Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin


PER LA REVISIONE DEL PROGRAMMA DEL PARTITO

 

Scritto il 6-8 (19-21) ottobre 1917, a 19 giorni dalla insurrezione.

Pubblicato in Prosvestcenie, nn, 1-2, ottobre 1917.  (Opere vol. 26)

Firmato: N. Lenin

 

La revisione del programma del partito è stata messa all’ordine del giorno del Congresso straordinario del partito, del Partito operaio socialdemocratico di Russia (bolscevico), convocato dal Comitato centrale per il 17 ottobre. Già la conferenza del 24-29 aprile aveva adottato una risoluzione sulla necessità della revisione, indicandone in 8 punti l’orientamento. Poi a Pietrogrado* e a Mosca** sono usciti due opuscoli dedicati alla revisione e nella rivista di Mosca Spartak, n. 4 del 10 agosto, è apparso un articolo del compagno N. I. Bukharin, dedicato a questo argomento.

Esaminiamo le considerazioni dei compagni di Mosca.

 

* Materiali per la revisione del programma del partito a cura e con prefazione di N. Lenin. Ed. Priboi, 1917.

** Materiali per la revisione del programma del partito. Raccolta di articoli di V. Miliutin, V. Sokolnikov, A. Lomov, V. Smirnov. Ed. dell’Ufficio regionale del distretto industriale di Mosca del POSDR, 1917.

 

I

 

Per i bolscevichi, che sono tutti d’accordo nel ritenere che occorre dare una “valutazione dell’imperialismo e dell’epoca delle guerre imperialiste in rapporto con la rivoluzione socialista che avanza” (§ 1 della risoluzione della conferenza del 24-29 aprile), la questione fondamentale nella revisione del programma del partito è il metodo di redazione del nuovo programma: bisogna completare il vecchio programma con una caratterizzazione dell’imperialismo (opinione che io ho sostenuto nell’opuscolo di Pietrogrado) oppure bisogna rimaneggiare tutto il testo del vecchio programma (opinione espressa dalla Sezione costituitasi alla conferenza di aprile, e sostenuta dai compagni di Mosca)? Così anzitutto si pone la questione per il nostro partito.

Abbiamo due progetti.

Uno, proposto da me, completa il vecchio programma con una caratterizzazione dell’imperialismo.

L’altro, proposto dal compagno V. Sokolnikov, e fondato sulle osservazioni della Commissione dei tre (eletta dalla Sezione costituitasi alla conferenza di aprile), rielabora tutta la parte generale del programma.

Ho anche avuto occasione di dire (nell’opuscolo citato, p. 11) che questo piano di rielaborazione indicato dalla Sezione era sbagliato dal punto di vista teorico. Vediamo ora come questo piano è stato realizzato nel progetto del compagno Sokolnikov.

 

Il compagno Sokolnikov ha diviso la parte generale del nostro programma in 10 parti, dando a ciascuna parte o paragrafo un numero a sé (vedi pp. 11-18 dell’opuscolo di Mosca). Noi ci atterremo a questa numerazione, al fine di permettere al lettore di trovare più facilmente il punto corrispondente.

Il primo paragrafo del programma attuale consiste di due tesi.

La prima afferma che il movimento operaio è divenuto internazionale grazie allo sviluppo degli scambi. La seconda che la socialdemocrazia russa si considera uno dei reparti dell’esercito mondiale del proletariato. (Più oltre, nel secondo paragrafo, si parla dello scopo finale generale di tutti i socialdemocratici).

Il compagno S. lascia immutata la seconda tesi, ma sostituisce la prima con una nuova, aggiungendo all’indicazione riguardante lo sviluppo degli scambi anche “l’esportazione dei capitali” e il passaggio della lotta del proletariato alla “rivoluzione socialista mondiale”.

Ne risulta subito una incongruenza logica, una confusione di temi, una confusione tra due tipi di struttura del programma. Una delle due: o si comincia con la caratterizzazione dell’imperialismo nel suo complesso, e allora non se ne può estrarre la sola “esportazione dei capitali” e non si può lasciare tale e quale, come fa il compagno S., l’analisi del “corso di sviluppo” della società borghese nel secondo paragrafo; oppure si lascia immutata la struttura del programma, cioè si spiega fin dal principio perché il nostro movimento è divenuto internazionale, qual è lo scopo finale generale, e come ad esso conduca il “corso di sviluppo” della società borghese.

Per dimostrare in modo più evidente l’illogicità, l’incoerenza della struttura del programma proposto dal compagno S., citiamo per intero l’inizio del vecchio programma:

“Lo sviluppo degli scambi ha stabilito un legame così stretto tra tutti i popoli del mondo civile che il grande movimento di liberazione del proletariato doveva divenire ed è già divenuto da tempo internazionale”.

Il compagno S. non è soddisfatto qui di due cose: 1) parlando dello sviluppo degli scambi, il programma descrive un “periodo di sviluppo” ormai superato; 2) accanto alla parola “civile” il compagno S. mette un punto esclamativo e nota che “lo stretto legame tra le metropoli e le colonie” da noi “non è stato previsto”.

“Il protezionismo, le guerre doganali, le guerre imperialiste spezzeranno i legami del movimento proletario?”, domanda il compagno S. e risponde: “A credere al testo del nostro programma li spezzeranno, poiché spezzano i legami stabiliti dagli scambi”.

Ecco una critica molto strana. Né il protezionismo, nè le guerre doganali “spezzano” gli scambi, ma solo li modificano e li interrompono temporaneamente in un punto, per continuarli in un altro. Gli scambi non vengono spezzati da una guerra, vengono soltanto resi più difficili in alcuni punti, si trasferiscono in altri punti, ma rimangono come legami mondiali. La prova più evidente è data dal corso dei cambi. Questo in primo luogo. In secondo luogo, leggiamo nel progetto del compagno S.: “lo sviluppo delle forze produttive che ha attratto, sulla base degli scambi commerciali e dell’esportazione dei capitali, tutti i popoli nell’economia mondiale” ecc. ecc. La guerra imperialista interrompe anch’essa (in un punto, temporaneamente) le esportazioni dei capitali e gli scambi. Dunque, la “critica” del compagno S. ricade contro lui stesso.

In terzo luogo si trattava (nel vecchio programma) del perché il movimento operaio “era divenuto da tempo” internazionale. È fuori discussione che esso era divenuto tale prima dell’esportazione dei capitali come stadio supremo del capitalismo.

Insomma, il compagno S. ha introdotto manifestamente a sproposito un frammento della definizione dell’imperialismo (l’esportazione dei capitali).

Inoltre le parole: “il inondo civile”, non piacciono al compagno S., perché, secondo lui, accennano a qualcosa di pacifico, di armonico, che lascia in oblio le colonie.

Proprio al contrario. Parlando di “mondo civile”, il programma sottolinea la disarmonia, l’esistenza di paesi non civili (questo è un fatto), mentre nel progetto del compagno S., ne risulta un’armonia molto maggiore, poiché si parla semplicemente di “attrazione di tutti i popoli nell’economia mondiale”!! Come se tutti i popoli fossero attratti uniformemente nell’economia mondiale! Come se non esistessero rapporti di asservimento tra popoli “civili” e popoli non civili proprio sul terreno della “attrazione nell’economia mondiale”!

Il compagno S. è riuscito esattamente a peggiorare il vecchio programma in ambedue i punti da lui toccati. Egli sottolinea più debolmente il carattere internazionale. Per noi è molto importante notare che esso è nato da tempo, molto prima dell’epoca del capitale finanziario. E in lui risulta più “armonicità” sulla questione dei rapporti con le colonie. Ma il fatto indiscutibile che il movimento operaio abbraccia per ora, purtroppo, soltanto i paesi civili, noi non possiamo assolutamente tacerlo.

