinazione gerarchica al massimo grado all’interno dei singoli ambiti produttivi, e contemporaneamente la più selvaggia concorrenza, senza esclusione di colpi, su scala mondiale tra grandi industrie, monopoli, banche e istituzioni finanziarie: quindi l’anarchia tanto era esclusa all’interno delle aziende, quanto era generale e imperversava all’esterno. Parimenti, il dispiegarsi delle potenzialità del modo di produzione capitalista separava l’amministrazione delle singole frazioni di capitali  (costituite in persone giuridiche: società per azioni, ecc.) dalle vicissitudini più immediate della vita dei singoli capitalisti, separava il reddito e il patrimonio di esse dal reddito e patrimonio personale del capitalista. Ma questa separazione come veniva continuamente creata, altrettanto continuamente veniva distrutta, proprio perché la proprietà e il profitto individuali restavano il motore ultimo universale dell’attività economica. La costituzione delle persone giuridiche si limitava quindi a trasporre a livello più alto, tra società e gruppi, i rapporti già sviluppati tra individui.

 

Nessuno Stato, nessuna associazione, nessun genio, nessun santo (quale che sia la sua intelligenza e la sua inventiva) può far coesistere permanentemente e regolarmente processo produttivo e valorizzazione del capitale, impedire che le due cose condannate a camminare assieme, ognuna delle quali ha però sue proprie e distinte leggi di movimento e incidenti di percorso, divergano di tanto in tanto rompendo la fruttuosa collaborazione”.

 

Nel nostro secolo il rafforzarsi del carattere sociale delle forze produttive, l’internazionalizzazione delle tecnologie produttive e dei mercati dei beni, le due guerre mondiali e le convulsioni economiche e politiche del periodo tra l’una e l’altra (1915-1945), l’avanzata della rivoluzione proletaria e le lotte del proletariato hanno portato alla creazione e al rafforzamento di svariate “forme antitetiche dell’unità sociale” con l’obiettivo continuamente perseguito e mai raggiunto di realizzare una regolare crescita economica e un ordinato svolgersi dei cicli di produzione, distribuzione, circolazione e consumo. In tutti i maggiori paesi borghesi lo Stato, le altre autorità pubbliche e le associazioni private hanno creato una massa imponente di ingegnosi e complessi meccanismi di questo genere (da cui quelli che si fermano alla superficie delle cose prendono spunto per gridare ogni qualche anno che tutto è cambiato, che siamo nel post-, ecc.).

 

(3) Nei maggiori paesi capitalisti dal 10 al 20% della popolazione attiva è occupata direttamente nella pubblica amministrazione.

 

(4) In Italia la spesa statale è di circa 300.000 miliardi di lire all’anno di fronte a un reddito interno lordo annuo di circa 600.000 miliardi. Nei maggiori paesi capitalisti la spesa pubblica va dal 35 al 50% del reddito interno lordo (v. tabella 2).

 

(5) In Italia il disavanzo annuale dello Stato finanziato con ricorso a prestiti ammonta a una cifra pari al 15% circa del reddito interno lordo e assorbe il 70% circa di tutto il credito interno. Inoltre ogni anno viene a scadenza e viene quindi rinegoziato una buona parte del debito pubblico accumulato. Nei maggiori paesi capitalisti i rispettivi valori sono mediamente inferiori (5%, 45%, 50%), ma comunque rilevanti e decisivi.

 

Insomma una massa di strumenti attivati a discrezione di autorità pubbliche e di associazioni che incidono sull’attività economica; strumenti le cui dimensioni e la cui raffinatezza sembrano a prima vista avvalorare la tesi che la politica governa l’economia, che i governi sono in grado di dirigere l’andamento economico: la tesi dell’autonomia della politica dall’economia. È proprio l’enorme sviluppo assunto dalle forme antitetiche dell’unità sociale nella fase imperialista del capitalismo che fa sì che essa sia la fase suprema del capitalismo e la vigilia (l’anticamera) del socialismo. In questa massa di forme antitetiche dell’unità sociale si compie infatti il massimo (di condizionamento, imbrigliamento e superamento della proprietà e iniziativa private) possibile nell’ambito del predominio della proprietà e iniziativa private (quindi anche ovviamente nella forma di subordinazione della proprietà e iniziativa di alcuni alla proprietà e iniziativa di altri e di uso privato degli strumenti pubblici di regolazione: qui sta la fonte ineliminabile della corruzione e della criminalità economica crescenti in ogni paese imperialista). Una grande quantità di forze produttive è sottratta ad ogni relazione diretta con singoli individui e nessun individuo ne può disporre a suo arbitrio. Alcune proprietà e iniziative vengono sacrificate per permettere lo sviluppo di altre (al modo in cui nelle coltivazioni si eliminano alcuni germogli per permettere che altri crescano). Per conservare la proprietà e l’iniziativa private nel ruolo di cardine dell’ordinamento sociale e di motore della vita economica dell’intera società, alcune proprietà vengono distrutte e alcune iniziative soffocate e regolate in alcuni punti della società e risorgono in altri; processi di regolazione e concentrazione a livello mondiale si compiono mentre contemporaneamente sorgono in continuazione forme di capitalismo elementare, primitivo; falliscono alcune società e altre ne sorgono; viene regolamentata un’attività e ne spunta un’altra del tutto “selvaggia”. I revisionisti di casa nostra da tempo si affannano a contrabbandare le  forme antitetiche dell’unità sociale come “elementi di socialismo” già presenti nella società capitalista, come elementi che crescendo e moltiplicandosi avrebbero lentamente, gradualmente, pacificamente trasformato il capitalismo in socialismo (proprio il compianto Enrico Berlinguer era specializzato in contrabbando di elementi di socialismo).

Esse né sono elementi di socialismo né sono suscettibili di alcuno sviluppo in tale senso. Sono solo l’indice di quanto sia diventata difficile la sopravvivenza del capitalismo, di quanto esso si sia trasformato da contesto più favorevole allo sviluppo delle condizioni materiali dell’esistenza umana e quindi in generale allo sviluppo dell’uomo (cosa che ha deciso del suo trionfo e della sua affermazione universale), in impedimento di tale sviluppo (cosa che ha decretato la sua fine). Esse contengono, questo sì, molto materiale grezzo, molti strumenti che verranno usati nel socialismo per distribuire e coordinare in un piano preventivo l’attività economica di milioni di individui e unità produttive. Molte delle tecniche e degli strumenti materiali inventati nell’ambito della messa in opera di esse, diventeranno infatti materiale per la costruzione del socialismo.

