Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin


Lenin, Opere - Editori Riuniti vol. 27 - Scaricate il testo in versione Open Office o Word

I compiti immediati del potere sovietico

Scritto nel marzo-aprile 1918. Pubblicato il 28 aprile 1918 sulla Pravda, n. 83 e sulle Izvestia del CEC (Comitato Esecutivo Centrale del Congresso dei Soviet di tutta la Russia), n. 85. Firmato: N. Lenin. [Le note dell’edizione Editori Riuniti sono nel testo tra parentesi quadre; le note della redazione di La Voce sono anch’esse nel testo tra parentesi quadre, ma con l’indicazione ndr]

 

La situazione internazionale della Repubblica sovietica russa e i compiti fondamentali della rivoluzione socialista

 

Grazie alla pace che abbiamo ottenuto [con il trattato di pace con la Germania firmato a Brest-Litovsk il 3 marzo 1918 e approvato, nonostante l’opposizione dei “comunisti di sinistra” (in realtà la destra del Partito come dimostrerà anche la storia successiva) capeggiati da Bukharin e da Trotzki, dal VII Congresso (6-8 marzo 1918) del Partito comunista russo (bolscevico) e dal Congresso straordinario dei Soviet di tutta la Russia (Mosca 14-16 marzo 2018) con l’astensione dei socialisti-rivoluzionari di sinistra e l’opposizione di “comunisti di sinistra” e altri: la documentazione essenziale relativa ai due avvenimenti è in Opere vol. 27, ndr] - per quanto dura e precaria essa sia - la repubblica sovietica russa ha la possibilità di concentrare per un certo periodo di tempo le sue forze sul settore più importante e più difficile della rivoluzione socialista, cioè sui compiti organizzativi.

Questo compito è stato posto in modo chiaro e preciso a tutte le masse lavoratrici e oppresse nel 4° paragrafo della risoluzione approvata il 15 marzo 1918 dal Congresso straordinario del soviet, tenuto a Mosca, nello stesso paragrafo (o nella stessa parte) in cui si parla dell’autodisciplina dei lavoratori e della lotta senza quartiere contro il caos e la disorganizzazione [vedi Opere vol. 27, pag. 178-179].

La precarietà della pace ottenuta dalla repubblica sovietica russa certamente non è dovuta al fatto che essa pensi ora di riprendere le operazioni militari. A parte i controrivoluzionari borghesi e i loro tirapiedi (menscevichi e simili), nessun uomo politico responsabile ci pensa. La precarietà della pace è invece determinata dal fatto che negli Stati imperialisti confinanti con la Russia ad occidente e ad oriente e in possesso di un’enorme forza militare, può prendere il sopravvento da un momento all’altro il partito della guerra, tentato dalla momentanea debolezza della Russia e spinto dai capitalisti, che odiano il socialismo e sono avidi di bottino.

Di fronte a un tale stato di cose, l’unica garanzia di pace, reale e non di carta, è per noi la rivalità tra le potenze imperialiste, rivalità che ha raggiunto limiti estremi e si manifesta, da un lato, con la ripresa del massacro imperialista dei popoli in occidente, e, dall’altro, con lo straordinario inasprimento della concorrenza imperialista tra il Giappone e l’America per il dominio dell’Oceano Pacifico e delle sue coste.

È chiaro che, protetta da una così tenue difesa, la nostra repubblica socialista sovietica si trova, dal punto di vista internazionale, in una situazione estremamente precaria, indubbiamente critica. Dobbiamo tendere al massimo tutte le nostre forze per sfruttare la tregua concessaci da un concorso di circostanze, per curare le gravissime ferite inferte dalla guerra a tutto l’organismo sociale della Russia e per risollevare economicamente il paese: senza di questo non si può nemmeno parlare di un aumento più o meno serio della sua capacità difensiva.

È chiaro altresì che noi potremo recare un serio contributo alla rivoluzione socialista in occidente, che ritarda per una serie di circostanze, solo se sapremo assolvere al compito organizzativo che abbiamo dinanzi.

La condizione essenziale per assolvere con successo al compito organizzativo che si presenta in primo piano, è che i dirigenti politici del popolo, cioè i membri del Partito comunista russo (bolscevico) e poi anche tutti i rappresentanti coscienti delle masse lavoratrici, comprendano appieno la differenza radicale che esiste sotto questo aspetto tra le precedenti rivoluzioni borghesi e l’attuale rivoluzione socialista.

Nelle rivoluzioni borghesi il compito principale delle masse lavoratrici consisteva nello svolgere l’azione negativa, o distruttiva, di spazzar via il feudalesimo, la monarchia, il medioevo. L’azione positiva, o creativa, di organizzare la nuova società era svolta dalla minoranza possidente, borghese, della popolazione. Questa svolgeva tale compito, nonostante la resistenza degli operai e dei contadini, con relativa facilità, non solo perché la resistenza delle masse sfruttate dal capitale era allora estremamente debole, data la loro dispersione e arretratezza, ma anche perché la forza organizzativa fondamentale della società capitalista, costruita anarchicamente, è il mercato nazionale e internazionale, che si sviluppa spontaneamente in estensione e in profondità.

Al contrario, in ogni rivoluzione socialista - e, di conseguenza, anche nella rivoluzione socialista da noi iniziata in Russia il 25 ottobre 1917 - il compito principale del proletariato e dei contadini poveri da esso diretti è il lavoro positivo o creativo per fondare un sistema estremamente complesso e delicato di nuovi rapporti organizzativi, che abbracciano la produzione e la distribuzione pianificate dei prodotti necessari all’esistenza di decine di milioni di uomini. Questa rivoluzione può essere realizzata con successo solo se la maggioranza della popolazione, e innanzitutto la maggioranza dei lavoratori, è capace di un’attività storicamente creativa e autonoma. Solo nel caso in cui il proletariato e i contadini poveri sappiano trovare in sé sufficiente coscienza, forza ideale, abnegazione e tenacia, la vittoria della rivoluzione socialista sarà garantita. Creando un nuovo tipo di Stato, lo Stato dei soviet, che offre alle masse lavoratrici e oppresse la possibilità di partecipare nel modo più attivo di quanto finora mai visto all’edificazione autonoma della nuova società, noi abbiamo adempiuto soltanto una piccola parte di un difficile compito. La difficoltà principale è nel settore economico: compiere dappertutto il più severo inventario e controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti, elevare la produttività del lavoro, socializzare di fatto la direzione della produzione.

Lo sviluppo del partito bolscevico, che è oggi il partito di governo in Russia, dimostra con particolare evidenza in che cosa consiste la svolta storica che stiamo attraversando e che è il tratto caratteristico dell’attuale momento politico, svolta che esige un nuovo orientamento del potere sovietico, cioè una nuova impostazione di compiti nuovi.

- Il primo compito di ogni partito dell’avvenire è quello di convincere la maggioranza del popolo della giustezza del suo programma e della sua tattica. Questo compito era posto in primo piano sia sotto lo zarismo, sia nel periodo in cui Cernov e Tsereteli [esponenti del partito dei socialisti rivoluzionari, ndr] attuavano la loro politica di conciliazione con i Kerenski e i Kisckin [esponenti del Governo Provvisorio succeduto nel febbraio 1917 al governo zarista, ndr]. Ora questo compito che, certo, è ancora ben lungi dall’essere assolto completamente (e che potrà essere esaurito solo a lungo termine), nelle sue grandi linee è stato assolto, poiché la maggioranza degli operai e dei contadini della Russia è chiaramente dalla parte dei bolscevichi, come ha dimostrato senza tema di smentite l’ultimo congresso dei soviet a Mosca [14-16 marzo 1918, ndr].

- Il secondo compito del nostro partito era quello di conquistare il potere politico e di schiacciare la resistenza degli sfruttatori. Anche questo compito non è affatto adempiuto fino in fondo, e non lo si può ignorare, poiché i monarchici e i cadetti, da un lato, e i loro tirapiedi e reggicoda, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari di destra, dall’altro, continuano i tentativi di unirsi per abbattere il potere dei soviet. Ma, nelle sue linee generali, il compito di schiacciare la resistenza degli sfruttatori è già stato assolto nel periodo che va dal 25 ottobre 1917 fino (all’incirca) al febbraio 1918, ovvero alla resa di Bogaievski [uno dei maggiori capi della resistenza armata al governo sovietico: si arrese nella primavera 1918].

- Ora si presenta, come compito immediato e caratteristico del momento attuale, il terzo compito: quello di organizzare l’amministrazione della Russia. S’intende, questo compito si è posto ed è stato da noi assolto fin dal primo giorno successivo al 25 ottobre 1917. Ma fino a quando la resistenza degli sfruttatori ha assunto la forma di aperta guerra civile, il compito di amministrare non poteva diventare quello principale, centrale.

Oggi lo è diventato. Noi, partito bolscevico, abbiamo convinto la Russia, abbiamo conquistato la Russia prendendola ai ricchi per darla ai poveri, agli sfruttatori per darla ai lavoratori. Ora noi dobbiamo amministrare la Russia. Tutta l’originalità del momento attuale, tutta la sua difficoltà sta nel comprendere la particolarità del passaggio dal periodo in cui il compito principale era quello di convincere il popolo e di schiacciare militarmente gli sfruttatori, al periodo in cui il compito principale è quello di amministrare il paese.

Per la prima volta nella storia mondiale un partito socialista è riuscito a portare a termine, nelle sue grandi linee, la conquista del potere e la repressione degli sfruttatori, è arrivato a dovere affrontare in pieno il compito di amministrare. Dobbiamo mostrarci degni esecutori di questo difficilissimo (e nobilissimo) compito della rivoluzione socialista. Dobbiamo comprendere bene che per amministrare con successo è necessario, oltre a saper convincere, oltre a saper vincere nella guerra civile, saper organizzare praticamente. Questo è il compito più difficile, poiché si tratta di organizzare ex novo le basi più profonde, cioè le basi economiche, della vita di decine e decine di milioni di uomini. Questo è anche il compito più nobile, poiché solo dopo averlo assolto (nei suoi tratti principali e fondamentali) si potrà dire che la Russia è diventata una repubblica, non solo sovietica, ma anche socialista.

 

La parola d’ordine generale del momento

 

La situazione obiettiva sopra descritta, creata da una pace estremamente gravosa e precaria, da uno sfacelo economico, dolorosissimo, dalla disoccupazione e dalla carestia lasciateci in eredità dalla guerra e dal dominio della borghesia (nella persona di Kerenski e dei menscevichi e socialisti-rivoluzionari di destra suoi sostenitori), non poteva non generare un’estrema stanchezza e addirittura l’esaurimento delle forze della grande massa dei lavoratori. Questa massa esige imperiosamente - e non può non esigere - un certo riposo. Si pone all’ordine del giorno la ricostituzione delle forze produttive distrutte dalla guerra e dal malgoverno della borghesia; il risanamento delle ferite inferte dalla guerra, dalla sconfitta, dalla speculazione e dai tentativi della borghesia di restaurare l’abbattuto potere degli sfruttatori; la ripresa economica del paese; la sicura tutela dell’ordine pubblico più elementare. Può sembrare un paradosso, ma in realtà, a causa delle condizioni obiettive indicate, è assolutamente indubbio che il potere dei soviet può in questo momento consolidare il passaggio della Russia al socialismo solo se assolve praticamente, nonostante l’opposizione della borghesia, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari di destra, proprio questi elementarissimi compiti per conservare le basi dell’ordine sociale. Assolvere in pratica questi compiti elementarissimi e superare le difficoltà organizzative dei primi passi verso il socialismo sono ora - in virtù delle particolarità concrete della situazione attuale e dell’esistenza del potere dei soviet con le sue leggi sulla socializzazione della terra, sul controllo operaio, ecc. - le due facce della stessa medaglia.

