Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin

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Presentazione

 

Sottopongo alla vostra attenzione questo scritto di Lenin, perché esso per noi oggi è particolarmente importante per due motivi.

 

1. Per quanto insegna circa il ruolo degli operai nella rivoluzione socialista e il loro reclutamento nel Partito comunista.

Nella Russia zarista l’ispettorato governativo delle fabbriche recensiva  1.300.000 operai (Opere di Lenin, vol. 19, pag. 448). Certamente erano meno di 3 milioni. Meno di quanti sono oggi in Italia, dopo lo smantellamento delle grandi e medie fabbriche, gli operi di aziende capitaliste di più di 100 dipendenti.

Ciò vale per prendere l’andamento della rivoluzione sovietica come conferma storica di un aspetto che balza evidente anche dalla storia italiana e perfino dalla cronaca: per la loro posizione sociale gli operai sono in grado di trascinare alla lotta il resto delle masse popolari e di dirigerle.

La maggiore capacità di organizzarsi degli operai, rispetto al resto delle masse popolari è di per sé ancora più evidente.

Altrettanto, anche se meno facile da capire, è la maggiore capacità degli operai, rispetto al resto delle masse popolari, di capire e assimilare la concezione comunista del mondo (della storia dell’umanità) e il programma del partito comunista.

Nella situazione concreta del paese solo grazie al partito clandestino degli operai d’avanguardia la classe operaia fa attività politica autonomamente dalla borghesia. Chi è contro il partito clandestino degli operai avanzati, è contro l’autonomia politica della classe operaia.

Lo scritto di Lenin è quindi un proclama

- contro quelli che hanno “superato” la “forma partito”: che in realtà hanno rinnegato la forma della rivoluzione socialista per rinnegare l’instaurazione del socialismo (Negri & C, Cararo e Rete dei Comunisti e tutta la sinistra borghese);

- contro quelli che (di fatto e peggio ancora se anche in teoria) rifiutano l’organizzazione clandestina.

- contro quelli che per anni hanno parlato di scomparsa della classe operaia. L’intervista a Marco Revelli (il Manifesto 16.07.2010) è utile per capire quello che è in corso in Italia in questi mesi.

(Tenere presente che Vera Zasulic era una che a 18 anni aveva giustiziato un generale zarista torturatore, aveva brillantemente sostenuto il processo per l’esecuzione fatta, poi era riparata all’estero e aveva partecipato alla fondazione dell’Iskra).

 

2. Per quanto insegna a proposito di cosa significa per noi comunisti “dedizione alla causa”, il primo dei 3 criteri di valutazione dei comunisti. Lenin nel corso di questo scritto dice “... il lavoro dei marxisti è sempre “difficile” ed essi si distinguono dai liberali proprio perché non dichiarano impossibile il difficile. Il liberale chiama impossibile un lavoro difficile per nascondere che vi rinuncia. La difficoltà del lavoro incita invece il marxista a creare una unione più stretta degli elementi migliori proprio per superare le difficoltà”.

 

V. I. Lenin - Opere Complete vol. 19

COME V. ZASULIC UCCIDE IL LIQUIDATORISMO

Prosvestcenie, n. 9 - settembre 1913 - Firmato: V. Ilin.

Nel n. 8 della Givaia Gizn, del 19 luglio 1913, è stato pubblicato un articolo di Vera Zasulic, in difesa del liquidatorismo (A proposito di una questione) veramente degno di nota. Richiamiamo con forza l’attenzione di tutti coloro che si interessano delle questioni del movimento operaio e della democrazia su questo articolo, prezioso sia per il suo contenuto che per la franchezza della sua autorevole autrice.

 

I

 

Prima di tutto, V. Zasulic, come tutti i liquidatori, cerca di diffamare il partito, ma si smaschera, per la sua sincerità, con sorprendente chiarezza.

“Il Partito operaio socialdemocratico russo - leggiamo in V. Zasulic - è un’organizzazione clandestina di intellettuali, fondata nel II Congresso [17 luglio - 10 agosto 1903] per la propaganda e l’agitazione tra gli operai e immediatamente divisasi”.

In realtà il partito fu fondato nel 1898 e si appoggiava sull’ascesa del movimento operaio di massa degli anni 1895-1896. Decine e centinaia di operai (come il defunto Babusckin a Pietroburgo) non solo ascoltavano le conferenze nei circoli, ma essi stessi conducevano l’agitazione già negli anni 1894-1895 e poi fondavano organizzazioni di operai in altre città (fondazione delle organizzazioni di Jekaterinoslav da parte di Babusckin espulso da Pietroburgo, ecc.).

Dappertutto è stata notata la prevalenza relativa degli intellettuali all’inizio del movimento operaio, non solo in Russia. Ma prendendo pretesto da questo fatto, V. Zasulic ha scritto un libello contro il partito operaio. Ma ha così ucciso il liquidatorismo fra tutti gli operai che pensano e che vissero l’agitazione e gli scioperi degli anni 1894-1895.

 

“... Nel 1903 - scrive ancora V. Zasulic - i circoli clandestini che conducevano questo lavoro si unirono in un’associazione segreta con uno statuto gerarchico. È difficile dire se la nuova organizzazione, come tale, aiutò o ostacolò il lavoro corrente...”.

Chiunque non voglia essere Ivan lo smemorato sa che i gruppi di intellettuali e gli operai non solo nel 1903, ma fin dal 1894 (e spesso ancora prima) hanno aiutato tanto l’agitazione economica quanto quella politica, sia sostenendo gli scioperi sia con la propaganda. Dichiarare apertamente: “È difficile dire se l’organizzazione aiutò o ostacolò il lavoro” non solo significa dire una grandissima e patente menzogna storica: significa denigrare il partito.

In effetti, per che cosa si dovrebbe apprezzare un partito se è difficile dire se esso ha aiutato o ostacolato il lavoro? Non è forse chiaro che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato?

Ma i liquidatori devono denigrare a posteriori il partito nel suo passato, per giustificare il fatto che lo rinnegano nel presente.

 

Infatti parlando di questo presente, del periodo del 3 giugno [con il colpo di Stato del 3 giugno 1907 il regime zarista completò la sua offensiva contro la prima rivoluzione russa, quella del 1905 e le sue conquiste: iniziò il periodo di predominio della reazione che si protrasse fino al 1913], V. Zasulic scrive: “Ho sentito che le sezioni rionali dell’organizzazione si sono svuotate...”.

Il fatto è incontestabile. Si sono svuotate sia le sezioni rionali dell’organizzazione sia tutte le altre. Tutto il problema sta nel come si spiega il fenomeno della fuga dall’organizzazione e nel come si agisce di fronte a questo fenomeno.