Sarei senz’altro disposto a consentire con il compagno S. se egli esigesse un più chiaro accenno allo sfruttamento delle colonie. Questo è effettivamente un elemento costitutivo importante del concetto di imperialismo. Ma proprio nel primo paragrafo proposto dal compagno S. non se ne fa il minimo cenno. Nel suo progetto i diversi elementi costitutivi del concetto di imperialismo sono dispersi in diversi punti, a scapito della coerenza e della chiarezza.

Vediamo ora come tutto il progetto del compagno S. soffra di questa dispersione e di questa incoerenza.

 

II

 

Preghiamo il lettore di gettare uno sguardo d’insieme al nesso e alla successione logica dei temi nei diversi paragrafi del vecchio programma (i paragrafi sono riportati secondo la numerazione del compagno S.) :

1. Il movimento operaio è divenuto da tempo internazionale. Noi siamo uno dei suoi reparti.

2. Lo scopo finale del movimento è determinato dal corso di sviluppo della società borghese. Punto di partenza: la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’esclusione dei proletari dalla loro gestione.

3. La crescita del capitalismo. L’eliminazione dei piccoli produttori.

4. L’accrescersi dello sfruttamento (lavoro delle donne, esercito di riserva, ecc.).

5. Le crisi.

6. Il progresso della tecnica e l’accrescersi della disuguaglianza.

7. Lo sviluppo della lotta dei proletari. Le condizioni materiali della sostituzione del capitalismo con il socialismo.

8. La rivoluzione sociale del proletariato.

9. Sua condizione: la dittatura del proletariato.

10. Il compito del partito è dirigere la lotta del proletariato per la rivoluzione sociale.

Aggiungo un altro tema:

11. Il capitalismo ha raggiunto il suo più alto stadio (l’imperialismo) ed ora è cominciata l’era della rivoluzione proletaria.

Confrontate questo con l’ordine dei temi - non delle singole modificazioni del testo, ma proprio dei temi - nel progetto del compagno S. nonché con i temi delle sue aggiunte sull’imperialismo:

1. Il movimento operaio è internazionale. Noi siamo uno dei suoi reparti. (S. aggiunge: l’esportazione dei capitali, l’economia mondiale, la trasformazione della lotta in rivoluzione mondiale: cioè aggiunge un frammento di definizione dell’imperialismo).

2. Lo scopo finale del movimento è determinato dal corso dello sviluppo della società borghese. Punto di partenza: la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’esclusione dei proletari dalla loro gestione. (In mezzo è stato aggiunto: le banche e i cartelli onnipotenti, le alleanze monopoliste mondiali: cioè è stato aggiunto un altro frammento di definizione dell’imperialismo).

3. La crescita del capitalismo. L’eliminazione dei piccoli produttori.

4. L’accrescersi dello sfruttamento (lavoro delle donne, esercito di riserva, operai stranieri, ecc.).

5. Le crisi e le guerre. È stato aggiunto un altro frammento di definizione dell’imperialismo: “i tentativi di spartizione del mondo”; si riparla di nuovo delle alleanze monopoliste e della esportazione dei capitali; alla parola capitale finanziario si aggiunge tra virgolette la spiegazione: “prodotto della fusione del capitale bancario con il capitale industriale”.

6. Il progresso della tecnica e l’accrescersi della disuguaglianza. Si aggiunge un altro frammento di definizione dell’imperialismo: caro-vita, militarismo. Ancora una volta si citano le unioni monopoliste.

7. Lo sviluppo della lotta dei proletari. Condizioni materiali per la sostituzione del capitalismo con il socialismo. In mezzo una interpolazione in cui si ripete ancora una volta “capitalismo monopolista” e in cui si indica che le banche e i cartelli preparano un apparato di regolamentazione sociale, ecc.

8. La rivoluzione sociale del proletariato. (Interpolazione: che porrà fine al dominio del capitale finanziario.)

9. La dittatura del proletariato come sua condizione.

10. Il compito del partito è dirigere la lotta del proletariato per la rivoluzione sociale. (In mezzo interpolato: che è ora all’ordine del giorno).

Mi pare sia chiaro da questo confronto che il carattere “meccanico” [accostamenti più o meno casuali e arbitrari, invece che connessione dialettica, genetica] delle aggiunte (temuto da alcuni compagni) è presente proprio nel progetto del compagno S. Diversi frammenti di definizione dell’imperialismo sono dispersi nei diversi punti in modo assolutamente incoerente, come un mosaico. Non si ottiene nessuna rappresentazione generale e complessiva dell’imperialismo. Le ripetizioni sono estremamente numerose. Si è conservato il vecchio canovaccio. Si è conservato il vecchio piano generale del programma: mostrare che lo “scopo finale” del movimento “è determinato” dal carattere della società borghese contemporanea e dal corso del suo sviluppo. Ma proprio il “corso dello sviluppo” non è venuto fuori, mentre son venuti fuori brani di definizione dell’imperialismo sparpagliati per la maggior parte non a proposito.

Prendiamo il secondo paragrafo. In esso il compagno S. ha lasciato immutati l’inizio e la fine. L’inizio dice che i mezzi di produzione appartengono a un piccolo numero di persone. La fine dice che la maggioranza della popolazione è composta da proletari e semiproletari. Nel mezzo il compagno S. interpola una tesi particolare secondo cui “nell’ultimo quarto di secolo la capacità diretta o indiretta di disporre della produzione organizzata capitalisticamente è passata nelle mani delle onnipotenti” banche, trust, ecc.

Questo viene detto prima che sia esposta la tesi della eliminazione delle piccole aziende da parte delle grandi!! Infatti questa tesi è esposta soltanto nel terzo paragrafo. Eppure i trust sono la manifestazione ultima e più elevata proprio di questo processo di eliminazione delle piccole aziende da parte delle grandi. È concepibile parlare prima dell’avvento dei trust e poi della eliminazione delle piccole aziende da parte delle grandi? Non si viola così la successione logica? Infatti, da dove sono venuti fuori i trust? Non c’è forse un errore teorico? Come e perché la capacità di disporre “è passata” nelle loro mani? Non si può capire questo, se prima non ci si è chiarita l’eliminazione delle piccole aziende da parte delle grandi.

Prendiamo il terzo paragrafo. Il suo tema è l’eliminazione delle piccole aziende da parte delle grandi. Anche qui il compagno S. lascia l’inizio (dove si dice che l’importanza delle grandi aziende va aumentando) e la fine (i piccoli produttori vengono eliminati), e nel mezzo aggiunge che le grandi imprese “si fondono in organismi giganteschi, che raggruppano tutta una serie di gradi successivi della produzione e della circolazione”. Ma questa interpolazione è dedicata già ad un altro tema e precisamente: alla concentrazione dei mezzi di produzione e alla socializzazione del lavoro da parte del capitalismo, alla creazione delle condizioni materiali per la sostituzione del capitalismo da parte del socialismo. Nel vecchio programma questo tema era elaborato soltanto nel settimo paragrafo.

Il compagno S. conserva questo piano generale. Anch’egli parla delle condizioni materiali per la sostituzione del capitalismo da parte del socialismo soltanto nel settimo paragrafo. Anch’egli conserva in questo settimo paragrafo l’indicazione riguardante la concentrazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro!

Il risultato è che il passo in cui si accenna alla concentrazione è inserito alcuni paragrafi prima del paragrafo generale dedicato specificamente alla concentrazione. Questo è estremamente illogico e serve solo a rendere più difficile alle masse popolari la comprensione del nostro programma.

 

III

 

Il quinto paragrafo del programma che parla delle crisi “subisce una generale rielaborazione” da parte del compagno S. Egli trova che il vecchio programma “per fini divulgativi, pecca dal punto di vista teorico” e “si allontana dalla teoria delle crisi di Marx”.

Il compagno S. ritiene che la parola “sovrapproduzione”, usata nel vecchio programma, è posta “alla base della spiegazione” delle crisi [come mai avvengono le crisi] e che “una tale opinione corrisponde piuttosto alla teoria di Rodbertus, che parte, per spiegare le crisi, dal consumo insufficiente della classe operaia”.

