Ritorna all'indice dei contributi al DFA
(n)PCI (nuovo)Partito comunista italiano

   Comitato Centrale
                        Sito: http://www.nuovopci.it
                        e.mail: lavocenpci40@yahoo.com

    Delegazione
                        BP3  4, rue Lénine   93451 L'Île St Denis (Francia)
                        e.mail: delegazionecpnpci@yahoo.it

Avviso ai naviganti n. 7
Opuscolo Governo di Blocco Popolare elaborato dal Settore Agitazione e Propaganda del P. CARC

Avviso ai naviganti n. 6
Il nostro paese va verso una rovina peggiore dell’attuale!

Scaricate le istruzioni per utilizzare il sistema di criptazione PGP e TOR


Avviso ai naviganti 8

23.03.2012

La seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale

(Scaricate il testo in versione PDF)

Nel 2007 negli USA scoppiò la crisi dei mutui immobiliari. Con essa ebbe inizio la fase terminale della crisi generale iniziata negli anni ’70 del secolo scorso, fase terminale che tra alti e bassi si aggrava di mese in mese.

Nel 2007 molti intellettuali gridarono alla sorpresa. Girò perfino la voce che nessuno aveva visto arrivare la crisi in cui il sistema imperialista mondiale affondava. Poi un po’ alla volta si fecero intendere discorsi meno fantasiosi. Che le cose non andassero bene era percezione diffusa da anni nelle alte sfere e tra i più o meno esperti osservatori del corso dell’economia e della politica mondiale. Solo che non avendo un rimedio per invertire il corso delle cose, gli esperti e le autorità della borghesia imperialista avevano cercato di non vederlo, di considerare i singoli episodi della crisi come slegati l’uno dall’altro e di volta in volta indicavano il fatto più o meno casuale che aveva dato il via all’episodio come la causa sufficiente di esso, al modo dei libri di storia che presentano l’attentato di Sarajevo come causa della Prima Guerra Mondiale.

Lo scritto che segue è stato pubblicato nel numero zero di Rapporti Sociali (don Chisciotte) del 1985. Esso descrive il corso della crisi che dagli anni ’70 erode il sistema imperialista mondiale e le misure con cui la borghesia imperialista e la sue istituzioni hanno prolungato fino ad oggi l’esistenza del loro sistema di relazioni sociali e del loro sistema di relazioni internazionali. Lo descrive mostrando la connessione tra gli avvenimenti e le contraddizioni proprie della natura del modo di produzione capitalista. Ogni lettore vedrà quanto quello che è avvenuto nei più che 25 anni successivi alla stesura dell’articolo è stato conforme al corso degli avvenimenti previsto. È ovvio constatare che molti avvenimenti si sono svolti in forme diverse da quelle qui indicati. Ci sono stati di fatto avvenimenti di grande portata per i destini individuali e di singoli paesi che gli autori dell’articolo non avevano prefigurato con la loro fantasia. Essi si sono aggiunti agli avvenimenti indicati, andavano nello stesso loro senso e hanno rafforzato il corso che essi configuravano. La storia in forma logica non implica la descrizione di molti avvenimenti e aspetti che invece lo storico non può trascurare. Ciò che importa è che gli avvenimenti reali si sono tutti inseriti nel corso delle cose descritto: questo conferma che la descrizione della fonte degli avvenimenti, della natura del modo di produzione capitalista, è conforme alla realtà.

Comprendere il senso generale della fase della storia umana che stiamo vivendo è una premessa indispensabile per tracciare la via per porre fine al marasma ed evitare la catastrofe che incombe su di noi. La cosa è del tutto possibile, ma richiede che le masse popolari organizzate e coscienti trasformino il loro sistema di relazioni sociali. I comunisti hanno nella concezione comunista del mondo gli strumenti per guidarle a compiere questa svolta nella storia della specie umana.

 

Rapporti Sociali n. 0 - autunno 1985

La crisi attuale: crisi per sovrapproduzione di capitale

II modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto. Questo non è però altro che il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbativi. Nel modo come comincia la storia, cosi deve pur incominciare il corso dei pensieri e il suo corso ulteriore non sarà altro che il riflesso, in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo le leggi che il corso stesso della storia fornisce, poiché ogni momento può essere considerato nel punto del suo sviluppo in cui ha raggiunto la sua piena maturità, la sua classicità.

(Recensione a una critica dell’economia politica, Engels, agosto 1859 Opere complete E.R. vol. 16 pag. 472-481)

 

A partire dagli anni ‘70 tutto il sistema capitalista è percorso da evidenti e svariate manifestazioni di malessere economico di cui si erano avuti i primi sintomi già negli ultimi anni ‘60.

Non si tratta di una delle tante ricorrenti recessioni di breve durata che “ornano” anche il periodo di rifioritura del modo di produzione capitalista (1945-1970) succeduto alle distruzioni e agli sconvolgimenti del periodo 1914-1945. Si tratta di un fenomeno prolungato, che si manifesta in tutto il mondo, ora più accentuato in un paese ora in un altro, ora in un settore ora in un altro. Una nuova grande crisi storica del modo di produzione capitalista è iniziata e in essa si accentuano tutti i contrasti tra le classi, tra stati, tra sistemi.

Qual è la causa strutturale di queste crisi storiche che segnano la fase suprema del capitalismo, la fase del predominio del capitale finanziario e del monopolio? A questa domanda rispondono le pagine seguenti. Con l’avvertenza che, come in ogni discorso non ciarlatanesco sul sistema economico capitalista, non si pretende di descrivere tutti gli aspetti della realtà, ma unicamente di illustrare la tendenza principale che si afferma attraverso spinte e controspinte, avanzate e ripiegamenti: movimenti contraddittori, il significato reale di ognuno dei quali però si può comprendere solo alla luce della tendenza principale.

 

1. Il limite storico del capitalismo

 

In realtà la crisi attuale è una crisi per sovrapproduzione di capitale, la seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. Questa è una verità che nessun borghese e nessun opportunista osa guardare in faccia, perché di fronte ad essa la borghesia non ha prospettive se non terrificanti: è la manifestazione del limite storico del modo di produzione capitalista.

Sovrapproduzione di capitale non equivale a sovrapproduzione di merci. È banale constatare che oggi vi è anche sovrapproduzione di merci, perché non potrebbe non esserci. Quando il mercato si contrae, c’è sovrapproduzione di merci, cioè vengono prodotte più merci di quante se ne possano vendere con profitto; parimenti vi è sottoconsumo, cioè vengono acquistate meno merci di quante ne vengono prodotte; parimenti vi è sproporzione tra settori, cioè alcuni settori assorbono meno di quanto viene prodotto da settori complementari, o viceversa dei settori producono più di quanto sia assorbito da settori complementari. Tutto ciò (sovrapproduzione di merci, sotto-consumo, sproporzione) individua la causa della crisi attuale, quando individua la causa della malattia in un uomo il fatto che abbia la febbre o sia senza forze. Non si tratta dell’esistenza o meno di questi fenomeni, ma di capire se essi sono la causa motrice della crisi o solo sintomi di essa. Nella storia della società borghese si sono avute sia crisi per sovrapproduzione di merci, sia crisi per sottoconsumo, sia crisi per sproporzione.

