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Presentazione

 

Sottopongo alla vostra attenzione questo scritto di Engels, perché esso per noi oggi è particolarmente importante come introduzione ad un approfondimento della comprensione della guerra popolare rivoluzionaria nel nostro paese.

Nella storia del movimento comunista è il primo scritto che tratta in modo sistematico della strategia della rivoluzione socialista in Europa. Questo scritto è stato trascurato dai partiti comunisti dei paesi imperialisti. Non a caso. Nessuno di essi ha elaborato una strategia della rivoluzione socialista nel suo paese. A. Gransci è stato un’eccezione tra i dirigenti di quei partiti.

Questo scritto è già stato preso in esame da noi nell’opuscolo Federico Engels: dieci, cento, mille CARC per la ricostruzione del partito comunista, 1995.

 

Introduzione di Friedrich Engels a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di Karl Marx,
Londra, 6 marzo 1895

 

 

L’“Introduzione” per l’edizione in opuscolo di “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, che uscì a Berlino nel 1895, fu scritta da Engels pochi mesi prima della sua morte, fra il 14 febbraio e il 6 marzo 1895.

Il 6 marzo 1895, tramite una lettera di Richard Fischer, la direzione del Partito socialdemocratico tedesco, adducendo motivi di opportunità tattica e accennando al pericolo sempre incombente di una nuova legge contro i socialisti, chiese a Engels di attutire il tono, ritenuto troppo rivoluzionario, dell’“Introduzione” e di accogliere una serie di modifiche che si considerava necessario apportarvi. Come è ora possibile vedere dalla risposta di Engels a Fischer dell’8 marzo 1895 (la lettera, scoperta in tempi relativamente recenti, è stata pubblicata per esteso solo nel 1967: cfr. nel vol. 50 delle Opere complete Marx-Engels, pp. 457-459), questi, pur manifestando riserve e critiche nei confronti dell’atteggiamento irresoluto del partito e delle sue preoccupazioni legalitarie, accolse, salvo alcune eccezioni, le richieste di modifica avanzate dalla direzione del Partito socialdemocratico tedesco e consentì che fossero cancellati i passi relativi a una eventuale lotta armata del proletariato contro la borghesia. Ma, ancor prima che uscisse l’edizione in opuscolo, il 30 marzo 1895, apparve sul “Vorwärts”, l’organo centrale della socialdemocrazia tedesca, un articolo di fondo intitolato “Wie man heute Revolution macht” (Come si fanno oggi le rivoluzioni) in cui, all’insaputa di Engels, venivano citati diversi brani della sua “Introduzione”, scelti in modo tale da farlo apparire, come egli si lamentò, “un pacifico sostenitore della legalità ad ogni costo” (cfr. Engels a Karl Kautsky, 1° aprile 1895, volume 50 delle Opere complete Marx-Engels, p. 489). Dietro espressa richiesta di Engels, l’“Introduzione” venne allora pubblicata per esteso, ma sempre con le modifiche sopra menzionate, sulla “Neue Zeit”, a. XIII (1894-95), vol. II, nn. 27-28.

I passi dell’“Introduzione” soppressi o modificati furono pubblicati per la prima volta nel 1924 nell’Unione Sovietica a cura dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca. Oggi è possibile ricostruire la genesi dell’“Introduzione” engelsiana, non solo nelle modifiche apportate o accolte da Engels rispetto alla versione originaria del proprio scritto nelle pubblicazioni citate, ma anche in quelle da lui arrecate nella fase di gestazione della primitiva stesura, nell’edizione critica contenuta già nel “volume-prova” della “nuova MEGA”: Marx-Engels, “Gesamtausgabe. Editionsgrundsätze und Probestücke”, Berlin, 1972.

La presente traduzione è condotta sul testo integrale dell’“Introduzione”. I passi soppressi nell’edizione del 1895 sono contrassegnati da parentesi quadre. Alcune delle modifiche più importanti e le osservazioni fatte da Engels nella summenzionata lettera a Fischer dell’8 marzo 1895 sono riportate in note inscritte, in evidenza, nel testo.

 

Il lavoro che qui viene ristampato fu il primo tentativo di Marx di spiegare mediante la sua concezione materialista un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. Nel “Manifesto del Partito comunista” la teoria era stata applicata a grandi linee a tutta la storia moderna. Negli articoli di Marx e miei nella “Neue Rheinische Zeitung” essa era stata continuamente impiegata per interpretare gli avvenimenti politici correnti. Qui invece si trattava di dimostrare, nel corso di uno sviluppo di parecchi anni (1848-1850), altrettanto critico quanto caratteristico per tutta l’Europa, l’intimo nesso causale e quindi, secondo il concetto dell’autore, di ricondurre gli avvenimenti politici all’azione di cause in ultima istanza economiche.

Nel giudicare avvenimenti e serie di avvenimenti della storia contemporanea non si sarà mai in condizione di risalire sino alle cause economiche ultime. Persino oggi che la stampa tecnica specializzata fornisce un materiale così ricco, non è possibile nemmeno in Inghilterra seguire giorno per giorno il corso dell’industria e del commercio sul mercato mondiale e i mutamenti che sopravvengono nei metodi di produzione, in modo da poter in qualsiasi momento fare il bilancio generale di questi fattori multiformi, complessi e in continua mutazione, fattori di cui i più importanti, inoltre, agiscono a lungo e in modo latente prima di erompere improvvisamente e violentemente alla superficie. Una netta visione della storia economica di un periodo determinato non può mai formarsi contemporaneamente, ma soltanto successivamente, dopo che sia stato raccolto e studiato il materiale. La statistica è qui un ausiliare necessario ed arriva sempre in ritardo. Per la storia contemporanea corrente si è quindi costretti anche troppo spesso a considerare questo fattore, che è il più decisivo, come costante, ad assumere come data e immutabile per l’intero periodo la situazione che si riscontra all’inizio del periodo considerato, o a prendere in considerazione soltanto quei mutamenti di questa situazione che sgorgano da avvenimenti che sono manifesti e che perciò si presentano essi pure in modo aperto. Il metodo materialista dovrà perciò limitarsi anche troppo spesso a ricondurre i conflitti politici a lotte di interesse delle classi sociali e delle frazioni di classe preesistenti, determinate dalla evoluzione economica e a ravvisare nei singoli partiti politici l’espressione politica più o meno adeguata di queste stesse classi o frazioni di classe.

È evidente che tale inevitabile negligenza di quei mutamenti della situazione economica - base vera di tutti gli avvenimenti che si devono indagare - che si producono durante gli avvenimenti stessi, non può essere che una fonte di errori. Ma tutte le condizioni di una esposizione sintetica della storia contemporanea racchiudono in sé inevitabilmente fonti di errori, il che però non impedisce a nessuno di scrivere la storia contemporanea.