Fino a qual punto siano destinate all’insuccesso queste ricerche di una eresia teorica da parte del compagno S., fino a qual punto venga tirato qui per i capelli Rodbertus, si vedrà facilmente dal confronto del vecchio testo con il nuovo, proposto dal compagno S.

Nel vecchio testo dopo l’accenno (nel paragrafo quarto) al “progresso tecnico”, all’aumento del grado di sfruttamento degli operai, alla diminuzione relativa della domanda di lavoro vivo degli operai è detto: “un tale stato di cose all’interno dei paesi borghesi, ecc. rende sempre più difficile lo smaltimento delle merci che vengono prodotte in quantità costantemente crescente. La sovrapproduzione che si manifesta nelle crisi... e nel periodo di ristagno... è una conseguenza inevitabile...”.

È chiaro che qui non si pone affatto la sovrapproduzione alla “base della spiegazione”, ma soltanto si descrive come iniziano le crisi e i periodi di ristagno, si indica un aspetto, un tratto della crisi. Nel progetto del compagno S. leggiamo:

“Lo sviluppo delle forze produttive che si attua in queste forme contraddittorie nelle quali le condizioni della produzione entrano in conflitto con le condizioni del consumo, le condizioni della realizzazione del capitale con le condizioni della sua accumulazione, questo sviluppo delle forze produttive diretto soltanto alla caccia del profitto ha come conseguenza inevitabile acute crisi industriali e depressioni che significano l’arresto dello smaltimento delle merci prodotte anarchicamente in quantità sempre crescente”.

 

Il compagno S. ha detto la stessa cosa, poiché “l’arresto dello smaltimento” delle merci prodotte in “quantità crescente” è appunto la sovrapproduzione. Sbaglia il compagno S. a temere questa parola che non ha nulla di errato. Sbaglia il compagno S. a scrivere che invece della “sovrapproduzione”, con “lo stesso ed anche maggior diritto si potrebbe qui usare la parola sottoproduzione” (p. 15 dell’opuscolo di Mosca).

Provatevi dunque a chiamare “sottoproduzione” “l’arresto dello smaltimento delle merci”, “prodotte in quantità sempre crescente”! Non ci riuscirete in nessun modo.

La teoria di Rodbertus non consiste affatto nell’usare la parola “sovrapproduzione” (che sola descrive con precisione una delle contraddizioni più profonde del capitalismo), ma nel ridurre la causa della crisi soltanto al consumo insufficiente della classe operaia. Ma non è da questo che il vecchio programma fa derivare le crisi. Esso si riferisce a quel “tale stato di cose all’interno dei paesi borghesi” che è stato appunto indicato prima, nel capitolo precedente, e che consiste nel “progresso tecnico” e nella “diminuzione relativa della domanda di lavoro vivo degli operai”. Accanto a questo il vecchio programma parla della “competizione sempre più acuta sul mercato mondiale”.

È proprio qui che si dice l’essenziale sul conflitto tra le condizioni dell’accumulazione e le condizioni della realizzazione del capitale, ed è detto molto più chiaramente. La teoria non “è tradita” qui, come erroneamente ritiene il compagno S., a “fini divulgativi”, ma è esposta chiaramente e comprensibilmente; e ciò è un merito.

Sulle crisi si possono naturalmente scrivere dei volumi, si può dare un’analisi più concreta delle condizioni dell’accumulazione, si può parlare della funzione dei mezzi di produzione, dello scambio del plusvalore e del capitale variabile incarnato nei mezzi di produzione con il capitale costante incarnato negli oggetti di consumo, del deprezzamento del capitale costante a causa delle nuove scoperte, ecc. ecc. Ma questo nemmeno il compagno S. cerca di farlo!! La sua presunta correzione del programma consiste soltanto in questo:

1. Avendo conservato il passaggio dal paragrafo 4° al 5°, dall’accenno al processo tecnico, ecc. fino alle crisi, egli ha indebolito il legame tra i due paragrafi eliminando le parole: “un tale stato di cose”.

2. Egli ha aggiunto delle frasi che suonano bene dal punto di vista teorico sui conflitti tra le condizioni della produzione e le condizioni del consumo e tra le condizioni della realizzazione e le condizioni dell’accumulazione del capitale, frasi in cui non c’è nulla di falso, ma che non aggiungono nulla di nuovo, dato che il paragrafo precedente dice l’essenziale proprio su questa parte e lo dice più chiaramente.

3. Egli aggiunge la “caccia al profitto”, espressione che mal si adatta al programma, ed è usata qui, in verità, proprio “a fini divulgativi”, poiché la stessa idea è espressa più volte sia con le parole “condizioni della realizzazione”, sia con le parole sulla produzione “mercantile”, ecc.

4. Egli sostituisce “ristagno” con “depressione”: sostituzione infelice.

5. Egli aggiunge la parola “anarchicamente” al vecchio testo (“delle merci prodotte anarchicamente in quantità sempre crescente”). Questa aggiunta è erronea dal punto di vista teorico, poiché proprio “l’anarchismo” o “l’assenza di programmazione”, per usare l’espressione impiegata nel progetto del programma di Erfurt e contestata da Engels, non caratterizza i trust*.

 

* Engels criticava le espressioni “produzione privata” [individuale]e “assenza di programmazione” del progetto del programma di Erfurt e scriveva: “se noi passiamo dalle società per azioni ai trust che dominano certi settori della industria monopolizzandoli, allora cessa non solo la produzione privata, ma anche l’assenza di programmazione”.

 

Ecco come si esprime il compagno S.:

“...le merci vengono prodotte anarchicamente in quantità sempre crescente. I tentativi delle alleanze capitaliste (trust, ecc.) di eliminare le crisi limitando la produzione falliscono” ecc....

 

Ma proprio i trust producono le merci non anarchicamente, ma secondo un calcolo. I trust non “limitano” soltanto la produzione.

Essi non fanno tentativi per eliminare le crisi; di tali “tentativi” da parte dei trust non ce ne possono essere. Il compagno S. ha finito per dire una serie di inesattezze. Bisognava dire: benché i trust producano le merci non anarchicamente, ma secondo un calcolo, le crisi tuttavia restano ineliminabili in virtù delle proprietà sopra indicate del capitalismo, che si conservano anche nel trust. E se i trust, nei periodi di massimo slancio e di speculazione, limitano la produzione per “non saltare in aria”, essi risparmiano così, nel migliore dei casi, le imprese più grandi, ma le crisi sopravvengono egualmente.

Riassumendo tutto ciò che è stato detto a proposito delle crisi, giungiamo alla conclusione che il progetto del compagno S. non apporta nessun miglioramento al vecchio programma, al contrario il nuovo progetto contiene delle inesattezze. La necessità di correggere il vecchio rimane non dimostrata.

  

IV

 

 Sulla questione delle guerre di tipo imperialista il progetto del compagno S. pecca di inesattezza teorica sotto un duplice aspetto.

In primo luogo egli non dà un giudizio sulla guerra attuale. Egli dice che l’epoca imperialista genera le guerre imperialiste. Questo è vero, e naturalmente nel programma bisognava dirlo. Ma ciò non basta. È necessario inoltre dire che appunto l’attuale guerra 1914-1917 è una guerra imperialista. Il gruppo tedesco “Spartacus” nelle sue “tesi” pubblicate in tedesco nel 1915 affermava che nell’era dell’imperialismo non vi possono essere guerre nazionali. È un’affermazione manifestamente erronea, poiché l’imperialismo aggrava l’oppressione delle nazioni, e in conseguenza di ciò le insurrezioni nazionali e le guerre nazionali sono non solo possibili e probabili, ma addirittura inevitabili (i tentativi di stabilire una differenza tra le insurrezioni e le guerre sarebbero condannati al fallimento).