 

3. Forza e limiti dell’attività economica dello Stato

 

Tutto questo imponente sistema di strumenti d’intervento opera oggi in società in cui una quota decisiva delle forze produttive è proprietà privata e l’iniziativa economica privata è il fattore decisivo e dirigente. Quindi agisce come supporto, controllo, incentivazione, orientamento dell’iniziativa economica privata. Come conseguenza inevitabile di questo ruolo, esso viene tirato da ognuno con ogni mezzo dalla sua parte, a supporto della propria iniziativa, come mezzo per incrementare il proprio profitto.

Quando lo Stato interviene in campo economico, lo deve fare sfruttando e adeguandosi alle leggi proprie del modo di produzione capitalista. Se vuole sviluppare un settore o una zona, deve attirarvi investimenti. A tal fine deve far sì che i profitti siano più alti o almeno eguali a quelli di altri settori o zone (tramite contributi a fondo perso, incentivi fiscali e creditizi, ecc.). Se tramite la spesa pubblica incrementa la domanda complessiva, non può sottrarsi all’aumento dei prezzi che ne consegue né può evitare che ne conseguano aumenti di prezzi in tutto il sistema.

In regime capitalista è, ad esempio, normale (inevitabile, inerente alla natura del sistema di relazioni sociali) che l’intervento dello Stato per la ricostruzione dopo un terremoto faccia aumentare i prezzi dei materiali edilizi, delle costruzioni e, come effetto derivato, di tutto: attribuirlo alla criminalità o a un oscuro male nazionale è tener nascosto un aspetto “sgradevole” del civile capitalismo. Parimenti è normale che lo Stato di un paese capitalista non possa distribuire gratuitamente né impiegare esso stesso (ma debba conservare a scorta o distruggere) la produzione alimentare che ha acquistato allo scopo di ridurre l’offerta ed evitare cosi il crollo dei prezzi. Se si comportasse altrimenti, darebbe sì sollievo momentaneamente a coloro che non mangiano abbastanza, ma rovinerebbe i “produttori”, perché riducendo la domanda i prezzi crollerebbero egualmente con essa. Il celebre invito attribuito a Pertini “svuotate gli arsenali, riempite i granai” rivolto ai governi capitalisti sarebbe umoristico se non fosse macabro: i granai sono già strapieni in Europa e negli USA e la CEE e il governo USA non sanno come svuotarli (donde le liti sulla politica agricola comunitaria), se le industrie militari chiudono i battenti i granai si riempiranno ancora di più perché meno lavoratori potranno comperare pane (a meno che l’invito a svuotare gli arsenali sia un invito ad usare le armi). Analogamente nessun governo di un paese dove predomina il modo di produzione capitalista può evitare la riduzione duratura della produzione interna di un articolo quando, prendendo a pretesto intenti umanitari e filantropici, qualche governo estero riversa nel paese, sotto forma di aiuti, masse di quell’articolo che non può collocare altrimenti. Ogni  regolamentazione introdotta, se limita i profitti in un settore (ad esempio nell’affitto delle abitazioni) non può evitare la riduzione dell’offerta e il rarefarsi degli investimenti in quel settore. Se lo Stato assume del personale, deve ovviamente offrire condizioni concorrenziali con quelle offerte da altri. Se contrae prestiti, deve offrire un interesse tale che la sottoscrizione del prestito sia preferibile tutto sommato alle altre destinazioni possibili del risparmio e del capitale liquido disponibili. La politica fiscale deve essere per forza tale da consentire elevati margini di profitto, pena in caso contrario la contrazione degli investimenti e il dirottamento verso altri campi (economia sommersa, investimenti esteri, tesaurizzazione, ecc.).

La discrezionalità e la libertà con cui un governo può intervenire in campo economico incomincia cosi a mostrare i suoi limiti e la sua consistenza concreti. A meno che a sua volta lo Stato limiti o sopprima la libertà dell’iniziativa economica privata (ovviamente sostituendone l’opera con l’iniziativa pubblica) e violi la sacralità della proprietà privata delle forze produttive (ma per fare ciò uno Stato deve fondarsi, e saldamente, su una classe ostile alla borghesia, decisa a reprimerne la furibonda resistenza e capace di organizzare collettivamente il ciclo di produzione, distribuzione, circolazione e consumo dell’intera società), ogni Stato deve fare i conti, nella sua azione economica, con leggi e meccanismi numerosi quanto autonomi, con situazioni di fatto ed eredità storiche. Consideriamone alcune più in dettaglio.

 