Quando Marx si accinse a questo lavoro, l’accennata fonte di errori era ancora più inevitabile. Durante il periodo rivoluzionario del 1848-49 era semplicemente impossibile seguire le fluttuazioni economiche che si compivano in quello stesso momento, o anche solo abbracciarle con uno sguardo generale. Lo stesso dicasi dei primi mesi dell’esilio di Londra, nell’autunno e nell’inverno 1849-50. Ebbene, fu appunto quello il momento in cui Marx incominciò il suo lavoro. E nonostante queste circostanze sfavorevoli, l’esatta conoscenza tanto della situazione economica della Francia prima della rivoluzione di febbraio, quanto della storia politica di questo paese dopo questa rivoluzione, gli permisero di dare una esposizione degli avvenimenti che rivela la loro intima connessione con una perfezione che non fu più raggiunta in seguito e che resistette brillantemente alla duplice prova cui la sottopose in seguito lo stesso Marx.

La prima prova la si ebbe quando Marx, a partire dalla primavera del 1850, ebbe nuovamente agio di dedicarsi agli studi economici e si accinse innanzi tutto allo studio della storia economica degli ultimi dieci anni. In questo modo gli risultò completamente chiaro dai fatti stessi ciò che sino allora egli aveva ricavato in modo quasi aprioristico da materiali insufficienti: che la crisi commerciale mondiale del 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo e che la prosperità industriale ristabilitasi a poco a poco dalla metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e nel 1850, fu la forza che dette vita e nuovo vigore alla reazione europea.

Ciò fu decisivo. Mentre nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo della “Neue Rheinische Zeitung”, Amburgo 1850) traspare ancora l’attesa di una prossima ripresa di energia rivoluzionaria, la rassegna storica fatta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio, apparso nell’autunno del 1850 (maggio-ottobre), rompe una volta per sempre con questa illusione: “Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una è però altrettanto sicura quanto l’altra”. Ma questo era altresì l’unico mutamento sostanziale che vi era da introdurre. Quanto alla interpretazione degli avvenimenti data nei capitoli precedenti e al nesso causale che in essi veniva stabilito, non vi era assolutamente nulla da cambiare, come lo prova il seguito della narrazione, dato nella stessa rassegna e che va dal 10 marzo sino all’autunno 1850. Perciò ho inserito questo seguito nell’attuale ristampa, come quarto articolo.

La seconda prova fu ancora più dura. Immediatamente dopo il colpo di Stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, Marx prese nuovamente in esame la storia della Francia dal febbraio 1848 sino a questo avvenimento, il quale poneva temporaneamente un termine al periodo rivoluzionario (“Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, terza edizione, Amburgo, Meissner, 1885). In questo opuscolo viene nuovamente trattato, sebbene più succintamente, il periodo esposto nel nostro scritto. Si confronti con la presente questa seconda esposizione, scritta alla luce di un avvenimento decisivo avvenuto un anno più tardi e si vedrà che l’autore ebbe ben poco da cambiare.

Ciò che conferisce inoltre un’importanza del tutto speciale al nostro scritto è che esso enuncia per la prima volta la formula in cui l’unanimità dei partiti operai di tutto il mondo riassume brevemente la sua rivendicazione della trasformazione economica: l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte della società. Nel secondo capitolo, a proposito del “diritto al lavoro”, che viene designato come “prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato”, si dice: “Ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci”.

Qui è dunque - per la prima volta - formulata la proposizione secondo la quale il socialismo operaio moderno si distingue nettamente tanto da tutte le diverse sfumature di socialismo feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., quanto dalla confusa comunità dei beni del comunismo utopistico e del comunismo operaio primitivo.

Quando Marx, in seguito, estese questa formula all’appropriazione anche dei mezzi di scambio, questa estensione, che del resto sulla base del “Manifesto del Partito comunista” si comprende da sé, non esprimeva che un corollario della proposizione principale. Recentemente in Inghilterra alcuni sapientoni hanno ancora aggiunto che anche i “mezzi della distribuzione” debbono essere passati alla società. Sarebbe difficile a questi signori dire quali siano questi mezzi economici di distribuzione, diversi dai mezzi di produzione e di scambio, a meno che non si parli di mezzi di distribuzione politici: imposte, assistenza ai poveri, compresi il Sachsenwald [496] e altre dotazioni. Ma in primo luogo questi sono già ora mezzi di distribuzione in possesso della comunità, dello Stato o del comune e in secondo luogo noi li vogliamo appunto abolire.

 

Quando scoppiò la rivoluzione di febbraio (1848), ci trovavamo ancora tutti, per quanto riguarda le nostre concezioni circa le condizioni e lo sviluppo dei movimenti rivoluzionari, sotto l’influenza della precedente esperienza storica, specialmente della Francia. Era proprio quest’ultima, infatti, che aveva dominato tutta la storia europea a partire dal 1789 e da cui anche ora era stato nuovamente dato il segnale del rivolgimento generale. Era quindi naturale e inevitabile che le nostre concezioni della natura e dello sviluppo della rivoluzione “sociale” proclamata a Parigi nel febbraio 1848, della rivoluzione del proletariato, fossero fortemente colorite dai ricordi dei modelli del 1789-1830. E specialmente quando il sollevamento di Parigi trovò la sua eco nelle insurrezioni vittoriose di Vienna, Milano, Berlino, quando tutta l’Europa sino alla frontiera russa venne trascinata nel movimento; quando poi in giugno a Parigi venne combattuta la prima grande battaglia per il potere tra il proletariato e la borghesia; quando la vittoria stessa della propria classe scosse a tal punto la borghesia di tutti i paesi che essa si rifugiò di nuovo nelle braccia della reazione feudale monarchica poco prima rovesciata, date le condizioni di allora non poteva più esistere per noi nessun dubbio che era scoppiata la grande lotta decisiva e che questa lotta doveva venir combattuta in un solo periodo rivoluzionario di lunga durata e pieno di alternative, il quale però poteva chiudersi soltanto con la vittoria definitiva del proletariato.

Dopo la sconfitta del 1849 non condividemmo in nessun modo le illusioni della democrazia volgare raccolta attorno ai governi provvisori futuri in partibus [141]. Questa contava su una vittoria rapida, decisiva una volta per tutte, del “popolo” sugli “oppressori”; noi su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli “oppressori”, tra gli elementi contraddittori che si celavano precisamente in questo “popolo”. La democrazia volgare aspettava la nuova esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno 1850 che almeno il primo capitolo del periodo rivoluzionario era chiuso e che non vi era da aspettarsi nulla sino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per questo fummo messi al bando come traditori della rivoluzione da quegli stessi che in seguito fecero tutti, quasi senza eccezione, la pace con Bismarck, nella misura in cui Bismarck trovò che ne valeva la pena.

Ma la storia ha dato torto anche a noi; ha rivelato che la nostra concezione d’allora era una illusione. La storia è andata anche più lontano; essa non ha soltanto demolito il nostro errore di quel tempo; essa ha pure sconvolto radicalmente le condizioni in cui il proletariato ha da lottare. Il modo di combattere del 1848 è oggi sotto tutti gli aspetti antiquato e questo è un punto che in questa occasione merita di essere esaminato più da vicino.