 Le crisi per sovrapproduzione di merci hanno questo andamento: le vendite vanno a gonfie vele, i prezzi crescono, i capitalisti si buttano ad ampliare la produzione, le aziende lavorano a pieno ritmo, i canali di sbocco crescono ma ad un ritmo minore di quello a cui cresce la produzione: si arriva ad un punto in cui le vendite cessano di aumentare e poi crollano; una massa di merci resta invenduta, fallimenti, crollo dei prezzi, chiusura di aziende, disoccupazione. Quindi una crisi prodotta dallo sviluppo rapido e impetuoso del volume della produzione in uno o più settori, che provoca un malessere generale.

Parimenti una crisi per sottoconsumo si ha quando viene a cessare più o meno bruscamente l’impiego di alcuni prodotti, si chiudono più o meno bruscamente alcuni sbocchi commerciali.

Quantità prodotte e quantità impiegate complessive sono nella società borghese il risultato di azioni indipendenti e contraddittorie di singoli capitalisti e di singoli individui (coordinate e indirizzate solo fino ad un certo punto da associazioni e governi) e quindi lo scarto tra le due è la norma, la coincidenza l’eccezione. In ogni crisi concreta occorre andare a vedere quale movimento l’ ha prodotta, se un aumento improvviso della produzione di uno o più prodotti fondamentali, se l’interruzione brusca di alcuni sbocchi fondamentali o altro. Perché quanto all’apparenza, in ogni crisi vi è sia sovrapproduzione, sia sotto-consumo sia sproporzione.

 

2. Plusvalore e pluslavoro

 

In che cosa consiste la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale?

Consideriamo il ciclo di valorizzazione del capitale complessivo, cioè il percorso attraverso il quale un capitale di data grandezza, facendo lavorare degli operai, si trasforma in un capitale di grandezza maggiore.

Il capitale C si valorizza producendo un plusvalore PV. Ora il nuovo valore (C + PV) deve a sua volta nuovamente valorizzarsi. Ciò richiede o nuove iniziative (sviluppo in estensione) o una crescita della composizione organica nei vecchi campi di applicazione del capitale, sulla base della crescita della composizione tecnica (sviluppo intensivo). Il nuovo capitale C’ = (C + PV) deve quindi valorizzarsi producendo un nuovo plusvalore PV’. Se il nuovo capitale C’ si impiega grazie a una alta composizione tecnica e organica, occorre esaminare come va la produzione di plusvalore. Si possono avere situazioni profondamente diverse. Consideriamo le seguenti (usando, per rappresentare i cicli di valorizzazione, le espressioni usate da Marx nel Capitale, libro I, terza sezione a cui si rimanda per maggiori chiarimenti su di esse):

 

  C   V   PV   P    
1. 100 + 50 + 50  = 200 P’ = 33.3% S = 100%
2.1 185 + 15 + 25  = 225 P’ = 12,5% S = 166%
2.2 170 + 30 + 50  = 250 P’ = 25% S = 166%
2.3 162,5 + 37,5 + 62,5  = 262,5 P’ = 31,2% S = 166%
2.4 155 + 45 + 75  = 275 P’ = 37,5% S = 166%

 

C = capitale costante

V = capitale variabile

C+V = capitale complessivo

PV = plusvalore estorto

P’ = saggio percentuale di profitto = 100 pv/(c + v)

P = capitale complessivo a fine ciclo

S = saggio percentuale del plusvalore =100 (pv/v)

(I numeri impiegati sono solo numeri esemplificativi)

 

II caso 1. è il primo ciclo di valorizzazione, quello che consideriamo già avvenuto e concluso. I casi 2.1., 2.2., 2.3 e 2.4 sono tutti e quattro possibili casi di secondo ciclo di valorizzazione, tutti con un capitale complessivo di 200 e diverse composizioni organiche.

Supponiamo che nel caso 1. il capitale abbia impiegato 10 operai che hanno lavorato 5 ore come lavoro necessario e 5 come pluslavoro.

Il caso 2.1 può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 4 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6 + 1/4 come pluslavoro.

II caso 2.2 può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 8 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6+ 1/4 come pluslavoro.

Il caso 2.3 può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 10 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6+ 1/4 come plus lavoro.

II caso 2.4 può essere il risultato del capitale di 200 che impiega 12 operai che lavorano ore 3 + 3/4 come lavoro necessario e 6 + 1/4 come pluslavoro.

Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come il 2.4, nessun problema; aumentano saggio del profitto, saggio del plusvalore e massa del plusvalore.

Se la nuova composizione organica porta ad un ciclo di valorizzazione come il 2.3, nascono problemi del fatto che il saggio del profitto diminuisce. Ma stante che la massa del plusvalore aumenta, tutto il nuovo valore viene usato come capitale. La concorrenza tra capitali si accentua. Se la nuova composizione organica portasse a un ciclo di valorizzazione come il 2.2 o peggio come il 2.1, il valore prodotto nel primo ciclo, C + PV, non può impiegarsi tutto come capitale nel successivo ciclo di valorizzazione. Nessun capitalista accetterà di impiegare un capitale maggiore per ricavare una massa di plusvalore minore o eguale a quella che ricava impiegando un capitale minore. Ovviamente qui parliamo delle condizioni di valorizzazione del capitale complessivo.

Qui si riscontra sovrapproduzione di capitale: è stato prodotto (nel ciclo precedente) più valore di quanto ne possa essere impiegato come capitale nel ciclo successivo.

Di questa crisi di sovrapproduzione di capitale parlava Marx quando diceva espressamente “quando dunque il capitale accresciuto producesse una massa di plusvalore soltanto equivalente o addirittura inferiore a quella prodotta prima del suo accrescimento, allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta (cioè estesa a tutti i rami della produzione) di capitale; ossia il capitale accresciuto C + ΔC non produrrebbe un profitto maggiore o produrrebbe un profitto minore di quello dato dal capitale C prima del suo aumento ΔC”. (Marx, Il Capitale, libro III, Ed. Riuniti, 1965, p. 304).

 

3. Inevitabilità della sovrapproduzione di capitale

 

Nella società borghese si producono necessariamente situazioni di sovrapproduzione assoluta di capitale?

Consideriamo un mondo tutto sottoposto al capitale.

È inevitabile che si arrivi a situazioni di sovrapproduzione di capitale. Infatti ad ogni aumento della composizione organica, il capitale riduce la massa di lavoro che mette in moto a parità di quantità di valori d’uso prodotta.

Nel caso 1. il capitale mette in moto 10 x (5 + 5) = 100 ore di lavoro.

Nel caso 2.1 il capitale mette in moto 40 ore di lavoro; nel caso 2.2, 80 ore di lavoro.