Tieni accuratamente e coscienziosamente i tuoi conti, fa economie, non lasciarti prendere dalla pigrizia, non rubare, osserva la più rigorosa disciplina nel lavoro: sono appunto queste le parole d’ordine, giustamente derise dai proletari rivoluzionari quando la borghesia camuffava con tali discorsi il suo dominio di classe sfruttatrice, che divengono ora, dopo l’abbattimento della borghesia, parole d’ordine urgenti e principali del momento. La realizzazione pratica di queste parole d’ordine da parte della massa dei lavoratori è, da un lato, l’unica condizione per salvare il paese torturato quasi a morte dalla guerra imperialista e dai briganti imperialisti (con Kerenski alla testa); dall’altro lato, l’attuazione pratica di queste parole d’ordine da parte del potere sovietico, con i suoi metodi, in base alle sue leggi, è necessaria e sufficiente per la vittoria completa del socialismo. È ciò che non possono comprendere appunto coloro che rifuggono sprezzantemente dal mettere in primo piano parole d’ordine così “trite” e “triviali”. In un paese di piccoli contadini, che da appena un anno ha abbattuto lo zarismo e da meno di sei mesi si è liberato dei vari Kerenski, naturalmente è rimasto non poco anarchismo spontaneo, aggravato dalla brutalità e dalla barbarie che accompagnano ogni guerra lunga e reazionaria. Si è diffuso uno stato d’animo di esasperazione e di irritazione confusa. Se a questo si aggiunge la politica di provocazione dei lacchè della borghesia (menscevichi, socialisti-rivoluzionari di destra), sarà assai facile capire quali sforzi tenaci e perseveranti devono compiere gli operai e i contadini migliori e più coscienti per creare una svolta radicale nello stato d’animo della massa e farla passare a un lavoro regolare, continuo e disciplinato. Solo questo passaggio, attuato dalla massa dei poveri (proletari e semiproletari), è capace appunto di completare la vittoria sulla borghesia e in particolare sulla borghesia contadina, che è la più ostinata e la più numerosa.

 

La nuova fase della lotta contro la borghesia

 

La borghesia da noi è stata vinta, ma non è ancora stata sradicata, annientata e nemmeno abbattuta fino in fondo. Si pone perciò all’ordine del giorno una nuova, superiore forma di lotta contro la borghesia, il passaggio dal compito più semplice di continuare ad espropriare i capitalisti, al compito assai più complesso e difficile di creare condizioni tali che la borghesia non possa né continuare ad esistere, né rinascere. È chiaro che questo compito è infinitamente più alto e che se non lo assolveremo non avremo ancora il socialismo.

Se prendiamo come elemento di paragone le rivoluzioni dell’Europa occidentale, noi ci troviamo all’incirca al livello raggiunto nel 1793 [con la direzione dei Giacobini nella Rivoluzione Francese, ndr] e nel 1871 [con l’instaurazione della Comune di Pari, ndr]. Abbiamo pieno diritto di essere fieri di aver raggiunto questo livello e di averlo perfino superato sotto un certo aspetto, e precisamente: noi abbiamo decretato e instaurato in tutta la Russia un tipo superiore di Stato, il potere dei soviet. Ma non possiamo in nessun caso accontentarci di ciò che è stato raggiunto, poiché abbiamo appena iniziato il passaggio al socialismo, ma non abbiamo ancora realizzato ciò che è decisivo a questo riguardo.

Decisiva è l’organizzazione di un inventario e di un controllo popolare rigorosissimo sulla produzione e sulla distribuzione dei prodotti. Va detto a questo proposito che nelle imprese, nelle branche e nei settori dell’economia che noi abbiamo strappato alla borghesia, non siamo ancora riusciti a organizzare l’inventario e il controllo: senza questo non si può nemmeno parlare della seconda, e altrettanto essenziale, condizione materiale per instaurare il socialismo, cioè dell’aumento su scala nazionale della produttività del lavoro [che allora in Russia era molto inferiore a quella dei paesi imperialisti, ndr].

Non si potrebbe perciò definire il compito del momento attuale con la semplice formula: proseguire l’offensiva contro il capitale. Anche se, indubbiamente, non abbiamo ancora inferto al capitale il colpo di grazia e dobbiamo assolutamente continuare l’offensiva contro questo nemico dei lavoratori, una tale definizione sarebbe imprecisa e astratta, poiché non terrebbe conto della peculiarità del momento attuale, in cui, per garantire il successo dell’offensiva ulteriore, dobbiamo ora “arrestare” l’offensiva.

Ciò si può spiegare paragonando la situazione in cui ora noi ci troviamo nella guerra contro il capitale alla situazione di un esercito vittorioso che ha tolto al nemico, poniamo, la metà o due terzi del territorio ed è costretto ad arrestare l’offensiva per raccogliere le forze, reintegrare le scorte di materiale bellico, riparare e fortificare le linee di comunicazione, costruire nuovi depositi, far affluire nuove riserve, ecc. In tali condizioni l’arresto dell’offensiva dell’esercito vittorioso è necessario proprio al fine di strappare al nemico il rimanente territorio, di conseguire cioè la completa vittoria. Chi non ha capito che questo è precisamente l’“arresto” dell’offensiva contro il capitale dettatoci dalla situazione obiettiva del momento, non ha capito nulla del momento politico che attraversiamo.

S’intende, si può parlare di “arresto” dell’offensiva contro il capitale solo tra virgolette, cioè solo metaforicamente. In una guerra come le altre si può dare l’ordine di sospendere l’offensiva su tutta la linea, si può in effetti arrestare l’avanzata. Ma nella guerra contro il capitale non si può arrestare l’avanzata e non si può nemmeno pensare di rinunciare all’ulteriore espropriazione del capitale. Si tratta di spostare il centro di gravità del nostro lavoro economico e politico. Finora sono stati in primo piano i provvedimenti di immediata espropriazione degli espropriatori. Ora passa in primo piano l’organizzazione dell’inventario e del controllo nelle aziende in cui i capitalisti sono già stati espropriati e in tutte le altre.

Se volessimo ora continuare ad espropriare il capitale con lo stesso ritmo di prima, certamente subiremmo una sconfitta, giacché è chiaro, evidente per ogni uomo pensante, che il nostro lavoro di organizzazione dell’inventario e del controllo proletario è rimasto indietro rispetto al lavoro di immediata espropriazione degli espropriatori”. Se ci accingeremo ora con tutte le forze al lavoro di organizzazione dell’inventario e del controllo, potremo risolvere questo problema, guadagneremo il tempo perduto e porteremo vittoriosamente a termine tutta la nostra “campagna” contro il capitale.

Ma riconoscere che si deve guadagnare il tempo perduto, non equivale ad ammettere che si è commesso qualche errore? Niente affatto. Portiamo di nuovo un esempio di tipo militare. Se si può sconfiggere e respingere il nemico con i soli reparti della cavalleria leggera, bisogna farlo. Ma se lo si può fare con successo solo fino ad un certo punto, è perfettamente concepibile che, al di là di questo limite, sorge la necessità di fare intervenire l’artiglieria pesante. Ammettendo ora che bisogna guadagnare il tempo perduto e fare entrare subito in azione l’artiglieria pesante, non riconosciamo affatto come un errore il vittorioso attacco con la cavalleria leggera.

I lacchè della borghesia ci hanno spesso rimproverato di aver condotto l’attacco contro il capitale “con la guardia rossa”. È un’accusa assurda, degna appunto dei lacchè del sacco di denari. Infatti l’attacco contro il capitale “con la guardia rossa” fu a suo tempo imposto assolutamente dalle circostanze.

In primo luogo, il capitale oppose, allora, una resistenza militare nella persona di Kerenski e di Krasnov, di Savinkov e di Gots (Ghegheckori si oppone tuttora così), di Dutov, di Bogaievski [vari capi della lotta armata condotta dalla controrivoluzione contro il governo sovietico subito dopo la sua costituzione alla fine dell’ottobre 1917, ndr]. La resistenza armata non può essere infranta che con mezzi militari, e le guardie rosse hanno compiuto la nobilissima e importantissima opera storica di liberare i lavoratori e gli sfruttati dal giogo degli sfruttatori.

In secondo luogo, non avremmo potuto allora porre in primo piano i metodi dell’amministrazione invece che i metodi della repressione, appunto perché l’arte di amministrare non è innata negli uomini, ma si acquista con l’esperienza. Allora questa esperienza non l’avevamo. Ora l’abbiamo.

In terzo luogo, allora non potevamo avere a disposizione specialisti per i vari settori della scienza e della tecnica, perché questi o combattevano nelle file dei Bogaievski, o avevano ancora la possibilità di opporre una resistenza passiva, tenace e sistematica mediante il sabotaggio. Ma ora abbiamo spezzato il sabotaggio. L’attacco contro il capitale “con la guardia rossa” è riuscito, è stato vittorioso, poiché abbiamo vinto la resistenza opposta dal capitale sia con le armi che con il sabotaggio.

Ciò vuol forse dire che l’attacco al capitale “con la guardia rossa” è sempre opportuno, in ogni circostanza e che noi non abbiamo altri metodi di lotta contro il capitale? Sarebbe puerile pensarlo. Abbiamo vinto con la cavalleria leggera, ma possediamo anche l’artiglieria pesante. Abbiamo vinto con i metodi della repressione, sapremo vincere anche con i metodi dell’amministrazione. Bisogna saper cambiare i metodi di lotta contro il nemico, quando mutano le circostanze. Noi non rinunceremo mai nemmeno, per un istante, a reprimere “con la guardia rossa” i signori Savinkov e Ghegheckori, come qualsiasi altro contro-rivoluzionario borghese e latifondista. Ma non saremo mai tanto sciocchi da porre in primo piano i metodi “da guardia rossa” nel momento in cui l’epoca in cui erano necessari gli attacchi delle guardie rosse è sostanzialmente terminata (e terminata vittoriosamente) e batte alle porte l’epoca in cui il potere statale e proletario dovrà utilizzare gli specialisti borghesi per dissodare nuovamente il terreno in modo tale che su di esso non possa assolutamente più spuntare nessuna borghesia.

Questa è un’epoca particolare, o meglio una fase di sviluppo particolare, e per vincere completamente il capitale bisogna saper adattare le forme della nostra lotta alle condizioni particolari di questa fase.

Senza specialisti che dirigano i diversi settori della scienza, della tecnica, della ricerca, il passaggio al socialismo è impossibile, giacché il socialismo esige un’avanzata cosciente delle masse verso una produttività del lavoro maggiore rispetto a quella del capitalismo e che parta dai risultati raggiunti dal capitalismo. Il socialismo deve attuare questa avanzata a suo modo, con i suoi metodi: diciamo, più concretamente, con i metodi sovietici. E gli specialisti sono necessariamente, nella loro massa, borghesi, a causa di tutte le condizioni della vita sociale che ha fatto di loro degli specialisti. Se il nostro proletariato, una volta conquistato il potere, avesse risolto rapidamente il compito di instaurare un inventario, un controllo, un’organizzazione su scala nazionale (ciò non si è potuto realizzare a causa della guerra e dell’arretratezza della Russia), allora, spezzato il sabotaggio con l’inventario e il controllo generale, avremmo potuto attrarre completamente al nostro servizio anche gli specialisti borghesi. A causa del “considerevole ritardo” dell’inventario e del controllo in generale, anche se siamo riusciti a vincere il sabotaggio, non abbiamo ancora creato tuttavia le condizioni adatte a mettere a nostra disposizione gli specialisti borghesi; la massa dei sabotatori “si reca al lavoro”, ma i migliori organizzatori e i più grandi specialisti possono essere impiegati dallo Stato solo alla vecchia maniera, alla maniera borghese, cioè con alti compensi o alla maniera nuova, proletaria (cioè creando con l’instaurazione di un inventario e di un controllo popolare dal basso, le condizioni che permettano automaticamente di assoggettare e attrarre gli specialisti).

