Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin


Lenin, Opere vol. 7 pagg. 483-502

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La campagna degli zemstvo e il piano dell’Iskra

Solo per i membri del partito


Nota redazionale - Opuscolo scritto nel novembre del 1904.

Pubblicato in opuscolo nel novembre del 1904 a Ginevra.

L’opuscolo di Lenin La campagna degli zemstvo e il piano dell’Iskra (si tratta della nuova Iskra edita dai menscevichi dopo che Lenin a inizio novembre 1903 si era dimesso dalla redazione) era dedicato alla critica di una lettera della redazione dell’Iskra pubblicata nel novembre 1904. In risposta all’opuscolo di Lenin la redazione della nuova Iskra pubblicò una seconda lettera alle organizzazioni del partito. Entrambe le lettere della nuova Iskra recavano la soprascritta: “Per i soli membri del partito”. La diffusione da parte della redazione menscevica della seconda lettera esclusivamente tra i menscevichi indusse Lenin a scrivere un’aggiunta all’opuscolo, qui trascritta in appendice, che frattanto era già stato stampato e diffuso tra i comitati. L’aggiunta venne stampata a parte e incollata, mediante l’aggiunta di un foglio colorato, nelle copie dell’opuscolo rimaste nel deposito della casa editrice bolscevica. La data 22 dicembre 1904 si riferisce al solo testo dell’aggiunta. L’opuscolo La campagna degli zemstvo e il piano dell’Iskra ebbe una larga diffusione tra le organizzazioni locali del partito: all’atto di arresti e perquisizioni domiciliari venne trovato a Smolensk, Batum, Riga, Saratov, Suvalki e in altre città. Gli zemstvo era istituzioni amministrative locali dell’impero russo a cui potevano accedere solo elementi della borghesia e nobiltà, chiamati zemstsy.


A firma della redazione dell’Iskra è stata recentemente pubblicata (“per i soli membri del partito”) una lettera alle organizzazioni del partito. Sinora la Russia non era mai stata così vicina ad una Costituzione come oggi, dichiara la redazione ed espone particolareggiatamente tutto un piano “di campagna politica”, tutto un piano di azione sui nostri zemtsy liberali, che sollecitano una Costituzione.

Prima di esaminare questo piano, sommamente istruttivo, della nuova Iskra, ricorderemo come è stata posta la questione dell’atteggiamento verso i nostri zemtsy liberali nella socialdemocrazia russa fin dal sorgere di un movimento operaio di massa. È a tutti noto che anche su questa questione sin quasi dal momento in cui cominciò a sorgere un movimento operaio di massa ci fu una lotta tra “economicisti” e rivoluzionari. I primi giungevano a negare apertamente la democrazia borghese in Russia, ad ignorare i compiti di un’azione del proletariato sugli strati di opposizione della società, e nello stesso tempo, restringendo l’ampiezza della lotta politica del proletariato, affidavano, esplicitamente o implicitamente, la direzione politica agli elementi liberali della società, e lasciavano agli operai la “lotta economica contro i padroni ed il governo”. I fautori della socialdemocrazia rivoluzionaria hanno lottato nella vecchia Iskra contro questo orientamento. Questa lotta si divide in due grandi periodi: prima dell’apparizione di un organo di stampa liberale, lOsvobozdenie, e dopo la sua apparizione. Nel primo periodo noi dirigemmo principalmente il nostro attacco contro la ristrettezza di vedute degli economicisti, li “spingemmo” a vedere il fatto da essi trascurato che in Russia esisteva una democrazia borghese, sottolineammo la necessità di un’attività politica complessa del proletariato, indicammo il compito del proletariato di influire su tutti gli strati della società e diventare la forza di avanguardia nella guerra per la libertà. Oggi è tanto più opportuno e necessario ricordare questo periodo ed i suoi tratti essenziali quanto più esso viene grossolanamente alterato dai fautori della nuova Iskra (cfr. I nostri compiti politici di Trotski, pubblicato a cura della redazione della nuova Iskra), quanto più essi speculano sul fatto che la gioventù di oggi non conosce la storia del recente passato del nostro movimento.

Con l’apparizione dell’Osvobozdenie cominciò il secondo periodo di lotta della vecchia Iskra. Quando i liberali scesero in campo con un organo di stampa autonomo e con un proprio programma politico, il compito di un’azione del proletariato sulla “società” naturalmente si modificò: la democrazia operaia non poteva più limitarsi a “scuotere” la democrazia liberale, a stimolare il suo spirito di opposizione; essa doveva porre in primo piano la critica rivoluzionaria della tattica delle mezze misure che si era chiaramente manifestata nella posizione politica del liberalismo. La nostra azione sugli strati liberali assunse la forma di costanti denunce dell’incoerenza ed insufficienza della protesta politica dei signori liberali (basti citare la Zarià, che criticò la prefazione del signor Struve al promemoria di Witte [I persecutori degli zemstvo e gli Annibali del liberalismo, in Lenin Opere vol. 5] e numerosi articoli dell’Iskra).

Verso l’epoca del secondo congresso del partito questa nuova posizione della socialdemocrazia nei confronti del liberalismo, sceso in campo apertamente, si era già tanto chiarita e rafforzata che per nessuno si poneva più anche solo la questione di sapere se esistesse o no in Russia un movimento democratico borghese e se il movimento d’opposizione dovesse o no avere l’appoggio (e quale appoggio) del proletariato. Si trattava soltanto della formulazione da dare alle vedute del partito su questa questione, e qui basta rilevare che le vedute della vecchia Iskra erano state assai meglio espresse nella risoluzione di Plekhanov, la quale sottolineava il carattere antirivoluzionario e antiproletario del liberale Osvobozdenie, che non nella confusa risoluzione di Starover, la quale da una parte mira (e del tutto intempestivamente) ad un “accordo” coi liberali, mentre dall’altra pone, per simili accordi, condizioni fittizie, notoriamente irrealizzabili per i liberali.