Questa è una tendenza costante e necessaria del capitale. La massa di lavoro messa in moto dal capitale (a pari  quantità non c’è correlazione di valori d’uso prodotto) tende a zero. Il valore conservato tende continuamente a crescere rispetto alla quantità di nuovo valore prodotto. Né vale obiettare che la massa di lavoro espulsa dalla produzione verrà in definitiva (cioè tra convulsioni e contraddizioni, nel lungo periodo) impiegata nella produzione dei nuovi e più potenti mezzi di produzione. Sia perché un nuovo mezzo di produzione viene adottato dal capitale solo se il risparmio di lavoro vivo pagato che si ottiene con la sua adozione è superiore alla quantità di lavoro vivo (pagato e non) che la fabbricazione del nuovo mezzo di produzione richiede in più di quella che la produzione del vecchio esigeva; sia perché (come già faceva osservare Marx più di 120 anni fa) l’efficacia o potenza dei nuovi mezzi di produzione non è in alcuna misura proporzionata alla quantità di lavoro immediato richiesta per la loro produzione, ma dipende piuttosto dall’impiego nella produzione del patrimonio scientifico e culturale accumulato dagli uomini.

È vero che, ad ogni aumento della composizione organica, il capitale riduce anche il lavoro necessario (e quindi aumenta il pluslavoro) rispetto alla massa di lavoro messa in moto. Ma l’aumento del pluslavoro, per quanto proceda, può avvenire solo entro limiti ben determinati. Se la giornata lavorativa è di 10 ore (ma allo stesso risultato si arriverebbe anche se fosse di 24 ore) la massa di pluslavoro che il capitale può estorcere a ogni singolo operaio non può che essere inferiore, per quanto ci si avvicini, a 10 ore al giorno.

Quindi se il capitale man mano che cresce impiega (a pari quantità di valori d’uso prodotta) un numero decrescente (con limite zero) di lavoratori, ma non può accrescere la quantità di pluslavoro estorto a ogni singolo lavoratore oltre la quantità data dalla durata della giornata lavorativa (durata che, a parte i limiti storici, politici e sociali, ha comunque il limite massimo delle 24 ore), ne risulta necessario che si arrivi a un punto a partire dal quale un’ulteriore crescita del capitale comporterebbe la diminuzione della massa del pluslavoro estorto, data dal prodotto del numero dei lavoratori impiegati per il pluslavoro estorto al singolo lavoratore.

A ciò si potrebbe obiettare che è solo un gioco matematico il risultato per cui un capitale C + ΔC produce un plusvalore PV minore del plusvalore PV prodotto dal solo capitale C. Perché, si potrebbe argomentare, se C produce un plusvalore PV, il nuovo capitale ΔC può produrre da parte sua un plusvalore piccolo quanto si vuole e anche nullo, ma il plusvalore complessivo prodotto dal capitale C + ΔC non sarà mai minore del plusvalore prodotto solo da C.

Ma chi muove questa obiezione dimentica che il plusvalore non è “prodotto” dal capitale, ma dai lavoratori impiegati dal capitale.

Costui ragiona come si potrebbe ragionare di un frutteto: se 100 meli che compongono il frutteto rendono 200 quintali di mele e si piantano altri 10 meli, per poco o nulla che rendano questi nuovi 10 meli non si avrà mai una produzione minore di 200 q. di mele. II che è palesemente vero, a meno che l’aggiunta dei nuovi 10 meli rivoluzioni le condizione di gemmazione, ecc. anche dei cento meli preesistenti.

Ed è ciò che avviene per il capitale. II capitale-padre C che ha generato il capitale-figlio PV, forma con esso ora un nuovo e indistinto capitale in cui sono scomparse le persone del padre e del figlio e che esiste come nuova e unica persona. L’impiego del plusvalore come capitale rivoluziona e deve rivoluzionare anche le condizioni di impiego del vecchio capitale. Determina una più alta composizione organica di tutto il capitale, cioè un rapporto più elevato tra il valore del capitale costante e il valore del capitale variabile, un diverso saggio del plusvalore.

  

 4. Le tendenze messe in moto dalla sovrapproduzione di capitale: un casotto generale

 

Quali tendenze vengono messe in moto quando si ha sovrapproduzione di capitale? Molteplici tendenze che enunciamo senza preoccuparci della loro importanza relativa e dei fattori (creditizi, finanziari, politici, culturali, ecc.) che ne favoriscono o esaltano una piuttosto che un’altra, essendo tutte aspetti della crisi generale del modo di produzione capitalista.

 

a) Nessun capitalista investe, si diceva, più capitale per ricavare un plusvalore minore di quello che ricava investendo meno capitale. Quindi nessun capitalista fa le scarpe a se stesso; in questo senso egli frena lo sviluppo delle forze produttive.

Ma ogni capitalista, proprio perché non può investire nel suo campo il plusvalore che ha estorto, cercherà di investire nel campo dove operano altri capitalisti.

Infatti, in questo nuovo campo le rovinose conseguenze per il capitale già ivi operante che saranno create dal nuovo investimento, a lui non interessano affatto. Proprio perché investe nel campo nuovo (per lui) con la più alta composizione tecnica (e quindi organica) possibile, quindi con la più alta produttività del lavoro rispetto ai capitali ivi già operanti, egli ha la possibilità di conquistare la sua parte di mercato a spese dei capitalisti che già vi operano. II fatto che il capitale che investe nel campo nuovo gli renda un profitto più basso (investe cioè ad un saggio di profitto minore) di quello che gli rende il vecchio capitale che seguita ad operare nel suo settore, per lui è motivo di afflizione, ma non lo fa desistere dall’iniziativa, perché l’alternativa è lasciare inoperoso il plusvalore che ha estorto (o usarlo come reddito). Se il plusvalore di cui è in possesso non é quantitativamente sufficiente ad intraprendere la produzione nel campo nuovo su scala adeguata, nessun problema insormontabile: saranno proprio gli altri capitalisti (compresi quelli operanti nel campo che egli va a invadere rovinandoli) a fornirgli i mezzi che gli mancano: essi infatti sono in possesso di plusvalore che anch’essi non possono impiegare come capitale nel loro campo e quindi lo confidano al sistema creditizio a cui lo attinge il nostro capitalista.

Ciò ovviamente non esclude che un altro capitalista stia facendo a lui lo stesso servizio che egli si prepara a fare agli altri. Insomma un casotto generale, da cui si sprigionano sia intralci allo sviluppo delle forze produttive, concorrenza accanita (non per migliorare le condizioni di valorizzazione ma per sopravvivere), sia distruzione di capitali e di valore.

 

b) Le attività di speculazione finanziaria si gonfiano, diventano preminenti rispetto alle attività del capitale impegnato nella produzione e nella circolazione e le sconquassano con i loro rapidi e violenti movimenti. Una massa enorme di valore nella forma di denaro tenta in ogni modo di trovare un “impiego fruttuoso”, di valorizzarsi, di operare cioè in qualche modo come capitale. Si vedano i mercati dell’eurodollaro; la corsa dei capitalisti ora a comperare dollari ora marchi ora yen che imprime violente variazioni ai cambi tra monete o pesanti interventi di salvataggio delle banche centrali; la corsa a comperare ora queste azioni ora altre, ora questi titoli finanziari ora altri, ora queste materie prime ora altre, che imprime brusche variazioni al corso dei titoli delle Borse valori e ai corsi delle Borse merci. Tutte operazioni che non restano chiuse nell’ambito deli speculatori di borsa con rovina di alcuni e fortuna di altri, ma diffondono i loro effetti in tutto il sistema economico: la variazione dei cambi tra le monete comporta la variazione del prezzo di tutte le merci oggetto del mercato internazionale e di riflesso anche delle altre e fa variare il valore reale dei pagamenti in sospeso; la variazione del corso delle materie prime oggetto della speculazione degli operatori delle borse merci colpisce o  favorisce tutti i produttori e utilizzatori delle stesse; la variazione del corso dei titoli finanziari colpisce o favorisce tutti i possessori di quei titoli che li devono trasformare in denaro o dare come garanzia per prestiti.