V. Zasulic risponde: “Si sono svuotate perché in quel momento non c’era più nulla da fare”.

Una risposta categorica che equivale alla categorica disapprovazione dell’organizzazione clandestina e alla giustificazione della fuga da essa. Ma come dimostra V. Zasulic la sua affermazione?

1. I propagandisti non avevano nulla da fare poiché “molti operai si erano costituiti”, con le pubblicazioni dei giorni della libertà, “intere bibliotechine che la polizia non ha ancora confiscato”.

È curiosa questa capacità di V. Zasulic di non accorgersi che contraddice se stessa. Se la polizia cercava di “confiscare” le bibliotechine, ciò significa che la discussione sulle cose lette, la loro assimilazione e il loro ulteriore studio gonfiavano proprio l’attività clandestina! V. Zasulic vuole dimostrare che “non c’era nulla da fare”, ma dalle sue stesse affermazioni risulta il contrario: c’era qualcosa da fare.

2. “Non si può nemmeno parlare della possibilità di un’agitazione politica clandestina in questo periodo. Inoltre l’iniziativa di tali "azioni" non faceva parte dei diritti e dei doveri dei rioni”.

V. Zasulic ripete le parole dei liquidatori senza conoscere la questione. Che nel periodo descritto il lavoro fosse difficile, più difficile di prima, ciò è fuori dubbio. Ma il lavoro dei marxisti è sempre “difficile” ed essi si distinguono dai liberali proprio perché non dichiarano impossibile il difficile. Il liberale chiama impossibile un lavoro difficile per nascondere che vi rinuncia. La difficoltà del lavoro incita invece il marxista a creare una unione più stretta degli elementi migliori proprio per superare le difficoltà.

Il fatto oggettivo che questo lavoro nel periodo descritto era possibile, e che è stato svolto, è dimostrato se non da altro, almeno dalle elezioni della III [1908] e della IV [1913] Duma. Ritiene forse V. Zasulic, in effetti, che i fautori della clandestinità sarebbero riusciti a entrare alla Duma senza la partecipazione dell’organizzazione clandestina alle campagne elettorali?

3. “... Non c’era nulla da fare nei gruppi clandestini, mentre fuori c’era un mucchio di lavoro politico necessario...”. Club, ogni tipo di associazioni, congressi, conferenze, ecc.

Questo è il ragionamento di tutti i liquidatori, ripetuto da V. Zasulic. Il suo articolo si può senz’altro raccomandare per le lezioni nei circoli operai in cui si esaminano le disavventure del liquidatorismo!

L’organizzazione clandestina era necessaria tra l’altro proprio perché da essa dipendeva che nei club, nelle associazioni, nei congressi, ecc. si svolgesse un lavoro veramente marxista.

Confrontate questo mio ragionamento con il ragionamento di V. Zasulic. Pensate ai motivi che hanno indotto V. Zasulic a rappresentare il lavoro nelle associazioni legali come un lavoro che si conduceva “al di fuori” del lavoro dei gruppi clandestini!! Perché “al di fuori” e non “in stretto legame”, non “nella stessa direzione”??

In V. Zasulic non c’è nemmeno l’ombra di motivi basati su fatti, poiché ognuno sa che non esisteva probabilmente quasi nessuna associazione legale, conferenza, ecc. alla quale non prendessero parte anche membri di gruppi clandestini. L’unico motivo delle affermazioni di V. Zasulic è lo stato d’animo soggettivo dei liquidatori. Lo stato d’animo dei liquidatori era tale che essi non avevano nulla da fare nell’organizzazione clandestina, volevano che il lavoro si facesse soltanto fuori dell’organizzazione clandestina, soltanto al di fuori del suo orientamento ideale. In altre parole, il “motivo” di V. Zasulic si riduce alla giustificazione della fuga dei liquidatori dalla clandestinità!

Meschino motivo!

 

Ma non possiamo limitarci a indicare i motivi soggettivi degli scritti di V. Zasulic, gli errori di fatto e logici di cui pullula letteralmente ogni frase del suo articolo. Dobbiamo cercare i motivi oggettivi del fatto incontestabile che “i rioni si sono svuotati”, che c’è stata una fuga dall’organizzazione clandestina.

Non occorre cercare lontano. È a tutti noto che nel periodo descritto la società borghese e piccolo-borghese era in preda a uno stato d’animo controrivoluzionario. È a tutti nota la profondità dell’antagonismo tra la borghesia e il proletariato che si era manifestato nei giorni della libertà [nel periodo 1905-1907 della rivoluzione] e che ha provocato questo stato d’animo controrivoluzionario accanto allo sfacelo, allo sconforto, allo scoraggiamento in molti amici instabili del proletariato.

Questo rapporto oggettivo fra le classi nel periodo descritto ci spiega pienamente perché la borghesia in generale e la borghesia liberale in particolare (poiché le era stata strappata dalle mani l’egemonia sulle masse popolari) dovesse odiare l’organizzazione clandestina, dichiararla inutile e “incapace” (espressione di V. Zasulic), disapprovare e respingere l’agitazione politica clandestina e anche “il lavoro legale condotto nello spirito della clandestinità”, coerentemente con le parole d’ordine dell’organizzazione clandestina, in stretto legame ideale e organizzativo con essa.

Dall’organizzazione clandestina sono fuggiti innanzi tutto e in primo luogo gli intellettuali borghesi, che si erano lasciati prendere dallo stato d’animo controrivoluzionario. Sono fuggiti quei “compagni di strada” del movimento operaio socialdemocratico che da noi, come in Europa, si erano appassionati alla funzione di liberatori del proletariato (in Europa: della plebe in generale) nella rivoluzione borghese. È noto che un gran numero di marxisti si allontanò dall’organizzazione clandestina dopo il 1905 e si sparse nei diversi rifugi legali per intellettuali.

 

Per quanto “buone” siano soggettivamente le intenzioni di V. Zasulic, i ragionamenti dei liquidatori da lei ripetuti non sono tuttavia oggettivamente che un ritornello di ideucce liberali controrivoluzionarie. I liquidatori, esaltando a gran voce lo “spirito di iniziativa operaio” ecc., in realtà rappresentano e difendono proprio “gli intellettuali che si sono staccati dal movimento operaio e sono passati dalla parte della borghesia”.

Per certe persone la fuga dall’organizzazione clandestina è potuta essere la conseguenza di uno stato di stanchezza e di depressione. Tali persone si possono solo compatire; si devono aiutare, in quanto la loro depressione passerà e si manifesterà di nuovo in esse l’attrazione verso l’illegalità operaia, lontana dal perbenismo, del legalitarismo, dai liberali e dalla politica operaia liberale. Ma quando gli stanchi e i depressi salgono sulla tribuna della pubblicistica e dichiarano che la loro fuga è una manifestazione non di stanchezza, né di debolezza, né di viltà intellettuale, ma un merito, e inoltre scaricano la loro colpa sull’organizzazione clandestina “incapace di agire” o “inutile” o “morta” ecc., allora questi fuggiaschi diventano dei rinnegati, dei disertori odiosi; diventano i peggiori consiglieri e quindi dei pericolosi nemici del movimento operaio.