Tutte le passate rivoluzioni hanno condotto alla sostituzione del dominio di una classe con quello di un’altra; ma sinora tutte le classi dominanti erano soltanto piccole minoranze rispetto alla massa del popolo dominata. Una minoranza dominante veniva rovesciata, un’altra minoranza prendeva il suo posto al timone dello Stato e rimodellava le istituzioni politiche secondo i propri interessi. E ogni volta si trattava di quel gruppo di minoranza che le condizioni dello sviluppo economico rendevano atto e chiamavano al potere. Appunto per questo e soltanto per questo avveniva che la maggioranza dominata partecipava al rivolgimento schierandosi a favore di quella minoranza, oppure si adattava tranquillamente al rivolgimento stesso. Ma se prescindiamo dal contenuto concreto di ogni caso, la forma comune di tutte quelle rivoluzioni consisteva nel fatto che esse erano tutte rivoluzioni di minoranze. Anche quando la maggioranza prendeva in esse una parte attiva, lo faceva soltanto, coscientemente o no, al servizio di una minoranza; questo fatto però, o anche solo il fatto dell’atteggiamento passivo e della mancanza di resistenza della maggioranza, dava alla minoranza l’apparenza di essere rappresentante di tutto il popolo.

Dopo il primo grande successo, la minoranza vittoriosa in generale si scindeva: una metà era soddisfatta dei risultati raggiunti, l’altra voleva andare più avanti e presentava nuove rivendicazioni, che corrispondevano almeno in parte all’interesse reale o apparente della grande massa popolare. Queste rivendicazioni più radicali vennero in certi casi anche realizzate, ma spesso solo per un momento. Infatti il partito più moderato prendeva di nuovo il sopravvento e le ultime conquiste andavano in tutto o in parte perdute di nuovo. Gli sconfitti gridavano allora al tradimento, o attribuivano la sconfitta al caso. In realtà però le cose stavano per lo più a questo modo: le conquiste della prima vittoria non erano state assicurate che dalla seconda vittoria del partito più radicale; raggiunto questo punto e quindi anche ciò che era momentaneamente necessario, i radicali e i loro successi sparivano nuovamente dalla scena.

Tutte le rivoluzioni dell’età moderna, incominciando dalla grande rivoluzione inglese del secolo XVII, hanno presentato questi lineamenti, che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria. E sembrava che essi fossero da applicarsi anche alle lotte del proletariato per la sua emancipazione; tanto più applicabili in quanto proprio nel 1848 si potevano contare sulle dita coloro che comprendevano anche solo in una certa misura in quale direzione si dovesse cercare questa emancipazione. Persino a Parigi, anche dopo la vittoria, le stesse masse proletarie non avevano nessuna idea chiara circa la via da battere. Eppure il movimento esisteva, istintivo, spontaneo, insopprimibile. Non era proprio quella la situazione in cui doveva vincere la rivoluzione, diretta bensì da una minoranza, ma questa volta non nell’interesse della minoranza, bensì nel più genuino interesse della maggioranza? Se in tutti i periodi rivoluzionari un po’ lunghi si erano potute guadagnare così facilmente le grandi masse popolari anche solo mediante plausibili miraggi presentati loro dalle minoranze che le spingevano avanti, come avrebbero potuto essere meno accessibili a idee che erano il riflesso più esatto della loro situazione economica, che non erano altro che l’espressione chiara, razionale, dei loro bisogni, da loro stesse ancora incompresi, sentiti soltanto in modo ancora confuso? È vero che questo stato d’animo rivoluzionario delle masse aveva lasciato il posto quasi sempre, e per lo più molto presto, a uno spossamento e si era persino trasformato nel suo contrario, non appena, svanita l’illusione, era subentrato il disinganno. Ma questa volta non si trattava di miraggi, bensì della soddisfazione degli interessi genuini della grande maggioranza stessa, interessi che non erano certamente chiari a questa grande maggioranza, ma che presto, nel corso della realizzazione pratica, avrebbero dovuto apparirle abbastanza chiari, con convincente evidenza. E se nella primavera del 1850, come è dimostrato nel terzo articolo di Marx, lo sviluppo della repubblica borghese sorta dalla rivoluzione “sociale” del 1848, aveva concentrato il vero potere nelle mani della grande borghesia - monarchica per giunta - e per contro aveva raggruppato tutte le altre classi sociali, i contadini come i piccoli borghesi, attorno al proletariato, in modo che durante e dopo la vittoria comune non esse, ma il proletariato agguerrito dall’esperienza doveva diventare il fattore decisivo, non esistevano forse in questa situazione tutte le prospettive di trasformare la rivoluzione della minoranza in rivoluzione della maggioranza?

 

La storia ha dato torto a noi e a quelli che pensavano in modo analogo. Essa ha mostrato chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica sul continente era allora ancor lungi dall’esser maturo per l’eliminazione della produzione capitalista; essa lo ha provato con la rivoluzione economica che dopo il 1848 ha guadagnato tutto il continente e ha veramente installato la grande industria in Francia, in Austria, in Ungheria, in Polonia e da ultimo anche in Russia; che ha veramente fatto della Germania un paese industriale di prim’ordine - tutto ciò su una base capitalista, capace quindi ancora nel 1848 di ben grande espansione. Ma è stata precisamente questa rivoluzione industriale che ha fatto dappertutto luce sui rapporti di classe, che ha eliminato una massa di forme di transizione provenienti dal periodo della manifattura e, nell’Europa orientale, persino dall’artigianato corporativo, che ha creato una vera borghesia e un vero proletariato della grande industria e li ha spinti sulla scena dell’evoluzione sociale. Ma in conseguenza di ciò la lotta tra queste due grandi classi, che nel 1848, fuori dell’Inghilterra, esisteva soltanto a Parigi e tutt’al più in alcuni grandi centri industriali, si è estesa per la prima volta a tutta l’Europa e ha raggiunto un’intensità che nel 1848 non si poteva ancora concepire. Allora, i numerosi e oscuri evangeli delle sette con le loro panacee; oggi l’unica teoria di Marx universalmente riconosciuta, d’una chiarezza trasparente e che formula con precisione gli obiettivi finali della lotta. Allora, le masse divise e distinte per località e nazionalità, legate soltanto dal sentimento delle sofferenze comuni, poco sviluppate, gettate confusamente dall’entusiasmo alla disperazione; oggi, un solo grande esercito internazionale di socialisti, che avanza senza soste e di cui si accrescono ogni giorno il numero, l’organizzazione, la disciplina, la comprensione, la certezza della vittoria. E se anche questo potente esercito del proletariato non ha ancora raggiunto la meta, anche se esso, lungi dal conseguire la vittoria con una sola grande battaglia, deve progredire, lentamente, di posizione in posizione, con una lotta dura e tenace, ciò dimostra una volta per sempre come fosse impossibile conquistare la trasformazione sociale del 1848 con un semplice colpo di sorpresa.