 

c) Lo sforzo di ogni singola frazione di capitale di appropriarsi, a spese delle altre frazioni di capitale, di una quota adeguata della massa di plusvalore decrescente, diventa spasmodico. L’inflazione è un risultato adeguato a questo sforzo, risultato che, nascendo sul terreno del monopolio, non trova limiti al suo esplicarsi, ma contemporaneamente, come è chiaro da quanto abbiamo premesso, non è una cura dei casini che lo generano.

Stagnazione e inflazione (questo spettro dalle due facce entrambe terrificanti per il capitalista, di cui sono popolati gli incubi degli accademici borghesi, degli “esperti” di politica economica, dei banchieri e dei politicanti) sono un risultato ovvio e inevitabile della situazione fin qui descritta. Qui si ha un aumento della massa di capitale impiegato nella circolazione e per la circolazione e della relativa occupazione di lavoratori improduttivi di plusvalore.

 

d) Lo sfruttamento dei lavoratori (l’intensificazione del lavoro, la riduzione all’osso del numero dei lavoratori impiegati, ecc.) assieme alla devastazione delle condizioni ambientali sono spinti da ogni capitalista al massimo, come condizioni per la sua salvezza, per la valorizzazione della sua quota di capitale. La concorrenza estera diviene il comodo e reale pretesto per ridurre i salari come condizione di sopravvivenza della “economia nazionale”. Anche se in realtà sono tutte condizioni che fanno ulteriormente sprofondare nella crisi tutto il capitale e quindi a lungo andare creano condizioni di valorizzazione più difficili per ogni sua singola quota. Come degli individui impantanati nelle sabbie mobili, ognuno dei quali cerca di (e riesce per un momento a restare a) galla e sollevarsi un po’ facendo leva sui suoi compari di sventura, ma che proprio con il loro agitarsi affrettano il loro affondamento.

 

e) Una parte crescente di plusvalore non diventa capitale ma viene impiegata come reddito:

- sia come reddito personale del capitalista e dei suoi scagnozzi, come lusso e sfarzo di cose e di servitù, di gorilla, di leccaculo, ecc. Qui si ha aumento di lavoratori improduttivi di plusvalore.

- Sia come valore impiegato in fondazioni, istituti “culturali”, di beneficenza, di vigilanza, ecc., insomma una massa di valore impiegata non alto scopo diretto di valorizzarsi, cioè non come capitale. Qui si ha il corrispondente aumento di lavoratori improduttivi di plusvalore.

- Sia come spesa statale e spesa pubblica in generale. Spesa che viene alimentata dal plusvalore sotto due vesti:

nella veste di imposte e tasse. E ben vero che una massa enorme delle entrate tributarie della pubblica amministrazione viene estorta ai lavoratori (come imposte dirette e indirette), per cui sembra che essa sia decurtazione dei salari. Ma guardiamo le cose meglio. Proprio perché sono estorte ai lavoratori, ogni aumento delle imposte determina una riduzione dei salari. Questo è il suo effetto immediato. Ma poi i lavoratori si rivalgono, in tempi e misure diverse, sui salari; chiedono e ottengono, a più o meno lunga distanza e in misure diverse da categoria a categoria, un aumento dei salari. Per cui la possibilità dell’aumento delle imposte sta nel plusvalore. Lo stato, attraverso l’aumento della tassazione diretta e indiretta, con l’emissione di surplus di banconote, rastrella consistenti quote di plusvalore sociale. Ciò non toglie nulla, sia detto per inciso, al carattere positivo e necessario delle lotte dei lavoratori contro l’aumento delle tasse (perché determina la riduzione dei salari) e per la riduzione delle tasse (che determinerebbe un aumento dei salari). La riscossione delle imposte sui salari anziché direttamente sul plusvalore presenta per i  capitalisti grossi vantaggi: una più o meno prolungata riduzione dei salari e la ripartizione del prelievo su tutti i capitalisti (su quelli i cui affari vanno a gonfie vele come su quelli che stanno soccombendo), il che presenta il vantaggio di lasciar godere appieno il suo periodo di vacche grasse al capitalista che “se lo è conquistato” e di esaltarne l’“iniziativa” e l’“intraprendenza”.

Nella veste di credito alla pubblica amministrazione (debito pubblico). Una voce enormemente cresciuta nei bilanci pubblici. Per questa via una parte del plusvalore “si valorizza” due volte.

Una volta perché crea le condizioni della realizzazione del capitale-merce in cui si trova imprigionato (la pubblica amministrazione compera merci dai capitalisti) e da cui uscirebbe con difficoltà perché la mancanza di lucrose possibilità di investimenti per il nuovo capitale nella sua interezza comporta anche che non esista un mercato quantitativamente adeguato per il capitale-merce. Infatti tutto il valore prodotto (quello conservato e il nuovo) è prodotto come capitale-merce e può realizzarsi solo se trova dei compratori (capitalisti e no) e i compratori capitalisti esistono in misura adeguata solo se tutto il nuovo valore può essere investito con profitto (è solo in questo caso che il capitalista dà inizio ad un nuovo ciclo Danaro — (Mezzi di produzione, materie prime e forza-lavoro)... Produzione... Nuove Merci-Più Danaro (D’-M’...P...M"-D") la cui prima fase D’-M’ coincide con l’ultima fase del ciclo precedente M-D, solo rovesciata). L’espressione “si valorizza” è tra virgolette perché va intesa cum grano salis. Si tratta propriamente della realizzazione (trasformazione in denaro) senza della quale però) la valorizzazione (aumento di valore) compiuta nella fase di produzione è avvenuta invano, anzi con distruzione di capitale.

Una seconda volta perché, imprestandosi alla pubblica amministrazione, una quota di plusvalore crea le condizioni per partecipare (come settore specifico di capitale) alla spartizione del plusvalore che sarà prodotto nel ciclo successivo e quindi in qualche modo diventa capitale e si valorizza, percependo gli interessi pagati dalle Pubbliche Autorità sul debito pubblico.

Qui si ha la conseguente crescita dell’impiego di una massa di lavoro improduttivo di plusvalore.

Il gonfiamento della spesa pubblica viene determinato, quanto al suo effettivo venire all’esistenza, alle dimensioni che assume, alle forme concrete che assume (armamento, istruzione, pensioni, servizi sanitari, prebende e sinecure, burocrazia, servizi assistenza, servizi di repressione, guerra, ecc.) dai concreti movimenti politici. Ma la sua possibilità è data nel movimento economico. I teorici operaisti capovolgevano il movimento reale, lo mettevano a testa in giù e gridavano alle “lotte operaie che obbligano lo stato a gonfiare la spesa pubblica” oppure “alle lotte operaie che gonfiando la spesa pubblica o impedendone la riduzione mettono in crisi il sistema” (la lotta sulla spesa pubblica): essi infatti fanno propria l’analisi borghese della realtà. Loro e i teorici dichiaratamente borghesi sono d’accordo nell’analisi (la spesa pubblica come causa dell’inflazione, le esigenze e le pretese dei lavoratori come causa della spesa pubblica, ecc.) traendone conclusioni pratiche speculari. Andreatta e La Malfa strillavano “ridurre la spesa pubblica per salvare il sistema”, Negri e Scalzone gridavano “aumentare la spesa pubblica per far saltare il sistema”.