Quando si vede che i liquidatori difendono ed esaltano simili elementi e nello stesso tempo giurano e spergiurano che loro, i liquidatori, sarebbero per l’unità dei socialdemocratici, c’è solo da stringersi nelle spalle e chiedersi: chi pensano di ingannare con queste sciocchezze e quest’ipocrisia? Non è forse chiaro che l’esistenza del partito operaio non è possibile senza una lotta decisa contro l’esaltazione del ripudio del partito?

I liquidatori (e dietro di loro anche V. Zasulic) si consolano chiamando questi rinnegati e disertori “forze vive della classe operaia”. Ma questi sotterfugi degli intellettuali liberali da tempo sono stati smentiti da fatti indiscutibili che riguardano tutta la Russia. I bolscevichi avevano alla II Duma il 47% dei deputati della curia operaia [nell’ordinamento elettorale zarista ogni classe votava per conto suo e le erano assegnati tanti più deputati da eleggere quanto più essa era affidabile per lo Zar], il 50% alla III e il 67% alla IV Duma. Ecco una dimostrazione inconfutabile del distacco degli operai dai liquidatori compiutosi nel periodo che va dal 1907 al 1913. La nascita del primo quotidiano operaio [Pravda 22 aprile 1912] e i fenomeni che proprio ora si osservano nei sindacati corroborano ancora di più questa dimostrazione. Le forze vive della classe operaia, se si guardano i fatti oggettivi e non le dichiarazioni vanagloriose e gratuite degli intellettuali liberali, sono con i fautori dell’organizzazione clandestina, con gli avversari del liquidatorismo.

Ma tutti i ragionamenti di V. Zasulic sul passato sono soltanto fiorellini. I frutti vengono dopo. La difesa del tradimento e del ripudio del partito sono soltanto il preludio alla perorazione della demolizione dello stesso partito. Passiamo a queste importantissime parti dell’articolo di V. Zasulic

 

II

 

“... L’organizzazione clandestina - leggiamo nell’articolo - è stata sempre il lato più debole della socialdemocrazia russa”... (“ sempre”, né più né meno!). Sono storici coraggiosi i nostri liquidatori. “Sempre” significa sia negli anni 1883-1893, prima dell’inizio del movimento di massa operaio sotto la direzione organizzata del partito, sia negli anni 1894-1904. E negli anni 1905-1907?

 “... Ma anche se essa fosse stata dieci volte migliore, non avrebbe lo stesso resistito alla rivoluzione e alla controrivoluzione. Non ricordo nella storia d’Europa nessuna organizzazione rivoluzionaria che, dopo aver vissuto la rivoluzione, è stata capace di agire ancora anche nel periodo della reazione”.

Questo ragionamento è così ricco di “perle”, che proprio non si sa da quale iniziare l’analisi!

V. Zasulic “non ricorda” un caso della storia d’Europa che la interessi. Ma ricorda forse V. Zasulic nella “storia d’Europa” un paese in cui è avvenuta una rivoluzione borghese mentre nei paesi vicini esistevano già partiti operai autonomi, forti di centinaia di migliaia e di milioni di membri, quando il capitalismo aveva già raggiunto un alto grado di sviluppo, creando in quel paese un proletariato industriale compatto e un movimento operaio su scala nazionale?

V. Zasulic non può “ricordare” un caso simile, poiché non c’è mai stato un caso simile “nella storia d’Europa”. Non è accaduto e non poteva neanche accadere, in questa storia, prima del XX secolo, che in una rivoluzione borghese uno sciopero politico di massa avesse una funzione decisiva.

Che cosa dunque ne deduciamo? Deduciamo la seguente conclusione. Il liquidatore si richiama all’esempio della “storia d’Europa”, nella quale durante le rivoluzioni borghesi non c’erano partiti proletari autonomi e scioperi di massa, si richiama a questo esempio per ripudiare gli obiettivi o per sminuire, ridurre, mutilare gli obiettivi di un paese dove invece le due citate condizioni basilari (un partito proletario, autonomo e scioperi di massa di carattere politico) c’erano e ci sono!

V. Zasulic non capisce - e questa incomprensione è proprio tipica del liquidatorismo - che lei, pur affrontando la questione con altre parole, da un altro lato, adducendo un motivo diverso, ha però ripetuto il pensiero del liberale Prokopovic. Questo liberale, proprio nel periodo in cui egli, essendo un “economicista” estremo (1899), aveva rotto con la socialdemocrazia, espresse l’idea: “Ai liberali la lotta politica, agli operai la lotta economica”.

Propendono per questa idea, scivolano verso di essa tutti i fautori dell’opportunismo nel movimento operaio russo degli anni 1895-1913. Invece solo nella lotta contro questa idea è cresciuta, e solo così ha potuto crescere la socialdemocrazia in Russia. La lotta contro questa idea, per strappare le masse alla sua influenza, è appunto la lotta per un movimento operaio autonomo in Russia.

Prokopovic ha espresso questa idea, applicandola ai compiti del momento, in forma di comando o di esortazione.

V. Zasulic la ripete nella forma di un’argomentazione pseudo-storica e retrospettiva o come rassegna degli avvenimenti.

Prokopovic ha parlato francamente, sinceramente, chiaramente e brutalmente. Ha detto: rinunciate all’idea dell’autonomia politica, fratelli operai!

V. Zasulic, non comprendendo dove l’ha condotta il liquidatorismo, giunge allo stesso abisso camminando a zigzag: “anche l’esempio dell’Europa vi dice, fratelli operai, che non vi conviene avere un’organizzazione del vostro vecchio e sperimentato tipo, del tipo della vostra organizzazione del 1905, “capace di agire”. A partire dal 1905 i liberali hanno gettato a mare le vuote illusioni sulla “clandestinità”, hanno costituito un’organizzazione “capace di agire”, aperta, la quale, sebbene non sia stata legalizzata dal sistema del 3 giugno ma solo sopportata, conserva il suo gruppo parlamentare, la sua stampa legale, i suoi comitati locali, in realtà a tutti noti. Invece, la vostra vecchia organizzazione, fratelli operai, non è capace di agire e, secondo gli insegnamenti della “storia d’Europa”, non lo deve essere. Ma noi liquidatori vi promettiamo e preannunciamo ogni giorno un nuovo “partito legale”. Che vi occorre di più? Accontentatevi per ora delle nostre promesse liquidatrici, inveite più forte contro la vostra vecchia organizzazione, copritela di fango, rinnegatela e restate per il momento (fino all’attuazione della nostra promessa di un “partito legale”) senza alcuna organizzazione!”.