Abbiamo dovuto per ora ricorrere al vecchio mezzo borghese e acconsentire a pagare a caro prezzo i “servizi” dei massimi specialisti borghesi. Tutti coloro che sono al corrente della questione lo vedono, ma non tutti riflettono sul significato che ha una tale misura presa da uno Stato proletario. È chiaro che questo provvedimento è un compromesso, una deviazione dai principi della Comune di Parigi, di ogni potere proletario, i quali esigono che gli stipendi siano portati al livello della paga di un operaio medio ed esigono che si lotti con i fatti e non a parole contro il carrierismo.

E non è tutto. È chiaro che un tale provvedimento non solo è un arresto - in un certo campo e in una certa misura - dell’offensiva contro il capitale (perché il capitale non è una somma di denaro ma un determinato rapporto sociale), ma anche un passo indietro del nostro potere statale socialista, sovietico, che fin dall’inizio ha proclamato e attuato una politica mirante a ridurre gli alti stipendi al livello salariale dell’operaio medio. [Per decreto del Consiglio dei commissari del popolo in data 18 novembre (1° dicembre) 1917, lo stipendio massimo mensile dei commissari del popolo era fissato in 500 rubli. Su richiesta del Commissariato del popolo al lavoro, il Consiglio decise poco dopo che si potevano dare stipendi più elevati agli scienziati e ai tecnici altamente qualificati].

Naturalmente, i lacchè della borghesia, in particolare quelli di piccolo calibro, come i menscevichi, gli uomini della Novaia Gizn, i socialisti-rivoluzionari di destra, sogghigneranno di fronte alla nostra ammissione di aver fatto un passo indietro. Ma noi non dobbiamo badare ai loro sogghigni. Noi dobbiamo studiare le particolarità della nuova e difficilissima via che porta al socialismo, senza nascondere i nostri errori e le nostre debolezze, ma sforzandoci di completare a tempo ciò che è ancora incompiuto. Nascondere alle masse il fatto che attirare gli specialisti borghesi con retribuzioni eccezionalmente elevate è una deviazione dai principi della Comune, significherebbe scendere al livello dei politicanti borghesi e ingannare le masse. Spiegare apertamente come e perché abbiamo fatto un passo indietro, e discutere poi pubblicamente i mezzi che ci possono far riguadagnare il tempo perduto, significa educare le masse e imparare insieme con loro, sulla base dell’esperienza, a costruire il socialismo. Difficilmente si può trovare nella storia una sola campagna militare vittoriosa in cui il vincitore non abbia commesso degli errori, non abbia subito sconfitte parziali, non abbia dovuto effettuare qualche temporanea ritirata. E la “campagna” da noi intrapresa contro il capitalismo è un milione di volte più difficile della più difficile campagna militare: sarebbe sciocco e vergognoso cadere in preda all’avvilimento per una ritirata isolata e parziale.

Esaminiamo la questione dal lato pratico. Ammettiamo che la repubblica sovietica russa abbia bisogno di 1.000 scienziati e specialisti di prim’ordine nei settori della scienza, della tecnica, dell’esperienza pratica, per dirigere il lavoro del popolo al fine di assicurare lo sviluppo economico più rapido possibile del paese. Ammettiamo che queste “stelle di prima grandezza” si debbano pagare 25.000 rubli all’anno. Ammettiamo che questa somma (25 milioni di rubli) debba essere raddoppiata (considerando l’assegnazione di premi per l’esecuzione particolarmente felice e rapida dei più importanti compiti tecnici e organizzativi) o addirittura quadruplicata (considerando l’assunzione di alcune centinaia dei più esigenti specialisti stranieri). Si domanda: la spesa di 50 o 100 milioni di rubli all’anno per riorganizzare il lavoro nazionale secondo l’ultima parola della scienza e della tecnica, può essere considerata eccessiva o troppo pesante per la repubblica sovietica? Certamente no. La schiacciante maggioranza degli operai e dei contadini coscienti approverà questa spesa, ben sapendo dalla vita pratica che la nostra arretratezza ci fa perdere miliardi e che noi non abbiamo ancora raggiunto, un tale grado di organizzazione, di inventario e di controllo da provocare la partecipazione generale e volontaria delle “stelle” dell’intellettualità borghese al nostro lavoro.

È evidente che la questione ha anche un altro aspetto. È infatti indiscutibile che gli alti stipendi hanno un’influenza corruttrice sia sul potere sovietico (tanto più che, data la rapidità della rivoluzione, non poteva non attaccarsi a questo potere un certo numero di avventurieri e di malandrini, i quali, insieme con certi commissari [membri dei governi sovietici centrale e locali, emanazioni dei soviet, ndr] inetti e senza scrupoli, non sono alieni dall’inserirsi tra le “stelle di prima grandezza” ... nell’arte di saccheggiare il denaro pubblico), sia sulla massa operaia. Ma tutti gli elementi coscienti e onesti tra gli operai e i contadini poveri saranno d’accordo con noi e riconosceranno che non siamo in grado di liberarci d’un colpo dalla cattiva eredità del capitalismo e che l’unico modo di liberare la repubblica sovietica dal “tributo” di 50 o 100 milioni di rubli (tributo impostoci dal nostro ritardo nell’organizzare l’inventario e il controllo popolare, cioè dal basso), è quello di organizzare, rafforzare la disciplina nelle nostre file, liberandole da tutti coloro che “conservano l’eredità del capitalismo”, “osservano le tradizioni del capitalismo”, cioè i parassiti, i fannulloni, i saccheggiatori dell’erario (adesso tutta la terra, tutte le fabbriche, tutte le ferrovie sono “erario” della repubblica sovietica). Se gli elementi avanzati e coscienti fra gli operai e i contadini poveri riuscissero entro un anno, con l’aiuto delle istituzioni sovietiche, a organizzarsi, a darsi una disciplina, a galvanizzarsi, a creare una forte disciplina nel lavoro, noi potremmo allora scrollarci di dosso entro un anno questo “tributo”, che potremmo ridurre anche prima ... esattamente secondo i successi conseguiti dalla nostra disciplina nel lavoro e dalla nostra capacità di organizzazione operaia e contadina. Quanto più rapidamente noi, operai e contadini, impareremo ad applicare una migliore disciplina e una più elevata tecnica nel lavoro, utilizzando per questo gli specialisti borghesi, tanto più rapidamente ci libereremo da qualsiasi “tributo” verso questi specialisti.

Il nostro lavoro per organizzare, sotto la direzione del proletariato, l’inventario e il controllo di tutto il popolo sulla produzione e la distribuzione dei prodotti è in forte ritardo rispetto al nostro lavoro di diretta espropriazione degli espropriatori. Questo è un postulato fondamentale per comprendere le particolarità del momento attuale e i compiti del potere sovietico che ne derivano. Il centro di gravità nella lotta contro la borghesia si sposta verso l’organizzazione di questo inventario e di questo controllo. Solo partendo da questo si possono giustamente determinare i compiti immediati della politica economica e finanziaria per quanto concerne la nazionalizzazione delle banche, il monopolio del commercio estero, il controllo statale sulla circolazione monetaria, l’istituzione di una imposta sul patrimonio e sul reddito che sia soddisfacente dal punto di vista proletario, l’introduzione per tutti dell’obbligo di lavorare.

Con le trasformazioni socialiste in questi settori noi siamo in grave ritardo (e questi sono settori molto, ma molto importanti). Siamo in ritardo proprio perché l’inventario e il controllo in generale non sono sufficientemente organizzati. È evidente che questo compito è tra i più difficili, che con lo sfacelo creato dalla guerra esso può essere assolto solo lentamente. Ma non si deve dimenticare che appunto qui la borghesia - e soprattutto la numerosa piccola-borghesia e la borghesia contadina - ci dà asprissima battaglia, sabotando il controllo in via d’organizzazione, sabotando, ad esempio, il monopolio statale della distribuzione dei cereali, conquistando posizioni per la speculazione e il contrabbando. Noi siamo ancora ben lontani dall’aver applicato a sufficienza quanto abbiamo già stabilito nei nostri decreti. Il compito principale del momento è appunto quello di concentrare tutti gli sforzi nell’attuazione pratica, concreta dei principi di quelle trasformazioni che sono già diventate legge (ma non ancora realtà).

Per portare avanti la nazionalizzazione delle banche e proseguire fermamente l’opera volta a trasformare le banche in centri di contabilità pubblica nel regime socialista, bisogna innanzitutto e soprattutto ottenere reali successi, cioè aumentare il numero delle filiali della Banca nazionale, attirare i risparmiatori, facilitare al pubblico le operazioni di versamento e di prelevamento del denaro, eliminare le “code”, cogliere sul fatto e fucilare i concussionari e i furfanti, ecc. Prima mettere realmente in pratica le cose più semplici, organizzare per bene ciò che già esiste; poi affrontare le cose più complesse.

Consolidare e ordinare i monopoli statali già istituiti (sui cereali, sul cuoio, ecc.) e preparare così il monopolio statale del commercio estero; senza un tale monopolio non potremo “sottrarci” al dominio del capitale straniero pagandogli un “tributo”. Ma la possibilità stessa dell’edificazione socialista dipende dalla nostra capacità o meno di difendere la nostra indipendenza economica interna, per un certo periodo di tempo pagando un qualche tributo al capitale straniero.

Anche nella riscossione delle imposte in generale, e delle imposte sul patrimonio e sul reddito in particolare, siamo rimasti molto indietro. L’imposizione di tributi alla borghesia - misura assolutamente accettabile in linea di principio e meritevole dell’approvazione del proletariato - dimostra che noi a proposito di questo siamo ancora più vicini ai metodi di conquista (strappare la Russia ai ricchi per darla ai poveri), che ai metodi di amministrazione. Ma per diventare più forti e reggerci più fermamente sulle nostre gambe, dobbiamo passare a questi ultimi metodi: dobbiamo sostituire ai tributi imposti alla borghesia un’imposta sul patrimonio e sul reddito riscossa con regolarità e nella giusta misura, che renderà di più allo Stato proletario e che esige da noi appunto una maggiore organizzazione, una migliore impostazione dell’inventario e del controllo.

Il nostro ritardo nell’introdurre per tutti l’obbligo del lavoro mostra ancora una volta che all’ordine del giorno si pone appunto il lavoro di preparazione e di organizzazione: che, da un lato, dovrà consolidare definitivamente ciò che è stato conquistato e che, dall’altro, è necessario per preparare l’operazione di “accerchiamento” del capitale che lo costringerà a “capitolare”. Noi dovremmo cominciare immediatamente ad introdurre l’obbligo del lavoro, ma ad introdurlo con grande cautela e gradualità, verificando ogni passo alla luce dell’esperienza pratica e naturalmente cominciando, come primo passo, a introdurre il lavoro obbligatorio per i ricchi. L’istituzione di un libretto di lavoro e di consumo per ogni borghese, compresa la borghesia delle campagne, costituirebbe un serio passo verso il “completo” accerchiamento del nemico e l’istituzione di un inventario e di un controllo veramente popolari sulla produzione e sulla distribuzione dei prodotti.

