Indice dei classici della letteratura comunista/Indice degli scritti di Lenin

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Lenin, Opere Complete [nel seguito OC] vol. 23, Editori Riuniti 1965  pagg. 18-24

 

Presentazione della redazione di La Voce (agosto 2017)

Questo è il secondo dei tre scritti dell’autunno 1916 (oltre a questo, Sulla tendenza nascente dell’“economicismo imperialistico” e Intorno a una caricatura del marxismo), pubblicati all’inizio di Lenin OC vol. 23. In essi Lenin mostra la mancanza di “analisi concreta della situazione concreta” e di dialettica nella concezione del mondo di alcuni esponenti socialdemocratici di sinistra (Bukharin, Piatakov, Radek e altri russi ma anche il fior fiore degli esponenti di sinistra della socialdemocrazia europea). Una concezione che li portava a non comprendere il ruolo e l’importanza della lotta per le riforme e della lotta per la democrazia anche nell’epoca dell’imperialismo e nel corso della guerra imperialista e quindi a non combinare in modo giusto queste lotte con la rivoluzione socialista. La maggior parte dei personaggi di cui Lenin parla, furono più tardi tra i fondatori della prima Internazionale Comunista e dei suoi partiti comunisti, alla testa della prima ondata della rivoluzione proletaria nei rispettivi paesi.

Le note inserite nel testo tra parentesi quadre e in corpo minore sono della redazione di La Voce.

 

Risposta a P. Kievski (IU. Piatakov)

Scritta nell’agosto-settembre 1916. Pubblicata per la prima volta nella rivista Proletarskaia revoliutsia, 1929 n. 7.

Lenin scrisse questa risposta come replica a un articolo redatto da G.L. Piatakov (Iu. Piatakov, P. Kievski) nell’agosto 1916, Il proletariato e il “diritto delle nazioni all’autodecisione” nell’epoca del capitale finanziario. I due testi (di Kievski e di Lenin) sarebbero dovuti uscire nel n. 3 dello Sbornik Sotsialdemokrata, che non vide mai la luce. Scrive Lenin a Ines Armand: “Dopo che ci è stato inviato l’articolo di Iuri Piatakov e questi ha accettato (ha accettato! ha do-vu-to accettare) la mia risposta, la loro opera come ‘gruppo’ è terminata” (cfr. OC vol. 35, pag. 179).

 

 

La guerra - come, del resto, ogni crisi nella vita del singolo o nella storia dei popoli - abbatte e spezza alcuni, tempra e illumina altri.

Questa verità si sta facendo luce anche nel campo del pensiero socialdemocratico sulla guerra e sulle sue circostanze. Una cosa è riflettere a fondo sulle cause e sul significato della guerra imperialista nel quadro di un capitalismo molto progredito, sugli obiettivi della tattica socialdemocratica in relazione alla guerra, sulle cause della crisi della socialdemocrazia, ecc. Un’altra cosa è lasciare che la guerra annienti la nostra stessa facoltà di pensare, smettere di ragionare e analizzare, sotto il peso delle terribili impressioni e delle dolorose conseguenze o peculiarità della guerra.

Una di queste forme di avvilimento o annientamento dell’umana capacità di pensare ad opera della guerra è l’atteggiamento di disprezzo che l’“economicismo imperialista” assume nei confronti della democrazia. P. Kievski non si accorge che questo annientamento, questo terrore, questa rinuncia all’analisi in rapporto alla guerra percorre come un filo rosso tutti i suoi ragionamenti. A che vale discutere di difesa della patria, quando vediamo dinanzi a noi una così bestiale carneficina? Come parlare ancora di diritti delle nazioni, quando esse vengono puramente e semplicemente sterminate? Che cosa è l’autodecisione e l’“indipendenza” delle nazioni, quando lo vedete voi stessi a che cosa è ridotta la Grecia “indipendente”? A che serve, in generale, pensare ai “diritti”, quando non c’è paese in cui non vengano calpestati in nome degli interessi della cricca militarista? E come pensare alla repubblica, quando tra le repubbliche più democratiche e le monarchie più reazionarie non sussiste, dall’inizio della guerra, e non si scorge intorno a noi la benché minima differenza?