1. Il deficit della spesa pubblica e il debito pubblico. Ogni Stato borghese moderno spende più di quanto incassa con le imposte e le tasse. E in periodi di crisi economica la differenza aumenta sia per la riduzione dei redditi imponibili sia per l’aumento delle spese pubbliche. Questo deficit viene coperto con il ricorso a prestiti all’interno e all’estero. Quindi un governo deve godere della fiducia dei circoli finanziari nazionali e stranieri, per la sua politica economica e i suoi risultati e soprattutto per la sua politica generale. I circoli finanziari infatti si coprono a vicenda ed è piuttosto difficile che uno di essi si esponga sostenendo finanziariamente un governo che è generalmente e fermamente osteggiato dagli altri. Le cronache di questi anni sono piene di casi di governi che ottengono (e sperperano) credito internazionale perché servili verso il governo USA e il mondo internazionale degli affari (quando poi il debito raggiunge limiti intollerabili, subentrano dall’oggi al domani governi “democratici” che proprio in nome della democrazia spremono le masse per poterlo pagare - vedasi Argentina, Brasile, ecc.) e di governi che vengono boicottati perché poco servili e velleitari. Non solo, ma per ottenere una massa di prestiti adeguata a far fronte al proprio deficit, un governo deve concedere un tasso di interesse e condizioni che rendono l’investimento allettante e ovviamente maggiori sono le difficoltà economiche di un paese e di uno Stato, più caro gli costa ottenere prestiti. Le condizioni del prestito non riguardano in generale solo il deficit dell’anno corrente. Gli Stati dei grandi paesi borghesi hanno accumulato grossi debiti pubblici, la maggior parte dei quali è a breve scadenza e quindi deve essere periodicamente ricollocata alle nuove condizioni. In Italia il debito pubblico (dello Stato) a fine ’84 superava i 400.000 miliardi di lire. Negli USA il solo debito dello Stato federale alla stessa data era circa 1.600 miliardi di dollari. Sono masse enormi di debiti che vengono a scadenza e che se non venissero rinnovate comporterebbero l’insolvenza (default) dello Stato. Questo mette lo Stato rispettoso della proprietà privata completamente alla mercé dei circoli finanziari. A fronte di questi debiti lo Stato deve pagare ogni anno interessi che costituiscono una quota importante delle sue spese: nel 1984 lo Stato italiano ha pagato 60.000 miliardi di lire, lo Stato federale USA 111 miliardi di dollari. Alcuni Stati sono al punto che il servizio del vecchio debito pubblico (interessi, rate di restituzioni, commissioni per rinnovi) è uguale o superiore al deficit annuale; in alcuni casi lo Stato contrae nuovi debiti per pagare gli interessi e le commissioni di rinnovo dei vecchi debiti. Può uno Stato borghese scrollarsi di dosso questo peso ereditato dalla storia che ne inciampa e limita l’azione di oggi? L’indebitamento  dello Stato (in Italia attualmente lo Stato assorbe circa il 70% di tutto il credito interno, la stessa cosa avviene nei maggiori paesi capitalisti: la media è il 45% di tutto il credito interno) influisce in maniera determinante sulla formazione del tasso di interesse che viene a gravare su tutti i crediti nuovi e in vigore e quindi sugli investimenti produttivi e su tutta l’attività economica.

 

Tabella 2 - La spesa pubblica (Stato, enti locali, sicurezza sociale) come percentuale del prodotto interno lordo (fonte: OCDE)

 

 

1970

1975

1980

1981

1982

1983

Stati Uniti

31,6

34,4

33

33,3

35,4

35,4

Francia

34,7

39.2

43,2

46,1

47,7

48,6

Rep. Fed. Tedesca

32,6

43,3

42,8

44,3

44,9

44.3

Regno Unito Gran Bretagna

32,1

39,6

41,3

42.6

43,1

43,2

Italia

31,7

38,3

41.8

46.4

49,4

51,4

I 5 + Canada e Giappone

29,1

34.2

34,9

36.1

37.8

38,1

 

2. Lo Stato controlla le istituzioni di credito e stabilisce regole per il suo esercizio, ma non può fare nulla per eliminare la massa enorme di indebitamenti che soffoca il presente come una ragnatela del passato e determina in modo obbligato l’impiego delle risorse attuali. Negli USA a fine ’84 i debiti statali, delle famiglie e delle imprese raggiungevano complessivamente 6.000 miliardi di dollari e quindi solo per interessi (senza tener conto delle rate di restituzione) determinavano la destinazione obbligata di 700 miliardi di dollari su un Prodotto Interno Lordo (PIL) di circa 3.600 miliardi. In Italia a fine ’84 è stato valutato che il patrimonio (edifici, azioni, terreni, obbligazioni, titoli di Stato, depositi bancari, altri titoli finanziari) ammonta a circa 3 milioni di miliardi di lire, e questo, pur tenendo conto della parte di proprietà non capitalista (in particolare case e terreni usati direttamente dai proprietari) comporta la destinazione obbligata di 250/300.000 miliardi di lire all’anno. Il rispetto degli obblighi derivanti da questa massa di debiti è condizione necessaria perché possa svolgersi la produzione di quanto è necessario oggi. Se i pagamenti derivanti dall’esistenza di questa massa di debiti non fluiscono regolarmente, tutto il meccanismo economico borghese ne viene sconvolto. Il bisogno di rispettare tutti questi obblighi tuttavia limita la stessa iniziativa privata. Lo Stato borghese non solo non può fare nulla per eliminare questo gravame (salvo in parte eroderlo favorendo l’inflazione ma con effetti nefasti d’altro genere), ma deve anzi imporne il rispetto con la forza di cui ha il monopolio.

 

3. La maggior parte degli Stati deve far fronte a un debito estero in parte proprio e in parte delle imprese. Anche per i debiti delle imprese con l’estero lo Stato deve assicurare, attraverso le autorità monetarie centrali, la disponibilità di mezzi di pagamento internazionale sufficienti. Questo debito estero ad esempio era per l’Italia di circa 51 miliardi di dollari a fine ’82, a fronte dei quali vi erano circa 30 miliardi di dollari di crediti italiani presso debitori esteri. Il regolare versamento di interessi e rate è la condizione perché lo Stato e le imprese di un paese possano svolgere normalmente operazioni finanziarie e commerciali internazionali (importazioni, esportazioni, relativi pagamenti, gli inevitabili crediti a compenso delle sfasature di tempo, ecc.). Questo vincola la politica economica interna dello Stato in ogni paese (salvo che, entro certi limiti, per lo Stato USA). Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, autorevoli economisti borghesi valutano che un aumento annuo del prodotto interno lordo maggiore del 2% determina, stante l’attuale struttura e gli attuali rapporti, un aumento dell’indebitamento estero che non può ovviamente protrarsi oltre certi limiti (per il crescere della onerosità dei nuovi crediti e il venir meno dei creditori). È il problema che hanno di fronte anche moltissimi paesi del Terzo  Mondo. Anche la maggior parte dei grandi paesi capitalisti sono vincolati dal debito estero sia perché periodicamente prenditori netti di prestiti; sia perché, anche nei periodi in cui sono datori netti di prestiti, il bilancio attivo deriva dalla differenza tra grandi masse di prestiti in un senso e nell’altro, ognuno dei quali è concesso solo se il paese gode di buon credito; sia perché masse enormi di capitali liquidi, disponibili per il prestito, sono stati costituiti come capitali senza nazionalità, apolidi (nei “paradisi fiscali” e in altri paesi dove è stato consentito ai sistema finanziario di accogliere e remunerare depositi in valuta estera) i cui titolari sono stranieri ad ogni paese. (6)