I

Veniamo al piano della nuova Iskra. La redazione riconosce il nostro dovere di utilizzare fino in fondo tutto il materiale relativo alla questione dell’irresolutezza e della tattica delle mezze misure della democrazia liberale, nonché all’irreconciliabile antagonismo d’interessi tra la borghesia liberale ed il proletariato, il dovere di giovarsene “in conformità alle esigenze di principio del nostro programma”. Ma - continua la redazione - nei limiti della lotta contro l’assolutismo, e cioè nella fase attuale, il nostro atteggiamento verso la borghesia liberale è determinato dal compito di infonderle un po’ più di ardire e di indurla ad associarsi alle rivendicazioni con cui scenderàsceso?) [i corsivi sono di Lenin] in campo il proletariato sotto la guida della socialdemocrazia”. Abbiamo sottolineato le espressioni particolarmente strane di questa strana tirata. Come non chiamare strana, infatti, la contrapposizione della critica della tattica delle mezze misure e dell’analisi dell’irreconciliabilità degli interessi, da una parte, e del compito di infondere ardire e di indurre ad associarsi, dall’altra? In che modo noi possiamo infondere ardire alla democrazia liberale se non mediante l’esame spietato e la critica demolitrice della sua tattica delle mezze misure nelle questioni della democrazia? In quanto la democrazia borghese (liberale) si propone di scendere in campo come democrazia ed è costretta a scendere in campo come democrazia, in tanto tende inevitabilmente ad appoggiarsi agli ambienti popolari più vasti. Questa tendenza genera inevitabilmente la seguente contraddizione: quanto più sono vasti questi ambienti popolari tanto più sono numerosi nel loro seno i rappresentanti degli strati proletari e semiproletari, che rivendicano l’integrale democraticità dell’ordinamento politico e sociale, una democrazia tanto completa da minacciare i fondamentali e principali sostegni di ogni dominio borghese in generale (monarchia, esercito permanente, burocrazia). La democrazia borghese è per sua natura incapace di soddisfare queste rivendicazioni, ed è quindi per sua natura condannata all’irresolutezza e alla tattica delle mezze misure. Con la critica di questa tattica i socialdemocratici pungolano i liberali di continuo, distolgono dalla democrazia liberale un numero sempre maggiore di proletari e di semi-proletari, ed in parte anche di piccoli borghesi, a vantaggio della democrazia operaia. Come è mai possibile dire: dobbiamo criticare la tattica delle mezze misure della borghesia liberale, ma (ma!) il nostro atteggiamento verso di essa è determinato dal compito di infonderle ardire? Questa è una palese confusione, la quale attesta o che i suoi autori fanno marcia indietro, cioè ritornano ai tempi in cui i liberali non scendevano ancora in campo apertamente, in cui si doveva in generale risvegliarli, stimolarli, indurli ad aprir bocca; oppure che questi autori si smarriscono nell’idea che si possa “infondere ardire” ai liberali diminuendo l’ardire dei proletari.


Per quanto quest’idea sia mostruosa, nel seguente passo della lettera redazionale noi la vediamo espressa ancor più chiaramente: “Ma - dice la redazione, formulando una nuova riserva - incorreremmo in un fatale errore, se ci ponessimo lo scopo di costringere sin d’ora, mediante energiche misure di intimidazione, gli zemstvo o altri organi dell’opposizione borghese a fare, sotto l’influenza del panico, la formale promessa di presentare le nostre rivendicazioni al governo. Una simile tattica comprometterebbe la socialdemocrazia, perché trasformerebbe tutta la nostra campagna politica in una leva per la reazione ” (il corsivo è della redazione).

Ci siamo, dunque! Il proletariato rivoluzionario non è ancora riuscito ad assestare alcun serio colpo all’autocrazia zarista in un momento in cui essa vacilla in modo particolarmente evidente ed un colpo serio è particolarmente necessario, particolarmente utile e può risultare decisivo, ma si sono già trovati dei socialdemocratici che vanno borbottando di una leva per la reazione! Questa non è già più soltanto confusione, ma addirittura una sciocchezza. La redazione è arrivata al punto di dire questa sciocchezza, essendosi inventato, di proposito, per poter fare i suoi discorsi sulla leva per la reazione, uno spauracchio due volte terribile. Ma pensate: delle persone parlano seriamente, in una lettera alle organizzazioni del partito socialdemocratico, di tattica dell’intimidazione degli zemtsy e di un’azione per costringere questi ultimi, sotto l’influenza del panico, a fare promesse formali! Non sarebbe impresa agevole trovare, persino tra i grandi dignitari russi, persino tra i nostri Ugrium Burceiev [tipo di dignitario ottuso e gretto dell’opera di Saltykov-Stcedrin Storia di una città. Lenin chiama “nostri Ugrium-Burceiev” i rappresentanti della camarilla di corte dello zar Nicola II], un poppante politico che possa credere in un simile spauracchio. Da noi ci sono, tra i rivoluzionari, alcuni terroristi fanatici, dinamitardi temerari, ma nemmeno il più insensato degli insensati sostenitori del terrorismo ha sinora proposto, a quanto pare, di intimidire... gli zemtsy e di seminare il panico in seno alla... opposizione. Ma davvero non vede la redazione che, inventando questi ridicoli spauracchi, mettendo in circolazione queste frasi banali, genera inevitabilmente malintesi e perplessità, corrompe la coscienza e semina la confusione nelle menti dei proletari in lotta? Non vagano mica nel vuoto queste espressioni della leva per la reazione, della tattica compromettente dell’intimidazione. Esse cadono sullo specifico terreno poliziesco russo, che non potrebbe essere più adatto alla crescita della zizzania. Di leva per la reazione oggi ci si parla effettivamente ad ogni crocicchio, ma a parlarne sono quelli del Novoie Vremia [organo di stampa dei circoli reazionari della nobiltà e dell’alta burocrazia]. Della tattica compromettente dell’intimidazione ci hanno effettivamente riempito le orecchie, ma a far questo sono stati proprio i pusillanimi caporioni dell’opposizione borghese.