 

L’importanza della battaglia per l’inventario e il controllo popolare

 

Lo Stato, che è stato per secoli un organo di oppressione e di spoliazione del popolo, ci ha lasciato in eredità l’odio e la sfiducia massima delle masse per tutto ciò che è statale. Superare questi sentimenti è un compito assai difficile, che può essere assolto solo dal potere sovietico, ma che richiede, da questo, lungo tempo e un’enorme perseveranza. Questa “eredità” si manifesta in modo particolarmente acuto nella questione dell’inventario e del controllo, questione capitale per la rivoluzione socialista all’indomani dell’abbattimento della borghesia. Passerà inevitabilmente un certo tempo prima che le masse, che si sono sentite per la prima volta libere dopo aver abbattuto i proprietari fondiari e la borghesia, comprendano non dai libri, ma dalla loro stessa esperienza sovietica - e sentano che senza un inventario e un controllo statale generale sulla produzione e la distribuzione dei prodotti, il potere dei lavoratori, la libertà dei lavoratori non si può mantenere e sarebbe inevitabile il ritorno sotto il giogo del capitalismo.

Tutte le abitudini e le tradizioni della borghesia in generale, e della piccola borghesia in particolare, si oppongono anch’esse al controllo statale, sostengono l’intangibilità delle "sacra proprietà privata”, della “sacra” impresa privata. Oggi constatiamo con particolare evidenza fino a qual punto è giusta la tesi marxista secondo cui l’anarchismo e l’anarco-sindacalismo sono correnti borghesi e quale insanabile contrasto li divide dal socialismo, dalla dittatura proletaria, dal comunismo. La battaglia per inculcare nelle masse l’idea del controllo e dell’inventario statale, sovietico, per realizzare in pratica questa idea, per rompere con il maledetto passato che aveva insegnato a considerare la lotta per il pane e per il vestiario come un affare “privato”, la compravendita come un mercato che “riguarda me solo”, è veramente la battaglia più grandiosa, d’importanza storica universale, che la coscienza socialista abbia intrapreso contro la spontaneità anarchico-borghese.

Il controllo operaio è stato istituito da noi per legge, ma con difficoltà comincia a penetrare nella vita e persino nella coscienza delle grandi masse del proletariato. Nella nostra agitazione noi non mettiamo abbastanza in rilievo, e gli operai e i contadini avanzati non ci pensano e non ne parlano abbastanza, che la mancanza di un controllo e di un inventario sulla produzione e la distribuzione dei prodotti uccide i germi del socialismo, dilapida l’erario (poiché tutti i beni ora appartengono all’erario, l’erario è il potere dei soviet, il potere della maggioranza dei lavoratori); che l’incuria nell’inventario e nel controllo costituisce una diretta complicità con i Kornilov tedeschi e russi [Kornilov è passato alla storia come il prototipo dei generali zaristi fautori dell’immediato annientamento militare dei soviet. Contro i soviet guidò le sue truppe già nell’estate del 1917, ma fu ucciso dall’Esercito rosso solo il 13 aprile 1918 nella battaglia di Ekaterinodar, ndr], i quali potranno rovesciare il potere dei lavoratori soltanto se non adempiremo i compiti dell’inventario e del controllo. Essi con l’aiuto di tutta la borghesia contadina, con l’aiuto dei cadetti, dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari di destra ci “attendono al varco”, aspettando il momento opportuno. Finché il controllo operaio non sarà divenuto una realtà, finché gli operai avanzati non avranno organizzato e condotto a termine una campagna vittoriosa e implacabile contro i violatori del controllo o contro coloro che lo trascurano, non si potrà dal primo passo (il controllo operaio) passare al secondo passo verso il socialismo, cioè passare alla regolamentazione operaia della produzione.

Lo Stato socialista può sorgere soltanto come una rete di comuni di produzione e di consumo, che calcolano coscienziosamente la loro produzione e i loro consumi, economizzano il lavoro, ne elevano costantemente la produttività, riuscendo così a ridurre la giornata lavorativa a sette, a sei ore e anche a meno.

A questo punto non possiamo fare a meno di organizzare un inventario e un controllo popolari rigorosissimi, un inventario e un controllo generali sul grano e sulla produzione del grano (e poi su tutti gli altri prodotti di prima necessità).

Il capitalismo ci ha lasciato in eredità organizzazioni di massa capaci di facilitare il passaggio all’inventario e al controllo di massa sulla ripartizione dei prodotti: le cooperative di consumo. In Russia esse sono meno sviluppate che nei paesi avanzati, ma tuttavia abbracciano oltre 10 milioni di persone. Il decreto sulle cooperative di consumo emanato in questi giorni costituisce un fatto estremamente significativo che dimostra chiaramente la situazione particolare e i compiti della repubblica socialista sovietica nel momento attuale. [Il decreto sulle cooperative di consumo fu approvato dal Consiglio dei commissari del popolo il 10 aprile, ratificato dal CEC l’11 aprile 1918 e pubblicato a firma di V. Ulianov (Lenin), presidente del Consiglio dei commissari del popolo sulla Pravda del 13 aprile e le Izvestia del CEC del 16 aprile 1918]. Il decreto è un accordo concluso con cooperative borghesi e con cooperative operaie rimaste legate a un punto di vista borghese.

L’accordo o il compromesso sta, in primo luogo, nel fatto che i rappresentanti delle dette istituzioni non solo hanno partecipato alla discussione del decreto, ma di fatto hanno anche avuto il diritto di voto deliberativo, giacché le parti del decreto che hanno incontrato una decisa opposizione da parte di queste istituzioni sono state soppresse. In secondo luogo, in sostanza, il compromesso consiste nella rinuncia del potere sovietico sia al principio dell’adesione gratuita alle cooperative (unico principio conseguentemente proletario) sia all’unificazione di tutta la popolazione di una determinata località in un’unica cooperativa. In deroga a questo principio - unico principio socialista che risponde allo scopo di eliminare le classi - è stato concesso il diritto di esistenza alle “cooperative operaie di classe” (che in questo caso si chiamano “di classe” solo perché sono subordinate agli interessi di classe della borghesia). In terzo luogo è stata molto attenuata la proposta avanzata dal potere sovietico di escludere completamente la borghesia dagli organi dirigenti delle cooperative: il divieto di entrare a far parte degli organi dirigenti è stato mantenuto solo per i proprietari di aziende commerciali e industriali capitaliste, private.

Se il proletariato, che agisce attraverso il potere sovietico, fosse riuscito a organizzare l’inventario e il controllo su scala statale, o almeno a gettare le basi di questo controllo, non ci sarebbe stata necessità di giungere a simili compromessi. Attraverso le sezioni annonarie dei soviet, attraverso gli organismi di approvvigionamento presso i soviet, avremmo raggruppato il ogni località la popolazione in un’unica cooperativa diretta dal proletariato, senza il concorso delle cooperative borghesi, senza far concessioni al principio puramente borghese che spinge la cooperativa operaia a restare tale accanto alla cooperativa borghese invece di sottomettere completamente a sé questa cooperativa borghese fondendo le due cooperative, assumendo così su di sé tutta la direzione e prendendo nelle proprie mani il compito di sorvegliare il consumo dei ricchi.

Concludendo un simile accordo con le cooperative borghesi, il potere sovietico ha definito concretamente i suoi compiti tattici e i suoi particolari metodi d’azione per la presente fase di sviluppo e cioè: dirigendo gli elementi borghesi, utilizzandoli, facendo loro certe concessioni parziali, noi creiamo le condizioni per un’avanzata che sarà più lenta di quello che avevamo inizialmente previsto, ma al tempo stesso più sicura, con basi e linee di comunicazione più solide, con posizioni più saldamente conquistate. I soviet possono (e devono) ora misurare i propri successi nell’edificazione socialista, tra l’altro, con un’unità di misura estremamente chiara, semplice, pratica: vedendo cioè in quante comunità (comuni o villaggi, quartieri, ecc.) sono sorte cooperative e in quale misura esse sono vicine ad abbracciare tutta la popolazione.

 

L’aumento della produttività del lavoro

 

In ogni rivoluzione socialista, dopo che è stato risolto il compito della conquista del potere da parte del proletariato e nella misura in cui si risolve nelle grandi linee il compito di espropriare gli espropriatori e di schiacciarne la resistenza, si pone necessariamente in primo piano il problema fondamentale di creare un regime sociale superiore al capitalismo, cioè precisamente: aumentare al produttività del lavoro , in relazione con questo (e a questo scopo), creare una superiore organizzazione del lavoro. Il nostro potere sovietico si trova appunto nella situazione in cui, grazie alle vittorie sugli sfruttatori, da Kerenski a Kornilov, ha ottenuto la possibilità di passare direttamente a questo compito, di affrontarlo in pieno. Qui diviene subito evidente che, mentre ci si può impadronire in pochi giorni di un potere centrale statale, mentre in poche settimane si può schiacciare la resistenza armata (e il sabotaggio) degli sfruttatori perfino nei diversi angoli di un grande paese, una soluzione durevole del problema di elevare la produttività del lavoro richiede in ogni caso (e soprattutto dopo una guerra straordinariamente dolorosa e devastatrice) parecchi anni. La lunga durata di questo lavoro va qui indubbiamente attribuita a circostanze oggettive.

L’aumento della produttività del lavoro esige anzitutto che siano garantite le basi materiali della grande industria: lo sviluppo della produzione dei combustibili, del ferro, delle macchine, dell’industria chimica. La repubblica sovietica russa si trova in condizioni favorevoli in quanto essa dispone - anche dopo la pace di Brest-Litovsk - di gigantesche riserve di minerali ferrosi (negli Urali), di combustibile nella Siberia occidentale (carbon fossile), nel Caucaso e nel Sud-est (petrolio), nel Centro (torba), di immense ricchezze forestali, idriche, di materie prime per l’industria chimica (Karbugaz), ecc. La trasformazione di queste ricchezze naturali con i metodi della tecnica più moderna fornirà la base a un progresso mai visto finora delle forze produttive.

Un’altra condizione per elevare la produttività del lavoro è in primo luogo lo sviluppo educativo e culturale della massa della popolazione: questo sviluppo procede ora con enorme rapidità, cosa che non vedono coloro che sono accecati dalla routine borghese e sono incapaci di comprendere quale slancio e quale spirito d’iniziativa si manifesta oggi negli “strati inferiori” del popolo grazie all’organizzazione sovietica. In secondo luogo condizione del progresso economico sono una maggiore disciplina dei lavoratori, una maggiore capacità, solerzia e intensità nel lavoro, una migliore organizzazione. Da questo punto i vista, se si dovesse credere a coloro che si lasciano spaventare dalla borghesia o che la servono per il proprio interesse, le cose andrebbero molto male da noi, sarebbero addirittura disperate. Ma costoro non capiscono che non v’è stata mai né vi può essere rivoluzione senza che i fautori del vecchio regime non gridino alla rovina, all’anarchia, ecc. È naturale che le masse che si sono appena scrollate di dosso un giogo di una barbarie inaudita, siano in profondo e vasto fermento, che l’elaborazione dei nuovi principi di disciplina del lavoro da parte delle masse sia un processo molto lungo, che una tale elaborazione non possa nemmeno cominciare prima della vittoria completa sui grandi proprietari fondiari e sulla borghesia. Ma, senza lasciarci minimamente prendere dalla disperazione, spesso artificiosa, che viene diffusa dai borghesi e dagli intellettuali legati alla borghesia (che disperano di mantenere i loro vecchi privilegi), noi non dobbiamo affatto nascondere i mali evidenti. Al contrario dobbiamo metterli in luce e intensificare i metodi sovietici di lotta contro di essi, poiché il successo del socialismo non è concepibile senza che lo spirito di disciplina proletaria cosciente abbia vinto la spontanea anarchia piccolo-borghese che è la premessa di una eventuale restaurazione del regime dei Kerenski e dei Kornilov.