È proprio questo il significato reale dei ragionamenti liquidatori di V. Zasulic, significato determinato non dalla sua volontà e consapevolezza, ma dal rapporto delle classi in Russia, dalle condizioni oggettive del movimento operaio. E proprio questo vogliono i liberali. Zasulic non fa che ripetere Prokopovic!

A differenza dell’Europa della fine del XVIII secolo e della prima metà del XIX, proprio la Russia offre invece l’esempio di un paese nel quale la vecchia organizzazione dimostra la sua vitalità e la sua capacità di agire. Questa organizzazione si è mantenuta anche durante il periodo della reazione, nonostante il distacco dei liquidatori e di moltissimi piccolo-borghesi. Essa, conservando fondamentalmente la sua natura, ha saputo adeguare la propria forma alle mutate condizioni, ha saputo modificarla secondo le esigenze del momento, momento che si è distinto per un altro passo sulla via della trasformazione dello zarismo in monarchia borghese.

La prova oggettiva di questo adattamento della vecchia organizzazione la vediamo - se si prende una delle prove più semplici, più evidenti e più accessibili anche all’intelletto liberale - nel risultato delle elezioni della IV Duma (1913). Dietro la vecchia organizzazione c’erano, come ho già detto, i due terzi dei deputati eletti dalla curia operaia, compresi tutti i sei deputati dei principali governatorati industriali. In questi governatorati ci sono circa un milione di operai dell’industria. Tutto quello che c’è di vivo, cosciente e influente in questa vera massa, massa proletaria, ha preso parte alle elezioni, modificando la forma della sua vecchia organizzazione, mutandone le condizioni del lavoro, ma conservandone l’orientamento, i principi politico-ideali e il contenuto dell’attività.

La nostra posizione è chiara. Ed essa si è determinata irrevocabilmente fin dal 1908. I liquidatori - e in ciò sta la loro sventura - non avranno nessuna posizione finché non avranno una nuova organizzazione. Essi finora non hanno fatto che sospirare pensando al cattivo passato e sognando un buon futuro.

 

III

 

“... L’organizzazione è necessaria al partito” - scrive V. Zasulic. Ella non è più soddisfatta della risoluzione del congresso di Stoccolma (1906), in cui i menscevichi erano in maggioranza ma tuttavia erano stati costretti ad accettare il famoso primo paragrafo dello statuto [che i menscevichi avevano rifiutato nel 1903 e in cui si stabiliva che era membro del partito solo chi era membro di una sua organizzazione].

Se questo è vero (ed è senz’altro vero), V. Zasulic ha torto e deve rinnegare la risoluzione menscevica di Stoccolma. L’organizzazione non solo “è necessaria al partito”, come lo riconosce ogni liberale e ogni borghese desideroso di “servirsi” del partito operaio per condurre una politica antioperaia. Il partito è la somma di organizzazioni unite in un tutto unico. Il partito è l’organizzazione della classe operaia, articolata in una intera rete di organizzazioni locali e specifiche, centrali e comuni.

Qui di nuovo risulta che i liquidatori non hanno nessuna posizione. Nel 1903 (II Congresso) essi applicavano un concetto dell’appartenenza al partito per cui erano membri del partito non solo coloro che facevano parte dell’“organizzazione”, ma anche coloro che lavoravano (fuori dall’organizzazione) sotto il controllo dell’organizzazione. V. Zasulic ricorda questo episodio, considerandolo evidentemente importante. Essa scrive:

“... Già al II Congresso, dieci anni fa, i menscevichi avevano avvertito l’impossibilità di costringere nell’organizzazione clandestina tutto il partito...”.

Se nel 1903 i menscevichi avevano provato avversione per la clandestinità, perché nel 1906, nell’epoca in cui il partito era infinitamente più legale, più “aperto”, essi stessi, avendo la maggioranza al congresso, avevano annullato la deliberazione menscevica da essi approvata nel 1903 e avevano approvato quella bolscevica? V. Zasulic scrive la storia del partito in modo tale che a ogni passo ci si imbatte in un travisamento dei fatti sorprendente e incredibile!

È un fatto incontestabile che nel 1906 a Stoccolma i menscevichi approvarono la definizione bolscevica del partito, quale somma di organizzazioni. Se V. Zasulic e i suoi amici ancora una volta hanno modificato le proprie opinioni, se considerano ora un errore la loro risoluzione del 1906, perché non dirlo apertamente? A quanto pare, a questa questione V. Zasulic in generale attribuisce importanza, poiché essa stessa l’ha sollevata, essa stessa ha ricordato il 1903!

Il lettore vede che non c’è nulla di più impotente e ingarbugliato delle idee dei liquidatori sulla questione organizzativa. È una completa mancanza di idee. È un esempio di mancanza di carattere e di incostanza. V. Zasulic va in collera ed esclama: “Opportunismo organizzativo è una espressione sciocca”. Ma l’ira non serve a nulla. Lo stesso Cerevanin ha pubblicato che nel 1907, alle riunioni della frazione menscevica a Londra, venne notato “l’anarchismo organizzativo” nei futuri liquidatori. Sia allora che adesso i liquidatori più in vista sono venuti a trovarsi e si trovano in una situazione molto strana: essi hanno ucciso i liquidatori.

“...L’organizzazione è necessaria al partito, - scrive V. Zasulic. - Ma essa può accogliere in sé, per un periodo di tempo più o meno lungo, tutto il partito e pacificamente [!] esistere nella stessa forma, con uno stesso statuto [udite!] soltanto quando, raggiunto e consolidatosi un regime di diritto [se una buona volta si consoliderà in Russia], la vita sociale russa si muoverà finalmente su una strada piana, lasciando dietro di sé quel cammino erto sul quale a ritmo accelerato essa si muove da un intero secolo, ora arrampicandosi in alto, ora cadendo nel precipizio della reazione, per cominciare di nuovo ad arrampicarsi sul monte, dopo essersi ripresa dalle ferite subite...”.

Ecco uno dei ragionamenti dei liquidatori che merita un premio, quale esempio di confusione. Andate a capire che cosa vuole l’autore!

La modificazione dello “statuto”? Ma allora dite, per dio, signori, di quale modificazione dello statuto parlate! E non rendetevi ridicoli, non mettetevi a dimostrare “filosoficamente” che lo statuto non è un qualcosa di irrevocabile.

Ma, cominciando a parlare dello “stesso statuto” (tra l’altro esso è stato modificato proprio nel 1912), V. Zasulic non propone nessun cambiamento.