P. Kievski s’infuria, se qualcuno gli fa osservare che si è lasciato intimorire, che si è lasciato trasportare a tal punto da negare la democrazia in generale; s’infuria e ribatte: non sono affatto contrario alla democrazia, ma soltanto ad una rivendicazione democratica che ritengo “cattiva”. Eppure, per quanto Kievski vada in collera, per quanto cerchi di “persuadere” noi (e forse anche sé stesso) che non si oppone affatto alla democrazia, i suoi ragionamenti - o, per essere più esatti, i continui errori dei suoi ragionamenti - dimostrano il contrario.

La difesa della patria è una menzogna in una guerra imperialista, ma non lo è affatto in una guerra democratica e rivoluzionaria. I discorsi sui “diritti” sembrano ridicoli in tempo di guerra, perché ogni guerra sostituisce al diritto la violenza aperta e immediata; ma non bisogna tuttavia dimenticare che nella storia ci sono state (e senza dubbio ci saranno ancora, dovranno esserci in avvenire) delle guerre (democratiche e rivoluzionarie) che, pur sostituendo, nel loro corso, la violenza ad ogni “diritto” e ad ogni democrazia, hanno però giovato, per il loro contenuto sociale e per le loro  conseguenze, alla causa della democrazia e, quindi, del socialismo. L’esempio della Grecia [La Grecia era sotto la sovranità di una famiglia tedesca, ma gli imperialisti inglesi “convinsero” il governo greco a entrare in guerra contro la Germania] sembra “smentire” qualsiasi libertà di decisione delle nazioni; ma, non appena si cerchi di riflettere, di analizzare e ponderare, senza farsi stordire dal chiasso delle parole e intimorire dalle impressioni d’incubo suscitate dalla guerra, quest’esempio non appare affatto più serio e persuasivo delle battute di spirito che si è soliti fare sulla repubblica per il semplice motivo che le repubbliche “democratiche”, anche le più democratiche, non solo la Francia, ma persino gli Stati Uniti, il Portogallo, la Svizzera, hanno instaurato e stanno instaurando nel corso della guerra lo stesso potere arbitrario della cricca militarista che regna da noi in Russia.

È un fatto che la guerra imperialista cancella le differenze tra la repubblica e la monarchia, ma dedurre da qui la necessità di respingere la repubblica, o assumere, quanto meno, un atteggiamento di disprezzo nei suoi confronti, significa farsi spaventare dalla guerra, significa permettere agli orrori della guerra di annientare la nostra capacità di pensare. In modo analogo ragionano numerosi fautori della parola d’ordine del “disarmo” (Roland-Holst, i giovani svizzeri, la “sinistra” scandinava,(1) ecc.), quando dicono: perché parlare ancora di utilizzazione rivoluzionaria dell’esercito o della milizia dal momento che in questa guerra, lo vedete voi stessi, non permane alcuna differenza fra la milizia delle repubbliche e l’esercito permanente delle monarchie? dal momento che il militarismo compie dappertutto i suoi crimini mostruosi?

È sempre lo stesso modo di ragionare, lo stesso errore teorico e pratico-politico di cui P. Kievski non s’accorge, pur cadendovi letteralmente in ogni riga del suo articolo. Egli crede di polemizzare contro l’autodecisione, è questo il suo obiettivo, ma - contro la sua volontà e senza che se ne renda conto: cosa davvero singolare! - finisce per non addurre un solo argomento che non possa essere portato validamente contro la democrazia in generale!

La vera fonte di tutti i suoi singolari errori di logica, di tutto questo guazzabuglio, - non solo nella questione dell’autodecisione, ma anche in quella della difesa della patria, del divorzio, dei “diritti” in generale, - sta nel fatto che la sua capacità di pensare è stata annientata dalla guerra e che, pertanto, viene radicalmente travisata la posizione del marxismo verso la democrazia.

L’imperialismo è il capitalismo che ha raggiunto un alto grado di sviluppo; l’imperialismo è progressista; l’imperialismo è la negazione della democrazia; e “quindi” la democrazia è “irrealizzabile” in regime capitalista. La guerra imperialista è una stridente violazione di ogni democrazia, sia nelle monarchie arretrate che nelle repubbliche più progredite; e “quindi” non giova discutere di “diritti” (cioè di democrazia!). Alla guerra imperialista si può “opporre” “soltanto” il socialismo; l’unica “via d’uscita” è il socialismo; e “quindi” formulare parole d’ordine democratiche nel programma minimo, cioè ancora in regime capitalista, significa ingannare e illudersi, offuscare, rimandare, ecc. la parola d’ordine della rivoluzione socialista.