Prendete il professore, principe E. N. Trubetskoi. Dovrebbe essere, parrebbe, un liberale abbastanza “illuminato” e - per un uomo politico legale russo - abbastanza “coraggioso”. Ma quali sciocchi ragionamenti non fa egli nel liberale Pravo (n. 39) sul “pericolo interno”, ossia sul pericolo dei partiti estremi! Eccovi un campione vivente di una persona veramente vicina al panico, eccovi un esempio lampante di ciò che veramente esercita un’azione intimidatoria sugli autentici liberali. Naturalmente, essi hanno paura non del piano che si sono sognati i redattori dell’Iskra, il piano di strappare agli zemtsy promesse formali a vantaggio dei rivoluzionari (il signor Trubetskoi si limiterebbe a scoppiare in una risata, se gli si parlasse di un simile piano); essi hanno paura dei fini rivoluzionari socialisti dei partiti “estremi”, hanno paura dei volantini per le strade, di queste prime rondini dello spirito rivoluzionario del proletariato, che non si fermerà, non deporrà le armi finché non avrà rovesciato il dominio della borghesia. Questa paura, generata non da ridicoli spauracchi, ma dal vero carattere del movimento operaio, questa paura non si può sradicare dal cuore della borghesia (singoli individui e singoli gruppi naturalmente non contano). Ecco perché suona così menzognero il ragionamento della nuova Iskra sulla tattica compromettente dell’intimidazione degli zemtsy e dei rappresentanti dell’opposizione borghese. Avendo paura dei volantini per le strade, avendo paura di tutto ciò che oltrepassa una Costituzione censitaria, i signori liberali avranno sempre paura della parola d’ordine “repubblica democratica ” e dell’appello all’insurrezione armata di tutto il popolo. Ma il proletariato cosciente respingerà indignato persino l’idea che noi possiamo rinunciare a questa parola d’ordine e a quest’appello, che noi possiamo in generale lasciarci guidare nella nostra attività dal panico e dai timori della borghesia.

Prendete il Novoie Vremia. Che dolci arie intona sul motivo della leva per la reazione! “Gioventù e reazione - leggiamo nelle Note marginali del n. 10.285 (18 ottobre) - ... queste parole sono inconciliabili l’una con l’altra; eppure certe azioni non sufficientemente ponderate, certi ardori irruenti e il desiderio di prendere a tutti i costi immediatamente parte ai destini dello Stato possono portare la gioventù a questo disperato vicolo cieco. Pochi giorni fa una dimostrazione presso la prigione di Vyborg, poi il tentativo di fare una dimostrazione per non so che cosa al centro della capitale, a Mosca un corteo di 200 studenti con bandiere e proteste contro la guerra... Di qui è comprensibile la reazione ... agitazioni studentesche, dimostrazioni della gioventù, ma questa è una vera manna, è un asso inatteso, un formidabile asso nelle mani dei reazionari. Questo è proprio un prezioso regalo per loro, un regalo che sapranno utilizzare. Questo regalo non va fatto, non è necessario spezzare inferriate immaginarie [!!!]: oggi anche le porte sono aperte [le porte, probabilmente, delle prigioni sia di Vyborg che degli altri luoghi?], spalancate!”

Simili ragionamenti non hanno bisogno di spiegazioni. Basta citarli per vedere quanto sia privo di tatto chiacchierare oggi di una leva per la reazione, proprio oggi che nemmeno una delle porte della prigione panrussa è anche solo socchiusa per gli operai in lotta, che l’autocrazia zarista non ha ancora fatto una sola concessione, sia pure appena percettibile, al proletariato, che tutta l’attenzione e tutti gli sforzi devono concentrarsi nel preparare un autentico e decisivo corpo a corpo col nemico del popolo russo. Già la sola idea di un simile corpo a corpo incute naturalmente paura e panico ai signori Trubetskoi e a migliaia e migliaia di liberali meno “illuminati”. Ma saremmo degli sciocchi, se ci adattassimo al loro panico. Noi dobbiamo adattarci allo stato delle nostre forze, allo sviluppo del fermento e dell’indignazione popolare, al momento in cui l’assalto diretto del proletariato contro l’autocrazia si fonderà con uno dei movimenti spontanei e spontaneamente crescenti.


II

Più sopra, parlando dello spauracchio che si è sognato la nostra redazione, non abbiamo rilevato un tratto caratteristico del suo ragionamento. La redazione si è scagliata contro la tattica compromettente che tenderebbe a strappare agli zemtsy la promessa formale di presentare le nostre rivendicazioni al governo”. Oltre alle assurdità già indicate, qui è strana la stessa idea che le “nostre” rivendicazioni, le rivendicazioni della democrazia operaia, siano presentate al governo dalla democrazia liberale. Da una parte la democrazia liberale, proprio perché è democrazia borghese, è sempre incapace di far proprie, di propugnare sinceramente, coerentemente e risolutamente le “nostre” rivendicazioni. Se anche i liberali facessero “spontaneamente” la promessa formale di presentare le nostre rivendicazioni, essi, è ovvio, non manterrebbero la promessa, ingannerebbero il proletariato. Dall’altra parte, se noi fossimo tanto forti da poter seriamente influire sulla democrazia borghese in generale e sui signori zemtsy in particolare, una simile forza sarebbe per noi del tutto sufficiente per presentare autonomamente le nostre rivendicazioni al governo.