 

(6) A fine 1984 gli uffici del Fondo Monetario Internazionale registrano ufficialmente depositi per 640 miliardi di dollari USA (la parte più cospicua della liquidità internazionale) in banche situate in paesi diversi da quelli di residenza dei titolari. I titolari non-residenti di questi depositi (persone fisiche e società non bancarie) risultano risiedere in vari paesi:

 

negli USA

i titolari di depositi per

163.0

miliardi $

a Hong Kong

"

15.7

"

in Arabia Saudita

"

14.7

"

in Messico

"

15.1

"

a Panama

"

14.0

"

in Venezuela

"

12.2

"

in Italia

"

10.0

"

nella Rep.Fed.Tedesca

"

10.0

"

in Francia

"

10.0

"

in Olanda

"

10.0

"

in Belgio

"

10.0

"

(fonte: Rilevazione Periodica del FMI - fine 1984)

 

4. Le vicissitudini dei rapporti monetari internazionali dopo la seconda Guerra Mondiale sono una “dimostrazione da manuale” che i governi non possono controllare e dirigere l’economia capitalista, neanche quando si coalizzano a livello internazionale. Nonostante la collaborazione organizzata tra le banche centrali dei maggiori paesi capitalisti, nonostante l’asservimento di quasi tutti i loro governi al governo USA, il sistema di regolazione dei pagamenti internazionali messo a punto a Bretton Woods nel 1944 e a cui volenti o nolenti avevano aderito praticamente tutti i governi dei paesi non socialisti, è saltato nel 1973 e i rapporti monetari e finanziari internazionali sono tornati ad assumere anche gli aspetti esteriori della ingovernabilità. Gli Stati borghesi non possono unirsi per eliminare la libertà d’azione e gli interessi costituiti della “finanza internazionale” (i cui esponenti sono spesso membri o autorevoli consiglieri degli stessi governi).

 

5. I tentativi fatti dal 1947 nell’ambito dell’Accordo Generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT) per governare i rapporti commerciali internazionali hanno messo in luce i limiti di questi tentativi in periodi di sviluppo e il loro fallimento in periodi di crisi, quando le misure protezionistiche si diffondono. Quanto alle oscillazioni dei prezzi, per valutare la portata dei tentativi di stabilizzazione compiuti, basta considerare alcuni prodotti per la gestione del cui mercato le autorità dei paesi esportatori e importatori avevano formato organismi incaricati di fissare prezzi di riferimento e di intervenire sul mercato con acquisti e vendite. Tra il 1974 e il 1984 i livelli massimi e minimi dei prezzi internazionali sono stati rispettivamente 9.900 e 3.000 sterline/ton per lo stagno, 4.100 e 250 sterline/ton per il caffè, 3.427 e 500 sterline/ton per il cacao, 44 e 3,8 centesimi di dollari USA/libra per lo zucchero, 421 e 190 centesimi malesi/kg per il caucciù: come stabilizzazione dei prezzi non c’è male davvero! Cosa possono fare contro questo degli Stati basati sul rispetto della proprietà capitalista e dell’iniziativa economica privata oltre a cercare di correggerne i risultati usando fondi pubblici per aumentare la  domanda quando è scarsa (accumulando scorte che oramai per alcune derrate agricole superano la produzione annuale) in attesa di vendere quando la situazione si invertirà (ma la crisi economica fa sì che in generale l’offerta superi la domanda)? E i risultati si vedono.

 

6. Ogni singolo capitalista e ogni impresa capitalista che produce qualcosa, lo produce per ricavarne un profitto: se non vi è questa prospettiva, nessun capitalista produrrà niente. Se questa prospettiva non si realizza, la riproduzione è impossibile: perché le condizioni per ripetere la produzione (materie prime, forza lavoro, ecc.) devono essere comperate. Cosa può uno Stato borghese di fronte a questo bilancio che viene fatto quotidianamente da centinaia di migliaia di capitalisti grandi e piccoli in ogni paese? “Giustamente” i capitalisti dicono che se un’impresa non rende bisogna chiuderla, le autorità dello Stato li sostengono e PCI e Sindacati acconsentono: al massimo cercano di tirare per le lunghe e di addolcire la pillola. Il rispetto dell’iniziativa privata capitalista e della proprietà privata capitalista non consente loro di pensare né tantomeno di fare altro. E nessuna persona che ha un po’ di buon senso potrebbe sostenere che in tali condizioni si deve e si può obbligare i capitalisti a “tenere aperto” e che questo può essere una soluzione di qualche durata.

 

4. Stato e crisi di sovrapproduzione di capitale

 

Se si considerano queste caratteristiche dell’azione economica dello Stato e queste situazioni in cui essa si svolge, si vede chiaramente che, in una società fondata sulla proprietà privata delle forze produttive e sull’iniziativa economica privata, lo Stato ha delle possibilità di azione economica nel senso di riuscire a dirottare risorse da un settore ad un altro, di eliminare ostacoli all’iniziativa privata assumendosi alcuni oneri ed eliminando alcuni ostacoli, di creare un contesto favorevole alla sua esplicazione e al suo dispiegamento. Queste possibilità sono tanto più ampie quanto più vigorosa è l’iniziativa economica dei capitalisti (quindi quanto maggiori sono le prospettive generali di profitti) perché in tal caso basta frapporre ostacoli al suo sviluppo in un settore per far sì che essa si riversi in altri.

Altrettanto chiaramente si vedono i limiti entro cui l’attività economica dello Stato ha una qualche efficacia e può quindi svolgersi. In particolare in una situazione di ristagno e di crisi, quando sono troppo pochi i capitali che vengono investiti e troppi i capitali che vengono ritirati, mantenuti liquidi o dirottati verso investimenti finanziari a breve termine, anche l’azione economica dello Stato ha limiti più ristretti perché non può indirizzare quello che non c’è né suscitare più che tanto l’iniziativa capitalista. Ora la crisi economica attuale consiste proprio nella carenza di iniziativa economica da parte dei capitalisti.