Il marxismo esige un giudizio assolutamente esatto, fondato su dati concreti, su ogni singola guerra. Eludere la questione della guerra attuale mediante ragionamenti generali è teoricamente falso e praticamente inammissibile, poiché dietro di questo si nascondono gli opportunisti, che si creano così una scappatoia: in generale per essi l’imperialismo è l’epoca delle guerre imperialiste, ma questa guerra non è stata affatto imperialista (così ha ragionato, per esempio, Kautsky).

In secondo luogo il compagno S. collega “le crisi e le guerre”, facendone una specie di satellite a due teste del capitalismo in generale e del capitalismo moderno in particolare. A pp. 20-21 dell’opuscolo di Mosca, il progetto del compagno S. ripete per tre volte che le crisi e le guerre sono collegate. Non si tratta qui soltanto che nel programma non dovrebbero esserci ripetizioni. Si tratta di un errore di principio.

Le crisi proprio nella forma di sovrapproduzione o, se il compagno S. bandisce la parola sovrapproduzione, di “arresto della vendita delle merci”, è un fenomeno proprio esclusivamente del capitalismo. Le guerre invece sono proprie anche del sistema schiavista e di quello feudale. Le guerre imperialiste si sono avute anche all’epoca dello schiavismo (la guerra tra Roma e Cartagine era, da una parte e dall’altra, una guerra imperialista), e nel medioevo e nell’epoca del capitalismo mercantile. Ogni guerra nella quale ambedue i belligeranti opprimono altri paesi o popoli, battendosi per la spartizione della preda, per vedere “chi opprimerà o saccheggerà di più” non può non chiamarsi imperialista.

Se noi diciamo che solo il capitalismo contemporaneo, solo l’imperialismo ha portato con sé le guerre imperialiste, questo è giusto, poiché lo stadio precedente del capitalismo, lo stadio della libera concorrenza, o stadio del capitalismo premonopolista, è stato caratterizzato in prevalenza dalle guerre nazionali nell’Europa occidentale. Ma dire che nello stadio precedente non vi sono state affatto guerre imperialiste, sarebbe già falso, vorrebbe dire dimenticare le “guerre coloniali”, anch’esse imperialiste. Questo in primo luogo.

In secondo luogo, poi, è erroneo appunto unire le crisi e le guerre, poiché questi sono fenomeni di ordine assolutamente diverso, di diversa origine storica, di diverso significato di classe. Per esempio non si può dire, come dice il compagno S. nel suo progetto: “sia le crisi che le guerre, a loro volta, rovinano ancor più i piccoli produttori, rafforzano ancor più la dipendenza del lavoro salariato dal capitale...”. Infatti, sono possibili guerre nell’interesse della liberazione del lavoro salariato dal capitale, nel corso della lotta degli operai salariati contro la classe dei capitalisti; sono possibili guerre non solo reazionario-imperialiste, ma anche rivoluzionarie. “La guerra è il prolungamento della politica” di questa o quella classe, e in ogni società divisa in classi, schiavista, feudale, o capitalista, vi sono state guerre che hanno continuato la politica delle classi oppressive, ma vi sono state anche guerre che hanno continuato la politica delle classi oppresse. Per la stessa ragione non si può dire, come dice il compagno S., che “le crisi e le guerre dimostrano che il sistema capitalista da forma di sviluppo delle forze produttive si trasforma in un loro freno”.

Che questa guerra, imperialista per il suo carattere reazionario e per la sua rovinosità, renda rivoluzionarie le masse e affretti la rivoluzione, questo è vero, questo bisogna dirlo. Ed è vero e si può dire per le guerre imperialiste in genere, in quanto tipiche dell’epoca dell’imperialismo. Ma non lo si può dire per “qualsiasi” guerra in generale, e perciò non si può assolutamente collegare le crisi e le guerre. 

  

V

 

Bisogna ora fare il punto sulla questione più importante che, per decisione unanime di tutti i bolscevichi, deve essere innanzi tutto illustrata e valutata nel nuovo programma. È la questione dell’imperialismo.

Il compagno Sokolnikov sostiene che è opportuno dare questa delucidazione, questa valutazione, per così dire “pezzo per pezzo”, ripartendo i diversi caratteri dell’imperialismo tra i diversi paragrafi del programma. Io penso che è opportuno farlo in uno speciale paragrafo o in una parte speciale del programma, raccogliendo insieme tutto ciò che bisogna dire sull’imperialismo.

I membri del partito hanno ora sotto gli occhi i due progetti, e al congresso sarà presa una decisione. Ma noi siamo pienamente d’accordo con il compagno Sokolnikov sul fatto che dell’imperialismo bisogna parlare. Resta da esaminare se non vi siano divergenze riguardo a come bisogna definire e valutare l’imperialismo.

Confrontiamo i due progetti del nuovo programma da questo punto di vista.

Nel mio progetto sono indicati cinque principali caratteri distintivi dell’imperialismo:

1. le alleanze monopoliste dei capitalisti;

2. la fusione del capitale bancario con il capitale industriale;

3. l’esportazione del capitale all’estero;

4. la spartizione territoriale del mondo, spartizione già terminata;

5. la spartizione del mondo tra trust economici internazionali.

(Nel mio opuscolo Limperialismo, ultima fase del capitalismo, uscito dopo i Materiali per la revisione del programma del partito, questi cinque caratteri distintivi dell’imperialismo sono riportati a p. 85).

Nel progetto del compagno Sokolnikov noi troviamo in sostanza gli stessi cinque caratteri fondamentali, sì che l’accordo di principio sulla questione dell’imperialismo è evidentemente, completo nel nostro partito, come c’era da aspettarsi, poiché la propaganda pratica del nostro partito, sia orale che scritta, su questa questione ha messo in luce ormai da tempo, fin dall’inizio della rivoluzione, la completa unanimità di tutti i bolscevichi su questa questione fondamentale.

Ci resta da esaminare quali siano le differenze di formulazione tra i due progetti per quanto riguarda la definizione e la caratterizzazione dell’imperialismo. Ambedue i progetti contengono una concreta analisi della questione: da quale periodo si possa propriamente parlare di trasformazione del capitalismo in imperialismo; ed è difficile poter obiettare contro la necessità di una tale analisi nell’interesse della precisione e della esattezza storica di tutta la valutazione dello sviluppo economico. Il compagno S. dice: “nei passati 25 anni”. Nel mio progetto si, dice: “all’incirca dall’inizio del ventesimo secolo”. Nell’opuscolo appena citato sull’imperialismo sono riportati (ad esempio, a pp. 10-11) dati di un economista che ha studiato in special modo i cartelli e i sindacati capitalisti e secondo cui il punto di svolta in Europa verso la piena vittoria dei cartelli è stata la crisi del 1900-1903. Perciò mi pare che sia più preciso dire: “all’incirca dall’inizio del ventesimo secolo”, anziché “nei passati 25 anni”. Sarà più giusto anche perché sia lo specialista che ho or ora citato, sia in generale gli economisti europei operano soprattutto sulla base dei dati tedeschi, e la Germania ha superato gli altri paesi nel processo di formazione dei cartelli.

Proseguiamo. Sui monopoli nel mio progetto si dice: “le alleanze monopoliste dei capitalisti hanno acquistato un’importanza decisiva”. Nel progetto del compagno S. gli accenni alle alleanze monopoliste sono ripetuti più volte, ma di tutti questi accenni solo uno si distingue per una relativa precisione, e cioè il seguente:

“...Nel corso degli ultimi 25 anni la capacità diretta o indiretta di disporre della produzione organizzata capitalisticamente, è passata nelle mani onnipotenti di banche, trust e cartelli fusisi tra loro, che hanno formato associazioni monopoliste mondiali dirette da un pugno di magnati del capitale finanziario”.