Questa strana idea della redazione non è un lapsus, ma l’inevitabile conseguenza della posizione confusa sulla quale in generale si è posta nella questione considerata. Sentite: “Centro focale e filo conduttore... dev’essere il compito pratico... di un’imponente azione organizzata sull’opposizione borghese”; nel “progetto di dichiarazione degli operai all’organo dell’opposizione liberale” dev’esserci “la spiegazione del perché gli operai si rivolgono non al governo, ma all’assemblea dei rappresentanti proprio di questa opposizione”. Porre il compito in questo modo è fondamentalmente sbagliato. Noi, partito del proletariato, dobbiamo naturalmente “andare verso tutte le classi della popolazione”, propugnando apertamente ed energicamente davanti a tutto il popolo il nostro programma e le nostre rivendicazioni immediate, dobbiamo sforzarci di proclamare queste rivendicazioni anche davanti ai signori zemtsy, ma centro focale e filo conduttore dev’essere per noi precisamente l’azione non già sugli zemtsy, ma sul governo. La redazione dell’Iskra ha posto la questione del centro focale esattamente con la testa all’in giù. L’opposizione borghese è soltanto borghese e soltanto opposizione appunto perché non è essa stessa a lottare, non ha un programma suo proprio, da essa incondizionatamente difeso, perché si trova tra le due parti in lotta (il governo e il proletariato rivoluzionario coi suoi non troppo numerosi fautori intellettuali), perché registra sul suo conto il risultato della lotta. Perciò, quanto più accanita diventa la lotta, quanto più è vicino il momento della battaglia decisiva, tanto più dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ed indirizzare la nostra azione sul nostro vero nemico, e non sull’alleato che notoriamente è un alleato con riserve, problematico e irresoluto. Sarebbe irragionevole ignorare quest’alleato, sarebbe assurdo proporsi di intimidirlo e spaventarlo; tutto questo è così evidente di per sé che è persino strano il parlarne. Ma centro focale e filo conduttore della nostra agitazione dev’essere, ripeto, non l’azione su quest’alleato, bensì la preparazione della battaglia decisiva col nemico. Pur lanciando languide occhiate allo zemstvo, pur facendogli insignificanti concessioni, il governo non ha ancora praticamente concesso nulla al popolo, il governo può ancora benissimo ritornare alla reazione (o meglio, continuare la reazione), come in Russia è avvenuto decine e centinaia di volte, dopo le fugaci infatuazioni liberali di questo o quell’autocrate. Proprio in un simile momento di languidi occhieggiamenti verso lo zemstvo, quando il popolo viene gabbato, cullato con vuote parole, bisogna stare particolarmente in guardia contro la coda della volpe [l’uso del bastone e della carota], ricordare con insistenza che il nemico non è stato ancora abbattuto, chiamare con particolare energia a continuare ed a decuplicare la lotta contro il nemico, e non spostare il centro di gravità dall’“appello” al governo all’appello allo zemstvo. In questo preciso momento sono appunto soltanto i soliti scrematori del latte e traditori della libertà a farsi in quattro per spostare il centro di attenzione della società e del popolo sullo zemstvo, per suscitare la fiducia nello zemstvo, che in realtà non merita in alcun modo la fiducia della vera democrazia. Prendete il Novoie Vremia: nell’articolo sopracitato potrete leggere un ragionamento come questo: “È chiaro a tutti che assieme alla possibilità di discutere in maniera coraggiosa e veritiera tutte le nostre deficienze e manchevolezze, assieme alla possibilità per ogni uomo politico di svolgere liberamente la propria attività, deve venir presto la fine anche per le manchevolezze, e la Russia può intrepidamente imboccare quella via del progresso e del perfezionamento di cui ha tanto bisogno. Non c’è nemmeno bisogno di inventare l’organizzazione, lo strumento di questo progresso: esso esiste già sotto forma di zemstvo, al quale si deve soltanto [!!] accordare la libertà di svilupparsi; in esso sta il pegno di un perfezionamento originale veramente nostro e non preso a prestito”. Simili ed altrettanti discorsi non solo “nascondono l’aspirazione ad una monarchia temperata e ad una Costituzione censitaria” (come dice la redazione in un altro punto della sua lettera); essi preparano apertamente il terreno a che tutta la faccenda si limiti a semplici sorrisi all’indirizzo dello zemstvo senza nemmeno l’ombra di un temperamento della monarchia!

Il fatto di erigere a centro focale l’azione sullo zemstvo, e non l’azione sul governo, porta naturalmente all’idea infelice che era a base della risoluzione di Starover, e precisamente all’idea di cercar subito ed immediatamente una base per un qualche “accordo” coi liberali. “Nei riguardi degli odierni zemstvo - dice la redazione nella sua lettera - il nostro compito si riduce [!!] a presentar loro le rivendicazioni politiche del proletariato rivoluzionario che essi hanno il dovere di appoggiare, se vogliono avere un qualche diritto di scendere in campo in nome del popolo e di contare su un energico appoggio da parte delle masse operaie”. Non c’è che dire, è una bella definizione dei compiti di un partito operaio! In un momento in cui davanti a noi si profila con perfetta chiarezza un’eventuale e probabile alleanza degli zemstvo moderati col governo per lottare contro il proletariato rivoluzionario (la stessa redazione riconosce la possibilità di una simile alleanza), noi “ridurremo ” il nostro compito non a rinvigorire le nostre energie nella lotta contro il governo, ma ad elaborare una casistica per un accordo di mutua assistenza coi liberali. Quando propongo ad un altro alcune rivendicazioni che costui deve impegnarsi a sostenere, se vuole avere diritto al mio appoggio, io concludo appunto un accordo. E noi infatti chiediamo a tutti: dove si sono andate a cacciare le “condizioni” per eventuali accordi coi liberali escogitate da Starover nella sua risoluzione * (firmata anche da Axelrod e Martov) e la cui irrealizzabilità era già stata prevista dalla nostra letteratura? Su queste condizioni la redazione non dice nella sua lettera mezza parola. La redazione ha fatto passare una risoluzione al congresso per poi gettarla nel cestino della carta straccia. Al primo tentativo, infatti, di affrontare praticamente la questione era stato subito chiaro che la presentazione delle “condizioni” di Starover non avrebbe fatto altro che provocare un’omerica risata da parte dei signori zemtsy liberali.


* Ricordiamo al lettore che nella risoluzione di Starover approvata dal congresso (contro il parere mio e di Plekhanov) sono inserite tre condizioni per eventuali accordi temporanei coi liberali: 1) i liberali “dichiarano chiaramente e senz’ambiguità che nella loro lotta contro il governo autocratico si schiereranno decisamente dalla parte della socialdemocrazia”; 2) “non inseriranno nei loro programmi rivendicazioni che siano in contrasto con gli interessi della classe operaia e della democrazia in generale o che ne offuschino la coscienza”; 3) “faranno del suffragio universale, uguale, segreto e diretto la loro parola d’ordine di lotta”.