A prima vista la crisi si manifesta come calo o insufficiente crescita della domanda pagante di beni e servizi, come riduzione o stagnazione degli sbocchi commerciali. Ma la riduzione e stagnazione da dove viene? Basta considerare qualsiasi statistica su redditi e risparmi per convincersi che la gran massa della popolazione spende tutto il reddito di cui dispone. Quindi non è un’improvvisa epidemia di austerità e sobrietà che riduce la domanda di beni di consumo. Quella parte della popolazione che occasionalmente o sistematicamente accantona risparmi, li mette a disposizione dei capitalisti mediante gli articolati e tentacolari sistemi di raccolta del risparmio (banche, casse postali, assicurazioni, cooperative edilizie, ecc.). In più il sistema creditizio oramai in tutti i paesi capitalisti è organizzato in modo da fornire tutti i mezzi di pagamento necessari ad ogni iniziativa economica suscettibile di dare buoni profitti. La domanda si riduce o ristagna perché gli investimenti sono troppo bassi e con ciò mantengono bassa sia la domanda diretta e indotta di mezzi di produzione sia la domanda di beni di consumo da parte dei lavoratori che, non trovando da vendere la loro capacità di lavoro, e tanto meno  da venderla bene, non possono comperare beni e servizi. Se i capitalisti non investono abbastanza e questo è un fenomeno generale e persistente, la causa sta solo nelle ridotte occasioni di profitto (visto che non esiste neanche un’epidemia di disaffezione dal profitto tra i capitalisti). Masse enormi di capitale restano inutilizzate, altre vengono mantenute in forme liquide, sono dirottate verso investimenti finanziari a breve termine, operazioni speculative e tesaurizzazione. I1 mondo è pieno di titolari di liquidità in cerca di clienti “affidabili”. La liquidità internazionale è enorme e concentrata nelle mani di alcuni gruppi finanziari (mentre interi paesi specialmente del Terzo Mondo devono mantenere bassi livelli di attività economica per mancanza di mezzi di pagamento internazionali) e con i suoi rapidi spostamenti da una moneta a un’altra, da una forma a un’altra, manda all’aria piani economici pubblici e privati. Solo le proprietà liquide o quasi liquide in dollari al di fuori degli USA sono valutate a 1800 miliardi di dollari, metà del prodotto interno lordo degli USA. Le brusche variazioni nei cambi delle valute, nei tassi di interesse e nella disponibilità di mezzi di pagamento internazionali e nazionali provocate dagli spostamenti decisi dai titolari di queste liquidità, sono cronaca quotidiana. Il mancato investimento produttivo di queste masse di capitale, che tuttavia sono per la maggior parte remunerati come capitale finanziario (depositi bancari, titoli finanziari a breve, ecc.) in termini di interesse, compromette la possibilità di profitto anche dei capitali già investiti, che si scontrano con una domanda che non si amplia, diciamo con una mancata domanda. La crisi per sovrapproduzione generale di capitale consiste esattamente in questo (sulla natura e origine della crisi per sovrapproduzione di capitale vedasi lo scritto La crisi attuale: crisi per sovrapproduzione di capitale in questo numero di Rapporti Sociali).

L’azione economica dello Stato può essere determinante nell’indirizzare in una direzione piuttosto che in un’altra l’investimento di capitali quando comunque verrebbero investiti, nel dirottare da un paese ad un altro capitali che hanno già prospettive di profitto e cercano di migliorarle, nell’aumentare la rapidità con cui i capitali vengono investiti, nello spostare risorse dalle mani di alcuni gruppi senza capacità imprenditoriali nelle mani di abili imprenditori, nell’evitare strozzature per mancanza di mezzi di pagamento o per sproporzioni tra settori, cioè in iniziative anticongiunturali e di indirizzo e ampliamento di una fase comunque espansiva. Tutto questo beninteso senza considerare il prezzo di sudore e di sangue che accompagna tale sviluppo. Lo Stato ha avuto ad esempio un notevole ruolo nel grande sviluppo industriale italiano degli anni ’50 e ’60 e molti in Italia conoscono ancora per esperienza diretta quanto è costata la migrazione caotica di milioni di uomini costretti dalla miseria e sottoposti ad ogni forma di sfruttamento. Nessuno Stato borghese può invece fare alcunché per impedire o arrestare una crisi ciclica per sovrapproduzione generale di capitale.

Quando si dice che i governi (e, a un altro livello, gli individui) non possono governare l’andamento economico della società borghese e che il modo di produzione capitalista si svolge secondo leggi sue proprie che gli uomini possono usare ma non modificare, non si vuole dire che esso è una specie di nuovo dio operante a fianco o sopra gli uomini; anche se ai singoli individui esso si presenta proprio come una realtà trascendentale (ed è perciò che nella società borghese la cultura religiosa ha mantenuto il suo ruolo). I rapporti sociali sono rapporti tra uomini e niente si determina in questi rapporti che non sia fatto da uomini, che non passi attraverso la ragione, i sentimenti e la volontà di uomini. In primo luogo si vuole dire che l’andamento economico è il risultato e la conseguenza di azioni economiche di uomini a cui esse si impongono come necessarie e obbligate, stante la situazione e le alternative in cui ognuno di essi viene a trovarsi. In secondo luogo si vuole dire che il risultato delle azioni economiche umane, la situazione che le azioni economiche dei vari individui concorrono a creare può essere, ed è in generale, senza alcun riferimento con gli obiettivi e le aspettative che i vari individui avevano riposto nelle loro azioni (eterogenesi dei fini, dei risultati finali). Nell’ambito del modo di produzione capitalista e della società borghese, governi, associazioni e individui prendono le loro decisioni, ma proprio perché ogni individuo  deve vendere al meglio possibile la sua merce e ogni capitalista deve prendere iniziative atte a massimizzare il profitto della frazione di capitale che egli amministra, proprio perché l’iniziativa economica è privata e la proprietà privata capitalista delle forze produttive è intoccabile, governi, associazioni e individui sono sostanzialmente impotenti di fronte al determinarsi e svilupparsi della crisi.