Una borghesia divisa in due frazioni monarchiche dinastiche [497] che prima di tutto però desiderava la calma e la sicurezza per i suoi affari pecuniari; di fronte ad essa un proletariato vinto, sì, ma ancor sempre minaccioso, attorno al quale si raccoglievano sempre più la piccola borghesia e i contadini; la minaccia continua di un’esplosione violenta, che malgrado tutto non offriva nessuna prospettiva di soluzione definitiva. Tale era la situazione, che si sarebbe detta fatta apposta per il colpo di Stato del terzo pretendente, del pretendente pseudodemocratico Luigi Bonaparte. Con l’aiuto dell’esercito questi pose fine il 2 dicembre 1851 alla situazione tesa e assicurò all’Europa la pace interna, per gratificarla, in cambio, di una nuova era di guerre [498]. Il periodo delle rivoluzioni dal basso era, intanto, chiuso; seguì un periodo di rivoluzioni dall’alto.

 

Il ritorno all’impero del 1851 forni una nuova prova dell’immaturità delle aspirazioni proletarie di quel tempo. Ma quel ritorno stesso doveva creare le condizioni nelle quali queste aspirazioni dovevano maturare. La tranquillità all’interno assicurò un pieno sviluppo al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare un’occupazione all’esercito e di distrarre con questioni di politica estera le correnti rivoluzionarie, generò le guerre in cui Bonaparte, col pretesto di far valere il “principio di nazionalità”, cercò di arraffare delle annessioni per la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, segui la stessa politica per la Prussia; fece nel 1866 il suo colpo di Stato, la sua rivoluzione dall’alto contro la Confederazione tedesca e l’Austria, non meno che contro la Konfliktskammer prussiana. Ma l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte. Così l’ironia della storia volle che Bismarck abbattesse Bonaparte (1870-1871) e che il re Guglielmo di Prussia non instaurasse soltanto l’impero piccolo-tedesco, ma anche la repubblica francese. Il risultato generale fu però che in Europa l’indipendenza e l’unità interna delle grandi nazioni, con la sola eccezione della Polonia, erano diventate realtà. Certo, entro confini relativamente modesti, ma in modo abbastanza ampio perché il processo di sviluppo della classe operaia non trovasse più un ostacolo essenziale nelle complicazioni nazionali. I becchini della rivoluzione del 1848 erano diventati i suoi esecutori testamentari. E accanto ad essi già si levava minaccioso l’erede del 1848, il proletariato, nell’Internazionale.

Dopo la guerra del 1870-71 Bonaparte scompare dalla scena e la missione di Bismarck è compiuta, cosicché questi può ridiscendere al livello di un grande proprietario fondiario qualunque. Il periodo viene chiuso, però, dalla Comune di Parigi. Un tentativo sornione di Thiers di rubare alla Guardia nazionale di Parigi i suoi cannoni provocò un’insurrezione vittoriosa. Apparve ancora una volta che a Parigi non è più possibile nessun’altra rivoluzione, che non sia una rivoluzione proletaria. Dopo la vittoria il potere cadde nelle mani della classe operaia da sé, senza la minima opposizione. E ancora una volta apparve quanto questo potere della classe operaia fosse impossibile anche allora, venti anni dopo il periodo illustrato nel nostro libro. Da una parte la Francia lasciò in asso Parigi, stette a guardare mentre questa si dissanguava sotto le palle di MacMahon; d’altra parte la Comune si consumò nella infeconda controversia dei due partiti che la dividevano, dei blanquisti (maggioranza) e dei proudhoniani (minoranza) ignari ambedue del da farsi. La vittoria gratuita del 1871 fu altrettanto infruttuosa quanto il colpo di sorpresa del 1848.

 

Con la Comune di Parigi si credette di aver definitivamente sepolto il proletariato combattente. Ma tutt’al contrario dalla Comune e dalla guerra franco-tedesca data la sua ascesa più poderosa. Il rivolgimento completo di tutta l’arte della guerra, causato dall’arruolamento di tutta la popolazione capace di portare le armi in eserciti che non si contano ormai più che per milioni e da armi da fuoco, proiettili ed esplosivi di efficacia sinora sconosciuta, da un lato pose fine bruscamente al periodo delle guerre bonapartistiche e assicurò lo sviluppo pacifico dell’industria, rendendo impossibile ogni altra guerra che non sia una guerra mondiale di un orrore inaudito e di conseguenze assolutamente incalcolabili. D’altro lato questo rivolgimento dell’arte della guerra, grazie alle spese militari crescenti in progressione geometrica, spinse le imposte a un’altezza vertiginosa e quindi gettò le classi popolari più povere nelle braccia del socialismo. L’annessione dell’Alsazia-Lorena, causa immediata della folle corsa agli armamenti, ben poté istigare sciovinisticamente l’una contro l’altra la borghesia francese e la borghesia tedesca; per gli operai dei due paesi essa divenne un nuovo mezzo di unione. E l’anniversario della Comune di Parigi divenne il primo giorno di festa generale di tutto il proletariato.

Come Marx aveva predetto, la guerra del 1870-71 e la sconfitta della Comune avevano contemporaneamente spostato il centro di gravità del movimento operaio dalla Francia alla Germania. In Francia occorsero naturalmente degli anni per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, invece, dove l’industria, favorita dalla manna dei miliardi francesi [499], si sviluppava sempre più rapidamente, come in una serra calda, ancora più rapidamente e intensamente si sviluppava la socialdemocrazia. Grazie all’intelligenza con la quale gli operai tedeschi seppero far uso del suffragio universale introdotto nel 1866, lo sviluppo sorprendente del partito si manifestò apertamente al mondo intero in cifre inoppugnabili. 1871: 102.000; 1874: 352.000; 1877: 493.000 voti socialdemocratici. In seguito venne il riconoscimento di questi progressi da parte delle autorità superiori, sotto la forma della legge contro i socialisti; il partito fu momentaneamente disperso, il numero dei voti cadde nel 1881 a 312.000. Ma ciò venne rapidamente, superato e ora, sotto la pressione della legge d’eccezione, senza stampa, senza organizzazione esteriore, senza diritto di associazione e di riunione, ora è incominciata per davvero la rapida estensione del movimento: 1884: 550.000; 1887: 763.000; 1890: 1.427.000 voti. Allora la mano dello Stato è stata paralizzata. La legge contro i socialisti è svanita; il numero dei voti socialisti è salito a 1.787.000, più di un quarto dei voti complessivi. Il governo e le classi dominanti avevano esaurito tutti i loro mezzi, senza utilità, senza scopo, senza successo. Le prove palpabili della loro impotenza, che le autorità, dal guardiano notturno sino al cancelliere del Reich, avevano dovuto subire - e ciò da parte dei disprezzati operai - queste prove si contavano a milioni. Lo Stato era giunto alla fine del suo latino; gli operai non erano che al principio del loro.