Questo ruolo della spesa pubblica sembra a prima vista in contrasto con la parola d’ordine “riduzione della spesa pubblica” inalberata da ogni governo borghese in questo periodo: da Reagan, alla Thatcher, a Spadolini. Ma anzitutto deve far riflettere il fatto che l’unica riduzione effettiva della spesa pubblica viene attuata nei settori di trasferimento di reddito (istruzione, sanità, previdenza sociale, assistenza pubblica, tariffe dei servizi pubblici) a danno delle masse popolari, mentre la spesa pubblica negli altri settori aumenta.

In secondo luogo, stante che ogni capitalista conta di riuscire a salvarsi dalla crisi e anzi a guadagnarci attuando  una ristrutturazione più profonda con un aumento della produttività dei suoi operai maggiore degli altri capitalisti, sorge da parte di ognuno di questi capitalisti una richiesta di masse di capitale altrui che si scontra con la richiesta di altri capitalisti e di altri centri di spesa.

 

f) Aumenta il valore impiegato in condizioni particolari di valorizzazione. Una parte crescente di valore viene impiegata come capitale ma in condizione di valorizzazione particolari, nel senso che non entra in concorrenza con altri capitali per essere impiegato al massimo profitto, ma cerca di ricavare un maggior profitto nell’ambito del settore in cui opera stabilmente per motivi istituzionali (C. Marx, Il Capitale, libro III, p. 317, Ed. Riuniti, 1965).

E’ il caso che si verifica tipicamente in aziende pubbliche o di infrastrutture. In Italia a quanto avviene anche nel settore degli Istituti di credito speciale.

A evitare equivoci è bene chiarire che qui non si allude ai tanto strombazzati deficit delle aziende statali o a partecipazione statale. Queste “perdite” sono tutt’altra cosa: sono il risultato del fatto che per mille motivi economici e politici una massa di capitalisti italiani, anziché investire i loro capitali direttamente nella società X li affida alle istituzioni del mercato finanziario (banche e altro), le quali li prestano alla società X. La società X a fine anno realizza una massa di profitto di, diciamo, 50, deve versare 60 (per interessi alle banche e agli altri istituti finanziari), 20 ai vari capitalisti (sotto forme e voci vane) e chiude brillantemente con una perdita di 30, che le banche e gli altri istituti finanziari sono ben lieti di coprire con un altro prestito che si aggiunge ai vecchi, perché in questo modo loro lucreranno ancora l’anno successivo buoni interessi (i famosi “oneri finanziari” delle società). Consideriamo come esempio i bilanci 1979 delle società Finsider-IRI, Stet-IRI, SIR, FinmeccanicaIRI, Fincantieri-IRI, Montedison, FIAT-auto, Bastogi e Snia Viscosa. Assieme queste nove società annunciano più di 2.100 miliardi di perdite, ma anche debiti per quasi 50.000 miliardi. Supponendo che nel 1979 abbiano pagato poco di interessi ai loro “creditori” (considerando cioè un tasso di interesse compreso fra il 10 e il 20%, hanno versato da 5.000 a 10.000 miliardi (fonte: edizione 1980 della R&S). Quindi, anche limitandosi a considerare solo questa voce tra le varie in cui si suddivide e si camuffa il profitto (Cefis, Rovelli, Ursini, Calvi, ecc. hanno brillantemente illustrato come un capitalista possa arricchirsi con società in passivo), le nove società che “han chiuso il 1979 in grave deficit” hanno realizzato profitti compresi tra 2.900 e 7.900 miliardi: noccioline! Ciò non ha nulla a che fare con il nostro ragionamento. E’ solo un risultato della contraddizione tra capitale finanziario e capitale industriale, un ottimo mezzo di ricatto contro i lavoratori e un eccellente argomento per i sindacalisti venduti al padrone, che devono convincere i lavoratori a portare pazienza e ingoiare rospi.

 

5. Il consumismo: arma a doppio taglio.

 

Abbiamo prima visto che se non si ha un aumento continuo della quantità di valori d’uso, di beni prodotti, il modo di produzione capitalista va a incappare, necessariamente, nella sovrapproduzione assoluta di capitale.

Abbiamo anche visto contemporaneamente che il modo di produzione capitalista condanna gli uomini ad aumentare continuamente la quantità di oggetti prodotti, pena non poter produrre e godere neanche della quantità prodotta ieri, indipendentemente dai bisogni e dalla volontà degli uomini stessi.

Per evitare la crisi per sovrapproduzione di capitale, l’aumento della quantità dei beni prodotti deve inoltre essere tale da comportare lo sfruttamento di un numero di lavoratori tale che il pluslavoro complessivo estorto ad ogni ciclo di valorizzazione sia più del pluslavoro complessivo estorto nel ciclo precedente.

 È possibile, nell’ambito di un mondo tutto sottoposto al capitale, un aumento continuo e di misura adeguato della quantità di beni prodotti?

I! capitale nel corso della sua storia, e particolarmente nel periodo della sua decadenza (grosso modo dall’inizio di questo secolo), ha continuamente ed enormemente aumentato e continua ad aumentare la massa di valori d’uso prodotti nel suo ambito, a variarne le caratteristiche, ad inventarne di nuovi proprio perché questo è uno degli strumenti per prolungare la sua agonia, per aumentare quella parte del valore complessivo prodotto che poteva ulteriormente valorizzarsi (1).

 

(1) Qui come in altri punti si mostra una concatenazione tra esigenze del modo di produzione capitalista in generale e azioni effettive dei capitalisti che può indurre a pensare che l’evoluzione della società capitalista sia frutto della comprensione che di esse (esigenze) hanno i capitalisti e della loro conseguente volontà di perpetuarlo o che il capitale sia un signore che al modo di un dio antico trascende noi comuni uomini e pensa e agisce sopra la nostra testa. In realtà non esiste alcun dio e questa concatenazione tra esigenze ed azioni non esiste nella testa di alcun capitalista, ognuno dei quali è mosso nelle sue azioni da altre e ben più immediate e modeste motivazioni. La razionalità del capitalismo esiste e si attua nelle cose stesse (oggettivamente), senza che e nonostante che i funzionari del capitale (i capitalisti) non ne abbiano alcuna consapevolezza. La questione come mai inconsapevolmente le cose seguono questa razionalità è frutto di una inversione idealistica del rapporto tra pensiero e cose, e vale quanto la questione di come l’immagine di uno specchio possa trasformarsi in una persona in carne ed ossa e per di più somigliante ad essa (cosa su cui una folla di accademici idealisti potrebbe scrivere intere biblioteche).