Proseguiamo. Si può forse riconoscere giusta in linea di principio la proposta fatta al partito operaio di presentare alla democrazia liberale o agli zemtsy rivendicazioni politiche “che essa ha il dovere di appoggiare, se vuole avere un qualche diritto di scendere in campo in nome del popolo?”. No, impostare così la questione è sbagliato in linea di principio e porta solo ad offuscare la coscienza di classe del proletariato, a una sterilissima casistica. Scendere in campo in nome del popolo significa precisamente scendere in campo come democratici. Ogni democratico (ivi compreso il democratico borghese) ha diritto di scendere in campo in nome del popolo, ma questo diritto gli spetta nella misura in cui egli propugna coerentemente, risolutamente e fino in fondo la democrazia. Di conseguenza, ogni democratico borghese “ha un qualche diritto di scendere in campo in nome del popolo” (giacché ogni democratico borghese propugna, fino a che è un democratico, questa o quella rivendicazione democratica), ma al tempo stesso nessun democratico borghese ha il diritto di scendere in campo in nome del popolo su tutta la linea (giacché nessun democratico borghese è attualmente capace di propugnare risolutamente e fino in fondo la democrazia). Il signor Struve ha diritto di scendere in campo in nome del popolo nella misura in cui lOsvobozdenie si batte contro l’autocrazia. Il signor Struve non ha diritto di scendere in campo in nome del popolo nella misura in cui l’Osvobozdenie tergiversa e si barcamena, si limita ad una Costituzione censitaria, equipara l’opposizione dello zemstvo a una lotta, si sottrae ad un programma democratico coerente e chiaro. I nazional-liberali tedeschi avevano diritto di scendere in campo in nome del popolo nella misura in cui si battevano per la libertà di domicilio. I nazional-liberali tedeschi non avevano alcun diritto di scendere in campo in nome del popolo nella misura in cui appoggiavano la politica reazionaria di Bismarck.

Porre dunque al partito operaio il compito di presentare ai signori borghesi liberali alcune rivendicazioni, sostenendo le quali essi avrebbero un qualche diritto di scendere in campo in nome del popolo, significa escogitare un compito assurdo e sciocco. Non ci serve a nulla escogitare speciali rivendicazioni democratiche oltre a quelle esposte nel nostro programma. In nome di questo programma abbiamo il dovere di appoggiare ogni democratico (ivi compreso il democratico borghese) nella misura in cui propugna la democrazia; abbiamo il dovere di smascherare spietatamente ogni democratico (ivi compreso il socialista-rivoluzionario) nella misura in cui si scosta dalla democrazia (sia pure soltanto, per esempio, nelle questioni relative alla libera uscita dall’obstcina [organizzazione di villaggio di origine feudale, obbligatoria per i contadini] e alla libera vendita della terra da parte del contadino). Cercare invece di definire in precedenza, diciamo, la misura della viltà ammissibile, cercare di stabilire in anticipo quali deroghe ai principi della democrazia siano ammissibili per un democratico, se vuol avere un qualche diritto di scendere in campo in qualità di democratico, è un compito tanto intelligente che nasce involontariamente il sospetto che possano essere stati il compagno Martynov o il compagno Dan ad aiutare la nostra redazione ad escogitarlo.


III

Esposte nella sua lettera le considerazioni politiche basilari, la redazione ci offre poi un’esposizione minuziosa del suo grande piano.

Le assemblee degli zemstvo di governatorato sollecitano una Costituzione. Nelle città di X, Y, Z certi comitati e in più gli operai evoluti compilano il piano di una campagna politica “alla Axelrod”. Il centro focale dell’agitazione si riduce ad un’influenza sull’opposizione borghese. Si elegge un gruppo organizzativo. Il gruppo organizzativo elegge una commissione esecutiva. La commissione esecutiva designa un apposito oratore. Si cerca di “portare le masse a diretto contatto con le assemblee degli zemstvo, di concentrare la manifestazione presso l’edificio stesso nel quale sono riuniti i deputati dello zemstvo. Parte dei dimostranti penetra nell’aula delle riunioni per chiedere - al momento opportuno, per mezzo dell’oratore al quale è stato affidato questo preciso incarico - all’assemblea [ ? al maresciallo della nobiltà che presiede la seduta?] il permesso di leggere una dichiarazione degli operai. In caso di rifiuto, l’oratore protesta ad alta voce contro il fatto che l’assemblea, pur parlando in nome del popolo, non vuole ascoltare la parola degli autentici rappresentanti di questo popolo”.

Ecco il nuovo piano della nuova Iskra. Vedremo subito quanto modestamente ne apprezzi il valore la stessa redazione, ma citeremo prima i chiarimenti, quanto mai coerenti ai principi, della redazione in merito alle funzioni della commissione esecutiva :

“... La commissione esecutiva dovrà adottare in precedenza provvedimenti per far sì che l’apparizione di alcune migliaia di operai davanti all’edificio nel quale siedono i deputati dello zemstvo e di alcune decine o centinaia all’interno dell’edificio non provochi negli zemtsy il timor panico [!!], sotto il cui influsso essi sarebbero capaci di precipitarsi [!] sotto l’infame protezione dei poliziotti e dei cosacchi, trasformando così una pacifica manifestazione in una rissa indecente e in un barbaro massacro, snaturandone interamente il significato...” (La redazione, a quanto pare, ha creduto essa stessa allo spauracchio che si è sognata. Risulta infatti, in base al senso grammaticale letterale della frase, che la redazione ritiene che gli zemtsy possano trasformare la manifestazione in un barbaro massacro e snaturarne il significato. Non abbiamo una grande opinione degli zemtsy liberali, ma tuttavia il timor panico della redazione circa la chiamata della polizia e dei cosacchi da parte dei liberali presenti nell’assemblea dello zemstvo ci sembra completamente assurdo. Chiunque sia stato anche solo una volta ad un’assemblea di zemstvo sa egregiamente che la polizia verrà chiamata, nel caso che si verifichi un cosiddetto turbamento dell’ordine, o dal maresciallo della nobiltà che presiede oppure dal funzionario di polizia che si trova in via non ufficiale nella stanza accanto. O forse i membri della commissione esecutiva spiegheranno in questo caso al brigadiere di polizia che nel “piano” della redazione della nuova Iskra non rientra assolutamente la trasformazione di una pacifica manifestazione in un barbaro massacro?)

“... Allo scopo di evitare una simile sorpresa, la commissione esecutiva deve prevenire in anticipo i deputati liberali... [affinché facciano la “formale promessa” di non chiamare i cosacchi?] della manifestazione che si sta preparando e del suo vero scopo... [cioè prevenirli che il nostro vero scopo non consiste affatto nel far sì che noi veniamo barbaramente percossi e che il senso del piano di Axelrod sia così snaturato] ... Inoltre, dovrà cercare di venire ad un accordo [udite!] coi rappresentanti dell’ala sinistra della borghesia all’opposizione e di assicurarsi, se non il loro appoggio attivo, per lo meno la loro simpatia per la nostra azione politica. Naturalmente, dovrà condurre le trattative a nome del partito, per incarico dei circoli e delle assemblee operaie, dove non solo viene discusso il piano generale della campagna politica, ma si riferisce altresì sul suo andamento, beninteso, osservando rigorosamente le norme cospirative”.