Che cosa vuole dunque? Vuole dire che il partito diventerà un’organizzazione quando per la Russia finirà la strada erta e comincerà una strada piana. È un’idea liberale e viekhista [Viekhi era la pubblicazione di un gruppo di disertori della rivoluzione] molto rispettabile: prima della strada piana c’è bruttura e male e il partito non è un partito, la politica non è politica. Quando ci sarà la “strada piana” tutto sarà in “ordine”; quando la strada è erta c’è solo caos.

Abbiamo letto da tempo questi ragionamenti dei liberali. Se è l’odio liberale per la clandestinità e per la “strada erta” che li suggerisce, essi sono comprensibili, naturali e legittimi. Qui i fatti sono alterati (poiché di partiti-organizzazioni in Russia ce ne erano molti nei tempi di clandestinità), ma comprendiamo come nei liberali l’odio per la clandestinità offuschi gli occhi, nasconda i fatti.

Ma - ancora una volta - che cosa vuole dunque V. Zasulic? Da noi, il partito-organizzazione non sarebbe possibile... dunque? Oscurità di pensiero, reticenza, complicazione del problema con periodi lunghi e tormentosamente pesanti, risposte formali e rinvii da Ponzio a Pilato. Sentite però che l’autore si prepara a negare qualsiasi organizzazione. E a forza di girarci attorno, a V. Zasulic è scappato di dirla questa sua aspirazione ... Ecco il coronamento delle sue idee:

“Da noi c’è un largo strato di operai che con pieno diritto occuperebbe un posto in qualsiasi partito socialista dell’Occidente. In questo strato, che cresce rapidamente e al quale per formare un partito manca solo la possibilità di un’adesione formale ad esso, ci sono tutte le forze necessarie e in qualsiasi modo lo si chiami noi penseremo e parleremo di esso come di un partito”.

Quando i liquidatori discutono della liquidazione del partito, bisogna sapere che essi per partito intendono qualcosa d’altro rispetto al partito che c’è. Che cosa dunque intendono?

Intendono: “un largo strato di operai, al quale, per formare un partito [!!] manca solo [!] la possibilità di un’adesione formale ad esso”.

È impareggiabile. Il partito sarebbero coloro ai quali “manca la possibilità di un’adesione formale al partito”. Il partito sarebbero coloro che stanno fuori del partito.

In verità, V. Zasulic ha fatto per noi una raccolta di magnifiche perle dicendo sinceramente fino in fondo intorno a che cosa si aggirano tutti i liquidatori.

 

IV

 

In Germania attualmente i membri del partito sono circa un milione. Circa 4 milioni di elettori votano per la socialdemocrazia e i proletari sono circa 15 milioni. Eccovi un piccolo esempio semplice e reale che servirà a districare ciò che i liquidatori hanno ingarbugliato. Un milione è il partito, è nelle organizzazioni di partito. Quattro milioni e 250 mila compongono “il largo strato”. Questo di fatto è ancora di molte volte più largo in quanto non hanno diritto al voto le donne e non lo hanno molti operai che non hanno una residenza fissa, l’età stabilita, ecc. ecc.

Questo “largo strato” è quasi tutto costituito da socialdemocratici e senza di esso il partito sarebbe impotente. Esso ad ogni azione si allarga di due o tre volte, poiché allora dietro al partito va anche la massa dei non socialdemocratici.

È possibile che ciò non sia chiaro? È addirittura imbarazzante dover spiegare per l’ennesima volta l’abbiccì.

In che cosa differisce la Germania dalla Russia? Assolutamente non perché da noi non ci sia differenza tra il “partito” e il “largo strato”! Per capirlo consideriamo prima la Francia. Lì vediamo (approssimativamente: cifre più precise corroborerebbero solo la mia conclusione) :

- Nel partito circa 70.000 [La cifra precisa, secondo il rapporto all’ultimo Congresso di Brest del 1913, è di 68.903.].

- “Largo strato” (voti per i socialdemocratici) circa 1.000.000.

- Proletari circa 10.000.000.

E in Russia? Il partito contava 150.000 membri nel 1907 (cosa calcolata e verificata al Congresso di Londra). Attualmente non si sa. Probabilmente molti di meno, 30 o 50 mila; non è possibile stabilirlo.

“Il largo strato” è da noi di 300-500 mila persone, se si considera il numero di coloro che votano per i socialdemocratici. Infine, probabilmente ci sono circa 2 milioni di proletari. Ripeto che anche qui le cifre sono approssimative, che qualsiasi altra cifra, che qualcuno pensasse di stabilire con più precisione, corroborerebbe solo maggiormente le mie conclusioni.

Le mie conclusioni sono che in tutti i paesi, sempre e dappertutto, ci sono, oltre al “partito”, sia “un largo strato” di persone vicine al partito sia la massa ancora più grande della classe che forma, che secerne, alimenta il partito. Non comprendendo questa cosa semplice e chiara, i liquidatori ripetono l’errore degli “economicisti” degli anni 1895-1901; questi non potevano assolutamente capire la differenza tra il “partito” e la “ classe”.

Il partito è lo strato cosciente e avanzato della classe, la sua avanguardia. La forza di questa avanguardia è di dieci, cento volte maggiore del numero dei suoi iscritti.

È possibile? Può la forza di un centinaio superare la forza di un migliaio?

Lo può e la supera quando il centinaio è organizzato.

L’organizzazione decuplica le forze. Questa verità certamente non è una mia scoperta. Ma non è colpa nostra se per Zasulic e per i liquidatori bisogna ricominciare dall’abbiccì.

La coscienza del reparto d’avanguardia si manifesta, tra l’altro, nel fatto che esso sa organizzarsi. Organizzandosi, acquista ununica volontà, e questa unica volontà di un migliaio, di centinaia di migliaia, di un milione di uomini d’avanguardia diventa la volontà della classe. Intermediario tra il partito e la classe è il “largo strato” (più largo del partito, ma più ristretto della classe), lo strato di coloro che votano per la socialdemocrazia, lo strato di coloro che l’aiutano, lo strato di coloro che con essa simpatizzano, ecc.

Nei diversi paesi il rapporto fra partito e classe è differente secondo le condizioni storiche e altre. In Germania, per esempio, è organizzato nel partito circa un quindicesimo della classe; in Francia, circa un centoquarantesimo. In Germania su ogni membro del partito ci sono quattro o cinque socialdemocratici del “largo strato”; in Francia quattordici. In Francia non c’è stato mai, in sostanza, un partito di centomila membri con una organizzazione “aperta” e la libertà politica.

Ogni persona ragionevole capisce che esistono condizioni storiche, cause oggettive che hanno permesso in Germania di organizzare nel partito un quindicesimo della classe, in Francia lo hanno reso più difficile e in Russia ancora di più.

Che direste di un francese al quale saltasse in testa di dichiarare: il nostro partito è un circolo ristretto e non un vero partito. Non si può costringere il partito in un’organizzazione. Il partito è il largo strato, in esso ci sono tutte le forze, ecc. Probabilmente vi stupireste che questo francese non si trovi in una clinica per malati mentali.