 

Qui si fonda la necessità per il modo di produzione capitalista di aumentare continuamente la quantità di valori d’uso prodotta, e quindi qui trovano la loro prima razionale spiegazione anche le varie forme concrete che questo aumento ha assunto (armamenti, corsa alla luna, consumismo, ecc.). Non è ovviamente necessario che le merci prodotte in misura crescente siano beni di consumo, di massa e non di massa, ma qui si dà la possibilità del consumismo, possibilità storicamente venuta all’esistenza nella maggior parte dei paesi imperialisti.

Ma il consumismo, se da una parte, come le altre forme di aumento della quantità di valori d’uso prodotta, è una valvola di sfogo delle difficoltà del modo di produzione capitalista, dall’altra incontra limiti che è utile chiarire.

1. Alcuni consumi si possono aumentare di molto (quattro televisori per famiglia anziché uno), altri meno per ragioni naturali (un individuo non può mangiare più di una certa quantità di cibo) e per ragioni sociali. L’universalità dell’individuo nei consumi non è compatibile con la sua condizione di schiavo salariato. L’universalità nei consumi comporta l’universalità dei gusti, delle attitudini e degli interessi, che si forma solo con il tempo e con determinate condizioni sociali; l’universalità nei consumi richiede tempo per godere della ricchezza. L’universalità nei consumi presuppone e genera interessi, intelligenza, curiosità, autonomia, ecc., tutte cose rigorosamente disdicevoli nel lavoratore salariato: “Voi siete pagati per lavorare, non per pensare; altri sono pagati per questo” (Taylor).

2. Per quanto il capitalismo faccia (spontaneamente) del consumo uno strumento di assoggettamento e istupidimento del lavoratore, arriva prima o poi il momento in cui il lavoratore anziché consumare di più, di lavorare di meno e diventa quindi meno docile nello stesso periodo della produzione (assenteismo, instabilità della forza-lavoro, ecc.) e meno resistente alla sollecitazione del capitalista a intensificare il lavoro e a lavorare in condizioni insalubri. I1 capitale aveva concesso l’aumento del consumo come mezzo per far lavorare più e meglio il lavoratore, come misura di “politica interna”. Come carota da alternare al bastone. A un certo punto lo strumento di pace sociale si trasforma nel suo contrario.

3. Lo sviluppo del consumismo contrasta con la necessità del capitale di ridurre la quota di lavoro necessario e di aumentare la quota di pluslavoro. E la vecchia solfa: ogni capitalista vorrebbe frugale il suo operaio e pieno di soldi e spendaccione l’operaio altrui che a lui si presenta come compratore. E l’aumento del plusvalore estorto ad  ogni operaio diventa tanto più necessario a ogni capitalista quanto più avanza la sovrapproduzione di capitale, come sopra si è visto.

Ma il modo di produzione capitalista e il sistema di produzione mercantile (produrre per vendere) comportano per loro stessa natura limitazioni all’aumento indefinito della quantità di prodotti, sia che si tratti di beni di consumo che di mezzi di produzione.

a) Produrre oggetti come valori di scambio, cioè in quanto merci, comporta un limite alla crescita della produzione: una merce può essere prodotta solo se altrove, da altri operanti del tutto indipendentemente, è stata prodotta dell’altra merce che possa essere scambiata con la prima e quindi sia equivalente in termini di valore di scambio ed adeguata in termini di valore d’uso.

Un lavoro può essere compiuto solo se ne viene compiuto anche un altro corrispondente per quantità e per natura. Anche se il sistema del credito pone in qualche misura rimedio agli effetti più restrittivi di questa condizione, permettendo di sfuggire all’esigenza di stretta contemporaneità dei due risultati, il limite è tuttavia operante e gli effetti sono sotto i nostri occhi. Affinché la produzione di una merce abbia proficuamente corso, occorre che ne sia prodotta anche una seconda, altrimenti non si produce neanche la prima. Un agricoltore non produrrà frumento se contemporaneamente un industriale non produce tela o attrezzi, non perché l’agricoltore non può comunque produrre frumento se non ha a disposizione tela o attrezzi (al modo in cui non può produrre frumento se non dispone di sementi, terra, ecc.) ma non lo produrrà in quanto non riuscirebbe a vendere il frumento prodotto. Nell’ambito di rapporti mercantili tra gli individui, le cose non possono andare diversamente.

b) Produrre oggetti nell’ambito di rapporti capitalisti di produzione comporta anch’esso un ulteriore limite alla crescita indefinita della quantità di oggetti prodotta: un oggetto viene prodotto se non solo può essere venduto, ma venduto con un profitto adeguato per chi è padrone della sua produzione. Quando per un qualsiasi accidente questo non avviene, la produzione viene inevitabilmente interrotta. Le condizioni della circolazione, della trasformazione del capitale-merce in capitale-denaro, si ripercuotono immediatamente sulla produzione stessa, con un effetto a catena: l’interruzione della produzione in un punto elimina non solo l’offerta di una certa quantità di oggetti, ma anche la domanda di mezzi di produzione e di beni di consumo che ne derivava e quindi elimina la possibilità per altri settori di vendere con profitto adeguato i loro prodotti;

c) La società borghese pone essa stessa, nel suo svolgersi concreto, limiti alla crescita della produzione sia di beni di consumo che di mezzi di produzione. Da quasi cento anni nel mondo sono riunite le condizioni materiali per il superamento del modo di produzione capitalista. Ciò ha comportato il passaggio della borghesia dal campo rivoluzionario al campo della conservazione: questa classe ha cessato di essere fautrice del sovvertimento e della trasformazione dello stato di cose esistente, dei rapporti sociali esistenti, fautrice della mobilitazione di massa ed è protesa alla conservazione dell’esistente perché sente in ogni vasto movimento di massa insito il pericolo della sua fine; avendo esteso a tutto il mondo la rete dei suoi interessi e dei suoi affari, ogni sovvertimento dell’ordine sociale ed economico in un angolo del mondo comporta la rovina per gli interessi costituiti di alcuni gruppi borghesi e, nell’ambito della borghesia, può trovare appoggio al massimo come lotta di un gruppo borghese per instaurare i suoi interessi al posto di quelli di un altro gruppo borghese. Attualmente quando un borghese grida contro privilegi, barbarie, interessi costituiti, diritti umani calpestati, possiamo star sicuri che in realtà grida semplicemente perché gli interessi costituiti di un altro borghese sono diventati un impedimento per i suoi nuovi appetiti o sono entrati in collisione con i suoi interessi costituiti. Alcuni capitalisti euro-americani sono ad esempio favorevoli all’indipendenza della Namibia e all’abolizione delle leggi di segregazione razziale nella  Repubblica Sudafricana (Azania) perché contano di poter fondare più saldamente ed espandere i loro affari a danno dei dominatori attuali; ma ancora di più temono che Ia mobilitazione delle masse indigene, necessaria per conseguire questi risultati e che verrebbe alimentata dal conseguimento di questi risultati, travolga anche loro e contagi gli altri popoli africani. Una situazione ben diversa da quella che si aveva quando, essendo il modo di produzione capitalista il massimo risultato raggiunto dell’organizzazione sociale, la borghesia era promotrice di ogni movimento di rivoluzionamento sociale.