Sì, sì, vediamo coi nostri occhi che la grande idea di Starover di un accordo coi liberali sulla base di ben determinate condizioni si sviluppa e si rafforza non di giorno in giorno, ma di ora in ora. Tutte queste condizioni determinate sono state, è vero, messe “temporaneamente” sotto il moggio (noi, vedete, non siamo dei formalisti!), ma in compenso un accordo viene praticamente raggiunto, immediatamente e puntualmente: l’accordo di non provocare il timor panico.

Comunque rigirate la lettera della redazione, non troverete per il famigerato “accordo” coi liberali altro contenuto che quello da noi indicato: o è un accordo sulle condizioni alle quali i liberali hanno diritto di scendere in campo in nome del popolo (e allora l’idea stessa di un simile accordo compromette nel più serio dei modi i socialdemocratici che l’hanno proposto); oppure è l’accordo a non provocare il timor panico, l’accordo sulla simpatia per una manifestazione pacifica, e allora è semplicemente una sciocchezza, di cui è difficile parlare seriamente. La sciocca idea della grande importanza di un’azione sull’opposizione borghese, e non sul governo, non poteva del resto portare ad altro che ad un assurdo. Se possiamo organizzare una dimostrazione di operai imponente e di massa nella sala dell’assemblea dello zemstvo, noi, naturalmente, la effettueremo (anche se, disponendo di forze per una dimostrazione di massa, sarebbe assai meglio “concentrare” queste forze “presso l’edificio” non delle assemblee degli zemstvo, ma di quelle dei poliziotti, dei gendarmi o dei censori). Ma lasciarsi guidare in questo da considerazioni sul timor panico degli zemtsy, condurre trattative in merito, è ultrainsensato, ultracomico. A provocare il timor panico tra una parte considerevole, certo la maggioranza, degli zemtsy russi sarà sempre ed inevitabilmente lo stesso contenuto del discorso di un socialdemocratico coerente. Parlare in anticipo con gli zemtsy dell’indesiderabilità di un simile timor panico significa porsi nella situazione più falsa e indegna. Un timor panico d’altro genere sarà altresì inevitabilmente provocato da un barbaro massacro o dall’idea della sua eventualità. Condurre trattative con gli zemtsy sul timor panico è quanto mai stupido, poiché nessun liberale, fosse pure il più moderato, provocherà mai o vedrà con simpatia un massacro, ma ciò non dipende in alcun modo da lui. Ciò che qui occorre non sono le “trattative”, ma una preparazione concreta delle forze, non un’azione sugli zemtsy, ma precisamente un’azione sul governo e sui suoi agenti. Se manca la forza, è meglio non chiacchierare di grandi piani, ma, se la forza esiste, bisogna appunto contrapporla ai cosacchi e alla polizia, sforzarsi di assembrare in un luogo tale una tal folla che sia in grado di respingere, o per lo meno di contenere, l’assalto dei cosacchi e della polizia. E se noi siamo capaci di esercitare, di fatto e non a parole, “un’imponente azione organizzata sull’opposizione borghese”, ciò è certo reso possibile non già mediante sciocche “trattative” sulla non provocazione del timor panico, ma solo mediante la forza, mediante la resistenza di massa ai cosacchi ed alla polizia dello zar, mediante un assalto di massa capace di trasformarsi in insurrezione popolare.

La redazione della nuova Iskra vede le cose in maniera diversa. È così soddisfatta del suo piano di accordo e trattative che non si stanca di ammirarlo, non ha parole per lodarlo abbastanza.

... I dimostranti attivi devono essere “compenetrati della consapevolezza della radicale differenza esistente tra una consueta dimostrazione contro la polizia o il governo in generale ed una dimostrazione il cui scopo immediato sia quello della lotta contro l’assolutismo con l’aiuto di un’azione diretta del proletariato rivoluzionario sulla tattica politica [come? come?] degli elementi liberali nel momento attuale [il corsivo è della redazione] ... Per organizzare dimostrazioni del tipo consueto, democratico generale [!!], per così dire, dimostrazioni il cui scopo immediato sia quello di contrapporre concretamente l’uno all’altra il proletariato rivoluzionario e la borghesia liberale d’opposizione come due forze politiche autonome, basta la sola presenza di un forte fermento politico in seno alle masse popolari...” “Il nostro partito ha il dovere di valersi di questo stato d’animo delle masse sia pure soltanto per una simile, se così si può dire, mobilitazione di tipo inferiore [udite, udite!] delle masse contro l’assolutismo”... “Noi facciamo i primi [!] passi sulla nuova [!] via dell’attività politica, sulla via dell’organizzazione di un intervento sistematico delle masse operaie [NB] nella vita sociale il cui scopo immediato è quello di contrapporre queste stesse masse operaie all’opposizione borghese come forza autonoma che è in contrasto con quest’ultima per i suoi stessi interessi di classe e che al tempo stesso le propone condizioni [ma quali?] per un’energica lotta comune contro il nemico comune”.

Non a tutti è dato di cogliere tutta la profondità di questi stupendi ragionamenti. La dimostrazione di Rostov [la dimostrazione di Rostov iniziò il 2 (15) novembre 1902 con uno sciopero economico, ma si trasformò ben presto in una dimostrazione politica di più di 30 mila lavoratori diretta dal locale comitato del POSDR], nella quale vengono spiegati a migliaia e migliaia di operai gli scopi del socialismo e le rivendicazioni della democrazia operaia, è un “tipo inferiore di mobilitazione”, il tipo consueto, democratico generale; qui non c’è contrapposizione concreta tra proletariato rivoluzionario e borghesia d’opposizione. Quando però un oratore appositamente incaricato, designato da una commissione esecutiva, eletta da un gruppo organizzativo, che a sua volta è stato costituito da membri di comitati e da operai attivi, quando quest’oratore, dopo trattative preliminari con gli zemtsy, protesterà ad alta voce nell’assemblea dello zemstvo contro il suo rifiuto di ascoltarlo, allora si avrà una “concreta” ed “immediata” contrapposizione di due forze autonome, allora si esplicherà un’azione “diretta” sulla tattica dei liberali, allora si avrà “il primo passo sulla nuova via”. Temete iddio, egregi signori! Nemmeno Martynov nei peggiori tempi del Raboceie Dielo osò mai giungere a simili sciocchezze!