Ecco la fonte reale, sconosciuta a P. Kievski ma reale, di tutte le sue disavventure. Ecco il suo errore logico fondamentale, che, proprio perché fondamentale, pur se l’autore non ne ha coscienza, “esplode” ad ogni passo, come un putrido pneumatico di bicicletta, e “balza fuori” ora nella questione della difesa della patria, ora in quella del divorzio, ora in una proposizione sui “diritti”, ora in questa frase stupenda (per il sovrano disprezzo dei “diritti” e per la profonda incomprensione del problema): non di diritti si tratterà, ma della distruzione di una schiavitù secolare!

Enunciare questa frase significa non aver capito il rapporto tra il capitalismo e la democrazia, tra il socialismo e la democrazia.

Il capitalismo in generale e l’imperialismo in particolare trasformano la democrazia in una illusione; nello stesso tempo il capitalismo suscita nelle masse aspirazioni democratiche, crea istituzioni democratiche, inasprisce l’antagonismo fra l’imperialismo che nega la democrazia, e le masse che aspirano alla democrazia. Il capitalismo e l’imperialismo non  possono essere rovesciati con le riforme democratiche, nemmeno con le più “ideali”, ma soltanto con la rivoluzione economica; e il proletariato, se non si viene educando nella lotta per la democrazia, è incapace di compiere questa rivoluzione. Non si può battere il capitalismo senza impadronirsi delle banche, senza abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma queste misure rivoluzionarie non possono essere attuate se non si organizza la gestione democratica, da parte di tutto il popolo, dei mezzi di produzione strappati alla borghesia, se non si conduce tutta la massa dei lavoratori - proletari, semiproletari e piccoli contadini - a organizzare democraticamente le proprie file, le proprie forze, la propria partecipazione allo Stato. La guerra imperialista è, per così dire, una triplice negazione della democrazia (a: in ogni guerra la violenza sostituisce i “diritti”; b: l’imperialismo è in generale la negazione della democrazia; c: la guerra imperialista assimila interamente la repubblica alla monarchia), ma l’esplosione e gli sviluppi dell’insurrezione socialista contro l’imperialismo sono indissolubilmente legati all’accentuarsi della resistenza e dell’indignazione democratica. Il socialismo porta all’estinzione di qualsiasi Stato e, quindi, anche di qualsiasi democrazia, ma il socialismo non può essere realizzato altrimenti che attraverso la dittatura del proletariato, la quale associa la violenza contro la borghesia, cioè contro una minoranza della popolazione, al pieno sviluppo della democrazia, cioè alla partecipazione, veramente generale e con diritti veramente uguali, di tutta la massa della popolazione a tutti gli affari politici e a tutte le complesse questioni della liquidazione del capitalismo.

Ecco le “contraddizioni” in cui, per aver dimenticato la dottrina marxista della democrazia, è rimasto irretito P. Kievski. La guerra, per esprimerci in maniera figurata, ha prostrato a tal punto 1a sua capacità di pensare che egli ha sostituito a qualsiasi riflessione il grido propagandistico “fuori dall’imperialismo”, proprio come il grido “fuori dalle colonie” sostituisce l’analisi del significato reale - economico e politico - dell’“uscita” dei popoli civili “dalle colonie”.

La soluzione marxista del problema della democrazia prevede che il proletariato, nel combattere la sua lotta di classe, utilizzi tutte le istituzioni e le aspirazioni democratiche contro la borghesia allo scopo di preparare la vittoria del proletariato su questa classe, allo scopo di rovesciarla. Questa utilizzazione è tutt’altro che facile, e agli “economicisti”, ai tolstoiani, ecc. spesso sembra un’illegittima concessione allo spirito “borghese” e opportunista, proprio come a P. Kievski sembra un’illegittima concessione allo spirito borghese la difesa dell’autodecisione delle nazioni “nell’epoca del capitale finanziario”. Il marxismo insegna che “lottare contro l’opportunismo” rinunciando a utilizzare le istituzioni democratiche della presente società capitalista, create e insieme snaturate dalla borghesia, significa arrendersi senza condizioni all’opportunismo!