È questo il motivo per cui la società borghese sostiene, appoggia e tiene in piedi anche sistemi economici, politici e sociali arretrati (come la società tribale e schiavistica dell’Arabia Saudita) sui quali ha fondato i propri interessi e il cui sovvertimento scuoterebbe e minaccerebbe l’assetto complessivo della società borghese, anche se questi stessi sistemi arretrati comportano limitazioni allo sviluppo in profondità del modo di produzione capitalista e la loro distruzione, quando avviene nonostante la resistenza della società borghese e nel corso di alcune delle sue periodiche convulsioni, può aprire nuovi campi di azione al capitale, portando ad un aumento della produzione capitalista e ad uno sfruttamento più efficace (più razionale, dicono gli apologeti del capitalismo) delle popolazioni locali e quindi offrire una nuova boccata di ossigeno al modo di produzione capitalista.

Tutti questi limiti all’aumento indefinito della quantità di oggetti prodotti, limiti insiti nel modo di produzione capitalista e che a loro volta rendono impossibile uno sviluppo continuo di una società borghese chiusa, comportano che questa sia sottoposta a crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale (2).

 

(2) Nel secondo libro del Capitate Marx dimostra che in una società puramente capitalista chiusa, la riproduzione può avvenire senza problemi se sono rispettate alcune condizioni (che niente a priori garantisce o rende probabile che siano rispettate). Le considerazioni qui svolte non contraddicono affatto alle argomentazioni di Marx semplicemente perché nella trattazione in questione Marx non prende in considerazione le eventualità che la produttività del lavoro e la composizione organica del capitale cambino al passare da un ciclo produttivo al successivo: proprio queste eventualità sono invece quanto qui è preso in esame. Vale la pena di precisare che tutta l’argomentazione svolta qui non ha nulla a che fare con una riproposizione della teoria del crollo del capitalismo: da essa appare invece evidente sia il carattere transitorio del modo di produzione capitalista e i problemi che comporta Ia sua sopravvivenza oltre la fase in cui fu il contesto più favorevole alto sviluppo dell’uomo, sia che nessuna situazione concreta è mai senza via di uscita immediata.

 

6. La guerra come cura del capitale

 

Dalla fine del secolo scorso il modo di produzione capitalista assoggetta a sé tutto il mondo e quindi la società borghese è una società borghese chiusa. Da allora il capitale non trova più altri uomini e altre società storicamente prodotti nell’ambito di rapporti di produzione diversi, da sottomettere al suo dominio, uomini o società che non lavorano ancora nell’ambito del capitale, da introdurre in questo ambito. Tutta la storia di questo secolo, per quanto riguarda i1 capitale, è storia del dominio reale del capitale, cioè della trasformazione, adattamento e produzione di uomini e istituzioni ad esso più adeguati, cioè più adeguati alla produzione di pluslavoro. La produzione di pluslavoro avviene da allora prevalentemente come produzione di pluslavoro relativo. Con il nuovo secolo iniziano anche le crisi generali per sovrapproduzione assoluta di capitale.

La prima crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale copre gran parte della prima metà del secolo e venne risolta definitivamente attraverso le grandi distruzioni di uomini e cose e gli sconvolgimenti politici e sociali della seconda guerra mondiale.

In effetti la sovrapproduzione di capitale può essere superata, nell’ambito della società borghese, solo attraverso una distruzione di uomini e cose e sconvolgimenti sociali di dimensioni tali da permettere al capitale di  ricominciare la propria corsa allo sviluppo. Nella crisi per sovrapproduzione di capitale, il capitale è come un animale che soffoca perché è ingrassato troppo, ma la cui vita consiste nell’ingrassare: solo qualcosa che lo riporti alla magrezza gli consente di riprendere a vivere. La seconda guerra mondiale è stata la cura che il capitale ha fatto di se stesso.

Una delle grandi mistificazioni culturali di questo secolo è la credenza diffusa che le politiche economiche ispirate o teorizzate da Keynes (1’intervento dello stato a creare domanda di merci elargendo redditi, a spendere prendendo a prestito o creando danaro) abbiano risolto la prima crisi universale del modo di produzione capitalista per sovrapproduzione assoluta di capitale, iniziata con questo secolo.

In realtà quella prima crisi universale fu “risolta” dalle distruzioni di beni materiali e di uomini e dagli sconvolgimenti politici e sociali delle due prime guerre mondiali. I redditi aggiuntivi e le spese aggiuntive create dagli stati negli anni 1920 e 1930 si rivelarono ovunque impotenti a creare nuove condizioni confacenti alla produzione di una maggiore quantità di plusvalore e quindi al rilancio del modo di produzione capitalista.

L’aumento della domanda non risolveva la crisi dato che il calo della domanda era anch’esso un effetto e non la causa della crisi. Ciò servì al più a limitare gli effetti catastrofici della crisi e a prevenirne le conseguenze politiche. Aumentare la spesa pubblica, limitare la disoccupazione creando impieghi nella pubblica amministrazione, distribuire sussidi di disoccupazione e altre previdenze pubbliche limitava la caduta del consumo ed era utile ai fini dell’ordine pubblico, ma non eliminava la causa che aveva tolto slancio agli investimenti di capitale, non rimetteva in moto la macchina del modo di produzione capitalista.

I trent’anni di sviluppo capitalista (1945-1975) seguiti alla seconda guerra mondiale sono il periodo in cui il capitale ha ricostruito e accumulato per ritrovarsi ora al punto di partenza.

Le politiche economiche keynesiane (di spesa pubblica) in questo periodo non sono state la causa dello sviluppo ma ne hanno solo “colorito” il percorso, hanno attenuato i suoi aspetti contraddittori: perché anche nei periodi di sviluppo, la vita del capitale è il risultato complessivo, statistico, della morte e della nascita di un gran numero di iniziative economiche e di uomini. Come a dire che la ricetta keynesiana serve ad abbellire e migliorare le cose quando le cose vanno comunque bene, diventa assolutamente inefficace per raddrizzare il corso quando le cose si mettono al peggio!

La crisi per sovrapproduzione di capitale non è un periodo di spegnimento graduale, uniforme, ordinato di iniziative e di attività. Al contrario è un periodo di frenetiche ristrutturazioni, di grandi rovine e di altrettanto grandi successi, di furibondi contrasti e di continui e sempre più proclamati accordi (che durano si e no il tempo della loro proclamazione). La società borghese si muove sempre solo tramite movimenti contraddittori delle sue parti, sia nei periodi di crescita complessiva che nei periodi di calo complessivo: come un verme che, sia che avanzi sia che retroceda, si muove solo grazie a movimenti di direzione contraria delle sue parti.

Diventa determinante in questi momenti riuscire a capire senso del movimento complessivo risultante.

A questo punto risulta anche chiaro l’effetto reale della ricetta che capitalisti e governi di ogni paese propinano alle masse con grande uniformità da un capo all’altro del mondo, decantandone spudoratamente gli effetti ad ogni nuova prescrizione richiesta dalla constatata inefficacia della cura imposta qualche mese prima.