Ma gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa anche un altro grande servizio, oltre al primo, che consisteva nella semplice loro esistenza come il partito socialista più forte, più disciplinato, più rapido nel suo sviluppo. Mostrando ai loro compagni di tutti i paesi come ci si serve del suffragio universale, essi avevano dato loro una delle armi più efficaci.

 

Il suffragio universale esisteva in Francia già da molto tempo, ma era caduto in discredito per l’abuso fattone dal governo bonapartista. Dopo la Comune non era più esistito un partito operaio che potesse utilizzarlo. Anche in Spagna esso esisteva dal tempo della repubblica, ma in Spagna l’astensione elettorale era sempre stata la regola di tutti i partiti seri di opposizione. Anche le esperienze svizzere di suffragio universale erano tutto fuorché un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionari dei paesi latini si erano abituati a considerare il diritto di voto come una trappola, come uno strumento di mistificazione governativa. In Germania fu tutt’altro.

Già il “Manifesto del Partito comunista” aveva proclamato la conquista del suffragio universale, della democrazia, come uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante e Lassalle aveva ripreso questo punto. Quando poi Bismarck si vide costretto a introdurre questo diritto di voto come unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi piani, i nostri operai immediatamente presero la cosa sul serio e inviarono August Bebel nel primo Reichstag costituente. Da quel giorno essi hanno utilizzato il diritto di voto in un modo che ha recato loro vantaggi infiniti e che è servito di esempio agli operai di tutti i paesi. Secondo le parole del programma marxista francese, il diritto di voto è stato da essi transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument d’émancipation, trasformato da strumento d’inganno, quale è stato sino ad ora, in strumento di emancipazione [500]. E quando anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato in egual misura la fede degli operai nella vittoria e la paura dell’avversario, diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda; di darci una nozione esatta delle nostre proprie forze e di quelle di tutti i partiti avversari, fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione e preservandoci tanto dalla pusillanimità inopportuna, quanto dalla intempestiva temerità; se questo fosse il solo vantaggio che abbiamo ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente. Ma il suffragio universale ha fatto molto di più. Nell’agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha l’eguale per entrare in contatto con le masse popolari là dove esse sono ancora lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendere dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo le loro opinioni e le loro azioni. Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna, dall’alto della quale essi hanno potuto parlare ai loro avversari nel parlamento e alle masse con tutt’altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni. Di quale aiuto è stata per il governo e per la borghesia la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale e i discorsi socialisti nel Reichstag hanno continuamente aperto in essa delle brecce?

Ma con questa efficace utilizzazione del suffragio universale era entrato in azione un nuovo metodo di lotta del proletariato, che andò sviluppandosi rapidamente. Si trovò che le istituzioni dello Stato, in cui si organizza il dominio della borghesia, offrono ancora altri appigli a mezzo dei quali la classe operaia può combattere queste stesse istituzioni statali. Si partecipò alle elezioni delle differenti Diete, dei consigli comunali, dei probiviri; si contese alla borghesia ogni posto alla conquista del quale potesse partecipare una parte sufficiente del proletariato. Così accadde che la borghesia e il governo arrivarono a temere molto più l’azione legale che l’azione illegale del partito operaio, più le vittorie elettorali che quelle della ribellione.

 

Anche qui infatti le condizioni della lotta avevano subito un mutamento sostanziale. La ribellione di vecchio stile, la lotta di strada con le barricate, che sino al 1848 erano state l’elemento decisivo in ultima istanza, erano considerevolmente invecchiate.

Non facciamoci illusioni: una vera vittoria della insurrezione sull’esercito nella lotta di strada, una vittoria come tra due eserciti, è una delle cose più rare. Gli insorti stessi del resto ben di rado avevano contato su di essa. Si trattava per essi soltanto di paralizzare le truppe con influenze morali, che nella lotta tra gli eserciti di due paesi belligeranti non entrano affatto in gioco o vi entrano in misura molto piccola. Se la cosa riesce, la truppa rifiuta di marciare, oppure il comando perde la testa e l’insurrezione è vittoriosa. Se la cosa non riesce, anche se l’esercito è inferiore come numero, si impone la superiorità derivante dal migliore armamento e dalla migliore istruzione militare, dalla unità di comando, dall’impiego razionale delle forze combattenti e dalla disciplina. Il massimo che l’insurrezione può dare in un’azione veramente tattica, è la costruzione e la difesa razionale di una barricata singola.

L’appoggio reciproco, la disposizione e l’impiego delle riserve, in una parola, la cooperazione e il collegamento nell’azione dei distaccamenti singoli, indispensabili anche solo per la difesa di un solo rione della città, nonché di tutta una grande città, per lo più non possono essere ottenuti o possono essere ottenuti soltanto in modo estremamente difettoso. Della concentrazione delle forze combattenti in un punto decisivo non si può dunque nemmeno parlare.

Perciò la resistenza passiva è la forma di lotta che prevale: l’attacco si scatena qua e là, ma solo in via d’eccezione, sotto forma di incursioni e attacchi di fianco occasionali; di regola però si riduce all’occupazione delle posizioni abbandonate dalle truppe in ritirata. A questo si aggiunge ancora che l’esercito dispone di artiglieria e di truppe del genio perfettamente equipaggiate e istruite, mezzi di lotta che mancano quasi sempre agli insorti. Nessuna meraviglia dunque che anche le lotte sulle barricate combattute col più grande eroismo - a Parigi nel giugno 1848, a Vienna nell’ottobre 1848 e a Dresda nel maggio 1849 - terminassero con la sconfitta dell’insurrezione, non appena i capi che dirigevano l’attacco, immuni da riguardi politici, agirono con criteri puramente militari e i soldati rimasero loro fedeli.

I numerosi successi degli insorti fino al 1848 furono dovuti a cause molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come nella maggior parte delle battaglie di strada spagnole, tra gli insorti e l’esercito vi era una guardia civica, la quale o prendeva direttamente le parti dell’insurrezione, oppure col proprio contegno fiacco e irresoluto faceva esitare anche l’esercito e per di più forniva armi all’insurrezione. Là dove questa guardia civica si schierò sin dall’inizio contro l’insurrezione, come nel giugno 1848 a Parigi, questa venne senz’altro sconfitta. A Berlino la vittoria del popolo fu dovuta nel 1848 in parte al notevole afflusso di nuove forze armate durante la notte e il mattino del 19 marzo, in parte all’esaurimento e al cattivo vettovagliamento delle truppe, in parte infine alla paralisi del comando. Ma in tutti i casi la vittoria fu riportata perché la truppa si rifiutò di obbedire o perché i capi militari mancarono di decisione o perché ebbero le mani legate.

Persino nell’epoca classica dei combattimenti di strada la barricata aveva dunque un effetto più morale che materiale. Essa era un mezzo per scuotere la resistenza dell’esercito. Se essa resisteva sino a che questo effetto era raggiunto, la vittoria era sicura. Se no, si era battuti.