L’avanguardia più cosciente del proletariato russo si è già posto il compito di elevare la disciplina del lavoro. Per esempio, nel CC del sindacato dei metallurgici e nel Consiglio centrale dei sindacati è cominciata un’elaborazione dei relativi provvedimenti e progetti di decreti. [Si tratta della Decisione sulla disciplina del lavoro adottata dal Consiglio dei sindacati di tutta la Russia, pubblicata sulla rivista Narodnoe Khoziaistvo (Economia nazionale), n. 2, aprile 1918].

Bisogna appoggiare questo lavoro e spingerlo avanti con tutte le forze. Bisogna mettere all’ordine del giorno, applicare praticamente e sperimentare il lavoro a cottimo. Bisogna applicare quel tanto che vi è di scientifico e di progressivo nel sistema Taylor, rendere il salario proporzionale ai risultati complessivi della produzione o del lavoro svolto dai trasporti ferroviari, marittimi, fluviali, ecc. [Si tratta del principio che deve regolare la distribuzione dei prodotti nella fase del socialismo: a ciascuno secondo il suo lavoro, ndr].

In confronto ai lavoratori delle nazioni progredite, il russo è un cattivo lavoratore. Non poteva essere altrimenti sotto il regime zarista in cui sopravvivevano i resti del regime feudale. Imparare a lavorare: ecco il compito che il potere dei soviet deve porre di fronte al popolo in tutta la sua ampiezza. L’ultima parola del capitalismo a questo proposito, il sistema Taylor - come tutti i progressi del capitalismo - combina in sé la crudeltà raffinata dello sfruttamento borghese e una serie di ricchissime conquiste scientifiche per quanto riguarda l’analisi dei movimenti meccanici durante il lavoro, l’eliminazione dei movimenti superflui e maldestri, l’elaborazione dei metodi di lavoro più razionali, l’introduzione dei migliori sistemi di inventario e di controllo, ecc. La repubblica sovietica deve a ogni costo assimilare tutto ciò che vi è di prezioso tra le conquiste della scienza e della tecnica in questo campo. La possibilità di realizzare il socialismo sarà determinata appunto dai successi che sapremo conseguire nel combinare il potere sovietico e l’organizzazione amministrativa sovietica con i più avanzati progressi del capitalismo. Bisogna introdurre in Russia lo studio e l’insegnamento del sistema Taylor, sperimentarlo e adattarlo sistematicamente. Mentre si opera per aumentare la produttività del lavoro bisogna al tempo stesso tener conto delle particolarità del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo, le quali da un lato esigono che siano gettate le basi dell’organizzazione socialista dell’emulazione e dall’altro richiedono l’uso della costrizione, sì che la parola d’ordine della dittatura del proletariato non sia oscurata dalla inconsistenza del potere proletario nella pratica.

 

L’organizzazione dell’emulazione

 

Nel novero delle assurdità che la borghesia diffonde volentieri a proposito del socialismo vi è quella secondo cui i socialisti negherebbero l’importanza dell’emulazione. In realtà solo il socialismo, eliminando le classi e, di conseguenza, l’asservimento delle masse, apre per la prima volta la strada a un’emulazione veramente di massa. È appunto l’organizzazione sovietica che, passando dalla democrazia formale della repubblica borghese all’effettiva partecipazione delle masse lavoratrici al governo, crea per la prima volta ampie possibilità per l’emulazione. Questo è molto più facile farlo nel campo politico che non in quello economico, ma è proprio quest’ultimo che è importante per il successo del socialismo.

Prendiamo un mezzo di organizzazione dell’emulazione come la stampa che rende di dominio pubblico i fatti economici. La repubblica borghese la garantisce solo formalmente ma di fatto essa assoggetta la stampa al capitale, diverte il “volgo con piccanti futilità politiche e nasconde ciò che avviene nei luoghi di lavoro, negli affari commerciali, nelle forniture, ecc., con il pretesto del “segreto commerciale” che tutela la “proprietà privata”. Il potere dei soviet ha abolito il segreto commerciale, si è messo su una strada nuova, ma per sfruttare la pubblicità dei fatti economici ai fini dell’emulazione economica non abbiamo fatto ancora quasi nulla. Bisogna mettersi sistematicamente al lavoro perché, accanto alla repressione implacabile contro la stampa borghese profondamente menzognera e sfrontatamente calunniatrice, si conduca un’azione per creare una stampa che non diverta e non inganni le masse con piccanti stupidità politiche, ma sottoponga al giudizio delle masse le questioni economiche di ogni giorno e le aiuti a studiarle seriamente. Ogni fabbrica, ogni villaggio è una comune di produzione e di consumo, che ha il diritto e il dovere di applicare a suo modo le disposizioni legislative sovietiche (“a suo modo” non nel senso di violarle o eluderle, ma nel senso della diversità delle forme di applicazione), di risolvere a suo modo il problema dell’inventario della produzione e della distribuzione dei prodotti. Nel regime capitalista questo era un “affare privato” del singolo capitalista, grande proprietario fondiario o kulak. Sotto il potere sovietico non è un affare privato, ma un importantissimo affare di Stato.

Noi però non abbiamo ancora quasi per nulla affrontato l’enorme, difficile, ma fecondo lavoro di organizzare l’emulazione tra le comuni, per introdurre il controllo pubblico nel processo di produzione dei cereali, dell’abbigliamento, ecc., per trasformare i rendiconti aridi, morti, burocratici in vivi esempi che respingano o attraggano. Con il metodo di produzione capitalista l’importanza del singolo esempio, poniamo di una qualsiasi cooperativa di produzione, era per forza di cose limitatissima; solo l’illusione piccolo-borghese poteva sognare di “emendare” il capitalismo, influenzandolo con il modello di ottime istituzioni. Dopo che il potere politico è passato nelle mani del proletariato e che gli espropriatori sono stati espropriati, le cose mutano radicalmente e - come i più illustri socialisti hanno più volte indicato - la forza dell’esempio acquista per la prima volta la possibilità di esercitare una sua azione di massa. Le comuni modello debbono servire e serviranno da centri di educazione, di istruzione, di incitamento delle altre comuni. La conoscenza diffusa delle questioni economiche deve servire da strumento dell’edificazione socialista, facendo conoscere in tutti i particolari i successi conseguiti dalle comuni modello, studiando le cause dei loro successi, i metodi della loro gestione e mettendo, d’altro lato, “sul libro nero” le comuni che si ostinano a conservare le “tradizioni del capitalismo”, cioè l’anarchia, la negligenza, il disordine, la speculazione. Nella società capitalista la statistica era oggetto di competenza esclusiva dei “funzionari statali” o di ristretti circoli di specialisti: noi dobbiamo portarla tra le masse, popolarizzarla, affinché i lavoratori imparino gradualmente a capire e a vedere da sé come e quanto si deve lavorare, come e quanto si può riposare, affinché il confronto tra i risultati economici delle singoli comuni divenga oggetto di interesse e di studio generale, affinché le comuni migliori vengano immediatamente premiate (con la riduzione per un certo periodo della giornata lavorativa, con l’aumento dei salari, con l’assegnazione di una maggior quantità di beni e valori culturali o estetici, ecc.).

Quando una nuova classe appare sulla scena della storia in veste di guida e dirigente della società, ciò non avviene mai senza un periodo di violentissimi “scossoni”, di perturbazioni, di lotte e di tempeste, da un lato; e di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni, di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva, dall’altro. L’agonizzante nobiltà feudale si vendicava della borghesia vittoriosa che la soppiantava, non soltanto con complotti, tentativi di rivolta e di restaurazione, ma anche con torrenti di scherno contro l’incapacità, la goffaggine, gli errori dei “nuovi ricchi”, degli “sfrontati” che avevano osato prendere nelle loro mani il “sacro timone” dello Stato senza avere la preparazione secolare dei principi, dei baroni, dei nobili, dei magnati. Esattamente come oggi in Russia i Kornilov e i Kerenski, i Gots e i Martov, tutta questa confraternita di eroi dell’affarismo e dello scetticismo borghese, si vendicano della classe operaia per il suo “temerario” tentativo di prendere il potere.

È evidente che occorrono non settimane, ma lunghi mesi o anni perché la nuova classe sociale, e tra l’altro una classe finora oppressa, schiacciata dal bisogno e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, a orientarsi, a organizzare il proprio lavoro, a esprimere i propri organizzatori. È chiaro che il partito che dirige il proletariato rivoluzionario non ha potuto acquistare la pratica e l’esperienza dei grandi provvedimenti organizzativi validi per milioni e decine di milioni di cittadini e che la trasformazione dei vecchi metodi, quasi esclusivamente agitatori, richiede molto tempo. Ma non v’è qui nulla di impossibile. Una volta che avremo acquisito la chiara coscienza della necessità di questo mutamento, la salda decisione di realizzarlo e la tenacia nel perseguire questo grandioso e difficile compito, noi saremo capaci di adempierlo. Nel “popolo”, cioè tra gli operai e coloro che non sfruttano il lavoro altrui, c’è una vera e propria massa di talenti organizzativi; il capitale li ha oppressi, soffocati, respinti a migliaia; noi non sappiamo ancora scoprirli, incoraggiarli, elevarli, portarli avanti. Ma impareremo, se ci accingeremo a farlo con tutto l’entusiasmo rivoluzionario, senza il quale non vi possono essere rivoluzioni vittoriose.

Nella storia non è mai avvenuto un profondo e possente movimento popolare senza che apparisse una schiuma fangosa, senza che agli inesperti innovatori non si aggregassero avventurieri e furfanti, fanfaroni e schiamazzatori, senza un’assurda baraonda e confusione, senza vano affaccendarsi, senza che certi “capi” tentassero di accingersi a venti imprese senza portarne a termine neppure una. Guaiscano e abbaino pure i botoli della società borghese, da Bielorussov a Martov, per ogni scheggia in più che vola durante il taglio della grande, vecchia foresta! Per questo appunto sono botoli, perché abbaiano contro l’elefante proletario (la maggior parte di loro, naturalmente, quanto più è corrotta dai costumi borghesi tanto più volentieri grida alla corruzione degli operai). Abbaino pure! Noi seguiremo la nostra strada cercando di sperimentare e di individuare, con la maggior cautela e pazienza possibile, i veri organizzatori, gli uomini di sano intelletto e dotati di spirito pratico, gli uomini che uniscono alla fedeltà verso il socialismo la capacità di organizzare senza chiasso (e nonostante la confusione e il chiasso) il lavoro comune energico e concorde di un grande numero di persone nel quadro dell’organizzazione sovietica. Soltanto questi uomini, dopo essere stati messi dieci volte alla prova e promossi dai compiti più semplici ai più difficili, devono essere portati a ricoprire i posti di responsabilità, di dirigenti del lavoro del popolo, di dirigenti dell’amministrazione. Non abbiamo ancora imparato a farlo, ma impareremo.