I sacrifici imposti alle masse, la riduzione dei salari reali, la intensificazione del lavoro, la ristrutturazione tecnologica hanno una grande importanza per quel che riguarda la concorrenza tra gruppi capitalisti: chi è più bravo a imporli, riprende fiato rispetto ai suoi concorrenti. Ma per quanto riguarda il decorso della crisi economica (e dei suoi riflessi politici e culturali) hanno l’unico effetto di accelerarne il corso. Infatti accelerano  la contrazione del mercato preso nel suo complesso. La “difesa dell’economia nazionale”, in nome della quale sindacati e PCI da noi (a somiglianza dei loro omologhi negli altri paesi) impongono alle masse sacrifici, è tanto lungimirante quanto il comportamento di chi in una barca che sta affondando incita a salvarsi montando uno sulle spalle dell’altro.

Nè si tratta di escogitare una politica più intelligente, come direbbero Lucio Magri e teste d’uovo consimili. L’espansione della spesa pubblica, la “qualificazione della spesa pubblica” e altre trovate del genere non sono rimedi più efficaci dei sacrifici per quanto riguarda l’uscita dalla crisi, come dimostra, se ce n’è bisogno, l’esperimento Mitterand (eletto presidente della Repubblica Francese nel 1981). Perché dalla crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale si esce solo in uno di questi due modi (ed è quello che nessun borghese ammetterà mai apertamente): o con una nuova immane distruzione di uomini e cose che permetta al capitale di riprendere fiato per ritrovarsi dopo qualche anno nella stessa situazione, o con un rivolgimento politico e sociale che ponga fine al rapporto di produzione capitalista e al rapporto di valore che ne è il fondamento. È una malattia per cui non esistono altre cure!

 

7. La società si sceglie i suoi ostetrici

 

La guerra è un’adeguata valvola di sfogo delle contraddizioni proprie del modo di produzione capitalista: realizza due obiettivi apprezzabili per il capitalista: a) distrugge e quindi apre la strada per un nuovo periodo di sviluppo; b) apre un campo d’azione ancora più vasto alla borghesia vincitrice e ogni borghesia conta di vincere.

La guerra non è solo una possibile valvola di sfogo per il capitalismo in crisi per sovrapproduzione di capitale. Ad un certo punto diventa l’unica valvola di sfogo, una necessità. Ovviamente le guerre in genere non sono frutto di congiure preparate a tavolino con la consapevolezza e l’intenzione di preparare la cura di ringiovanimento del capitalismo. Quando “le cose” spingono in una direzione, le congiure o non esistono affatto o sono poco più del vano agitarsi delle mosche cocchiere. In realtà, come dicono in questi casi gli storici e i politici borghesi, “gli eventi sfuggono di mano”. Nonostante le illusioni loro, dei loro seguaci e dei loro avversari, non sono gli Hitler o i Reagan che portano alla guerra, ma, al contrario, quando una società è gravida di guerra, quando mille cose spingono in quella direzione o almeno hanno nella guerra una qualche possibilità di sviluppo, essa porta al potere più o meno adeguati ostetrici.

La concorrenza tra capitalisti, ognuno per la sua sopravvivenza, coinvolge gli stati borghesi. Man mano che si riduce la torta del plusvalore da dividersi tra i capitalisti, cresce la rissa tra loro per avere nella spartizione ognuno una fetta più grande. E questa rissa, la guerra economica e commerciale che i capitalisti si fanno tra loro, ognuno per avere anche una parte del pluslavoro che l’altro ha estorto, questa guerra tra ladri si trasforma inevitabilmente in una guerra tra stati, in una politica aggressiva tra stati borghesi. Gli stati hanno il potere di imporre coercitivamente tariffe doganali, contingentamenti alle importazioni, facilitazioni fiscali e rimborsi alle esportazioni, imposte e tasse alle merci che circolano nei confini del loro dominio, imposte e tasse ai capitalisti che operano nei confini del loro dominio. Gli stati hanno il potere di diminuire o aumentare con provvedimenti legislativi i costi di produzione dei capitalisti che operano nei loro confini (pensiamo ad es. in Italia alla legge del 1977 sulle liquidazioni o al decreto di S. Valentino), di assumere come “spesa pubblica” una parte più o meno consistente dei costi di alcuni o di tutti i capitalisti operanti nel paese, di rendere più oneroso o meno oneroso il credito a ogni singolo capitalista (il credito agevolato, gli stanziamenti statali per la ristrutturazione industriale), di passare commesse più o meno grandi e più o meno di favore ai singoli capitalisti (pensiamo al  piano per le telecomunicazioni e per le poste che la Olivetti vuole dal governo), di regolare in un modo più o meno limitativo i trasferimenti di moneta e di titoli finanziari tra residenti nei confini e non residenti, di imporre sanzioni economiche e boicottaggi commerciali contro produttori di altri paesi, di ottenere tramite accordi commerciali o compensazioni di altro genere (ad esempio sostegno politico e militare) da altri stati trattamenti di favore ai loro confini e nel loro territorio per i propri capitalisti rispetto ad altri, di imporre ai lavoratori nel territorio da essi dominato condizioni salariali più o meno pesanti, di imporre all’interno dei propri confini ai lavoratori e alle masse in generale una disciplina più o meno rigida.

Tutti questi poteri coercitivi e sovrani che ha lo stato interferiscono pesantemente, in certi casi in modo decisivo, sulle dimensioni della torta di pluslavoro che va ad ogni singolo capitalista. Più la lotta tra capitalisti attorno alla spartizione diventa accanita, più ogni capitalista vuole che il suo stato e gli stati sul cui comportamento può influire sostengano lui a danno dei suoi concorrenti. Quindi più aggressivi e antagonisti diventano tra loro gli stati borghesi.

La crisi economica, accelerata dalla ristrutturazione, acuisce la lotta commerciale tra capitalisti che attraverso il meccanismo prima descritto diventa guerra commerciale tra stati borghesi che si avvalgono di tutti i mezzi di cui dispongono. E man mano che la guerra commerciale diventa, con l’acuirsi della crisi, una questione di vita o di morte per i singoli capitalisti, più il ricorso alla guerra militare, pur con tutti i rischi che comporta, diventa “un rischio che vale la pena di correre”, o addirittura l’unica via d’uscita. E in questo ambito tutti i vecchi contrasti (contese tra stati per il dominio su territori, contrasti razziali, religiosi, culturali, dinastici, contrasti politici ed ideologici tra gruppi) vengono esaltati e usati per rendere “popolari” guerre che hanno la loro fonte reale nell’acuirsi della concorrenza tra capitalisti nel contesto della crisi. La guerra tra briganti capitalisti per la spartizione del plusvalore estorto ai lavoratori viene ricoperta dal velo mistificatore di guerra per la democrazia, guerra per i diritti umani, guerra per riparare i torti subiti, guerra per difendere “i nostri interessi vitali”, addirittura guerra per il socialismo: non a caso preparata, scatenata e diretta da stati che nei confini del loro dominio hanno negato la democrazia, i diritti umani, il socialismo e tutto il resto, mentre dicono di combattere per imporli in altri paesi.

La guerra comporta per i capitalisti solo un ostacolo, un impedimento e un pericolo: la rivoluzione proletaria, la ribellione delle masse oppresse contro lo stato e la classe dominante che esso rappresenta e tutela.

 

 

 

 

 

 

 

Edizioni Rapporti Sociali

via Tanaro, 7 - 20128 Milano (ITALY)

tel e fax: (+39)0226306454

rapportisociali@libero.it - www.carc.it