[È questo l’elemento principale che bisogna tener presente anche quando si esaminano le probabilità di successo di eventuali futuri combattimenti di strada.]

Le probabilità di successo erano del resto abbastanza cattive già nel 1849. La borghesia si era gettata dappertutto dalla parte dei governi; “cultura e proprietà” salutavano e trattavano festosamente l’esercito impiegato contro le insurrezioni. La barricata aveva perduto il suo fascino; il soldato non vedeva più dietro ad essa “il popolo”, ma ribelli, mestatori, saccheggiatori, spartitori di bottino, la feccia della società; l’ufficiale aveva col tempo acquistato esperienza delle forme tattiche del combattimento di strada; non marciava più diritto e senza coprirsi contro la trincea improvvisata, ma la aggirava attraversando giardini, cortili e case. E con un po’ di abilità, in nove casi su dieci la cosa riusciva.

Ma da quel tempo si sono verificati moltissimi altri cambiamenti e tutti a favore dell’esercito. Se le grandi città sono diventate notevolmente più grandi, gli eserciti si sono accresciuti ancora di più. Parigi e Berlino non si sono quadruplicate dal 1848 ad oggi, ma le loro guarnigioni si sono più che quadruplicate. Per mezzo delle ferrovie queste guarnigioni possono più che raddoppiarsi in ventiquattr’ore e in quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di questa massa di soldati enormemente accresciuta, è diventato incomparabilmente più efficace. Nel 1848 il fucile non rigato a percussione: oggi il fucile a ripetizione di piccolo calibro, che tira quattro volte più lontano ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido. Allora le palle massicce e gli obici dell’artiglieria scarsamente efficaci: oggi le granate a percussione, di cui una basta per mandare in aria la miglior barricata. Allora il piccone dei soldati del genio per far breccia nei muri divisori: oggi le cartucce di dinamite.

Dal lato degli insorti, al contrario, tutte le condizioni sono diventate peggiori. Una insurrezione che attiri le simpatie di tutti gli strati popolari è difficile si riproduca; nella lotta di classe non avverrà infatti mai che tutti i ceti medi si raggruppino in modo così esclusivo attorno al proletariato da far quasi scomparire il partito della reazione raccolto attorno alla borghesia. Il “popolo” apparirà quindi sempre diviso e verrà perciò a mancare una leva potente che fu tanto efficace nel 1848. Se è vero che dalla parte degli insorti vi sarà un maggior numero di uomini che hanno compiuto il servizio militare, tanto più difficile sarà però il loro armamento. I fucili da caccia e di lusso degli armaioli - se pure la polizia non li avrà resi precedentemente inservibili asportando un pezzo dell’otturatore - anche in una lotta a piccola distanza non reggono assolutamente in confronto con i fucili a ripetizione dell’esercito. Fino al 1848 ci si poteva fabbricare da sé con polvere e piombo le necessarie munizioni: oggi la cartuccia è diversa per ogni fucile e tutte si assomigliano soltanto per il fatto di essere un complicato prodotto della grande industria e quindi impossibile a improvvisarsi, di modo che la maggior parte delle armi sono inservibili se non si posseggono le munizioni adatte ad esse. Infine, i nuovi quartieri delle grandi città, costruiti dopo il 1848, a vie lunghe, diritte e larghe, sembrano fatti apposta per l’azione dei nuovi cannoni e dei nuovi fucili. Sarebbe pazzo il rivoluzionario che scegliesse di sua volontà i nuovi distretti operai del nord e dell’est di Berlino per una lotta di barricate.

[Vuol dire ciò che nell’avvenire la lotta di strada non avrà più nessuna funzione? Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal 1848 le condizioni sono diventate molto più sfavorevoli ai combattenti civili e molto più favorevoli all’esercito. Una futura lotta di strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto se questa situazione sfavorevole verrà compensata da altri fattori. Essa si produrrà perciò più raramente all’inizio di una grande rivoluzione che nel corso ulteriore di essa e dovrà essere impegnata con forze molto più grandi. Ma allora queste, com’è avvenuto nel corso della grande rivoluzione francese e poi il 4 settembre e il 31 ottobre a Parigi [501], preferiranno l’attacco aperto alla tattica passiva delle barricate.]

Comprende ora il lettore perché i poteri dominanti ci vogliono ad ogni costo condurre là dove i fucili sparano e le sciabole fendono? Perché oggi ci si accusa di vigliaccheria per il fatto che non scendiamo senz’altro nella strada, dove siamo a priori sicuri della sconfitta? Perché si invoca da noi con tanta insistenza che ci prestiamo una buona volta a far la parte della carne da cannone?

I signori sciupano invano tanto i loro inviti quanto le loro provocazioni. Non siamo così stupidi. Con egual ragione potrebbero pretendere dal loro nemico che nella prossima guerra scenda in campo contro di essi in formazioni di linea come ai tempi del vecchio Fritz, o a colonne di intere divisioni, come a Wagram e a Waterloo e per giunta munito di fucili a pietra. Se sono cambiate le condizioni per la guerra tra i popoli, non meno sono cambiate per la lotta di classe. È passato il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta di una trasformazione completa delle organizzazioni sociali, ivi devono partecipare le masse stesse; ivi le masse stesse devono già aver compreso di che si tratta, per che cosa danno il loro sangue e la loro vita. Questo ci ha insegnato la storia degli ultimi cinquant’anni. Ma affinché le masse comprendano quel che si deve fare è necessario un lavoro lungo e paziente. Questo lavoro è ciò che noi stiamo facendo adesso e con un successo che spinge gli avversari alla disperazione.

Anche nei paesi latini si comprende sempre più che la vecchia tattica deve essere riveduta. Dappertutto [l’attacco senza preparazione è passato in seconda linea, dappertutto](1) si imita l’esempio tedesco dell’utilizzazione del diritto di voto, della conquista di tutti i posti che ci sono accessibili.

 

1. Alla proposta di Fischer di modificare così la frase: “Dappertutto la parola d’ordine dell’attacco senza preparazione è passata in seconda linea”, Engels rispose cancellando l’intera frase ed osservando: “La vostra proposta conteneva una inesattezza di fatto. Francesi, italiani, ecc. adoperano tutti i giorni la parola d’ordine dell’attacco, solo che vien presa meno sul serio”.

 

In Francia, dove pure da più di cento anni il terreno è stato minato da rivoluzioni su rivoluzioni, dove non vi è partito che non abbia pagato il suo tributo alle cospirazioni rivoluzionarie; in Francia, dove in conseguenza di ciò l’esercito è tutt’altro che sicuro per il governo e dove in generale le condizioni per un coup de main (colpo di mano) insurrezionale sono molto più favorevoli che in Germania, anche in Francia i socialisti si convincono sempre più che per essi nessuna vittoria durevole è possibile se non conquistano prima la grande massa del popolo che ivi è costituita dai contadini. Anche in Francia il lento lavoro di propaganda e l’attività parlamentare vengono riconosciuti come il compito immediato del partito. E i successi non si sono fatti aspettare. Non solamente sono stati conquistati numerosi consigli comunali, ma alla camera vi sono cinquanta socialisti, i quali hanno già abbattuto tre ministeri e un presidente della repubblica.