E in Russia si vuole che si prendano sul serio coloro i quali - avvertendo, vedendo che da noi la strada è ancora erta, cioè che le condizioni per l’organizzazione sono più difficili - dichiarano che “essi penseranno e parleranno di un largo strato [di persone non organizzate] come di un partito”. Costoro sono dei disertori dal partito sconcertati, degli sconcertati socialdemocratici fuori dal partito o vicini al partito, i quali non hanno resistito alla pressione delle idee liberali di depressione, di scoraggiamento e di rinuncia.

 

V

 

“Per essere una forza utile, questa organizzazione clandestina, - scrive V. Zasulic nella frase conclusiva del suo edificante articolo, - anche se essa sola si chiamasse partito, dovrebbe stare a questa socialdemocrazia operaia” (cioè a quel largo strato nel quale V. Zasulic vede “tutte le forze”, a proposito del quale ha dichiarato: “noi penseremo e parleremo di esso come di un partito”) “come i dirigenti del partito stanno al partito”.

Riflettete su questo ragionamento, che nell’articolo ricco di perle di V. Zasulic è la perla delle perle.

In primo luogo, ella capisce benissimo che cosa è che si chiama partito nella Russia odierna. Mentre decine di scrittori liquidatori hanno assicurato e assicurano al pubblico che essi non lo capiscono e si ha come conseguenza che questi signori ingarbugliano le controversie sulla liquidazione del partito fino all’inverosimile. I lettori che si interessano delle sorti del movimento operaio, si richiamino, contro i liquidatori volgari e dozzinali, all’articolo di V. Zasulic e vi attingano la risposta alla questione oscura, resa oscura: che cosa è il partito?

In secondo luogo, guardate la conclusione di V. Zasulic. L’organizzazione clandestina dovrebbe stare al largo strato come i dirigenti stanno al partito, ci dice. C’è da chiedersi in che consistono, in fondo, i rapporti dei dirigenti di ogni società con la stessa società. Evidentemente nel fatto che i dirigenti attuano non la propria volontà personale (o di gruppo o circolo), ma la volontà di questa società.

Come si può stabilire la volontà di un largo strato di alcune centinaia di migliaia o di alcuni milioni di persone? È assolutamente impossibile stabilire la volontà di un largo strato se esso non è organizzato in una organizzazione; lo capirebbe anche un bambino. Proprio in ciò sta la disgrazia di V. Zasulic, come degli altri liquidatori i quali, essendosi messi sul piano inclinato dell’opportunismo organizzativo, scivolano costantemente nella palude più esiziale dell’anarchismo.

Poiché cos’è questo se non anarchismo, nel significato più completo e preciso della parola, quando V. Zasulic, avendo riconosciuto essa stessa che “al largo strato manca la possibilità di una formale adesione al partito” e quindi “gli manca la possibilità” di “formare un partito”, dichiara contemporaneamente che i liquidatori penseranno e parleranno di questo largo strato come di un partito e che l’organizzazione clandestina deve comportarsi verso questo strato come verso un’istanza superiore, come verso il risolutore supremo della questione riguardante i “dirigenti”, ecc. ecc.?

Quando, contro l’organizzazione, ci si appella ai larghi strati o alla massa, riconoscendo l’impossibilità di organizzarli, si tratta di purissimo anarchismo. Gli anarchici costituiscono uno degli elementi più dannosi del movimento operaio proprio perché, parlando sempre con enfasi della massa delle classi oppresse (o perfino della massa degli oppressi in generale) e distruggendo sempre il buon nome di qualsiasi organizzazione socialista, essi stessi non possono costruire e contrapporle nessuna altra organizzazione.

I marxisti, in linea di principio, considerano in altro modo il rapporto che deve intercorrere tra la massa non organizzata (e che per un lungo periodo, a volte per decenni non si presta ancora all’organizzazione) e il partito, l’organizzazione. Proprio perché la massa di una determinata classe possa imparare a capire i propri interessi e le proprie condizioni, imparare a condurre la propria politica, proprio per questo è necessaria immediatamente e a tutti i costi l’organizzazione degli elementi d’avanguardia della classe, anche se all’inizio questi costituiscono una parte irrilevante della classe. Per servire la massa a esprimere i suoi interessi giustamente compresi, il reparto avanzato, l’organizzazione, deve condurre tutta la sua attività fra la massa, attirandone tutte le forze migliori senza eccezione, controllando ad ogni passo, con gran cura e obiettivamente se il legame con la massa si mantiene, se è vivo. Così e soltanto così il reparto d’avanguardia educa e illumina la massa esprimendo i suoi interessi, insegnandole a organizzarsi, orientando tutta la sua attività verso una politica di classe cosciente.

Se come risultato dell’attività politica di tutta la massa, direttamente o indirettamente chiamata a partecipare alle elezioni, o ad esse partecipante, si ha che tutti i rappresentanti eletti dagli operai sono fautori della clandestinità e della sua linea politica, sono fautori del partito, otteniamo un fatto obiettivo, che dimostra la vitalità dei legami con le masse, che dimostra il diritto di questa organizzazione a esistere e a chiamarsi unica rappresentante e portavoce degli interessi di classe delle masse. Ogni operaio politicamente cosciente o, meglio, ogni gruppo di operai poteva prendere parte alle elezioni orientandole in questo o quel modo: se, in conclusione, proprio l’organizzazione derisa, insultata e trattata con disprezzo dai liquidatori, ha trascinato dietro di sé le masse, ciò significa che l’atteggiamento del nostro partito verso le masse è in sostanza giusto, marxista.

La teoria del “largo strato, al quale, per formare un partito, manca solo la possibilità di un’adesione formale ad esso” è anarchismo. La classe operaia in Russia non può rafforzare e sviluppare il suo movimento senza lottare nel modo più implacabile contro questa teoria che corrompe le masse, distrugge il concetto stesso di organizzazione, il principio stesso dell’organizzazione.

La teoria del largo strato al posto del partito è la giustificazione di un grandissimo arbitrio e scherno ai danni del movimento operaio di massa (anche se coloro che lo deridono, immancabilmente, ogni cinque parole, menzionano la “massa” e declinano il termine “massa”). Tutti sanno che con questa teoria i liquidatori fanno passare se stessi, il loro circolo di intellettuali, per rappresentanti e interpreti del “largo strato”. Che significa per noi un partito “ristretto”, vanno dicendo, dal momento che noi rappresentiamo il “largo strato”! Che significa per noi una organizzazione clandestina che alle elezioni si trascina dietro un milione di operai, quando noi rappresentiamo un largo strato, probabilmente milioni e decine di milioni.