 

Mi sembra che qui ci sia troppa “propaganda”, che cioè si introduca nel programma “a fini divulgativi” ciò che non vi deve entrare. In articoli di giornali, nei discorsi, negli opuscoli di divulgazione la “propaganda” è necessaria, ma il programma del partito deve distinguersi per la precisione economica e non contenere nulla di superfluo. Che le alleanze monopoliste abbiano acquistato una “importanza decisiva”, mi pare che sia più preciso, e che così si sia detto tutto. Tra l’altro nel citato paragrafo del progetto del compagno S. non solo vi sono molte cose superflue, ma appare anche teoricamente dubbia l’espressione “capacità di disporre della produzione organizzata capitalisticamente”. Solo di quella organizzata capitalisticamente? No. Questo è troppo debole. Anche la produzione che notoriamente non è organizzata capitalisticamente: i piccoli artigiani, i contadini, i piccoli produttori di cotone nelle colonie, ecc. ecc., sono caduti sotto la dipendenza delle banche e in generale del capitale finanziario. Se noi parliamo del “capitale mondiale” in generale (ed è solo di questo che si può parlare qui senza rischio di cadere in errore) allora, dicendo che le unioni monopoliste hanno acquistato “importanza decisiva”, non escludiamo nessuno dei produttori dalla dipendenza da questa importanza decisiva. Limitare l’influenza delle alleanze monopoliste alla “produzione organizzata capitalisticamente” è sbagliato.

Ancora: sulla funzione delle banche nel progetto del compagno S. si dice due volte la stessa cosa: una volta nel capoverso or ora citato, un’altra volta nel paragrafo sulle crisi e le guerre, dove è data la seguente definizione: " il capitale finanziario (prodotto della fusione del capitale bancario con il capitale industriale)”. Nel mio progetto si dice: “il capitale finanziario, che ha raggiunto una enorme concentrazione, si è fuso con quello industriale”. Dirlo una volta nel programma è sufficiente.

Terzo carattere: “l’esportazione del capitale in altri paesi si è sviluppata in proporzioni gigantesche” (così è detto nel mio progetto). Nel progetto del compagno S. troviamo una volta un semplice accenno all’“esportazione dei capitali”; una seconda volta, a tutt’altro proposito, si parla dei “nuovi paesi che sono... campo d’investimento del capitale esportato alla ricerca di sovrapprofitti”. È difficile accettare qui come giusto l’accenno ai sovrapprofitti e ai paesi nuovi, poiché l’esportazione del capitale si è sviluppata anche dalla Germania verso l’Italia, dalla Francia verso la Svizzera e così via. Il capitale ha cominciato ad essere esportato sotto l’imperialismo anche nei vecchi paesi, e non solo per i sovrapprofitti. Ciò che è esatto riguardo ai paesi nuovi, non è esatto riguardo all’esportazione del capitale in generale.

Il quarto carattere è quello che Hilferding ha chiamato la “lotta per lo spazio economico”. Questa espressione non è esatta, poiché non esprime la differenza fondamentale tra l’imperialismo attuale e le precedenti forme di lotta per lo spazio economico. Per questo spazio ha lottato anche l’antica Roma, hanno lottato gli Stati europei del XVI-XVIII secolo, conquistando le colonie, e la vecchia Russia conquistando la Siberia, ecc. ecc. Il carattere distintivo dell’imperialismo contemporaneo è che (come si dice nel mio progetto di programma) “tutto il mondo è già territorialmente spartito tra i paesi più ricchi”, cioè la spartizione della terra tra gli Stati è terminata. È proprio da questa circostanza che deriva la particolare asprezza della lotta per una nuova spartizione del mondo, la particolare asprezza dei conflitti che porta alle guerre.

Nel progetto del compagno S. tutto ciò è espresso con estrema prolissità ma con scarsa esattezza teorica. Riporto ora la sua formulazione, ma poiché essa riunisce in una sola anche la questione della spartizione economica del mondo, è necessario esaminare dapprima anche quest’ultimo quinto carattere dell’imperialismo.

Nel mio progetto esso è così formulato:

“... È cominciata la spartizione economica del mondo tra i trust internazionali”. I dati fornitici dall’economia politica e dalla statistica non permettono di dire di più. Una tale spartizione del mondo è un processo molto importante, ma esso è appena cominciato. Le guerre imperialiste derivano da questa spartizione del mondo, dalla volontà di una nuova spartizione, dato che la spartizione territoriale è terminata. Cioè non vi sono più terre “libere” da conquistare senza una guerra con un rivale.

Osserviamo ora la formulazione del compagno S.

“Ma la zona a cui si estende il dominio dei rapporti capitalisti si allarga incessantemente anche all’esterno, essendo essi trasportati nei paesi nuovi, che sono per le unioni monopoliste dei capitalisti mercati di sbocco delle merci, fornitori di materie prime e campo di investimento del capitale esportato alla ricerca di sovrapprofitti. Masse enormi di plusvalore accumulato, che si trovano a disposizione del capitale finanziario (prodotto della fusione del capitale bancario con il capitale industriale), vengono gettate sul mercato mondiale. La rivalità delle potenti unioni dei capitalisti, organizzate su scala nazionale e a volte anche internazionale per il dominio del mercato, per il possesso o il controllo dei territori dei paesi più deboli, cioè per il diritto di priorità a sfruttarli senza misericordia, porta immancabilmente a tentativi di spartizione di tutto il mondo tra gli Stati capitalisti più ricchi, alle guerre imperialiste, che generano dappertutto miseria, rovina e ritorno alla barbarie”.

 

Qui ci sono davvero troppe parole, che coprono una serie di inesattezze teoriche. Non si può parlare di “tentativi” di spartizione del mondo, che è già spartito. La guerra 1914-1917 non è un “tentativo” di spartizione del mondo, ma una lotta per una nuova spartizione del mondo già spartito. La guerra è divenuta inevitabile per il capitalismo, perché alcuni anni prima di essa, l’imperialismo ha spartito il mondo secondo i vecchi, per così dire, indici di forza, che devono essere “corretti” dalla guerra.

Sia la lotta per le colonie (per i “paesi nuovi”) che la lotta per “il possesso dei territori dei paesi più deboli”, tutto questo c’era anche prima dell’imperialismo. Quello che è caratteristico dell’imperialismo contemporaneo è un’altra cosa. È cioè che tutta la terra all’inizio del XX secolo è risultata occupata da questo o quello Stato, già spartita. Solo per questo la nuova spartizione del “dominio del mondo” non ha potuto, sulla base del capitalismo, avvenire altrimenti che a prezzo di una guerra mondiale. “Unioni di capitalisti organizzate su scala internazionale” esistevano anche prima dell’imperialismo: qualsiasi società per azioni con la partecipazione di capitalisti di vari paesi è una “unione di capitalisti organizzata su scala internazionale”.

Quello che caratterizza l’imperialismo è un’altra cosa che in precedenza, prima del XX secolo, non esisteva. Cioè: la spartizione economica del mondo tra i trust internazionali, la spartizione dei paesi tra questi trust in base ad un accordo tra loro, come zone di sbocco. Ed è proprio questo che non si dice nel progetto del compagno S., sí che la forza dell’imperialismo è raffigurata più debole di quella che è.

Infine, è teoricamente erroneo dire che masse di plusvalore accumulato vengono gettate sul mercato mondiale. Questo assomiglia alla teoria della realizzazione di Proudhon, secondo cui i capitalisti possono facilmente realizzare sia il capitale costante, sia il capitale variabile, ma si trovano in difficoltà per realizzare il plusvalore. In effetti i capitalisti non possono realizzare senza difficoltà e senza crisi non solo il plusvalore, ma anche il capitale variabile e il capitale costante. Sul mercato vengono gettate masse di merci che sono non soltanto valore accumulato, ma anche valore che riproduce capitale variabile e capitale costante. Ad esempio, sul mercato mondiale vengono gettate masse di ferro o di acciaio, che debbono essere realizzate mediante lo scambio con beni di consumo per gli operai o con altri mezzi di produzione (legname, petrolio, ecc.).