In Belgio gli operai hanno conquistato l’anno scorso il diritto di voto e hanno vinto in un quarto dei collegi elettorali.

Nella Svizzera, in Italia, in Danimarca, persino in Bulgaria e in Romania i socialisti sono rappresentati nel parlamento.

In Austria tutti i partiti sono d’accordo nel ritenere che non ci si può impedire più a lungo l’accesso al Reichsrat. Che vi entreremo è certo; si discute soltanto per quale porta.

Persino in Russia, quando si riunirà il famoso Zemski Sobor, l’assemblea nazionale contro la quale così inutilmente si impunta il giovane Nicola, possiamo essere sicuri che anche ivi saremo rappresentati [502].

Con questo naturalmente i nostri compagni all’estero non rinunciano affatto al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è del resto il solo vero “diritto storico”, l’unico su cui riposano tutti gli Stati moderni senza eccezione, compreso il Mecklemburgo, la cui rivoluzione aristocratica ebbe termine nel 1755 con quel “patto di successione” che ancor oggi costituisce la gloriosa consacrazione scritta del feudalesimo. Il diritto alla rivoluzione è così incrollabilmente penetrato nella coscienza universale, che persino il generale von Boguslawski fa risalire a questo diritto del popolo il diritto al coup d’État (colpo di Stato) ch’egli rivendica per il suo imperatore.

 

Ma qualsiasi cosa possa accadere negli altri paesi, la socialdemocrazia tedesca si trova in una situazione speciale e ha quindi anche, almeno per ora, un compito speciale. I due milioni di elettori ch’essa manda alle urne, insieme ai giovani, non elettori, che la seguono, formano la massa più numerosa, più compatta, il “gruppo d’assalto” decisivo dell’esercito proletario internazionale. Questa massa fornisce già ora più di un quarto dei voti espressi ed è in continuo aumento, come dimostrano le elezioni suppletive al Reichstag, le elezioni alle diete dei singoli Stati, le elezioni municipali e dei probiviri. Il suo aumento si compie in modo spontaneo, costante, irresistibile e in pari tempo tranquillo, come un processo naturale. Tutti i tentativi del governo per ostacolarlo sono stati vani. Già oggi possiamo contare su due milioni e un quarto di elettori. Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggior parte dei ceti medi della società, dei piccoli borghesi come dei piccoli contadini e saremo diventati nel paese la forza decisiva, alla quale tutte le altre dovranno inchinarsi, lo vogliano o non lo vogliano. Mantenere ininterrotto il ritmo di questo aumento, sino a che esso sopraffaccia da sé l’attuale sistema di governo (2), [non consumare in combattimenti d’avanguardia questo gruppo d’assalto che si rafforza di giorno in giorno, ma conservarlo intatto sino al giorno decisivo,] tale è il nostro compito fondamentale. E vi è un solo mezzo, con cui potrebbe esser momentaneamente arrestato e persino rigettato addietro per un certo tempo questo accrescimento continuo delle forze di combattimento del socialismo in Germania: un conflitto di grandi proporzioni con l’esercito, un salasso come quello del 1871 a Parigi. A lungo andare, anche questo verrebbe superato. Far sparire a colpi di fucile un partito che si conta a milioni è cosa cui non bastano tutti i fucili a ripetizione d’Europa e d’America. Ma l’evoluzione normale sarebbe frenata, [il gruppo d’assalto forse non sarebbe più a disposizione nel momento critico], la lotta decisiva (3) verrebbe ritardata, protratta e costerebbe gravi sacrifici.

 

2. Su proposta di Fischer accettata da Engels “attuale” (“gegenwärtig”) è sostituito con “dominante” (“herrschend”) nell’edizione del “Vorwärts”.

3. Su proposta di Fischer accettata da Engels “lotta decisiva” (“Entscheidungskampf”) è sostituito con “decisione” (“Entscheidung”) nell’edizione del “Vorwärts”.

 

L’ironia della storia capovolge ogni cosa. Noi, i “rivoluzionari”, i “sovversivi”, prosperiamo molto meglio con i mezzi legali che con i mezzi illegali e con la sommossa. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano la loro rovina nell’ordinamento legale che essi stessi hanno creato. Essi gridano disperatamente con Odilon Barrot: la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte; mentre noi in questa legalità ci facciamo i muscoli forti e le guance fiorenti e prosperiamo ch’è un piacere. E se non commetteremo noi la pazzia di lasciarci trascinare alla lotta di strada per far loro piacere, alla fine non rimarrà loro altro che spezzare essi stessi questa legalità divenuta loro così fatale.

Per il momento essi fanno nuove leggi contro la sovversione [503]. Tutto è di nuovo capovolto. Questi fanatici dell’antisovversione non sono essi stessi i fautori di ieri della sovversione? Siamo forse stati noi a provocare la guerra civile nel 1866? Siamo forse stati noi a cacciare il re dell’Hannover, il principe elettore d’Assia, il duca di Nassau, dai loro domini ereditari e legittimi e ad annettere questi domini? E questi sovvertitori della Confederazione tedesca e di tre corone per grazia di Dio si lamentano del sovversivismo? [504] Quis tulerit Gracchos de seditione querentes? Chi permetterà che gli adoratori di Bismarck scaglino insulti contro i sovversivi?

Ma facciano pure le loro leggi contro i sovversivi; le rendano pure anche più gravi; rendano pure di gomma elastica tutto il codice penale; non otterranno altro che una prova di più della loro impotenza. Per mettere sul serio alle strette la socialdemocrazia dovranno prendere ancora ben altre misure. Alla sovversione socialdemocratica, che per il momento (4) vive nell’osservanza delle leggi, essi possono opporre solo la sovversione propria del partito dell’ordine, la quale non può vivere senza violare le leggi. Il signor Rössler, il burocrate prussiano e il signor von Boguslawski, il generale prussiano, hanno indicato loro la sola via seguendo la quale forse possono ancora aver ragione degli operai, che decisamente non si lasciano più trascinare alla lotta di strada. Violazione della Costituzione, dittatura, ritorno all’assolutismo, regis voluntas suprema lex! (la volontà del re è legge suprema!). Orsù, coraggio,signori miei, qui non bastano le chiacchiere, qui bisogna far sul serio!

 

4. Alla proposta di Fischer di cancellare “per il momento”, Engels obiettava: “Voi volete levare “per il momento”, trasformare quindi una tattica momentanea in una tattica permanente, una tattica relativa in una che è valida in assoluto. Questo non lo faccio, non posso farlo, senza perder la faccia irrimediabilmente. Evito quindi la contrapposizione e dico: ‘la sovversione socialdemocratica, cui proprio ora giova molto osservare le leggi’ ”.