Riunioni in massa di operai nelle piazze delle città meridionali, decine di oratori operai, scontri diretti con la vera forza dell’autocrazia zarista, tutto questo è un “tipo inferiore di mobilitazione”. Un accordo con gli zemtsy per un pacifico intervento di un nostro oratore che si impegna a non provocare il panico nei signori liberali, è la “nuova via”. Ecco i nuovi compiti tattici, ecco le nuove concezioni tattiche della nuova Iskra che con tanta pompa vengono fatte conoscere a tutto il mondo attraverso il Balalaikin della redazione [personaggio dell’opera di Saltykov-Stcedrin Un idillio contemporaneo, tipo di liberale parolaio, avventuriero e bugiardo. Il “Balalaikin della redazione” dell’Iskra menscevica è Trotski]. Sotto un rapporto tuttavia, questo Balalaikin ha detto senza volerlo una verità: tra la vecchia e la nuova Iskra esiste davvero un abisso. La vecchia Iskra non aveva che parole di disprezzo e di scherno all’indirizzo delle persone capaci di entusiasmarsi, vedendovi una “nuova via”, per un accordo tra le classi agghindato con trucchi teatrali. Questa nuova via la conosciamo già da tempo in base all’esperienza di quegli “uomini di Stato” del socialismo francese e tedesco che anch’essi ritengono “di tipo inferiore” la vecchia tattica rivoluzionaria e non hanno parole per lodare abbastanza “l’intervento sistematico ed immediato nella vita sociale ” sotto forma di accordi per un pacifico e modesto intervento di oratori operai dopo trattative con l’ala sinistra della borghesia d’opposizione.

Davanti al timor panico degli zemtsy liberali la redazione prova a sua volta un tale timor panico da raccomandare con forza una “particolare circospezione” a chi prende parte al “nuovo” piano escogitato. “Come caso estremo nel senso della circospezione in occasione di quest’atto - leggiamo nella lettera - noi ci figuriamo il recapito per posta della dichiarazione degli operai ai deputati al loro domicilio e il lancio della stessa in gran numero di copie nella sala dell’assemblea dello zemstvo. Di questo potrebbe turbarsi, ponendosi dal punto di vista del rivoluzionarismo borghese [sic!], solo colui per il quale l’effetto esteriore è tutto, mentre il processo di sistematico sviluppo dell’autocoscienza di classe e dello spirito d’iniziativa del proletariato è nulla”.

Non è proprio della nostra gente turbarsi per l’invio ed il lancio di volantini, ma per la fraseologia enfatica e vuota di senso noi ci turberemo sempre. Che a proposito dell’invio e del lancio dei volantini si chiacchieri, con fare serio, di processo di sistematico sviluppo dell’auto-coscienza di classe e dello spirito d’iniziativa del proletariato, è cosa per la quale occorre essere un eroe della sciocchezza soddisfatta di sé.

Mettersi a gridare al mondo intero i nuovi compiti tattici e ridurre il tutto all’invio ed al lancio di volantini è cosa davvero impareggiabile, è cosa quanto mai caratteristica per i rappresentanti della sfumatura intellettuale in seno al nostro partito, che oggi si agitano istericamente dando la caccia ad una parola d’ordine tattica, dopo il fiasco subìto con le loro nuove parole d’ordine organizzative. E chiacchierano ancora, con la modestia che li caratterizza, di vanità dell’effetto esteriore. Ma proprio non vedete, egregi signori, che nel migliore dei casi, anche col pieno successo del vostro piano che si pretende nuovo, con l’intervento di un operaio davanti ai signori zemtsy si otterrebbe precisamente soltanto un effetto esteriore, mentre del reale effetto “imponente ” di un simile intervento sulla “ tattica degli elementi liberali” è possibile parlare solo per ridere? Non è forse il contrario, non hanno forse esercitato un’azione veramente imponente sulla tattica degli elementi liberali quelle dimostrazioni di massa degli operai che a voi sembrano dimostrazioni “di tipo consueto, democratico generale, inferiore”? E, se è destino che il proletariato russo eserciti ancora una volta un’azione sulla tattica dei liberali, siate pur certi che lo farà con un assalto di massa contro il governo, e non già con un accordo con gli zemtsy.


IV

La campagna degli zemstvo aperta col grazioso consenso della polizia, i mielati discorsi di Sviatopolk-Mirski e dei giornali ufficiosi del governo, il tono più elevato della stampa liberale, l’animazione della cosiddetta società colta, tutto questo pone al partito operaio i più seri compiti. Ma essi vengono formulati del tutto a rovescio nella lettera della redazione dell’Iskra. In questo momento infatti centro focale dell’attività politica del proletariato deve essere l’organizzazione di una azione imponente sul governo e non sull’opposizione liberale. Precisamente ora sono meno che mai opportuni gli accordi degli operai con gli zemtsy sulle manifestazioni pacifiche - accordi che si trasformerebbero inevitabilmente in combinazioni di effetti da vero e proprio vaudeville - è più che mai necessaria l’unione compatta degli elementi d’avanguardia, rivoluzionari del proletariato al fine di preparare la lotta decisiva per la libertà. Precisamente ora, quando il nostro movimento costituzionale comincia a rilevare con chiarezza i peccati ineliminabili di ogni liberalismo borghese, e di quello russo in particolare - smisurato sviluppo della vuota fraseologia, abuso della parola che diverge dai fatti, credulità veramente filistea nei confronti del governo e di ogni eroe della politica delle volpi - precisamente ora sono prive di tatto le frasi sull’indesiderabilità dell’intimidazione e del panico dei signori zemtsy, sulla leva per la reazione, ecc., ecc. Precisamente ora è più che mai importante rafforzare nel proletariato rivoluzionario la salda convinzione che anche l’attuale “movimento di liberazione presente nella società” sarà immancabilmente e inevitabilmente una bolla di sapone come le precedenti, se non interverrà la forza delle masse operaie, atte e pronte all’insurrezione.