La sola parola d’ordine che indica insieme il modo più rapido per uscire dalla guerra imperialista e il legame tra la nostra lotta contro la guerra e la lotta contro l’opportunismo è la parola d’ordine della guerra civile per il socialismo. Essa soltanto tiene nel giusto conto sia le particolari caratteristiche del periodo bellico - la guerra si protrae e minaccia di diventare tutta un’“epoca” - sia il carattere complessivo della nostra attività contro l’opportunismo, col suo pacifismo, col suo legalitarismo, col suo adattarsi alla borghesia. Ma, oltre a questo, la guerra civile contro la borghesia è una guerra organizzata e condotta democraticamente dalle masse povere contro una minoranza di possidenti. La guerra civile è anch’essa una guerra e deve quindi sostituire la violenza al diritto. Ma la violenza esercitata in nome degli interessi e dei diritti della maggioranza della popolazione assume un carattere diverso: conculca i “diritti” degli sfruttatori, della borghesia, e non può essere realizzata senza l’organizzazione democratica dell’esercito e delle “retrovie”. La guerra civile espropria con la forza, di colpo e prima di tutto, le banche, le fabbriche, le ferrovie, le grandi aziende agricole, ecc. Ma proprio per realizzare tutte queste espropriazioni bisogna far eleggere tutti i funzionari e gli ufficiali da parte del popolo, bisogna attuare la completa fusione dell’esercito che combatte contro la borghesia con la massa della popolazione, bisogna introdurre una democrazia integrale nella gestione delle risorse alimentari, nella loro produzione e distribuzione, ecc. Lo scopo della guerra civile è la conquista delle banche, delle fabbriche, delle officine,  ecc., l’annientamento di qualsiasi possibilità di resistenza della borghesia, l’eliminazione del suo esercito. Ma questo scopo non può essere raggiunto sul piano puramente militare su quello economico o politico, se, nel corso di questa guerra, la democrazia non viene simultaneamente introdotta e diffusa nel nostro esercito e nelle nostre “retrovie”. Noi diciamo oggi alle masse (e le masse sentono istintivamente che abbiamo ragione): “Vi stanno ingannando con questa guerra, a cui vi conducono nell’interesse del capitalismo imperialista e che camuffano con le grandi parole d’ordine della democrazia. Voi dovete fare e farete guerra alla borghesia in modo realmente democratico e per realizzare concretamente la democrazia e il socialismo”. La guerra attuale unisce e “fonde” i popoli in coalizioni per mezzo della violenza e della dipendenza finanziaria. Nella nostra guerra civile contro la borghesia uniremo e fonderemo i popoli non con la forza del denaro, non con i1 bastone, non con la violenza, ma con il libero consenso, con la solidarietà dei lavoratori contro gli sfruttatori. La proclamazione della parità di diritti per tutte le nazioni è uno strumento d’inganno nelle mani della borghesia; per noi sarà invece una verità che faciliterà e accelererà il passaggio di tutte le nazioni dalla nostra parte. Senza un’organizzazione realmente democratica dei rapporti fra le nazioni - e quindi senza la libertà di costituire uno Stato separato - la guerra civile degli operai e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni contro la borghesia non può essere combattuta.

Bisogna utilizzare la democrazia borghese per realizzare l’organizzazione socialista e coerentemente democratica del proletariato contro la borghesia e contro l’opportunismo. Non c’è altra strada. Ogni altra “soluzione” non è una soluzione. Il marxismo, come la vita reale, non ne conosce altre. In questa linea dobbiamo inserire la libertà di separazione e la libertà di associazione delle nazioni, senza eluderle, senza temere che ne vengano “contaminati” i compiti “puramente” economici.

 

1. Lenin si riferisce all’articolo Miliz oder Abrüstung? della socialdemocratica olandese di sinistra H. Roland-Holst, pubblicato in Neues Leben, 1915, nn. 10, 11 e 12. Quanto ai giovani svizzeri, allude all’articolo redazionale Volksheer oder Entwaffnung? pubblicato nel n. 3, 1916 di Jugend Internationale. La posizione della sinistra scandinava (svedesi e norvegesi) fu illustrata negli articoli di K. Kilbom La socialdemocrazia svedese e la guerra mondiale e di A. Hansen Alcuni aspetti del movimento operaio contemporaneo in Norvegia, pubblicati nel n. 2 dello Sbornik Sosialdemocrata. Sul “disarmo” si vedano, in OC vol. 23, gli articoli Il programma militare della rivoluzione proletaria e Sulla parola d’ordine del “disarmo”.