 

Ma non dimenticate che il Reich tedesco, come tutti i piccoli Stati e in generale come tutti gli Stati moderni, è il prodotto di un patto, del patto in primo luogo dei principi tra di loro e in secondo luogo dei principi col popolo. Se una parte rompe il patto, tutto il patto viene meno e anche l’altra parte allora non è più vincolata. [Come Bismarck ci ha così ben dimostrato nel 1866. Se voi violate dunque la Costituzione del Reich, allora la socialdemocrazia è libera e può fare nei vostri confronti ciò che vuole. Ma ciò che essa farà allora, si guarda bene dal farvelo sapere oggi!] (5)

 

5. Engels, pur accettando la proposta di eliminare la frase, nella sua lettera a Fischer osservava: “Perché mai troviate pericoloso il riferimento a ciò che fece Bismarck nel 1866 violando la Costituzione, mi è assolutamente incomprensibile. Eppure questo è un argumentum ad hominem (argomentazione basata sulla citazione di un fatto irrefutabile) come nessun altro. Tuttavia vi faccio questo favore”.

 

Sono passati quasi esattamente 1600 anni da quando nell’Impero romano agiva ugualmente un pericoloso partito sovversivo. Esso minava la religione e tutte le basi dello Stato; esso negava per l’appunto che il volere dell’imperatore fosse la legge suprema; esso era senza patria, internazionale, si estendeva in tutte le terre dell’impero, dalla Gallia all’Asia e al di là dei confini dell’impero. Esso aveva fatto per un lungo periodo di tempo un lavoro segreto sotterraneo, di disgregazione; ma da parecchio tempo già si sentiva abbastanza forte per mostrarsi alla luce del sole. Questo partito sovversivo, conosciuto col nome di cristianesimo, era anche fortemente rappresentato nell’esercito: intere legioni erano cristiane. Quando erano comandate a prestar servizio d’onore alle cerimonie dei sacrifici della chiesa di Stato pagana, i soldati sovversivi spingevano la temerità sino a porre sui loro elmi in segno di protesta dei distintivi particolari: delle croci. Persino le abituali vessazioni di caserma dei superiori erano vane. L’imperatore Diocleziano non poté più assistere passivamente al modo come l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venivano minate nel suo esercito. Egli prese misure energiche, mentre vi era ancora tempo. Promulgò una legge contro i socialisti, volevo dire contro i cristiani. Le riunioni dei sovversivi vennero proibite; i loro locali vennero chiusi o addirittura demoliti; i distintivi cristiani, croci ecc., vennero proibiti come i fazzoletti rossi in Sassonia. I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire cariche di Stato; essi non potevano nemmeno essere caporali. Siccome allora non si disponeva ancora di giudici così ben addestrati alla “considerazione delle persone”, come li prevede il disegno di legge del signor von Köller, si proibì puramente e semplicemente ai cristiani di domandar giustizia davanti ai tribunali. Anche questa legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strapparono dai muri per scherno; anzi, si dice che a Nicomedia essi avrebbero incendiato il palazzo in cui si trovava l’imperatore. Allora questi si vendicò con la grande persecuzione dei cristiani dell’anno 303 dell’era nostra. Essa fu l’ultima del genere. E fu così efficace che diciassette anni dopo l’esercito era composto in gran maggioranza di cristiani e che il successivo autocrate di tutto l’impero romano, Costantino, dai preti detto il Grande, proclamò il cristianesimo religione di Stato.


NOTE

 

496 La vasta proprietà donata nel 1871 da Guglielmo I al cancelliere Bismarck.

 

141in partibus fidelium”: aggiunta al titolo dei vescovi cattolici designati a ricoprire la carica, puramente onorifica, di vescovo di località poste in paesi non cristiani. L’espressione viene frequentemente usata da Marx e Engels per i vari governi di emigrati formatisi all’estero e che tenevano in scarsa considerazione la reale situazione dei loro paesi.

 

497 “Legittimisti” , i seguaci della “legittima” monarchia dei Borboni, che regnarono in Francia fino al 1792 e poi dal 1815 al 1830; “orleanisti”, i seguaci della dinastia degli Orléans, giunta al potere con la rivoluzione del luglio 1830 e caduta con la rivoluzione del 1848.

 

498 Sotto Napoleone III, la Francia prese parte alla guerra di Crimea (1854-1855), fece guerra all’Austria per l’Italia (1859), partecipò con l’Inghilterra alle guerre contro la Cina (1856-1858 e 1860), iniziò la conquista dell’Indocina, organizzò una spedizione in Siria (1860-61) e una in Messico (1862-1867) e infine nel 1870-71 fece guerra alla Germania.

 

499 In base al trattato di pace di Francoforte (10 maggio 1871), la Francia doveva pagare alla Germania un’indennità di 5 miliardi di franchi.

 

500 La frase è tratta dalla parte introduttiva del programma del Partito operaio francese redatto sotto le direttive di Marx e approvato nel 1880 dal congresso di Le Havre.

 

501 Il 4 settembre 1870 fu abbattuto l’impero di Napoleone III e fu proclamata la repubblica. Il 31 ottobre 1870 ebbe luogo il fallito tentativo insurrezionale dei blanquisti contro il governo di “difesa nazionale”.

 

502 “Zemski Sobor” erano nel XVI e XVII secolo le assemblee dei ceti convocate saltuariamente nella Russia zarista. Dal 1864 sorsero, da elezioni tutt’altro che democratiche, le rappresentanze dei distretti e dei governatorati (i cosiddetti zemstvo), che favorivano gli interessi dei proprietari terrieri e dei capitalisti. Verso la fine del XIX secolo cominciarono a farsi strada negli zemstvo delle aspirazioni costituzionali. Latifondisti liberali e capitalisti, sotto la spinta del movimento rivoluzionario, chiesero una maggiore rappresentanza popolare. Tuttavia, nel suo discorso ai deputati degli zemstvo e delle città (17 gennaio 1895), lo zar Nicola II definì “sogni insensati” le speranze in una Costituzione.

 

503 Il 5 dicembre 1894 fu presentato al Reichstag dal ministro degli interni von Köller il progetto di una nuova legge contro i socialisti, che fu respinto 1’11 maggio 1895.

 

504 Nel 1866, dopo la guerra austroprussiana, Bismarck detronizzò il re dell’Hannover, il principe elettore d’Assia e il duca di Nassau, i cui paesi, con lo Schleswig-Holstein e la città libera di Francoforte furono annessi alla Prussia. Con la guerra aveva cessato di esistere la Confederazione germanica, che dal 1815 riuniva tutti gli Stati della Germania e Bismarck creò la Confederazione della Germania settentrionale, formata da 22 piccoli Stati a nord del Meno sotto la guida della Prussia. Non ne facevano parte i tre Stati meridionali, la Baviera, il Württemberg, il Baden e una parte dell’Assia. La Confederazione della Germania settentrionale durò dal 18 agosto 1866 al 31 dicembre 1870.