 

“Buona organizzazione” e dittatura

 

La risoluzione dell’ultimo congresso dei soviet (tenuto a Mosca) pone come primissimo compito del momento la creazione di una “organizzazione funzionale” e il rafforzamento della disciplina. [Si tratta del IV Congresso straordinario dei soviet di tutta la Russia, tenutosi a Mosca tra il 14 e il 16 marzo 1918. La ricoluzione è riportata in Opere vol. 29, pagg. 178-179]. Tutti ora “votano” e “sottoscrivono” volentieri risoluzioni di questo genere, ma di solito non riflettono molto sul fatto che per metterle in pratica è necessaria la costrizione e precisamente la costrizione sotto forma di dittatura. Sarebbe tra l’altro una grossissima sciocchezza e ridicolissimo utopismo ritenere che senza costrizione e senza dittatura sia possibile passare dal capitalismo al socialismo. Già da molto tempo e con la maggiore decisione la teoria di Marx ha criticato questa assurdità anarchica e piccolo-borghese. La Russia del 1917-1918 conferma la teoria di Marx a questo riguardo in modo così evidente, tangibile e persuasivo, che solo uomini irrimediabilmente ottusi o testardamente decisi al rifiuto della verità possono ancora sbagliare a questo proposito. O la dittatura di Kornilov (se lo si considera il tipo russo del Cavaignac borghese [nome del generale che nel giugno 1848 schiacciò militarmente il popolo di Parigi insorto contro la repubblica borghese, ndr]), o la dittatura del proletariato:  per un paese che compie uno sviluppo estremamente rapido segnato da svolte eccezionalmente brusche, in preda al più tremendo sfacelo creato dalla più crudele delle guerre, non si può nemmeno parlare di un’altra via d’uscita. Tutte le soluzioni intermedie sono un tentativo della borghesia di ingannare il popolo, della borghesia che non può dire la verità, che non può dire di aver bisogno di un Kornilov; oppure sono un’ottusa escogitazione di democratici piccolo-borghesi, dei Cernov, Tsereteli e Martov, con le loro chiacchiere sull’unità della democrazia, sulla dittatura della democrazia, sul fronte comune della democrazia e altre sciocchezze simili. Chi non ha imparato nemmeno da tutto il corso della rivoluzione russa del 1917-1918 che le soluzioni intermedie non sono possibili, è un uomo da non prendere in alcuna considerazione.

D’altro canto non è difficile convincersi che in ogni periodo di transizione dal capitalismo al socialismo la dittatura è necessaria per due ragioni principali o in due principali direzioni.

In primo luogo, non si può vincere e sradicare il capitalismo senza schiacciare implacabilmente la resistenza degli sfruttatori, che non possono essere privati di colpo delle loro ricchezze, dei loro vantaggi nel campo dell’organizzazione e del sapere e quindi, per un periodo abbastanza lungo, tenteranno inevitabilmente di rovesciare l’odiato potere dei poveri.

In secondo luogo, ogni grande rivoluzione, e in particolare la rivoluzione socialista, anche se non ci fosse una guerra esterna, è inconcepibile senza una guerra interna, cioè una guerra civile, che significa uno sfacelo ancora maggiore della guerra esterna, che significa migliaia e milioni di casi di esitazione e di passaggio dall’uno all’altro campo, che significa uno stato di estrema incertezza, di squilibrio, di caos.

È naturale che in una rivoluzione così profonda tutti gli elementi di disgregazione della vecchia società, inevitabilmente assai numerosi e collegati soprattutto con la piccola borghesia (giacché questa è la più colpita e rovinata da ogni guerra e da ogni crisi), non possono “non manifestarsi”. Questi elementi disgregatori non possono “manifestarsi” altrimenti che moltiplicando i delitti, gli atti di teppismo, la corruzione, la speculazione e altre malefatte di ogni genere. Per far fronte a tutto questo ci vuole tempo e ci vuole un pugno di ferro.

Nella storia non c’è stata mai una grande rivoluzione in cui il popolo non l’abbia sentito istintivamente e non abbia mostrato salutare fermezza fucilando i ladri sul posto. Il guaio delle precedenti rivoluzioni è stato che l’entusiasmo rivoluzionario delle masse, che sosteneva il loro stato di tensione e dava loro la forza di reprimere senza pietà gli elementi disgregatori, non durava a lungo. La causa sociale, cioè di classe, di questa instabilità dell’entusiasmo rivoluzionario delle masse, era la debolezza del proletariato, l’unico e il solo che sia in grado (se è abbastanza numeroso, cosciente e disciplinato) di raccogliere intorno a sé la maggioranza dei lavoratori e degli sfruttati (la maggioranza dei poveri, per parlare in modo più semplice e popolare) e di conservare il potere abbastanza a lungo per reprimere definitivamente sia tutti gli sfruttatori che tutti gli elementi di disgregazione.

Questa esperienza storica di tutte le rivoluzioni, questa lezione economica e politica derivante dalla storia universale, fu riassunta da Marx nella formula breve, netta, precisa e chiara: dittatura del proletariato. Che la rivoluzione russa si sia accinta in modo giusto all’attuazione di questo compito d’importanza storica universale, è dimostrato dalla marcia trionfale che l’organizzazione sovietica ha compiuto tra tutti i popoli e le nazionalità della Russia. Giacché il potere sovietico non è altro che la forma organizzativa della dittatura del proletariato, della dittatura della classe più avanzata, che eleva a una nuova forma di democrazia, alla partecipazione autonoma al governo dello Stato decine e decine di milioni di lavoratori e di sfruttati, i quali imparano per propria esperienza a vedere nell’avanguardia disciplinata e cosciente del proletariato la loro guida più sicura.

Ma dittatura è una grande parola e le grandi parole non possono essere gettate al vento. La dittatura è un potere ferreo, rapido e audace in senso rivoluzionario, implacabile nella repressione sia degli sfruttatori che dei criminali. Il nostro potere invece è eccessivamente mite, addirittura più simile alla gelatina che al ferro. Non bisogna dimenticare nemmeno un istante che gli elementi borghesi e piccolo-borghesi combattono contro il potere sovietico in due modi: da un lato agendo dall’esterno, con i metodi dei Savinkov, dei Gots, dei Ghegheckori, dei Kornilov, con complotti e rivolte e con la loro sudicia espressione “ideologica”: i fiumi di menzogne e di calunnie che appaiono sulla stampa dei cadetti, dei socialisti-rivoluzionari di destra e dei menscevichi; dall’altro lato, questo elemento agisce dall’interno, sfruttando ogni elemento di disgregazione, ogni debolezza per corrompere, per aggravare l’indisciplina, la trascuratezza, il caos. Quanto più ci avviciniamo alla completa vittoria sulla rivolta armata della borghesia, tanto più è l’elemento anarchico piccolo-borghese che diviene pericoloso per noi. La lotta contro questo elemento non va condotta soltanto con la propaganda e l’agitazione, soltanto organizzando l’emulazione, soltanto con la selezione degli organizzatori: la lotta va condotta anche con la costrizione.

A mano a mano che il compito fondamentale del potere diventerà non più la repressione di carattere militare ma l’amministrazione, la tipica manifestazione della repressione e della coercizione non sarà più la fucilazione sul posto, ma il processo in tribunale. Anche da questo punto di vista, dopo il 25 ottobre 1917 le masse hanno imboccato la strada giusta e hanno dimostrato la vitalità della rivoluzione cominciando a organizzare i loro tribunali operai e contadini ancora prima che qualunque decreto sancisse lo scioglimento dell’apparato giudiziario burocratico-borghese. Ma i nostri tribunali rivoluzionari e popolari sono eccessivamente, incredibilmente deboli. Si sente che non è stata ancora definitivamente battuta la concezione lasciataci in eredità dal giogo dei grandi proprietari fondiari e della borghesia, la concezione per cui il popolo considera il tribunale come qualcosa di burocraticamente estraneo. Non c’è sufficiente coscienza del fatto che ora invece il tribunale è un organo destinato a far partecipare tutti i poveri alla direzione dello Stato (giacché l’attività giudiziaria è una delle funzioni dell’amministrazione dello Stato); che il tribunale ora è l’organo del potere del proletariato e dei contadini poveri; che il tribunale ora è diventato uno strumento di educazione alla disciplina. Non c’è abbastanza coscienza del fatto, così semplice ed evidente, che se i mali principali della Russia sono la fame e la disoccupazione perché le fabbriche sono ferme, nessuno slancio potrà vincere questa calamità: la potrà vincere solo un’organizzazione e una disciplina generale di tutto il popolo, che consentirà di aumentare la produzione del pane per gli uomini e del pane per l’industria (il combustibile), di trasportarlo in tempo utile e di distribuirlo in modo giusto; che perciò chiunque trasgredisce la disciplina del lavoro in qualsiasi azienda, in qualsiasi officina, in qualsiasi impresa è colpevole delle sofferenze causate dalla carestia e dalla disoccupazione; che i colpevoli devono essere scoperti, trascinati davanti al tribunale e puniti senza pietà. L’elemento piccolo-borghese contro il quale dobbiamo ora condurre la lotta più perseverante, si rivela appunto nella scarsa coscienza del nesso economico e politico esistente tra la carestia e la disoccupazione da un lato e la negligenza di tutti e di ciascuno nel campo dell’organizzazione e della disciplina dall’altro; nell’ostinata concezione piccolo-borghese: riempiamo il nostro sacco il più possibile e poi avvenga quel che avvenga!

Nel settore delle ferrovie, che forse incarnano nel modo più evidente i nessi economici tra le varie parti dell’organismo creato dal grande capitale, questa lotta dell’elemento della negligenza piccolo-borghese contro lo spirito di organizzazione del proletario si manifesta con particolare evidenza. L’elemento “amministrativo” fornisce sabotatori e concussionari in grande abbondanza; l’elemento proletario nella sua parte migliore lotta per la disciplina; ma nell’uno e nell’altro elemento, naturalmente, vi sono molti esitanti, “deboli”, incapaci di resistere alla “tentazione” delle speculazioni, delle bustarelle, del lucro personale ottenuto a danno di tutto l’apparato, dal buon funzionamento del quale dipende la vittoria sulla fame e la disoccupazione.

Caratteristica è la lotta che si è accesa su questo terreno intorno all’ultimo decreto sull’amministrazione delle ferrovie, decreto che conferisce pieni poteri, poteri dittatoriali (o “poteri illimitati”) a singoli dirigenti. [Si tratta del decreto del Consiglio dei commissari del popolo Sulla centralizzazione della direzione, la tutela delle vie di comunicazione e il loro migliore esercizio. Il decreto fu approvato dal Consiglio il 23 marzo 1918 e pubblicato il 26 marzo con la firma di Lenin]. I rappresentanti coscienti (ma per lo più, probabilmente, incoscienti) della negligenza piccolo-borghese hanno voluto vedere nel conferimento di poteri “illimitati” (cioè dittatoriali) a singole persone una deroga dal principio della collegialità, dalla democraticità e dai principi del potere sovietico. Tra i socialisti-rivoluzionari di sinistra si è sviluppata qua e là contro il decreto sui poteri dittatoriali un’agitazione veramente teppistica, che faceva cioè appello ai peggiori istinti e alla tendenza piccolo-proprietaria di “riempire il nostro sacco”.

La questione ha assunto veramente una enorme importanza: in primo luogo, in linea di principio la designazione di singole persone investite di poteri illimitati, dittatoriali, è o no compatibile con i principi fondamentali del potere sovietico; in secondo luogo, quale rapporto esiste tra questo caso, se volete questo precedente e i compiti specifici del potere nell’attuale situazione concreta. Su ambedue le questioni bisogna soffermarsi con la massima attenzione.