Il fermento politico esistente nei più diversi strati del popolo, che costituisce la premessa necessaria di un’insurrezione e la garanzia del suo successo, la garanzia che l’iniziativa del proletariato verrà appoggiata, si estende, cresce e si acuisce sempre più. Sarebbe perciò molto irragionevole se a qualcuno venisse ora di nuovo in mente di incitare ad un assalto immediato, di far organizzare subito le colonne d’assalto [allusione agli appelli avventuristi degli economicisti a dare immediatamente l’assalto alla “fortezza del dispotismo” (primavera del 1901)], ecc. L’intero corso degli eventi ci è garante che nel prossimo futuro il governo dello zar si troverà ancor più nei pasticci, che l’esasperazione contro di esso si farà sempre più minacciosa. Il governo si troverà ineluttabilmente nei pasticci anche nel giuoco che ha iniziato con il costituzionalismo degli zemstvo. Sia che faccia qualche misera concessione, sia che non ne faccia nessuna, il malcontento e l’irritazione assumeranno un’ampiezza sempre maggiore. Il governo si troverà ineluttabilmente nei pasticci anche in quella disonorevole e criminale avventura in Manciuria [la guerra russo-giapponese], che porta con sé una crisi politica sia nel caso di una sconfitta militare decisiva, sia nel caso di un prolungamento della guerra, che la Russia non può sperare di vincere.

Compito della classe operaia è di ampliare e rafforzare la propria organizzazione, di decuplicare l’agitazione tra le masse, profittando di ogni esitazione del governo, diffondendo l’idea dell’insurrezione, spiegandone la necessità sull’esempio di tutti quei “passi” irresoluti e destinati in partenza all’insuccesso su cui si fa ora tanto chiasso. Non è neanche il caso di dire che gli operai devono reagire alle istanze degli zemstvo organizzando assemblee, lanciando volantini, organizzando, là dove esistono forze sufficienti, dimostrazioni per proclamare tutte le rivendicazioni socialdemocratiche, senza tener conto del “panico” dei signori Trubetskoi, senza conformarsi alle lamentele dei filistei sulla leva per la reazione. E qualora fosse già il caso di arrischiarsi a parlare in anticipo, e per di più dall’estero, del possibile ed auspicabile tipo superiore di dimostrazioni di massa (giacché quelle non di massa non hanno ormai più nessunissima importanza), qualora fosse già il caso di toccare la questione della concentrazione delle forze dei dimostranti presso questo o quell’edificio, indicheremmo precisamente gli edifici nei quali si dirigono le azioni di polizia volte a dare addosso al movimento operaio, indicheremmo gli edifici della polizia, della gendarmeria, degli uffici di censura, i luoghi di reclusione dei “delinquenti” politici. Il serio appoggio da parte degli operai alle istanze degli zemstvo deve consistere non in un accordo sulle condizioni alle quali gli zemstvo possano parlare in nome del popolo, ma nell’inferire un colpo ai nemici del popolo. Ed è appena possibile dubitare che l’idea di una simile dimostrazione non incontri la simpatia del proletariato. Gli operai sentono oggi da tutte le parti frasi ampollose e sonore promesse, vedono il reale - sia pure insignificante, ma pur sempre reale - estendersi della libertà per la “società” (allentamento della briglia che tiene a freno gli zemstvo, ritorno degli zemtsy caduti in disgrazia, più blando infierire contro la stampa liberale), ma gli operai non vedono letteralmente nulla che estenda la libertà della loro lotta politica. Sotto la pressione dell’assalto rivoluzionario del proletariato, il governo ha permesso ai liberali di parlare di libertà! La mancanza di diritti e l’avvilimento degli schiavi del capitale appare ora agli occhi dei proletari vieppiù chiaramente. Gli operai sono privi di organizzazioni generali per una discussione relativamente libera (dal punto di vista russo) dei problemi politici; gli operai sono privi di sedi per le riunioni; gli operai sono privi di giornali propri; agli operai non si restituiscono i loro compagni dalle carceri e dalla deportazione. Gli operai ora vedono che la pelle dell’orso - che essi non hanno ancora ucciso, ma che essi e soltanto essi, i proletari, hanno seriamente ferito - che questa pelle cominciano a dividersela i signori borghesi liberali. Gli operai vedono che questi signori borghesi liberali, fin dal primo approssimarsi della spartizione della futura pelle, cominciano già a mostrare i denti e a ringhiare contro i “partiti estremi”, contro i “nemici interni”, implacabili nemici del dominio e dell’ordine borghese. E gli operai si solleveranno ancor più arditamente, in masse ancora più fitte, per dare all’orso il colpo di grazia, per conquistarsi ciò che si promette di dare come elemosina ai signori borghesi liberali: libertà di riunione, libertà per la stampa operaia, completa libertà politica ai fini di una lotta ampia ed aperta per la completa vittoria del socialismo.

Pubblichiamo il presente opuscolo con la soprascritta: Per i soli membri del partito, perché con la stessa soprascritta è stata pubblicata la “lettera” della redazione dell’Iskra. In sostanza, per un piano che dev’essere inviato in decine di città, discusso in centinaia di circoli operai, spiegato in volantini di agitazione ed appelli, la “cospirazione” è semplicemente ridicola. È uno degli esempi di quel segreto cancellieresco che già faceva notare il compagno Galiorka (Su una nuova via) nella prassi della redazione della nuova Iskra e del Consiglio. Da un solo punto di vista si potrebbe giustificare l’occultamento della lettera della redazione al largo pubblico in generale ed ai liberali in particolare: essa compromette troppo il nostro partito...


Appendice

22 dicembre 1904

La limitazione della cerchia dei lettori del presente opuscolo viene soppressa, considerato che la nostra cosiddetta redazione di partito ha già pubblicato una risposta indirizzata apparentemente ai membri del partito, ma che in pratica ha comunicato soltanto alle assemblee della minoranza, non facendola pervenire ai membri del partito che notoriamente appartengono alla maggioranza.

Se l’Iskra decide di non considerarci membri del partito (temendo al tempo stesso di dirlo apertamente), a noi non resta che rassegnarci al nostro amaro destino e trarre da una simile decisione le necessarie conclusioni.