 

VI

 

Terminando così l’esame del progetto del compagno S., dobbiamo notare soprattutto un’altra aggiunta molto preziosa, che egli propone e che, a mio parere, bisognerebbe accettare e perfino ampliare. E precisamente: egli propone di aggiungere nel paragrafo che parla del progresso tecnico e dell’incremento dell’impiego del lavoro delle donne e dei fanciulli: (impiegare) "parimenti il lavoro degli operai stranieri non qualificati, importati dai paesi arretrati”. È un’aggiunta preziosa e necessaria. È infatti proprio caratteristico in particolare dell’imperialismo questo sfruttamento del lavoro degli operai peggio pagati provenienti dai paesi arretrati. Proprio su di esso è fondato, in certa misura, il parassitismo dei paesi imperialisti ricchi, che corrompono anche una parte dei propri operai con una paga più alta, mentre sfruttano oltre misura e senza vergogna il lavoro degli operai stranieri “a buon mercato”. Alle parole “peggio pagati”, bisognerebbe aggiungere anche: “e spesso privi di diritti”, poiché gli sfruttatori dei paesi “civili” approfittano sempre del fatto che gli operai stranieri importati sono senza diritti. Ciò si osserva costantemente non solo in Germania nei confronti degli operai russi, cioè provenienti dalla Russia, ma anche in Svizzera nei confronti degli italiani, in Francia nei confronti degli spagnoli e degli italiani, ecc.

Forse sarebbe opportuno mettere in maggior rilievo ed esprimere con più evidenza nel programma il posto a sé che occupa un pugno di paesi imperialisti più ricchi che si arricchiscono parassitariamente con il saccheggio delle colonie e delle nazioni più deboli. Questa è una particolarità estremamente importante dell’imperialismo, che, tra l’altro, facilita fino a un certo punto il sorgere di profondi movimenti rivoluzionari nei paesi che sono sottoposti al saccheggio imperialista, che sono minacciati dalla spartizione o dal soffocamento da parte dei giganti imperialisti (è il caso della Russia), e, al contrario, ostacola fino a un certo punto il sorgere di profondi movimenti rivoluzionari nei paesi che saccheggiano in modo imperialista molte colonie e paesi stranieri, rendendo così una parte notevole (relativamente) della propria popolazione partecipe della spartizione del bottino imperialista.

Io proporrei perciò di inserire, almeno in quel punto del mio progetto in cui si dà una definizione del socialsciovinismo (p. 22 dell’opuscolo) un accenno a questo sfruttamento di una serie di altri paesi da parte dei paesi più ricchi. Il punto corrispondente del progetto suonerebbe così (metto in corsivo le nuove aggiunte):

“Una tale deformazione è, da un lato, la corrente del socialsciovinismo, socialismo a parole, sciovinismo nei fatti, che con la parola d’ordine della "difesa della patria" nasconde la difesa degli interessi di rapina della "propria" borghesia nazionale nella guerra imperialista, e parimenti la difesa della posizione di privilegio dei cittadini della nazione ricca che percepisce enormi entrate dalla rapina delle colonie e delle nazioni deboli. Una tale deformazione è, d’altro lato, la corrente, altrettanto vasta e internazionale, del "centro", ecc.”.

Le parole “nella guerra imperialista” vanno aggiunte per maggiore precisione: la “difesa della patria” non è altro che una parola d’ordine di giustificazione della guerra, di ammissione della sua legittimità, della sua giustezza. Di guerre ce ne sono diverse. Vi possono essere anche guerre rivoluzionarie. Bisogna perciò dire con assoluta precisione che qui si tratta appunto della guerra imperialista. Questo è sottinteso, ma per evitare ogni equivoco bisogna che non sia solo sottinteso, ma sia detto apertamente e chiaramente.

  

VII

 

Passiamo dalla parte generale o teorica del programma al programma minimo. Ci troviamo qui di fronte subito alla proposta “molto radicale” in apparenza, ma molto inconsistente dei compagni N. Bukharin e V. Smirnov di eliminare completamente il programma minimo. La divisione del programma del partito in programma massimo e programma minimo, secondo loro, “è invecchiata” e non serve a nulla trattandosi del passaggio al socialismo. Nessun programma minimo, ma subito un programma di misure per il passaggio al socialismo.

Questa è la proposta dei due compagni citati, i quali tuttavia, non si sa perché, non si sono decisi a proporre un progetto corrispondente (sebbene il fatto che all’ordine del giorno del prossimo congresso sia stata posta la revisione del programma del partito obbligasse senz’altro questi compagni a redigere un tale progetto). Può darsi che gli stessi autori di questa proposta apparentemente “radicale” siano rimasti nell’indecisione... Comunque sia, la loro opinione va esaminata.

La guerra e lo sfacelo economico hanno costretto tutti i paesi a passare dal capitalismo monopolista al capitalismo monopolista di Stato. Questa è la situazione obiettiva. Ma nelle condizioni della rivoluzione, in presenza della rivoluzione, il capitalismo monopolista di Stato si trasforma direttamente in socialismo. Non si può andare avanti, quando c’è la rivoluzione, senza andare verso il socialismo: questa è la situazione obiettiva creata dalla guerra e dalla rivoluzione, Di ciò ha tenuto conto la nostra conferenza di aprile lanciando la parola d’ordine della “repubblica dei soviet” (forma politica della dittatura del proletariato) e la nazionalizzazione delle banche e dei cartelli (principale misura di passaggio al socialismo). Finora tutti i bolscevichi sono unanimemente d’accordo tra loro. Ma i compagni V. Smirnov e N. Bukharin vogliono andare più oltre, abolendo completamente il programma minimo. Ciò significherebbe agire in contrasto con il saggio consiglio del proverbio che dice: “Non cantar vittoria prima della battaglia”.

Noi andiamo alla battaglia, cioè lottiamo per la conquista del potere politico da parte del nostro partito. Questo potere sarebbe la dittatura del proletariato e dei contadini poveri. Assumendo questo potere noi non solo non abbiamo paura di uscire dai limiti del regime borghese, ma, al contrario, diciamo chiaramente, apertamente, precisamente e in modo che tutti possano sentirlo, che andremo al di là di questi limiti, che marceremo senza paura verso il socialismo e che questa è la strada che sta dinanzi a noi: attraverso la repubblica dei soviet, attraverso la nazionalizzazione delle banche e dei cartelli, il controllo operaio, l’obbligo del lavoro per tutti, la nazionalizzazione della terra, la confisca dell’inventario dei grandi proprietari fondiari, ecc. ecc. In questo senso noi abbiamo stabilito un programma di misure di passaggio al socialismo.

Ma non dobbiamo cantar vittoria prima della battaglia, non dobbiamo respingere il programma minimo, perché ciò equivarrebbe alla vuota fanfaronata: non vogliamo “chiedere nulla alla borghesia” ma realizzarlo noi stessi, non vogliamo occuparci delle piccole cose nel quadro del regime borghese.

Sarebbe una vuota fanfaronata perché bisogna prima conquistare il potere, e noi non l’abbiamo ancora conquistato. Bisogna prima attuare in pratica le misure di passaggio al socialismo, condurre la nostra rivoluzione fino alla vittoria della rivoluzione socialista mondiale e poi allora, “tornando dalla battaglia”, potremo e dovremo eliminare il programma minimo, come ormai inutile.

Ma si può garantire adesso che esso non è più necessario? No, naturalmente, per la semplice ragione che non abbiamo ancora conquistato il potere, che non abbiamo attuato il socialismo e non siamo nemmeno all’inizio della rivoluzione socialista mondiale.

Bisogna marciare sicuramente, arditamente, senza esitazioni verso questo scopo, ma è ridicolo proclamarlo raggiunto quando è notorio che ancora non lo è. Rifiutare fin da ora il programma minimo equivale a dichiarare, a proclamare (a dire una fanfaronata, in parole semplici) “che abbiamo già vinto”.

No, cari compagni, non abbiamo ancora vinto.