- Che nella storia dei movimenti rivoluzionari la dittatura di singoli individui sia stata assai spesso espressione, veicolo, strumento della dittatura delle classi rivoluzionarie, lo dimostra l’inconfutabile esperienza della storia. Che la democrazia borghese sia stata compatibile con la dittatura di singoli è fuor di dubbio. Ma su questo punto i denigratori borghesi del potere sovietico, nonché i loro tirapiedi piccolo-borghesi, dimostrano sempre una grande destrezza: da una parte dichiarano che il potere sovietico è semplicemente qualcosa di assurdo, di anarchico, di selvaggio, eludendo accuratamente tutti i nostri paralleli storici e tutte le nostre dimostrazioni teoriche che provano come i soviet costituiscano la forma superiore di democrazia, anzi di più, l’inizio della forma socialista della democrazia; dall’altra parte invece essi esigono da noi una forma di democrazia più alta di quella borghese e dicono: con la vostra democrazia sovietica, bolscevica (cioè non borghese, ma socialista), la dittatura personale è assolutamente incompatibile.

Sono ragionamenti che non stanno in piedi. Se non siamo anarchici, dobbiamo ammettere la necessità di uno Stato, cioè della coercizione, per il passaggio dal capitalismo al socialismo. La forma della coercizione è determinata dal grado di sviluppo della classe rivoluzionaria, poi da particolari circostanze, come, ad esempio, l’eredità di una guerra lunga e reazionaria, infine dalle forme di resistenza della borghesia e della piccola borghesia. Perciò non vi è decisamente nessuna contraddizione di principio tra la democrazia sovietica (cioè socialista) e l’impiego del potere dittatoriale di singoli individui. La differenza tra la dittatura proletaria e la dittatura borghese è anzitutto che la prima dirige i suoi colpi contro la minoranza sfruttatrice nell’interesse della maggioranza sfruttata, poi che essa è realizzata - anche attraverso i singoli individui - non solo dalle masse lavoratrici e sfruttate, ma anche da organizzazioni costituite in modo tale da risvegliare queste masse e portarle all’altezza dell’azione storicamente creativa (le organizzazioni sovietiche appartengono a questo tipo di organizzazioni).

- Sulla seconda questione, cioè sull’importanza di un potere dittatoriale personale dal punto di vista dei compiti specifici del momento attuale, bisogna dire che qualsiasi grande industria meccanica - cioè appunto la fonte materiale, produttiva e il fondamento del socialismo - esige un’assoluta e rigorosissima unità di volontà, che diriga il lavoro comune di centinaia, migliaia e decine di migliaia di uomini. Tecnicamente, economicamente, storicamente questa necessità è evidente e tutti coloro che pensano al socialismo l’hanno sempre riconosciuta come una sua condizione. Ma come può essere assicurata la più rigorosa unità di volontà? Con la sottomissione della volontà di migliaia di persone alla volontà di uno solo.

Se i partecipanti al lavoro comune danno prova di una coscienza e di uno spirito di disciplina ideali, questa sottomissione può ricordare più che altro la direzione delicata di un direttore d’orchestra. Se non c’è questa disciplina e questa coscienza ideale, può assumere le dure forme della dittatura. Ma, in un modo ciò nell’altro, la sottomissione senza riserve ad un’unica volontà è assolutamente necessaria per il successo dei processi di lavoro organizzato sul modello della grande industria meccanica. Per le ferrovie essa è due volte, tre volte necessaria.

È appunto questo passaggio da un compito politico all’altro compito economico, esteriormente del tutto diverso, che costituisce tutta l’originalità del momento attuale. La rivoluzione ha appena spezzato le più antiche, solide e pesanti catene a cui le masse erano state assoggettate dal regime del bastone. Questo accadeva ieri. Ma oggi la rivoluzione stessa, e proprio nell’interesse del suo sviluppo e del suo consolidamento, nell’interesse del socialismo, esige la sottomissione senza riserve delle masse alla volontà unica di chi dirige il processo lavorativo ed è chiaro che un tale passaggio non è pensabile avvenga di colpo. È chiaro che esso è realizzabile solo a prezzo di fortissimi urti, scosse, ritorni all’antico, di una enorme tensione di energie da parte dell’avanguardia proletaria che guida il popolo verso la creazione del nuovo. A questo non pensano coloro che cadono in preda all’isterismo filisteo della Novaia Gizn o del Vperiod, del Dielo Naroda o del Nasc Viekh.

Prendete la mentalità del rappresentante medio, di base, della massa lavoratrice sfruttata e confrontatela con le condizioni materiali, oggettive della sua vita sociale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre egli non aveva ancora visto nella realtà che le classi possidenti, sfruttatrici, sacrificassero qualcosa di effettivamente serio per le classi sfruttate, che agissero in loro favore. Egli non aveva ancora visto che gli dessero la terra più volte promessa e la libertà, che gli dessero la pace, che rinunciassero agli interessi della “posizione di grande potenza” e ai trattati segreti da grande potenza, che rinunciassero al capitale e ai profitti. Questo l’ha visto solo dopo il 25 ottobre 1917, allorché ha preso tutto questo da sé con la forza e con la forza ha poi dovuto difenderlo dai Kerenski, dai Gotz, dai Ghegheckori, dai Dutov, dai Kornilov. Si capisce che per un certo tempo tutta la sua attenzione, tutti i suoi pensieri e le sue forze sono stati tesi esclusivamente a uno scopo: tirare il fiato, raddrizzare la schiena, guardarsi intorno, afferrare i beni della vita che aveva a portata di mano, che ora gli era possibile prendere e che gli sfruttatori ora abbattuti non gli avevano mai concesso. Si capisce che è necessario un certo tempo prima che il rappresentante medio della massa non solo veda con i propri occhi e si convinca, ma senta anche che non si può semplicemente “prendere”, afferrare, strappare, che ciò aggrava lo sfacelo, porta alla rovina, al ritorno dei Kornilov. Il mutamento nelle condizioni di vita (e quindi anche nella mentalità) della grande massa lavoratrice comincia appena.

Tutto il nostro compito, il compito del partito comunista (bolscevico), che è I’espressione cosciente delle aspirazioni degli sfruttati all’emancipazione, è di rendersi conto di questo mutamento, di comprenderne la necessità, di mettersi alla testa delle masse esauste e che cercano stancamente una via d’uscita, di condurle sulla giusta via, sulla via della disciplina nel lavoro, sulla via che permetta di conciliare il compito di discutere nelle riunioni sulle condizioni di lavoro con il compito di obbedire senza riserve alla volontà del dirigente, del dittatore sovietico, durante il lavoro.

I borghesi, i menscevichi, gli uomini della Novaia Gizn, che vedono solo il caos, la confusione, le esplosioni di egoismo piccolo-proprietario, ridono della “mania delle riunioni” e ancor più spesso se ne fanno malignamente beffe. Ma senza le riunioni la massa degli oppressi non potrebbe mai passare dalla disciplina imposta dagli sfruttatori alla disciplina cosciente e volontaria. Discutere nelle riunioni, questo è appunto la vera democrazia dei lavoratori, il loro modo di raddrizzare la schiena, di risvegliarsi a una nuova vita, ciò che fa fare loro i primi passi su un terreno che essi stessi hanno ripulito dai rettili (sfruttatori, imperialisti, proprietari fondiari, capitalisti) ma che vogliono imparare a organizzare da soli a loro modo, per se stessi, in base ai principi del loro potere sovietico e non di un potere estraneo, aristocratico, borghese. Occorreva appunto la vittoria dell’Ottobre che i lavoratori hanno riportato sugli sfruttatori, occorreva un’intera fase storica in cui i lavoratori cominciassero a discutere essi stessi le nuove condizioni di vita e i nuovi compiti, perché diventasse possibile un passaggio durevole a forme superiori di disciplina nel lavoro, a una cosciente assimilazione della necessità della dittatura del proletariato, alla sottomissione senza riserve alle disposizioni impartite dai singoli rappresentanti del potere sovietico durante il lavoro.

Questo passaggio è cominciato ora.

Noi abbiamo realizzato con successo il primo compito della rivoluzione, abbiamo visto le masse lavoratrici creare in se stesse la condizione fondamentale del suo successo, cioè l’unione degli sforzi contro gli sfruttatori per rovesciarli. Tappe come l’ottobre 1905, il febbraio e l’ottobre del 1917, hanno un’importanza storica universale.

Noi abbiamo realizzato con successo il secondo compito della rivoluzione: risvegliare e sollevare proprio quegli strati sociali “inferiori”, che gli sfruttatori avevano spinto in basso e che solo dopo il 25 ottobre 1917 hanno avuto piena libertà di rovesciare gli sfruttatori e di incominciare a guardarsi intorno ed a organizzarsi a modo loro. Le riunioni proprio della massa dei lavoratori più oppressa, più calpestata e meno preparata, il suo passaggio dalla parte dei bolscevichi, la creazione da parte sua della propria organizzazione sovietica in ogni dove: ecco la seconda grande tappa della rivoluzione.

Incomincia la terza tappa. Dobbiamo consolidare ciò che noi stessi abbiamo conquistato, che noi stessi abbiamo decretato, legiferato, discusso, tracciato. Dobbiamo consolidarlo nelle forme stabili di una quotidiana disciplina del lavoro. È il compito più difficile, ma anche il più fecondo, giacché solo quando saremo riusciti ad adempierlo potremo avere degli ordinamenti socialisti. Bisogna imparare a unire insieme lo spirito democratico impetuoso, violento come la piena primaverile che trabocca da tutte le rive, amante delle discussioni e delle riunioni, lo spirito che è proprio delle masse lavoratrici, con una disciplina ferrea durante il lavoro, con la sottomissione senza riserve alla volontà di una sola persona, del dirigente sovietico, durante il lavoro.

Questo non l’abbiamo ancora imparato.

Ma lo impareremo.

Ieri la restaurazione dello sfruttamento borghese ci ha minacciato nella persona dei Kornilov, dei Gots, dei Dutov, dei Ghegheckori, dei Bogaievski. Noi li abbiamo vinti. Questa restaurazione, la stessa restaurazione, ci minaccia oggi in altra forma, nella forma dell’elemento piccolo-borghese della negligenza e dell’anarchismo, nell’elemento piccolo-proprietario che dice: “non è cosa che mi riguardi”; nella forma di piccoli ma numerosi attacchi e colpi quotidiani che questo elemento porta allo spirito di disciplina proletario. Dobbiamo vincere questo elemento di anarchia piccolo-borghese e lo vinceremo.

 

Lo sviluppo dell’organizzazione sovietica

 

Il carattere socialista della democrazia sovietica - cioè proletaria, nella sua applicazione concreta, attuale - in primo luogo consiste nel fatto che gli elettori sono le masse lavoratrici sfruttate e che la borghesia è esclusa; in secondo luogo consiste nel fatto che tutte le formalità burocratiche e le limitazioni elettorali sono cessate, le masse stesse fissano il sistema e i termini delle elezioni e hanno piena libertà di revocare gli eletti; in terzo luogo consiste nel fatto che si crea una migliore organizzazione di massa dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, che permette a questo ultimo di dirigere le più larghe masse degli sfruttati, di farle partecipare a una vita politica autonoma, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza; così per la prima volta ci si accinge a far sì che realmente tutta la popolazione impari a governare e comincia a governare.

Queste sono le caratteristiche principali che distinguono la forma di democrazia che ha trovato applicazione in Russia e che è il più alto tipo di democrazia, il quale segna la rottura con la deformazione borghese della democrazia e il passaggio alla democrazia socialista e a condizioni che permettono allo Stato di cominciare ad estinguersi. [Per una sintetica ma efficace esposizione dell’attuazione che questa concezione esposta da Lenin ebbe nella storia dell’Unione Sovietica fino a quando nel 1956 nel Partito comunista sovietico prevalse la destra, vedi l’opuscolo I primi paesi socialisti di Marco Martinengo, Edizioni Rapporti Sociali 2003, ndr].