 

5. Lezioni di ieri e di oggi

 

La storia europea ed americana degli anni ’30 mostra abbondantemente tutto questo. In particolare la storia dei paesi dove il capitalismo era più sviluppato, quindi più diffuso il lavoro salariato e la dipendenza dal mercato per la sopravvivenza, meno importanti l’economia di autoconsumo e altre forme economiche precapitaliste, mostra abbondantemente tutto questo. Iniziative di ogni genere vennero prese in vari paesi capitalisti, partiti borghesi di vario orientamento ebbero la possibilità di mettere alla prova i loro programmi (tutti rispettosi della proprietà e dell’iniziativa economica capitaliste, che anzi impedire il trionfo del comunismo era una delle motivazioni della loro azione), iniziative nazionali e concertate internazionalmente vennero provate e gettate.

Tutto senza risultati apprezzabili, finché una parte sufficiente della classe dominante di alcuni paesi si coalizzò nel compito supremo di conservare alla propria classe il predominio che veniva eroso dalla paralisi economica (alla quale il rispetto assoluto per la proprietà e l’iniziativa privata capitalista non consentiva soluzione), sottopose a disciplina la propria proprietà e iniziativa economica pur di conservarle, subordinò con decisione a questo compito il resto della proprietà e la libertà d’iniziativa economica degli altri gruppi sociali, avocò a se stessa tutti i diritti di proprietà e di iniziativa economica, riversò all’estero le difficoltà economiche interne con una politica di penetrazione commerciale e finanziaria sostenuta dalle armi e infine con l’aggressione. Per realizzare questo compito eretto a obiettivo supremo, a questione di vita o di morte, si avvalse del movimento e delle strutture politiche e culturali disponibili ad assumersi il compito e all’altezza delle sue difficoltà che erano tanto maggiori quanto più profonda era la crisi, meno liberamente saccheggiabili le risorse di altri popoli e paesi, maggiori le forze anticapitaliste all’interno. E non ci fu spazio per alcun riguardo né per la vita di individui, né per la sorte di popoli cui comunque l’asprezza della crisi aveva già tolto ogni valore, né per altro che non fosse la conservazione della propria classe.

Fu cosi che la colta, civilissima e pia borghesia tedesca, cioè di un paese profondamente colpito dalla crisi e a cui nello stesso tempo più che a qualsiasi altro paese capitalista l’ordine internazionale borghese precludeva il saccheggio di altri popoli (che viceversa era prassi legale e “civile” per concorrenti capitalisti americani, inglesi, francesi, belgi, olandesi), dopo aver democraticamente ridotto alla miseria, alla fame e alla disperazione gran parte del popolo tedesco, si risolse a giocare la carta del partito nazista che da parte sua era disposto a fare il pieno di tutti i rancori, la disperazione, l’ignoranza, le superstizioni, i pregiudizi, i risentimenti e i miti che la repubblica borghese aveva abbondantemente coltivato nel paese.

Fu cosi che il “democratico” F.D. Roosevelt tradusse in programma pratico e conseguente dell’Amministrazione Federale USA la tesi che “perché l’industria americana sia in grado di ridare un duraturo benessere interno al nostro popolo, occorre riconquistare i mercati stranieri. Se vogliamo evitare dolorose fratture economiche, rimescolamenti sociali e disoccupazione, non c’è altra strada” (dichiarazione del 1935) e riuscì a condurre fino alla guerra un paese dove tuttavia erano forti le correnti pacifiste e neutraliste. “Ci sveglieremo giusto in tempo per accorgerci che l’Italia, la Germania e il Giappone si sono impadroniti del Messico”, aveva messo in guardia il suo segretario al Tesoro Henry Morgenthau.

Quali sono attualmente i comportamenti e i propositi dei circoli governativi borghesi al riguardo della crisi  economica? Dove sono i loro “piani per uscire dalla crisi”?

Negli anni 70, ai primi sintomi di crisi, praticamente tutti gli Stati dei grandi paesi capitalisti hanno, più o meno consapevolmente, reagito con un netto e costante aumento della spesa pubblica e lasciando libero corso all’inflazione con una politica del credito che attribuiva profitti monetari anche a fronte di inesistenti profitti reali (v. tabella 3).

 

Tabella 3 - Indici economici (fonte: OCDE Statistiques Retrospectives 1960-1982, pp. 44, 64, 78)

Periodo

‘60/68

‘68/73

‘73/79

‘79/82

Prodotto Interno Lordo (PIL) (aumento percentuale medio annuale in termini reali)

USA

4.5

3.3

2.6

0.1

CEE

4.4

4.8

2.4

0.4

Giappone

10.5

8.8

3.6

4.1

OCDE

5.1

4.8

2.7

0.9

Spesa Pubblica Complessiva

(percentuale del PIL, media annuale)

 

USA

28.8

31.7

33.7

35.9

CEE

34.9

39.0

45.7

49.7

Giappone

19.0

20.4

28.5

33.8

OCDE

29.9

32.9

37.7

41.2

Indice dei Prezzi Implicito del PIL

(aumento percentuale medio annuale)

 

USA

2.4

5.1

7.6

8.4

CEE

3.6

6.8

9.7

10.4

Giappone

5.2

6.9

7.8

2.4

OCDE

3.2

6.1

8.8

8.9

 

Man mano che tale atteggiamento si è ovviamente rivelato inutile ai fini della ripresa economica e sono emerse (nel campo monetario e nei comportamenti da esso indotti ma non solo) le conseguenze negative di quell’atteggiamento, è scomparsa anche ogni parvenza di una sistematica politica economica anticrisi. Certo molte dichiarazioni di buona volontà contro la disoccupazione e a favore del rilancio dello sviluppo economico, ma nessun partito borghese e nessun governo borghese ha avanzato e tanto meno messo in atto alcun piano o progetto organico, in cui obiettivi, strumenti, iniziative, forze e interessi in gioco confluiscano a risolvere il problema: solo pezze e rattoppi dettati dall’urgenza delle situazioni.

Mitterrand nel 1981 era andato al potere in Francia annunciando una politica anticrisi composta di assunzioni nella pubblica amministrazione, investimenti pubblici, miglioramenti dei sistemi di sicurezza sociale con aumenti dei redditi più bassi e conseguente aumento della domanda di beni di consumo: cioè un assortimento delle solite misure di riforma della distribuzione del reddito e di spesa pubblica che servono a qualcosa quando le cose vanno comunque già bene. Nel giro di pochi mesi abbandonò tutto, sotto il peso del deficit della bilancia dei pagamenti, delle fughe di capitali dalla Francia e dell’inutilità del tentativo.