Noi non sappiamo se vinceremo domani o un poco più tardi. (Io personalmente sono incline a ritenere che sarà domani - scrivo questo il 6 ottobre 1917 - e che non potremo tardare a prendere il potere, ma domani è domani, e non oggi). Non sappiamo con quale rapidità dopo la nostra vittoria avverrà la rivoluzione in occidente. Non sappiamo se non ci saranno ancora periodi di reazione e di vittoria della controrivoluzione dopo la nostra vittoria, - e ciò non è affatto impossibile, - e perciò noi costruiremo, dopo la nostra vittoria, “una triplice linea di trincee” contro tale possibilità.

Noi non sappiamo tutto questo né possiamo saperlo. Nessuno può saperlo. E appunto perciò è ridicolo rifiutare il programma minimo, che è necessario finché noi viviamo ancora nel quadro del regime borghese, finché non abbiamo ancora spezzato questa intelaiatura, non abbiamo attuato l’essenziale per il passaggio al socialismo, non abbiamo sconfitto il nemico (la borghesia) né, sconfittolo, l’abbiamo distrutto. Tutto ciò avverrà, e avverrà forse molto prima di quel che molti non credano (io personalmente ritengo che deve cominciare domani), ma ancora non c’è.

Prendete il programma minimo nel campo politico. Questo programma è destinato a una repubblica borghese. Noi aggiungiamo però che non ci limitiamo a rimanere in questo quadro, ma lottiamo fin d’ora per un tipo più alto, la repubblica dei soviet. Questo dobbiamo farlo. Dobbiamo andare verso la nuova repubblica con coraggio e decisione incrollabile, e ci andremo, ne sono certo, proprio così. Ma non si può assolutamente eliminare il programma minimo, perché, in primo luogo, la repubblica dei soviet ancora non c’è; in secondo luogo non è esclusa la possibilità di “tentativi di restaurazione”; bisognerà prima viverli e vincerli; in terzo luogo sono possibili, nel passaggio dal vecchio al nuovo, temporanei “tipi misti” (come giustamente ha indicato il Raboci Put pochi giorni fa), ad esempio la repubblica dei soviet e l’Assemblea costituente. Superiamo prima tutto questo, e poi potremo eliminare il programma minimo.

La stessa cosa vale nel campo dell’economia. Siamo tutti d’accordo che il timore di andare verso il socialismo è la più grande viltà e tradimento verso la causa del proletariato. Siamo tutti d’accordo che, tra i primi passi su questa via, fondamentali debbono essere certe misure come la nazionalizzazione delle banche e dei cartelli. Attuiamo prima queste e altre misure consimili, e poi si vedrà. Allora si vedrà meglio, poiché il nostro orizzonte sarà straordinariamente allargato dall’esperienza pratica, mille volte più valida dei migliori programmi. È possibile, e anche probabile, e perfino indubitabile che neppure in questo caso non si potrà fare a meno di “tipi misti”; per esempio, non potremo nazionalizzare subito, e nemmeno prendere sotto un effettivo controllo operaio, le piccole aziende con uno o due operai salariati. È vero che la loro funzione è insignificante, è vero che esse saranno legate mani e piedi dalla nazionalizzazione delle banche e dei trust, tutto questo è vero, ma finché vi saranno anche dei piccoli angolini di rapporti borghesi, a che scopo abolire il programma minimo? Come marxisti che avanzano arditamente verso la più grande rivoluzione del mondo e che al tempo stesso tengono lucidamente conto dei fatti, non siamo in diritto di abolire il programma minimo.

Abolendolo ora, dimostreremmo che, non essendo ancora riusciti a vincere, abbiamo già perso la testa. Ma noi la testa non dobbiamo perderla, né prima della vittoria, né durante la vittoria, né dopo la vittoria, perché se perdiamo la testa perdiamo tutto.

Per quanto riguarda le proposte concrete, il compagno N. Bukharin in sostanza non ha detto nulla, perché ha soltanto ripetuto le cose già dette da lungo tempo sulla nazionalizzazione delle banche e dei cartelli. Nel suo articolo il compagno V. Smirnov ha fornito un elenco estremamente interessante e istruttivo di riforme tipiche, che si riducono alla regolamentazione della produzione e del consumo dei prodotti. Tutto ciò è già, ad esempio, nel mio progetto, ma in forma generale, seguito da un “eccetera”. Andare oltre adesso, mettersi a precisare le singole iniziative concrete mi sembra inopportuno. Dopo aver preso le misure principali di tipo nuovo, dopo la nazionalizzazione delle banche, dopo l’avvento del controllo operaio, molte cose saranno più chiare, e l’esperienza suggerirà una grande quantità di cose nuove, poiché sarà un’esperienza di milioni di uomini, un’esperienza compiuta nell’edificazione di un nuovo ordinamento economico con la partecipazione cosciente di milioni di uomini. Si capisce che negli articoli, negli opuscoli, nei discorsi occorre sottolineare le cose nuove, esporre i piani, giudicarli, studiare l’esperienza locale e parziale dei vari soviet o comitati di rifornimento, ecc.: tutto ciò è un lavoro molto utile. Ma introdurre nel programma un’eccessiva abbondanza di particolari è prematuro e può essere perfino dannoso, poiché ci legherebbe le mani nei dettagli. E le mani bisogna averle libere, per creare il nuovo con più energia, quando entreremo pienamente sul nuovo cammino.

  

VIII

 

Nell’articolo del compagno Bukharin si tocca ancora un’altra questione su cui occorre soffermarsi.

 “...Il problema della revisione del programma del nostro partito deve essere collegato al problema della elaborazione di un programma unico per il partito internazionale del proletariato”.

 

Ciò è detto in modo non del tutto chiaro. Se si deve intendere che l’autore non ci consiglia di adottare un nuovo programma, ma di rimandarlo fino alla creazione di un programma internazionale unico, il programma della III Internazionale, allora bisogna insorgere contro questa opinione nel modo più deciso. Infatti un rinvio per tale ragione (suppongo che non esistano altre ragioni per il rinvio; nessuno, ad esempio, ha chiesto il rinvio per una insufficiente preparazione dei nostri materiali di partito per la revisione) equivarrebbe a ritardare per nostra colpa la creazione della III Internazionale. La creazione della III Internazionale non può naturalmente essere intesa in modo formale. Finché la rivoluzione proletaria non ha vinto almeno in un paese o finché la guerra non sarà terminata, non è possibile sperare di poter convocare rapidamente e con successo una grande conferenza dei partiti rivoluzionari internazionalisti dei vari paesi e di veder realizzarsi un loro accordo nell’affermazione formale di un nuovo programma. Nel frattempo bisogna andare avanti, fondandosi su quei partiti che si trovano ora in una posizione migliore degli altri e possono compiere un primo passo, che, si intende, non deve essere assolutamente considerato l’ultimo, senza che essi oppongano in nessun modo il loro programma agli altri programmi di “sinistra” (cioè internazionalisti rivoluzionari), ma marciando appunto verso l’elaborazione di un programma comune. Al di fuori della Russia non vi è ora nessun altro paese al mondo dove vi sia per gli internazionalisti una relativa libertà di tenere dei congressi e dove vi siano tanti compagni bene informati sulle correnti e sui programmi internazionali come nel nostro partito. Ecco perché dobbiamo assolutamente prendere noi l’iniziativa. È il nostro preciso dovere di internazionalisti.

A quanto pare, è così che vede le cose anche il compagno Bukharin, poiché all’inizio del suo articolo egli dice che “il congresso del partito che si è appena concluso” (l’articolo è stato scritto in agosto) “ha riconosciuto la necessità di rielaborare il programma” e che “a questo scopo sarà convocato uno speciale congresso”; da queste parole si può concludere che il compagno Bukharin non ha nulla contro l’approvazione di un nuovo programma a questo congresso.