Va da sé che dell’elemento della disorganizzazione piccolo-borghese (che in ogni rivoluzione proletaria si manifesterà inevitabilmente in maggiore o minor misura e che nella nostra rivoluzione, a causa del carattere piccolo-borghese del paese, della sua arretratezza e delle conseguenze della guerra reazionaria, si manifesta con particolare energia) non può non esserci l’impronta anche nei soviet.

Dobbiamo lavorare senza soste a sviluppare l’organizzazione dei soviet e del potere sovietico. Vi è una tendenza piccolo-borghese a trasformare i membri dei soviet in “parlamentari” o, d’altra parte, in burocrati. Bisogna combattere questa tendenza, facendo partecipare praticamente all’amministrazione tutti i membri dei soviet. In molte località le sezioni dei soviet si trasformano in organi che a poco a poco si fondono con i commissariati: questa è la via da seguire. Il nostro scopo è di far partecipare praticamente tutti i poveri all’amministrazione dello Stato. Tutti i passi compiuti per attuare questo obiettivo - e quanto più vari saranno, meglio sarà - devono essere accuratamente registrati, studiati, classificati, verificati sulla base di una più ampia esperienza, trasformati in leggi. Il nostro scopo è di far sì che ogni lavoratore, dopo aver terminato le “lezioni” delle otto ore di lavoro produttivo, adempia gratuitamente le funzioni statali: il passaggio a tutto questo è particolarmente difficile, ma solo in esso è la garanzia del definitivo consolidamento del socialismo. La novità e la difficoltà del cambiamento provocano, naturalmente, una gran quantità di passi compiuti, per così dire, a tentoni, una gran quantità di errori, di esitazioni, senza di che non vi può essere nessun deciso movimento in avanti. Tutta l’originalità della situazione che attraversiamo consiste, dal punto di vista di molti che vogliono essere considerati socialisti, nel fatto che la gente si è abituata a contrapporre astrattamente il socialismo al capitalismo e tra questo e quello mettono acutamente la parola “salto” (alcuni, ricordando singoli brani letti negli scritti di Engels [AntiDühring], con acume ancora maggiore aggiungevano: “il salto dal regno della necessità al regno della libertà”). Ma la maggior parte di questi sedicenti socialisti, che il socialismo “lo hanno letto nei libri” ma non hanno mai penetrato seriamente i suoi problemi, non sono riusciti a comprendere che per “salto” i maestri del socialismo intendevano una svolta costituita da rivolgimenti della storia mondiale e che salti di questo genere abbracciano periodi di dieci anni e anche più.

Naturalmente la famosa “intellettualità” fornisce in questi periodi un gran numero di prediche: una piange l’Assemblea costituente, l’altra la disciplina borghese, la terza l’ordine capitalista, la quarta il grande proprietario fondiario bene educato, la quinta la posizione di grande potenza imperialista e così via. La cosa veramente interessante nell’epoca dei grandi salti è che l’abbondanza di rovine del passato, che a volte si ammassano più rapidamente di quanto non appaiono i germi del nuovo (non sempre visibili immediatamente), esige che si sappia individuare l’essenziale nella linea o nella catena dello sviluppo. Vi sono momenti storici in cui per il successo della rivoluzione la cosa più importante di tutte è accumulare più rovine possibili, cioè far saltare in aria il maggior numero possibile di vecchie istituzioni. Vi sono momenti in cui si è fatto saltare abbastanza e sopravviene il lavoro “prosaico” (“noioso” per il rivoluzionario piccolo-borghese) di ripulire il terreno dalle rovine. Vi sono momenti in cui la cosa più importante è curare con sollecitudine i germi del nuovo che crescono tra le rovine in un terreno che ancora è stato solo in minima parte ripulito dalle macerie.

Non basta essere rivoluzionario e fautore del socialismo o comunista in generale. Bisogna saper trovare in ogni particolare momento il particolare anello della catena a cui bisogna aggrapparsi con tutte le forze, per reggere tutta la catena e preparare un sicuro passaggio all’anello successivo, ma attenzione: l’ordine degli anelli, la loro forma, il loro concatenarsi, i tratti che li distinguono l’uno dall’altro nella catena storica degli avvenimenti, non sono così semplici né così grossolani come in una comune catena forgiata da un fabbro.

La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i soviet al “popolo”, cioè ai lavoratori e agli sfruttati, dalla duttilità e dalla elasticità di questi legami. I parlamenti borghesi, anche della migliore repubblica capitalista che esista al mondo quanto a livello democratico, non sono mai considerati dai poveri come “loro” istituzioni. I soviet invece, per le masse degli operai e dei contadini, sono una cosa “loro” non estranea. I “socialdemocratici” contemporanei, del tipo di Scheidemann [capo dei socialdemocratici tedeschi al servizio della borghesia imperialista durante la Grande Guerra e negli anni successivi, ndr] o, il che è quasi lo stesso, di Martov, provano ripugnanza per i poveri, si sentono attratti dal rispettabile parlamento borghese o dall’Assemblea costituente, come Turgheniev sessant’anni fa si sentiva attratto dalla moderata costituzione monarchica e nobile, perché gli ripugnava la democraticità contadina di Dobroliubov e Cernyscevski.

È appunto questo stretto legame dei soviet con il “popolo” lavoratore che crea le forme particolari di revoca e di altro controllo dal basso che ora devono essere sviluppate con particolare slancio. Per esempio, i consigli dell’istruzione pubblica, in quanto sono conferenze periodiche di elettori sovietici e di loro delegati per discutere e controllare l’attività delle autorità sovietiche in questo campo, meritano piena simpatia e appoggio. Non v’è nulla di più sciocco che trasformare i soviet in qualcosa di statico e di chiuso in se stesso. Quanto più decisamente noi dobbiamo essere oggi per un potere implacabilmente fermo, per la dittatura dei singoli in determinati processi di lavoro, in determinati momenti dell’esercizio di funzioni puramente esecutive, tanto più vari debbono essere i metodi e le forme di controllo dal basso, per paralizzare ogni ombra di possibile deformazione del potere sovietico, per estirpare ripetutamente e instancabilmente la cattiva erba del burocratismo.

 

Conclusione

 

Situazione straordinariamente dura, difficile e pericolosa dal punto di vista internazionale, necessità di manovrare e di ritirarsi; periodo di attesa di nuove esplosioni rivoluzionarie che maturano in Occidente con tormentosa lentezza; all’interno del paese un periodo di lenta edificazione e di implacabile “giro di vite”, una lotta lunga e tenace della severa disciplina proletaria contro il minaccioso elemento di negligenza e di anarchismo piccolo-borghese: ecco in breve i tratti distintivi della particolare fase della rivoluzione socialista che noi attraversiamo. Questo secondo è l’anello della catena degli avvenimenti storici a cui dobbiamo ora afferrarci con tutte le nostre forze, per dimostrarci all’altezza del compito, fino a quando passeremo all’anello seguente, che ci attrae con particolare splendore, con lo splendore delle vittorie della rivoluzione proletaria internazionale. [Questo anello nella realtà non si presentò a causa dell’arretratezza del movimento comunista nei paesi imperialisti: questo costrinse i comunisti russi a seguire un percorso più tortuoso di quello qui indicato da Lenin. Per maggiori dettagli in proposito vedi il Comunicato CC 33/2014 del nuovo PCI, ndr].

Provate a confrontare le parole d’ordine che scaturiscono dalle particolarità della fase attuale: manovrare, ritirarsi, aspettare, costruire lentamente, stringere i freni senza pietà, disciplinare severamente, debellare la negligenza, con il concetto usuale, corrente di “rivoluzionario” ... Ci si può forse meravigliare se alcuni “rivoluzionari”, nell’udire questo, sono presi da un nobile sdegno e cominciano a “lanciar fulmini” contro di noi accusandoci di dimenticare le tradizioni della Rivoluzione d’Ottobre, di avere un atteggiamento troppo conciliante con gli specialisti borghesi, di scendere a compromessi con la borghesia, di avere una mentalità piccolo-borghese, di riformismo, ecc. ecc. [Lenin tratta espressamente di questa corrente di destra nel Partito comunista russo (bolscevico), capeggiata da Bukharin e da Trotzki e autoproclamatasi “Comunisti di sinistra”, negli articoli Sull’infantilismo “di sinistra” e sullo spirito piccolo-borghese pubblicati sulla Pravda il 3, 4 e 5 maggio 1918, reperibili in Opere vol. 27, pagg. 293-322. Per Bukharin era espressione di quella scarsa assimilazione della dialettica da cui inutilmente Lenin costantemente metteva in guardia Bukharin. Per Trotzki si trattava di quel rivoluzionarismo senza principi ma tinto di ortodossia marxista che contraddistinse tutta la sua attività teorica e politica, ndr].

Il guaio di questi rivoluzionari, anche di quelli tra essi che sono animati dalle migliori intenzioni del mondo e che si distinguono per l’assoluta devozione alla causa del socialismo, è che non riescono a capire lo stato particolare e particolarmente “sgradevole” attraverso il quale deve immancabilmente passare un paese arretrato, rovinato da una guerra reazionaria e disgraziata, un paese che ha cominciato la rivoluzione socialista molto prima dei paesi più avanzati: non riescono a mantenere il sangue freddo nei momenti difficili di una difficile transizione.

È invece naturale che il partito dei “socialisti-rivoluzionari di sinistra” si contrapponga al nostro partito come opposizione “ufficiale” di questo genere. Certo, ci sono e ci saranno eccezioni individuali tra gli esponenti di un gruppo e di una classe, ma i tipi sociali restano. In un paese in cui c’è un’enorme popolazione piccolo-borghese rispetto a quella schiettamente proletaria, la differenza tra il rivoluzionario proletario e il rivoluzionario piccolo-borghese si farà inevitabilmente sentire e di quando in quando anche in modo estremamente acuto. Quest’ultimo ad ogni svolta degli avvenimenti esita e tentenna, passa dall’ardente spirito rivoluzionario del marzo 1917 all’apoteosi della “coalizione” [con la borghesia rappresentata dai cadetti, ndr] nel maggio 1917, all’odio contro i bolscevichi (o alla deprecazione del loro “avventurismo”), al distacco da essi, dettato dalla paura alla fine dell’ottobre 1917, all’appoggio che hanno accordato ai bolscevichi nel dicembre 1917. Infine, nel marzo e aprile 1918, questi tipi più che mai arricciano sprezzantemente il naso e dicono: “io non sono di quelli che cantano inni al lavoro "organico", al praticismo e alla gradualità”.

L’origine sociale di tipi siffatti è il piccolo proprietario reso furioso dagli orrori della guerra, dall’improvvisa rovina, dalle inaudite sofferenze arrecate dalla carestia e dallo sfacelo, che si dibatte istericamente cercando una via d’uscita e di salvezza, oscillando tra la fiducia e l’appoggio al proletariato da una parte e gli accessi di disperazione dall’altra. Bisogna capire bene e fissarsi bene in mente che su questa base sociale non si può costruire nessun socialismo. Chi può dirigere le masse lavoratrici sfruttate è solo una classe che marci senza esitazioni per la sua strada, che non si abbatta e non cada in preda alla disperazione nei punti di passaggio più difficili, duri e pericolosi. Non è di slanci isterici che abbiamo bisogno, ma dei passi misurati dei ferrei battaglioni del proletariato.

 

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