I fatti oggettivi - le elezioni alla IV Duma, il sorgere di giornali operai, le sottoscrizioni in loro favore, il sindacato dei metallurgici a Pietroburgo, il congresso dei commessi - dimostrano all’evidenza che i liquidatori sono un circolo di intellettuali che si sono staccati dalla massa operaia. Ma la “teoria del largo strato” permette di eludere tutti i fatti oggettivi e di colmare i cuori dei liquidatori della orgogliosa consapevolezza della propria grandezza misconosciuta...

 

VI

 

L’articolo di V. Zasulic è un tale assortimento di stranezze, dal punto di vista della logica e dell’abbiccì del marxismo, che nel lettore può sorgere facilmente l’idea: possibile che non ci sia un qualche altro senso in questo non senso? In effetti la nostra analisi sarebbe incompleta se non dicessimo che c’è un’idea che rende l’articolo di V. Zasulic completamente comprensibile, logico, giusto. È l’idea della scissione.

La storia del movimento operaio è piena di esempi i partiti sfortunati, inutili e perfino dannosi. Ammettete per un istante che il nostro partito sia tale. Allora è nocivo e criminoso accettare la sua esistenza e tanto più essere i suoi rappresentanti. Allora è indispensabile lottare per distruggere questo partito e per sostituirlo con uno nuovo.

Allora tutto ciò diventa comprensibile e naturale. Se si ha la profonda convinzione che l’organizzazione clandestina è dannosa, allora l’articolo di V. Zasulic è comprensibile e quello che dice è naturale. Allora sono comprensibili anche dichiarazioni come questa: “non è noto se esso (il partito) ha aiutato o ostacolato”, se aiuti o ostacoli. Noi giustificheremmo ed esalteremmo (*) coloro che ne escono, spiegheremmo ciò adducendo l’“incapacità di agire” del vecchio partito. Noi, da questo vecchio partito, ci appelleremmo ai senza partito affinché essi entrino nel nuovo.

V. Zasulic non è giunta fino ad esporre quest’idea della scissione. Forse non dire apertamente la cosa, per lei, soggettivamente, è importante e significativo. Ma oggettivamente è di poca importanza. Se lo scrittore dice a, b, c ed elenca tutte le lettere dell’alfabeto, tranne l’ultima, si può scommettere che novecentonovantanove lettori su mille aggiungeranno essi stessi (a voce o mentalmente) l’ultima lettera. Tutti i liquidatori si trovano in questa situazione ridicola: portano tutta una collezione di argomenti a favore della scissione, ma poi o tacciono o aggiungono che essi sono “per l’unità”.

Noi, sia per l’articolo di V. Zasulic che per una decina di articoli simili, di L.S., di Dan, di Levitski, di Iegiov, di Potresov e di Martov, abbiamo una sola risposta: la prima condizione per l’unità è la condanna categorica della “teoria di un largo strato al posto del partito”, la condanna di tutti gli attacchi alla clandestinità, la condanna dell’articolo di V. Zasulic e il pieno rifiuto di tutti i discorsi di questo tipo. Il partito non può essere “unito” se non lotta contro coloro che contestano la necessità della sua esistenza.

Dal punto di vista della scissione, l’articolo di V. Zasulic è logico e giusto. Se i liquidatori riusciranno a fondare un nuovo partito e se questo risulterà migliore del vecchio, allora l’articolo di V. Zasulic (come ogni altro scritto dei liquidatori) risulterà storicamente giustificato. Sarebbe stupido sentimentalismo negare ai fondatori di un partito migliore, vero e realmente operaio, il diritto di demolire il vecchio partito, incapace di agire, inutile. Se i liquidatori non formeranno nessun nuovo partito, se non costituiranno nessuna altra organizzazione operaia, allora tutti i loro scritti e l’articolo di V. Zasulic rimarranno quale documento dello smarrimento di coloro che si sono staccati dal partito, intellettuali senza carattere, trascinati dalla corrente controrivoluzionaria di sconforto, di sfiducia, di filisteismo, arrancanti dietro ai liberali.

 

(*) Da notare tra l’altro che la difesa di coloro che si sono staccati dal partito è contenuta in V. Zasulic nelle parole “a un largo strato per costituire un partito manca solo la possibilità di una adesione formale ad esso”. Mille fatti dicono il contrario. Ma parlando della “mancanza di possibilità”, V. Zasulic difende di fatto il perbenismo, il legalitarismo dei disertori nonché le loro peggiori caratteristiche.

 

O l’uno o l’altro: non c’è una via di mezzo. Non si può “riconciliare” nulla; non si può “sotterrare un pochino” il vecchio partito o “fondarne un pochino” uno nuovo.

La peculiarità del momento storico che la Russia sta attraversando si manifesta fra l’altro proprio nel fatto che un nucleo di partito relativamente piccolo il quale ha saputo resistere durante tempeste e sostenersi nonostante che, ora qui ora là, si siano spezzati singoli fili organizzativi, il quale ha saputo garantirsi un’influenza straordinariamente forte su immense masse di operai (in confronto non con l’Europa contemporanea, si capisce, ma con l’Europa degli anni 1849-1859), questo nucleo è circondato da una grande quantità di socialdemocratici vicini al partito, fuori del partito, senza partito, antipartito e di quasi socialdemocratici.

Proprio così devono andare le cose in un paese accanto al quale si erge il monte Bianco della socialdemocrazia tedesca, ma dove all’interno ... all’interno perfino i liberali non vedono altra via che la “strada erta”; in un paese dove inoltre i signori Struve e soci in dieci e più anni hanno educato centinaia e migliaia di intellettuali piccolo-borghesi che ammantano le idee liberali di parole quasi marxiste.

Prendete il signor Prokopovic. È una figura eminente nella nostra pubblicistica e nell’attività politica. In realtà è un indubbio liberale. Ma c’è motivo di temere che egli stesso si consideri un socialdemocratico antipartito. Prendete il signor Makhnovez (Akimov). È un liberale dal temperamento melanconico e con un forte amore per gli operai. Egli stesso si considera, senza dubbio, un socialdemocratico senza partito. Prendete gli scrittori della Kievskaia Mysl, della Nascia Zarià, del Luc, ecc. Si tratta di un’intera collezione di socialdemocratici fuori dal partito e vicini al partito. Per alcuni l’occupazione principale è sognare la fondazione di un partito nuovo, legale. Ma ancora non hanno risolto definitivamente il problema: non ci si coprirà troppo di vergogna se ci accingeremo “prematuramente” alla realizzazione del geniale progetto? Altri si specializzano nell’assicurare, sotto giuramento, che non liquidano nulla, che sono per l’unità e che sono completamente d’accordo... con la socialdemocrazia tedesca.

Prendete il gruppo socialdemocratico alla Duma. Una delle figure più in vista è Ckheidze, che Nekrasov quasi profeticamente ha preveduto, quando ha scritto:

“...ma a volte tenersi in disparte

in una questione difficile e grave...” .