Se le cose stanno così, sulla questione in esame si è raggiunta la piena unanimità. È difficile si possa trovare qualcuno che sia contrario all’idea che il nostro congresso, dopo aver approvato il nuovo programma, esprima il desiderio che si crei un programma unico generale della III Internazionale, e che intraprenda a tal fine determinati passi come quelli diretti ad affrettare la conferenza delle sinistre, a pubblicare una raccolta di documenti in varie lingue, a formare una commissione per l’esame del materiale riguardante ciò che è stato fatto negli altri paesi per “esplorare” (secondo la giusta espressione del compagno Bukharin) la via verso un nuovo programma (i tribunisti in Olanda [gruppo di sinistra del Partito socialdemocratico d’Olanda, promotore della rivista De Tribune], i sinistri in Germania. Il compagno Bukharin ha già nominato la “Lega della propaganda socialista” in America: si potrebbe citare altresì il “Partito socialista operaio” americano e la sostituzione da esso proposta “dello Stato politico con una democrazia industriale”).

Debbo però riconoscere senz’altro come giusta un’osservazione del compagno Bukharin su una deficienza del mio progetto. Il compagno B. cita il punto di questo progetto (p. 23 dell’opuscolo) in cui si parla del momento che la Russia attraversa, del governo provvisorio dei capitalisti, ecc. Il compagno Bukharin ha ragione quando critica questo punto e dice che bisogna trasferirlo nella risoluzione tattica o nella piattaforma del partito. Propongo perciò o di eliminare completamente tutto l’ultimo capoverso della pagina 23 o di riassumerlo come segue:

“Nei suoi sforzi tesi a creare un ordinamento statale che assicuri nel modo migliore sia lo sviluppo economico e i diritti del popolo in generale, sia la possibilità del passaggio meno doloroso possibile al socialismo in particolare, il partito del proletariato non può limitarsi” ecc.

Infine, debbo rispondere qui a una questione posta da alcuni compagni ma, per quanto io so, non sollevata sulla stampa. È la questione del paragrafo 9 del programma politico sul diritto delle nazioni all’autodecisione. Il punto consiste di due parti: la prima dà una nuova formulazione del diritto all’autodecisione, la seconda contiene non una rivendicazione ma una dichiarazione. La questione che mi è stata posta è se è qui opportuna questa dichiarazione. Parlando in generale, le dichiarazioni non sono opportune in un programma, ma qui, a mio parere, è necessario fare un’eccezione alla regola. Invece della parola autodecisione, che ha dato più volte motivo a false interpretazioni, io pongo un concetto assolutamente preciso: “il diritto di separarsi liberamente”. Dopo l’esperienza di sei mesi della rivoluzione del 1917, è difficile contestare che il partito rivoluzionario di Russia, il partito che lavora in lingua grande-russa, deve riconoscere il diritto alla separazione. Una volta preso il potere, noi riconosceremmo subito e senza condizioni questo diritto alla Finlandia, all’Ucraina, all’Armenia e a qualsiasi nazionalità oppressa dallo zarismo (e dalla borghesia grande-russa). Ma noi, dal nostro canto, non vogliamo assolutamente la separazione. Noi vogliamo uno Stato il più grande possibile, una unione che sia la più stretta possibile, il numero più grande possibile di nazioni che vivano vicino ai grandi-russi; vogliamo questo nell’interesse della democrazia e del socialismo, per poter far partecipare alla lotta del proletariato il maggior numero possibile di lavoratori delle diverse nazioni. Noi vogliamo l’unità del proletariato rivoluzionario, l’unione e non la divisione. Noi vogliamo l’unione rivoluzionaria, perciò non avanziamo la parola d’ordine dell’unione di tutti gli Stati in generale, poiché la rivoluzione sociale pone all’ordine del giorno l’unione solo degli Stati che sono passati o stanno passando al socialismo, delle colonie liberatesi, e così via. Noi vogliamo una unione libera e dobbiamo perciò riconoscere la libertà di separazione (senza libertà di separazione, l’unione non può essere definita libera). Noi siamo tanto più tenuti a riconoscere la libertà di separazione in quanto lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole.

Ma noi vogliamo l’unione, e questo bisogna dirlo, ed è così importante dirlo nel programma del partito di uno Stato plurinazionale che per questo è necessario uscire dalla normalità e far posto a una dichiarazione. Noi vogliamo che la repubblica del popolo russo (io non sarei alieno addirittura dal dire grande-russo, poiché sarebbe più giusto) attiri a sé altre nazioni, ma come? Non con la forza, ma esclusivamente mediante un accordo volontario, altrimenti si viola l’unità e l’alleanza fraterna degli operai di tutti i paesi. A differenza dei democratici borghesi, noi avanziamo la parola d’ordine non della fratellanza dei popoli, ma della fratellanza degli operai di tutte le nazionalità, poiché non diamo fiducia alla borghesia di tutti i paesi, anzi la consideriamo un nemico.

Ecco perché bisogna qui ammettere un’eccezione alla regola e inserire al paragrafo 9 una dichiarazione di principi.

 

IX

 

Le righe precedenti erano già state scritte, quando è uscito il n. 31 del Raboci Put con l’articolo del compagno I. Larin: Le rivendicazioni operaie nel nostro programma. Non si può non plaudire a questo articolo come inizio di una discussione dei progetti di programma da parte del nostro organo centrale. Il compagno Larin si sofferma particolarmente su quella sezione del programma alla quale io non ho avuto l’occasione di lavorare e il cui progetto esiste soltanto nella redazione della “sottocommissione per la protezione del lavoro”, sottocommissione che si è costituita alla conferenza del 24-29 aprile 1917. Il compagno Larin propone una serie di aggiunte, a mio parere pienamente accettabili, ma purtroppo non sempre da lui redatte in modo preciso.

Infelice mi sembra la formulazione di un punto del testo proposto dal compagno Larin: “la giusta (?) distribuzione della mano d’opera sulla base (?) dell’autonomia democratica (?) degli operai per quanto riguarda la capacità di disporre delle loro persone (?)”.

Secondo me, questa formulazione è peggiore di quella della sottocommissione: “le camere del lavoro devono essere organizzazioni proletarie di classe”, ecc. (vedi p. 15 dei Materiali). Inoltre sulla questione del minimo salariale, il compagno Larin avrebbe dovuto elaborare in modo circostanziato e formulare in modo preciso la sua proposta, mettendola in relazione con la storia delle idee di Marx e del marxismo su questo punto.

Inoltre, per quanto riguarda la parte politica e la parte agraria del programma, il compagno Larin trova necessaria “una più accurata redazione”. È da auspicare che la nostra stampa di partito cominci subito a discutere anche i problemi di redazione di questa o quella rivendicazione, senza rinviare questa discussione al congresso, poiché altrimenti, in primo luogo, non avremo un congresso ben preparato; in secondo luogo chiunque ha avuto occasione di lavorare a programmi e risoluzioni sa come spesso un’accurata redazione di un determinato punto riveli ed elimini gli equivoci o i dissensi sulle questioni di principio.

Infine, per quanto concerne la parte economico-finanziaria del programma, il compagno Larin scrive che, “al suo posto c’è quasi il vuoto, non si accenna nemmeno all’annullamento dei prestiti di guerra e dei debiti statali dello zarismo” (solo dello zarismo?), “alla lotta contro l’utilizzazione fiscale dei monopoli di Stato, ecc.”. È sommamente auspicabile che il compagno Larin non rimandi fino al congresso le sue proposte concrete, ma le esponga subito, altrimenti la preparazione diventa poco seria. Circa l’annullamento dei debiti statali (e, naturalmente, non solo dello zarismo, ma anche della borghesia) bisogna riflettere attentamente al problema dei piccoli sottoscrittori, e circa la “lotta contro l’utilizzazione fiscale dei monopoli di Stato” bisogna studiare la situazione del monopolio della produzione degli articoli di lusso e il legame tra il testo progettato e la rivendicazione, avanzata dal programma, di sopprimere tutte le imposte indirette.

Ripeto: per una seria preparazione del programma, perché ad esso collabori effettivamente tutto il partito, bisogna che tutti gli interessati si mettano all’opera immediatamente e pubblichino sia le loro considerazioni, sia progetti precisi, contenenti aggiunte o modificazioni dei punti che sono già stati redatti.