Dall’inizio della crisi (cioè dagli anni ’70) i governi italiani sono andati avanti a “decretoni”, “stangate fiscali” e “pacchetti”, rastrellando maggiori introiti fiscali con i risultati che si vedono. Craxi e il gruppo dirigente del PSI non sono andati oltre la promessa di qualche decina di migliaia (sic!) di assunzioni nella pubblica amministrazione. Anche le più “azzardate” teste d’uovo socialiste (come G. Ruffolo) non vanno oltre la nebulosa proposta di un terzo settore economico, né di mercato (cioè che non produca per vendere) né pubblico (cioè non inserito nell’amministrazione dello Stato), che gestisca servizi sociali decentrati e sia finanziato dallo Stato e da contributi volontari privati. Come proposta per risolvere la crisi economica mondiale è un po’ modesta e campata in aria. Come si concili con la proclamata esigenza di ridurre la spesa pubblica e da dove dovrebbe nascere questa improvvisa generosità dei “privati”, lo sa dio!(7)

 

(7) La stessa vacuità si riscontra tra le teste d’uovo del PCI, basti ad esempio A. Reichlin che in un osannato dibattito alla Festa Nazionale dell’Unita ‘85 culmina con la proposta: “occorre mettere in campo un movimento che non solo rivendichi il lavoro, ma, in qualche modo, lo crei: ridistribuendo il tempo, fornendo servizi reali a nuove imprese individuali e cooperative, riqualificando la forza lavoro sul terreno professionale e culturale e sviluppando una serie di attività non di mercato (difesa dell’ambiente, del patrimonio artistico, ecc.) la cui redditività sta in se stessa”.

 

Le uniche politiche economiche praticate concretamente dai vari governi dei paesi capitalisti (con più o meno forza, con mezzi maggiori o minori, da posizioni di partenza più o meno favorevoli) consistono in riduzione delle prestazioni di sicurezza sociale (pensioni vecchiaia e invalidità, assegni familiari vari, assistenza sanitaria, indennità di disoccupazione) e contemporaneo aumento della quota pagata dalle trattenute su salari e pensioni e dai tickets, ma soprattutto in misure per aumentare la competitività sul mercato internazionale delle merci e servizi prodotti nel paese (sgravi fiscali sui profitti, sussidi alle aziende, riduzione del costo della manodopera per le aziende, assunzione da parte dello Stato di costi aziendali, facilitazioni creditizie, fiscali e assicurative per le esportazioni) e in misure protezionistiche per le merci e i servizi prodotti nel paese (soprattutto sotto forma di regolamenti commerciali penalizzatori per le importazioni e di contingentamenti “volontari” e no), in manovre dei tassi di interesse e di politica fiscale per attirare capitali nel paese. Solo il governo USA, giovandosi della situazione privilegiata che gli consente di potere (fino ad un certo punto) aumentare il disavanzo statale e contemporaneamente aumentare l’afflusso di crediti dall’estero, ha lanciato anche una grande operazione di aumento della spesa statale in deficit.

Tutte misure che nel loro insieme costituiscono lo sviluppo della guerra commerciale, sforzi per migliorare e contenere il peggioramento della propria situazione imponendo sacrifici agli altri paesi. Cosa che, come si può facilmente capire, non pone fine alla crisi, ma rende più acuti tutti i conflitti possibili tra gruppi, fazioni, classi e Stati, rinfocolando, gonfiando e travestendosi di tutti i preesistenti contrasti razziali, religiosi, nazionali, culturali, dinastici e tribali che infatti stanno progredendo a vista d’occhio. Ed è sciocco adagiarsi nella convinzione che siccome le contraddizioni tra gruppi e Stati capitalisti sono state “pacifiche” nei quarant’anni di prosperità che abbiamo alle spalle, lo saranno anche negli anni di crisi economica che ci stanno davanti.

 

In conclusione, anziché chiamare alla lotta contro inesistenti “piani della borghesia per uscire dalla crisi”, occorre denunciare proprio l’inesistenza di piani per uscire dalla crisi, denunciare partiti e governi borghesi per la loro incapacità di avanzare e mettere in opera alcun piano del genere a causa del loro asservimento alla proprietà capitalista e all’iniziativa economica privata, cioè a causa della loro natura di classe. E se qualcuno di loro avanza qualche piano, occorre costringerlo a verificarlo nella pratica. Cosa che certo in definitiva non vuol dire verificare gli effetti della sua messa in opera, ma vuole già dire costringerlo a chiarire a priori con quali forze intende realizzarlo, come intende neutralizzare le forze contrarie, come superare i vincoli commerciali e finanziari posti dal mercato interno ed estero. Convincendo i capitalisti a forza di prediche a fare i bravi boy-scout? Bisogna smascherare ogni promessa e ogni piano campati in aria, ogni progetto che non tiene conto delle forze in campo, perché o è un imbroglio puro e semplice o è, sincero e generoso quanto si voglia, disastroso avventurismo (alla Cile di Unidad Popular).

Bisogna schernire senza pietà quei bravi esponenti del PCI e di DP (Democrazia Proletaria) che per tirare voti e  applausi espongono candidamente “libri dei sogni”. È proprio sulla capacità di condurre milioni di uomini fuori dall’attuale depressione economica che negli anni che ci stanno davanti verrà “misurato” ogni partito e movimento. Partiti di governo e partiti di opposizione, partiti reazionari e partiti rivoluzionari si misureranno necessariamente con questo compito, perché gli uomini non vivono di parole; perché le parole, gli ideali e la civiltà in genere iniziano e possono iniziare solo dopo che è assicurata la sopravvivenza.

Uscire dall’attuale depressione economica è, ovviamente, anzitutto un problema pratico, di forze politiche, di movimenti concreti. Anche perché quando e più i problemi in gioco diventano problemi di sopravvivenza, le soluzioni immediate diventano più importanti delle soluzioni storiche (il nazismo non ha risolto nessun problema storico, anzi... ma nel 1933 ha vinto anche perché dava nell’immediato soluzione al problema del vivere per milioni di uomini che la normale, civile, democratica repubblica di Weimar aveva ridotto alla fame e alla disperazione). Ogni problema politico, quando diventa determinante, richiede soluzioni politiche, pratiche. Le soluzioni storiche si costruiscono tramite soluzioni politiche: nel 1917 i comunisti vinsero in Russia, aprendo l’epoca delle rivoluzioni proletarie, anche perché erano l’unico partito decisamente e concretamente per la terra ai contadini e per la fine della guerra.