I tempi più difficili e gravi per la socialdemocrazia nel periodo della III e all’inizio della IV Duma sono stati il 1911 e il 1912. Si andava fondando la stampa operaia, liquidatrice e antiliquidatrice. Ckheidze “si era tenuto in disparte”. Egli non era né con gli uni né con gli altri. Era un socialdemocratico vicino al partito. Era come se egli aspettasse e osservasse: da un lato, non c’era altro partito che il vecchio; dall’altro lato - che è che non è - “essi” lo seppelliscono un pochino... Leggendo i suoi discorsi, spesso si applaude la trovata arguta e caustica contro quelli di destra, la parola infiammata e dura, la difesa delle vecchie tradizioni. Ma nello stesso tempo c’è da tapparsi il naso aprendo un giornale liquidatore, nel quale si tuona contro la “mania”, si respingono sprezzantemente le tradizioni e si insegna agli operai il disprezzo per l’organizzazione, tutto ciò come se avvenisse con la benedizione di Ckheidze, il quale onora con il suo nome l’elenco dei collaboratori. Vi si legge l’articolo di An e l’aspra lavata di capo che gli dà la redazione del Luc e si pensa involontariamente: hanno forse subito una sconfitta tragicomica il nostro povero Ckheidze e il nostro buon An nel loro tentativo di scuotere il giogo di Dan?...

Ci sono persone che, in nome del grande principio dell’unità proletaria, consigliano al partito un accordo con questo o quel gruppo di quasi socialdemocratici vicini al partito, i quali vogliono “tenersi in disparte” o tentennano pensando: si deve seppellire il vecchio o rafforzarlo? Non è difficile capire che costoro oscillano essi stessi o conoscono molto male l’effettivo stato delle cose. Un partito che vuole vivere non può ammettere la più piccola esitazione quando si tratta della sua esistenza e nessun accordo con coloro che vorrebbero seppellirlo. Coloro che vogliono avere la funzione di intermediari in un simile accordo sono molti, ma tutti, adoperando un’antica espressione, bruciano inutilmente l’olio e invano perdono il tempo.

 

P.S. L’articolo conclusivo di P.B. Axelrod nel n. 13 della Givaia Gizn (del 25 luglio 1913) - con il titolo Prima e ora - ha fornito una conferma evidentissima alle nostre parole. Il nocciolo pratico di questo prolisso articolo sta, naturalmente, non nella spassosa pubblicità fatta alla “Conferenza di agosto” dei liquidatori, ma nel fatto che solleva di nuovo la questione del “congresso operaio”. P.B. Axelrod preferisce naturalmente non ricordare l’amara e triste esperienza della sua idea del “congresso operaio” negli anni 1906-1907: a che pro rivangare il passato? Egli non parla neppure delle condizioni particolari del momento attuale in cui sono risultati possibili congressi operai, di carattere per così dire specifico e per motivi particolari (il congresso dei commessi oggi e probabilmente dell’assicurazione o dei sindacati domani, ecc.). L’esperienza del congresso dei commessi [378 delegati, 29.06 - 03.07.1913, Mosca] nel quale la maggioranza (cosa che gli stessi liquidatori sono stati costretti a riconoscere sulla Givaia Gizn) si è pronunciato contro i liquidatori, probabilmente non piace a P.B. Axelrod.

Axelrod non dice ciò che c’è stato e ciò che c’è. Preferisce fantasticare sul futuro “disgelo”, visto che non possiamo conoscere le condizioni concrete in cui avverrà! Egli fantastica sulla convocazione di “un congresso operaio socialdemocratico, se non di tutta la Russia, almeno di tutta la Grande Russia”, che più avanti già chiama addirittura congresso di tutta la Grande Russia.

Dunque, due modificazioni del precedente progetto geniale.

In primo luogo, non semplicemente operaio, ma congresso operaio socialdemocratico. È un progresso. Ci congratuliamo con P.B. Axelrod per questo suo passo in avanti fatto nel corso di sei anni. Ci congratuliamo se egli si è convinto del danno dei progetti utopistici dell’“unificazione” dei socialdemocratici con i populisti di sinistra.

In secondo luogo, sostituzione del congresso di tutta la Russia con quello di tutta la Grande Russia. Ciò significa rinuncia alla completa unione con gli operai delle nazionalità non russe in Russia (Axelrod considera definitivo il naufragio dell’idea di un congresso operaio con questi operai!). Sono due passi indietro: è la consacrazione del separatismo nazionale nel movimento operaio.

Ma i frutti devono ancora venire. A che cosa è servito ad Axelrod il sogno del “congresso operaio”? Ecco a che cosa:

 “... Il congresso operaio porta a termine il processo di liquidazione, avvenuto in questi ultimi anni, del vecchio regime di partito, che è andato sorgendo sull’arretrato terreno storico dello Stato feudale e del regime sociale e politico di casta. Contemporaneamente dà inizio a un’epoca completamente nuova nel modo di essere storico della socialdemocrazia russa, all’epoca di un suo sviluppo su basi assolutamente eguali a quelle dei partiti socialdemocratici occidentali”.

Tutti sanno che queste “basi assolutamente eguali” sono le basi del partito legale. Parlando senza ambiguità, ciò significa che il congresso operaio è necessario ai liquidatori per portare a termine la liquidazione del vecchio partito e per fondarne uno nuovo, legale.

Tale, in breve, il senso dei lunghi discorsi di P.B. Axelrod.

Eccovi l’ultima parola della socialdemocrazia vicina al partito! P.B. Axelrod ha messo nell’archivio la vecchia, invecchiata idea secondo cui i membri del partito devono lavorare nel partito e rafforzarlo. Noi non liquidiamo nulla, è una calunnia, ce ne stiamo solamente “in disparte” e annunciamo a tutti, con alte grida, il “compimento del processo di liquidazione del partito”. E facendolo, giuriamo e spergiuriamo che domani saremo dei buonissimi membri del futuro partito legale.

Questi cari socialdemocratici del 1913, vicini al partito, sono molto simili a quei liberali del 1903, i quali assicuravano di essere del tutto socialdemocratici e che sarebbero immancabilmente diventati membri del partito socialdemocratico... naturalmente quando esso fosse divenuto un partito legale.

Non dubitiamo nemmeno per un istante che in Russia verranno gli anni della libertà politica e che allora da noi ci sarà il partito socialdemocratico legale. In esso, probabilmente, entreranno anche alcuni degli attuali socialdemocratici vicini al partito.

Arrivederci dunque nelle file del futuro partito legale, nostri futuri compagni! Per il momento, scusateci, le nostre strade divergono, poiché per ora voi, signori socialdemocratici vicini al partito, svolgete non un lavoro marxista, ma liberale.