È però altrettanto vero che un partito rivoluzionario non arriverà a soluzioni pratiche vincenti se non ha saputo maturare un programma, formarsi su un programma politico e farlo vivere efficacemente tra le masse: un programma non lo si improvvisa.

Per porre fine all’attuale depressione occorre un movimento e uno Stato che abolisca la proprietà privata capitalista delle forze produttive liberando gli uomini dal peso dell’eredità e degli obblighi del passato e che faccia sorgere e sviluppi l’iniziativa collettiva delle masse come motore fondamentale dell’attività economica al posto dell’iniziativa privata.

I compiti politici (statali) e i compiti economici necessari alla realizzazione di questi obiettivi superano la possibilità di qualsiasi gruppo, setta e conventicola; essi richiedono una mobilitazione vasta, profonda e creativa delle grandi masse del paese. Uno Stato adeguato a questi compiti né può essere composto dagli attuali elementi selezionati per i loro legami ed educati alla fedeltà e al servizio della borghesia, né può avere le articolazioni dello Stato attuale che in massima parte sono funzionali ai suoi compiti. Ogni forma di economia collettiva e pianificata può avere successo solo se alla direzione dello Stato e della altre istituzioni della società vi sono persone decise a realizzarla e che a questo fine mobilitano le masse impegnate nella produzione, realizzando la vasta e diffusa collaborazione attiva e creativa di esse nell’ambito di un accordo e un piano preventivi (e questo la distingue radicalmente da ogni statizzazione borghese, che dà in pasto agli appetiti di tutti i capitalisti una quota del capitale, nazionalizzandola e affidandone la gestione a un funzionario o la dà direttamente in pasto a una combriccola). Questa immensa e necessaria opera non può essere neppure iniziata con qualche prospettiva di successo se una concezione organica e sistematica di essa non esiste solidamente e profondamente incarnata in un partito e diffusa nel modo più ampio possibile tra le masse. Quest’opera può essere condotta solo da un movimento rivoluzionario perché tanti sono gli interessi costituiti che devono essere spazzati via e tanti i legami che devono essere tagliati (e questo specialmente nei paesi imperialisti dove maggiore è la commistione negli stessi individui di ruoli sociali diversi e contraddittori, in altre parole più ampi sono i ceti medi), che la cosa non può essere fatta gradualmente e per via ordinaria. Quest’opera può essere condotta solo da uno Stato fondato sul proletariato e più in particolare sulla classe operaia perché tra le masse popolari costituisce l’unico gruppo sociale che, per il posto che già occupa nell’attuale società, è in condizioni di costituire un corpo organizzato e di organizzare attorno a sé i1 resto delle masse popolari e contemporaneamente tra tutte le classi dell’attuale società è quella che si confronta più direttamente con il rapporto capitalista di produzione nella sua forma più pura  (meno mascherata), per la quale proprietà e iniziativa privata maggiormente e più chiaramente si rivelano come asservimento e sfruttamento, la cui posizione determina l’equilibrio di ogni società borghese moderna.

 

La confisca di tutta la grande proprietà capitalista e la gestione dei grandi mezzi di produzione e di distribuzione nell’ambito di un piano economico e della massima cooperazione possibile con gli Stati e i movimenti progressisti di tutto il mondo disponibili a cooperare, sono i primi passi per avviare il superamento dei rapporti capitalisti di produzione, distribuzione, circolazione e consumo in tutti i campi e a tutti i livelli. Non si tratta di una riforma più o meno radicale nella distribuzione del reddito tra gli individui, campo in cui hanno sguazzato e sguazzano teoricamente e praticamente tutti i controrivoluzionari e gli opportunisti.

 

Anni di storia e la cronaca di questi giorni confermano che la distribuzione del reddito alla lunga è determinata dai rapporti di produzione. O produrremo senza capitalisti e senza capitalismo o il profitto sarà inevitabilmente tra tutti i redditi quello che deve essere salvaguardato a tutti i costi perché è la condizione necessaria dell’esistenza degli altri redditi (un’attività economica che non dà profitti, scompare e non dà quindi neanche salari): non ci ripetono (a ragione) ogni giorno che per salvare l’economia nazionale bisogna ridurre gli altri redditi a vantaggio dei profitti, al punto che “economia nazionale” è diventata sinonimo di profitto?

 

Ancora oggi alcuni compagni traspongono nel futuro più o meno vaghe aspirazioni soggettive e le chiamano socialismo e comunismo (salvo poi, quando sopravviene uno degli inevitabili rovesci e certe aspirazioni appaiono quindi un lusso, ritrovarsi senza “ragioni di lotta”). È ora di tracciare una discriminante netta tra i sognatori di ogni specie, gli oppositori generici, gli insoddisfatti esistenziali (persone per altri versi rispettabili) e i comunisti. La rivoluzione socialista apre la via a trasformazioni in tutti i campi della vita umana, cosi come la conservazione della proprietà capitalista e dell’iniziativa economica privata è il fulcro attorno a cui nella nostra epoca si saldano tutti i conservatorismi di ogni genere. Ma in questo momento è essenziale separare quanto è prioritario e fondamentale, da quanto è conseguente e accessorio. È ora che i comunisti, in Italia e in Europa, compiano il passo di elaborare il loro programma politico, che tutte le migliori energie prodotte dal movimento rivoluzionario si uniscano nell’assolvimento di questo compito, come parte necessaria della ricostituzione del partito comunista e come strumento indispensabile per l’orientamento delle masse. È ora che i comunisti dicano nuovamente, in questa fase, alle masse, per che cosa essi combattono.

 

Mobilitarsi concretamente nell’adempimento di questo compito è ciò che dobbiamo fare in questo momento, non inventare inesistenti piani della borghesia contro cui battersi come don Chisciotte contro i mulini a vento.